Non avevo ancora capito se stessi tremando per la vergogna o per l’adrenalina. Mi ero appena sistemato in fretta, seduto sul letto, lo sguardo perso nel vuoto, il respiro ancora incerto. La porta era chiusa, ma quella scena con Federica era ancora viva, tatuata nella mia testa. L’aveva fatto davvero? Aveva detto davvero quelle cose? Mi aveva toccato davvero così? E soprattutto… avevo goduto così tanto?
Ero ancora lì, in preda al caos, quando sentii dei passi leggeri nel corridoio. La porta si socchiuse piano, e per un istante trattenni il fiato.
«Posso?» chiese Gabriella, affacciandosi appena.
Annuii in silenzio, cercando di sembrare normale, anche se sentivo il cuore battermi nelle orecchie.
Lei entrò con passo morbido, ancora umida dalla doccia. Indossava un top bianco leggerissimo, praticamente trasparente in alcuni punti, e un paio di pantaloncini corti, di quelli che lasciavano scoperte le sue cosce morbide e il ventre ancora lucido d’acqua. I capelli castano scuro, bagnati, le scendevano sulle spalle come onde disordinate, e il suo profumo caldo riempì subito la stanza.
«Volevo scusarmi per prima…» disse, abbassando un po’ lo sguardo, mentre si asciugava il collo con un asciugamano. «Non volevo trattarti male. È solo che… vabbè, giornata storta.»
Le feci un mezzo sorriso. «Tranquilla.»
Lei si avvicinò ancora un po’, sedendosi sul bordo del letto, proprio dove poco prima si era seduta Federica. Il letto si piegò leggermente sotto il suo peso, e le sue cosce nude si incrociarono con naturalezza.
«Pensavo… magari stasera possiamo ordinare una pizza, tutti e tre. Così ci rilassiamo un po’. Che dici?»
Mi guardò con quegli occhiali spessi che non riuscivano mai a coprire del tutto i suoi occhi grandi e caldi.
«Va benissimo» risposi troppo in fretta, con un tono che tradiva entusiasmo. Troppo entusiasmo.
Lei sorrise, forse notando la mia reazione, ma non disse nulla. Si alzò, passandosi di nuovo l’asciugamano sul seno, che sotto quel top sembrava ancora bagnato, pieno, teso.
«Allora preparo io il tavolo dopo… tanto Federica sta facendo la doccia.»
E se ne andò, lasciando dietro di sé profumo, gocce d’acqua e mille pensieri.
più tardi quella sera.
La pizza fumava ancora sul tavolo e il vino era già stato stappato da Gabriella, che si era versata un bicchiere abbondante come prima cosa. Era tornata dalla doccia ancora strana, non più arrabbiata forse, ma con lo sguardo perso. Sembrava voler scacciare qualcosa di fastidioso dalla testa, e lo stava facendo a colpi di rosso.
«Prendete quello che volete» disse con un sorriso accennato, sedendosi accanto a me. Aveva ancora i capelli leggermente umidi, raccolti in una coda morbida, e indossava una maglia larga e leggera che le lasciava una spalla scoperta. Gli occhiali da casa le accentuavano l’aria da ragazza stanca, quella che si è arresa alla giornata e ha deciso di finirla con un po’ di vino.
Federica invece… be’, Federica era Federica. Era tornata da casa sua profumata e sistemata, ma con addosso quel suo classico stile da “rilassata e sexy senza sforzo”. Un top bianco sottile, senza reggiseno sotto — si notava, eccome se si notava — e dei pantaloncini cortissimi di cotone. Piedi nudi, smalto rosso acceso. Si muoveva come se nulla potesse toccarla, e forse era vero.
Io ero lì in mezzo. Timido, imbarazzato, nervoso. Seduto con le spalle dritte, cercando di non fissare troppo né l’una né l’altra, ma con la testa piena solo di quello che avevo visto… e fatto… poco prima.
«Allora, oggi vi siete godute la giornata?» chiesi, prendendo una fetta per spezzare il silenzio.
«Abbastanza» rispose Gabriella, guardando nel vuoto e bevendo un altro sorso. «Anche se Matteo ha rotto, come al solito.»
Federica alzò gli occhi al cielo. «Ancora quella storia? Dai, Gabri, prima o poi ti svegli.»
«Non ho voglia di parlarne, davvero…» rispose lei, mordendo piano la crosta.
Federica sorrise e mi guardò con un lampo malizioso. «Ale invece mi sa che ha passato un pomeriggio interessante. Ti ho visto bello… concentrato prima.»
