"Gabri... cazzo... sto per venire," riuscii a dire, le parole che mi uscivano a fatica.
E lei, invece di fermarsi, accelerò. La sua testa si muoveva su e giù, sempre più veloce, la sua bocca che mi stava uccidendo e mi stava facendo nascere in un nuovo mondo di piacere.
Sentii la pressione crescere, un calore che partiva dalle mie palle e si propagava per tutto il corpo. Le mie mani affondarono nei suoi capelli, non per spingerla via, ma per tenerla lì, per sentire la sua bocca su di me fino alla fine.
"Gabri... adesso..." gemetti.
E poi venni.
Un'ondata esplosiva che mi scosse tutto. Scaricai tutto dentro la sua bocca, un fiume caldo che lei inghiottì senza esitazione, continuando a succhiarmi, a leccarmi, a vuotarmi fino all'ultima goccia.
Quando finii, ero esausto, il cuore che mi batteva all'impazzata nel petto.
"Mh, con la bocca vieni velocemente," commentò con un tono quasi scientifico, mentre la sua lingua continuava a pulire il mio cazzo in modo approfondito, leccando via ogni residuo del mio piacere. Fece un ultimo, lungo passaggio lungo tutta l'asta, poi si sollevò, le labbra lucide e gonfie.
Non le diedi il tempo di parlare. La presi per il collo e la trassi a me. Le nostre bocche si scontrarono in un bacio che era più una lotta che una carezza. Era un limone violento, selvaggio. Le sue labbra erano ancora umide di me, e il sapore della mia sborra sulla sua lingua mi feva tornare duro in un istante. Eravamo animali, divorandoci a vicenda, i denti che si scontravano, le lingue che si combattevano per il dominio.
Mi staccai un attimo, solo per sussurrarle all'orecchio il mio respiro bollente. "I nostri genitori... sono di là."
Lei gemette, un suono basso e pieno di foga.
"E tu," aggiunsi, mordicchiandole il lobo, "ora non dovrai urlare."
La spinsi di lì, con forza e violenza. Cadde di schiena sulle lenzuola, il corpo malleabile, già pronto per me. Aprii le sue gambe con un gesto deciso e lei non oppose resistenza, anzi, le allargò ancora di più, un invito esplicito. Mi misi in ginocchio tra le sue cosce, il mio cazzo di nuovo duro come il marmo, la cappella che pulsava, violacea e impaziente.
La presi e iniziai a strusciarla sulla sua fica. Su e giù, lentamente, facendola impazzire. La cappella scivolava sulle sue labbra carnose, bagnate e calde, sfiorando il suo clitoride ad ogni passata. Lei si contorceva sotto di me, il bacino che si inalzava per cercare più contatto.
"... Ale... ti prego... smettila di torturarmi," ansimava, la voce spezzata. "Scopami... scopami come si deve! Adesso!"
Non me lo feci ripetere due volte.
Posizionai la mia asta all'ingresso della sua fica e, con un solo colpo secco, entrai dentro di lei. La mia cappella superò le sue labbra, la mia asta si tuffò in quella calda strettezza. Gememmo entrambi, un coro di dolore e piacere. Era stretta, incredibilmente stretta, bagnata e accogliente.
Il mio corpo calò sul suo, il peso che la schiacciava sul materasso. Iniziai a scoparla, con forza e violenza, come mi aveva chiesto. Ogni colpo era profondo, una spinta che la faceva sbattere contro il letto. Il mio cazzo la riempiva, la possedeva, la dominava.
Mentre la scopavo, mi abbassai e le succhiai le tettone. Le afferrai con le mani, le strinsi, le strizzai, poi la mia bocca si chiuse su un capezzolo duro. Lo succhiai con forza, mordicchiandolo, sentendola contrarsi e gemere sotto di me. Le mie labbra e i miei denti leccavano e masticavano il suo seno abbondante e pieno, lasciando segni rossi sulla sua pelle chiara.
"Ah... sì... Ale... più forte... più forte!" urlò, ricordandosi all'istante la mia avvertenza e trasformando l'urlo in un gemito soffocato nel cuscino.
Le sue unghie mi graffiarono la schiena, lasciando dei solchi roventi sulla mia pelle. Il suo corpo si muoveva sotto il mio, non passivamente, ma rispondendo a ogni mia spinta con un contraccolpo, in un ballo primordiale e selvaggio.
Mi alzai un po', le mie mani che si appoggiarono al materasso ai lati della sua testa. La guardai negli occhi mentre la scopavo, il viso contorto per il piacere, la bocca aperta, i capelli un sudato disordine sul cuscino.
"Guardami, sorellona," sussurrai, la voce roca. "Guardami mentre ti scopo. Guardami mentre ti possiedo."
I suoi gemiti crescevano, sempre più alti, più disperati. Ogni colpo del mio cazzo dentro di lei era una scossa, un ondata di piacere che la costringeva a urlare. Il solo fatto di chiamarmi "fratellino" mentre io la chiamavo "sorellona" la stava distruggendo dall'eccitazione.
