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Erotika
Giochi Proibiti in Famiglia · Cap. 1
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Capitolo 1 di 9 18 min di lettura

Una mattina d’estate

Gabriella e Federica si preparano per una giornata tra chiacchiere e idromassaggio, mentre Ale osserva tutto in silenzio, sempre più attratto da sua “sorella”. La sera, una foto di troppo scatena i suoi impulsi… ma qualcosa cambia: Federica lo sorprende e decide di entrare nel suo gioco...

Asiadu01
1 anno fa · 4.4k letture · 9

Quella mattina mi svegliai con il sole che entrava dritto dalla finestra.

Era già estate, e si sentiva. L’aria calda, le cicale che si facevano sentire da qualche giardino lì intorno, e quel silenzio tipico delle giornate senza scuola, quando nessuno ha davvero fretta di fare niente.

Mi stiracchiai piano nel letto, ancora con gli occhi mezzi chiusi, e mi trascinai fuori dalla stanza.

Dall’altra parte del corridoio la porta della camera di Gabriella era già aperta.

La trovai in cucina, seduta al tavolo, con una tazza tra le mani e le gambe piegate sotto di sé. La televisione accesa a volume basso e la solita aria rilassata, quella di chi vive in casa sua anche se, tecnicamente, non è proprio così.

Gabriella è — o meglio, la chiamo — mia sorella.

Non c’è nessun legame di sangue tra noi, e nemmeno legami ufficiali. È semplicemente la figlia del compagno di mia madre. Ma da quando viviamo sotto lo stesso tetto, ormai da anni, ci chiamiamo fratello e sorella.

Un’abitudine, niente di più.

Anche se… a volte, certi pensieri mi fanno venire voglia di dimenticarmi come la chiamo.

Gabriella era difficile da ignorare.

Era bassina, ma il suo corpo era tutto curve. La pelle chiarissima sembrava ancora più morbida alla luce del mattino. Indossava un top corto e dei pantaloncini leggeri che lasciavano scoperto quasi tutto: cosce grosse e sode, un fondoschiena grande e perfetto, e soprattutto quel seno abbondante, pieno, morbido, che sembrava esplodere da sotto la stoffa.

Si muoveva con quella naturalezza che non sapevi se fosse disattenzione o malizia, e il suo viso, così dolce e spontaneo, rendeva tutto più complicato. Aveva lunghi capelli castano scuro leggermente ondulati, un naso piccolo e all’insù, guance morbide e occhi castano chiaro nascosti dietro spessi occhiali da vista.

E poi quelle labbra: carnose, rilassate, spesso socchiuse. Un invito involontario.

«Buongiorno, Ale,» disse senza staccare gli occhi dalla TV.

Mi sedetti con una tazza anche io, cercando di non fissarla troppo, ma ogni mattina era una sfida.

Perché non era solo bella. Era… familiare. Ma anche irraggiungibile. Ed è questo che mi fregava.

Poi arrivò il suono del campanello. Due colpi secchi.

Gabriella si alzò di scatto.

«È Fede.»

Aprì la porta e, come sempre, Federica entrò con passo deciso, un sorriso stampato in faccia e l’aria di chi sa esattamente come vuole iniziare la giornata.

«Buongiorno, ragazzi!»

Indossava una camicetta bianca leggermente trasparente infilata in una gonna stretta, sandali con un filo di tacco, e i suoi capelli neri sciolti sulle spalle. Profumava di qualcosa di fresco, estivo, e portava con sé quell’energia da “vado a lavorare ma prima passo per un caffè con la mia migliore amica”.

Federica era un altro pianeta.

I capelli neri, lunghi e leggermente mossi, le scivolavano sulle spalle con una naturalezza quasi studiata, arrivando fino a metà schiena. Li sistemava con un gesto rapido della mano, come se sapesse esattamente che stavi guardando.

Il viso era fine, allungato, con lineamenti netti, eleganti. Il naso dritto, leggermente a punta, le dava un’aria altera e sensuale. Ma erano le labbra, lunghe, piene, lucide anche quando non aveva rossetto, a far girare la testa. Sembravano sempre sul punto di dire qualcosa di sbagliato, qualcosa che non ti saresti dovuto sentire dire.

Gli occhi, però… quelli erano un’altra cosa.

Verdi, larghi, lucidi. Ti guardavano come se ti leggessero dentro. Come se sapessero tutto — anche quello che avresti voluto nascondere. Anche quello che stavi cercando di ignorare.

Il corpo di Federica era fatto per farti pensare a tutto tranne che a cose innocenti.

Le gambe lunghissime, affusolate, sempre messe in mostra da gonne strette o pantaloni attillati. Un fondoschiena grande, tondo e sodo, che si muoveva in modo quasi indecente mentre camminava, sempre con quei suoi tacchi sottili e precisi.