Mi bloccai. Avevo appena sollevato il bicchiere. Lo rimisi giù.
Gabriella la guardò, distratta. «Eh? Che dici?»
«Nulla, roba da grandi…» rispose lei, poi fece l’occhiolino solo a me. E sotto il tavolo, il suo piede nudo iniziò a muoversi.
Sfiorò il mio, poi risalì lentamente. Caviglia. Polpaccio. Ginocchio. Ogni contatto era preciso, intenzionale. Gabriella intanto si versava un altro mezzo bicchiere, senza accorgersi di nulla.
«Ale?» chiese, notando il mio silenzio. «Hai la faccia strana.»
«Eh? No, tutto a posto, è solo… la pizza è un po’ calda.»
Federica ridacchiò, continuando a torturarmi sotto il tavolo. «Sì, può succedere di… scottarsi.»
Si leccò lentamente il dito sporco di mozzarella, fissandomi. Io non riuscivo a guardarla negli occhi.
Gabriella sospirò. «Siete due idioti.»
E mentre lei scolava il suo bicchiere in due sorsi, Federica faceva ondeggiare il piede sotto il mio pigiama, godendosi lo spettacolo in silenzio.
Il vino non smetteva di scorrere.
La bottiglia era quasi finita e Gabriella, già di suo poco resistente all’alcol, aveva le guance arrossate, gli occhi leggermente lucidi e rideva a tratti anche senza un vero motivo. Stava cercando di nascondere un disagio più profondo, e il modo in cui ogni tanto sospirava fissando il vuoto lo rendeva chiaro.
Federica invece era perfettamente lucida, con quella sua solita aria da spettatrice divertita. Aveva la gamba accavallata, i piedi nudi sotto il tavolo si muovevano come se stessero danzando tra le mie ginocchia. Ogni tanto il suo alluce mi sfiorava il polpaccio, a tratti più in alto, e io facevo fatica anche solo a deglutire.
Gabriella però non notava nulla. E come avrebbe potuto? Sembrava immersa in una nube di pensieri e vino.
«Fede…» mormorò, senza guardarla. «Ti va di dormire da me stanotte?»
Federica la osservò un attimo. «Ovvio che sì. Ma che hai oggi? Sei stranissima.»
Gabriella tirò su col naso, cercando di mascherare un’espressione spezzata. «Niente… lo sai già.»
Federica abbassò lo sguardo, con un’espressione diversa per un istante. «Matteo?»
Gabriella annuì in silenzio.
Ci fu qualche secondo di silenzio, pesante. Federica si morse appena il labbro e poi scosse la testa. «Che idiota, davvero.»
Io restavo in silenzio, senza capire. O meglio, cominciavo a sospettare che ci fosse qualcosa che non volevano dire a voce alta. E Gabriella sembrava voler solo affogare tutto nel vino.
«Vuoi parlarne?» chiese ancora Federica, più dolce.
Gabriella fece un mezzo sorriso e scrollò le spalle. «No, non ora. Forse domani. Mi basta non essere sola stanotte.»
Federica annuì. «Ti tengo io.»
Poi si voltò verso di me. Aveva di nuovo quello sguardo lì. Quello malizioso.
«Ale, tu invece? Ti senti solo stanotte?»
Sussultai. Gabriella si limitò a ridere, appoggiandosi allo schienale. «Ma lascialo stare, Fede… è tutto timido.»
«Timido?» rise anche lei. «Ma no. Ha solo bisogno di sciogliersi un po’.» E sotto il tavolo, il suo piede premette dritto sulla mia erezione ormai difficile da nascondere. Lo fece con naturalezza, senza smettere di parlare, come se nulla fosse.
«Magari Ale è il tipo di ragazzo che sorprende, no?»
«Magari» sospirò Gabriella. Poi abbassò lo sguardo e tornò sul suo bicchiere. «Comunque sì… grazie di esserci, Fede. Lo sai che quella cosa… mi ha ferita. Di nuovo. E per come è andata… mi vergogno anche a parlarne.»
Federica allungò una mano e le accarezzò il braccio. «Non devi vergognarti di nulla. Sei stata troppo buona. È lui che non merita niente.»
Io restavo lì, teso, senza sapere che dire. Non capivo del tutto, ma il tono faceva intuire che c’entrasse qualcosa di intimo. Qualcosa che solo loro due sapevano.
Poi Federica si voltò ancora verso di me. Mi guardò negli occhi, un attimo più seria.