"Zitta," sibilai, ma fu inutile. I suoi suoni di piacere stavano diventando troppo rumorosi, troppo rischiosi.
Mi fermai per un istante, il cazzo ancora sepolto in fondo alla sua fica. Lei protestò, un lamento lamentoso, il bacino che si muoveva cercando di nuovo la mia spinta.
I miei occhi caddero per terra, accanto al letto. Lì, in un mucchio di vestiti, c'erano le sue mutandine. Il pezzo di stoffa sottile che aveva coperto quella fica che ora stava scopando.
Un'idea. Un'idea da Federica. Un'impulso selvaggio e dominante.
Mi staccai da lei, uscii dalla sua fica calda e bagnata con un bagnato schiocco. Lei emise un lamento di protesta, ma io non ascoltai. Mi chinai, afferrai le sue mutandine. Erano ancora calde, umide del suo stesso desiderio. Tornai su di lei, il mio viso duro come la pietra.
"Ti avevo detto di stare zitta," dissi.
Prima che potesse reagire, le aprii la bocca e le infilai dentro le sue stesse mutandine. L'intimo di seta le riempì la bocca, soffocando i suoi suoni. I suoi occhi si spalancarono, un misto di shock e di un'eccitazione ancora più profonda che mi trasudava da ogni poro.
Poi la mia mano si chiuse attorno al suo collo.
Non per strangolarla. Ma per dominarla. La presa fu ferma, decisa. Le mie dita si sigillarono sulla sua gola, sentendo le vibrazioni dei suoi gemiti soffocati. Il pollice premette contro l'osso ioideo, un punto di controllo e di piacere.
"Adesso non puoi urlare, sorellona," sussurrai, il mio volto a pochi centimetri dal suo. "Adesso puoi solo gemere per me."
E con questo, la scopai ancora più forte. Tropo forte.
Rientrai in lei con una violenza che fece tremare il letto. Ogni colpo era un pugno, un'affermazione di potere. Il mio cazzo la riempiva, la dilatava, la possedeva fino in fondo. Le sue mutandine in bocca trasformavano i suoi urli in gemiti soffocati, suoni primitivi che mi eccitavano ancora di più.
Il mio corpo si muoveva con un ritmo bestiale, senza pietà. La presa sulla sua gola si fece più forte, non per toglierle il fiato, ma per farle sentire chi comandava. Lei era mia. Mia cazzo, mia sorella, la mia troia.
I suoi occhi mi fissavano, sgranati, pieni di lacrime di piacere.
Dentro la sua fica era un'altra dimensione. Era calda, stretta, incredibilmente viva. Ogni centimetro del mio cazzo era avvolto da una pressione umida e avvolgente che mi succhiava dentro, che mi stringeva ad ogni mia spinta. Era una sensazione animalesca, un piacere così grezzo e potente che cancellava ogni altro pensiero. C'era solo il mio cazzo, la sua fica, e il ritmo che li univa.
E il dominio. Quello era l'ingrediente segreto, la droga che mi faceva impazzire. Guardare quella troia di mia sorella, con le sue mutandine in bocca e la mia mano stretta attorno al suo collo, era la visione più eccitante che avessi mai avuto. Era mia. La stavo possedendo, distruggendo, trasformando in quella puttana che avevo sempre desiderato in segreto.
Sentii il suo primo orgasmo. La sua fica si contrasse in una serie di spasmi potenti, che strinsero il mio cazzo in una morsa quasi dolorosa. Un gemito soffocato le sfuggì dalle labbra, il suo corpo si tese tutto, le gambe che mi strinsero con violenza.
Ma io non mi fermai.
Ignorai il suo piacere. La continuai a scopare, con la stessa forza, la stessa violenza. E ne arrivò un secondo. E poi un terzo. Ondate di piacere che la travolgevano, uno dopo l'altro, senza tregua. Era così sensibile, così eccitata, che ogni mia spinta le provocava un nuovo orgasmo. Impazziva sotto di me, il corpo che si contorceva in un'orgia incontrollabile di piacere.
Cercò di protestare, un suono lamentoso che cercava di liberarsi dalle mutandine.
"Eh no, sorellona, non ti sei mica stancata, vero?" le sibilai, stringendo ancora di più la mano sul suo collo, tappandole la bocca con il palmo. "Stai zitta e prendi tutto."
La portai al limite. Le sue contrazioni divennero più deboli, i suoi gemiti più flebili. I suoi occhi iniziarono a girare, la pelle del suo viso a scurirsi. Era sul punto di svenire, travolta dal piacere e dalla mancanza d'aria.
Fu allora che sentii la mia fine avvicinarsi.
Mi tiri fuori da lei con un ultimo, umido schiocco. La sua fica era un buco rosso e pulsante, aperto e vuoto. Mi alzai, il cazzo che tremava in mano, puntato dritto verso di lei.
Lei era lì, stesa sul letto, le cosce ancora aperte, il corpo sudato che tremava debolmente. I suoi occhi erano a metà tra il cosciente e l'inconscio.