Il seno non era grande, ma perfettamente proporzionato al suo corpo — e sapeva come valorizzarlo: bluse sbottonate quel tanto che bastava, magliette leggere senza reggiseno sotto, e quel modo di piegarsi in avanti che sembrava del tutto casuale. Non lo era.

Federica era il tipo di donna che sapeva esattamente quanto effetto faceva.

E sembrava divertirsi un mondo a usarlo.

«Siete già svegli… miracolo!» disse ridendo, mentre si accomodava accanto a Gabriella e iniziava a spalmarsi la marmellata sul pane.

E lì, in quel momento, era tutto normale.

Nessuno sguardo strano, nessuna tensione. Solo io, Gabriella e Federica.

Come sempre.

O almeno così sembrava.

Quello che ancora non sapevo… è che da una di quelle mattine qualunque, da un piccolo gesto, da una battuta appena più spinta, da uno sguardo che dura troppo… sarebbe iniziata una storia così proibita da doverla nascondere anche a chi ci conosceva meglio.

«Mi sono svegliata con un mal di testa tremendo, giuro… mi servirebbe una settimana di sonno ininterrotto,» sbuffò Gabriella, versandosi del caffè bollente nella sua tazza rossa.

«E magari anche un orgasmo decente, no?» rise Federica, già seduta al tavolo, gambe accavallate e sguardo sveglio nonostante l’orario.

Gabriella le lanciò uno sguardo stanco ma divertito. «Ma che hai stamattina, sei più volgare del solito.»

«Ho solo sonno e voglia di dire la verità, che c’è?»

Erano sempre così, loro due. Complici, sfacciate, libere. E io, come al solito, stavo zitto e ascoltavo. Mi sembrava di spiare qualcosa che non mi riguardava… e invece ci vivevo in mezzo.

Federica prese un sorso di succo e poi, senza troppi giri, lanciò: «Comunque, Matteo non si è fatto più sentire?»

Gabriella fece una smorfia, appoggiandosi al tavolo con le mani. «No, ieri silenzio totale. E oggi vediamo. Tanto ormai mi aspetto poco.»

Federica sbuffò. «Io non capisco cosa ci trovi ancora.»

Gabriella non rispose subito. Si voltò verso la finestra e rimase lì per qualche secondo, il vapore del caffè che le sfiorava il viso.

Matteo.

Erano fidanzati da un bel po’, da prima che io finissi le superiori. All’inizio sembravano felici, poi col tempo era diventata una storia piena di alti e bassi, discussioni, allontanamenti. Nell’ultimo periodo la cosa era diventata più un’ombra che una relazione. Ma lei ci stava dentro ancora. Troppo.

«Vabbè,» disse poi, scrollandosi di dosso l’aria malinconica. «Stasera mi voglio solo rilassare.»

Poi guardò Federica e sorrise. «Dopo il lavoro passa da noi. Ci facciamo un bagno nell’idromassaggio. Ho una bottiglia di vino da qualche parte.»

Federica si illuminò. «Sì, cazzo. Perfetto. Mi sa che stasera non metto nemmeno il costume.»

Gabriella rise e si girò verso di me. «Ale metteresti la bottiglia in frigo mentre non ci sono?»

«Certo,» dissi, cercando di sembrare distratto, anche se avevo registrato tutto. L’invito. Il bagno. Il vino. L’idea di loro due lì dentro, praticamente nude. E io…

io che, come al solito, sarei stato da qualche parte a fingere di non pensare a niente.

In casa, eravamo sempre e solo noi. I miei – cioè, mia madre e Mario – erano praticamente assenti. Lei per lavoro, lui perché… boh, forse si dimenticava pure di vivere con noi. Così, da anni, eravamo diventati una piccola tribù informale. Una casa nostra. E a modo nostro, anche pericolosa.

Federica si alzò con uno scatto, recuperando la borsa. «Scappo. Ma alle sei spaccate sono qua. E spero che il vino sia freddo, o mi arrabbio.»

«Ma vattene va’…» borbottò Gabriella ridendo.

Federica si avviò verso la porta, poi si voltò un attimo verso di me e mi lanciò uno sguardo sfuggente. «Ciao Ale… stammi buono oggi, eh.»

La porta si chiuse piano.

E io rimasi lì, seduto, con il caffè mezzo freddo in mano e la testa già avanti di dodici ore.

Dopo che Federica se ne andò, anche Gabriella si sbrigò a prepararsi per andare a lavoro. Indossò una camicetta leggera e una gonna morbida, di quelle che sembravano fatte apposta per esaltare ogni curva. Io restai seduto al tavolo con la scusa di finire il caffè, ma in realtà… stavo solo guardando. Come sempre.

Ogni suo movimento era un richiamo. Il modo in cui si chinava per allacciarsi i sandali, la camicia che tirava sul petto pieno, il seno che si muoveva sotto la stoffa con una morbidezza che sembrava respirare. Le sue cosce, sode e grosse, sbucavano tra le pieghe della gonna con una naturalezza che mi faceva impazzire.

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9 Cap. 2

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