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Erotika
Giochi Proibiti in Famiglia · Cap. 8
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Capitolo 8 di 9 26 min di lettura

sorellona fatti toccare!

ci sono di nuovo guai in paradiso...mentre ci avviciniamo drasticamente alla fine

Asiadu01
7 mesi fa · 1.2k letture · 4

Per un lungo momento restammo così, appiccicati, sudati, esausti. L'unico suono era il nostro respiro affannato, il ticchettio dell'orologio sulla parete che riprese a esistere.

Poi, con un gemito di stanchezza, Federica si staccò da me. Il cazzo le uscì dalla fica con un suono umido, scandaloso. Un filo di sborra la legava ancora a me, un ponte bianco e lucido che si ruppe solo quando lei si alzò in piedi, un po' barcollando.

Si guardò intorno, come se si risvegliasse da un sogno.

"Merda," disse, la voce ancora roca. "Ho un paziente tra quindici minuti."

Si avvicinò a uno specchio appeso alla parete e si sistemò il viso. Con le dita si riassestò i capelli, poi si passò un dito sul rossetto sbiadito, ridisegnando il contorno delle sue labbra. Fu un'azione rapida, professionale, quasi fredda. Ma poi si girò e mi guardò, e nei suoi occhi verdi c'era un calore nuovo, una tenerezza che non mi aspettavo.

Si avvicinò, si chinò su di me che ero ancora sdraiato sulla poltrona, e mi baciò. Fu un bacio diverso. Non fu il bacio della lotta, del gioco. Fu dolce, profondo. Le sue labbra si mossero lentamente sulle mie, una carezza, una promessa.

"La convincerai, amore mio," sussurrò contro la mia bocca. "Quella ipocrita della tua sorellona ci penserà su. E alla fine, vedrai, sarà tua. Sono fatta così, devono toccare il fondo per capire cosa vogliono."

Mi accarezzò il viso, un gesto quasi materno.

"Ma per ora," fece una pausa, un sorriso malizioso che le si disegnò sulle labbra, "per ora dovrai accontentarti di me."

Si raddrizzò, e con un gesto teatrale si diede un colpo sul suo culo ancora nudo.

"E non è poco, sai." Il suo sorriso si fece leggermente offeso, un pout giocoso. "Tra l'altro," aggiunse, lanciandomi un'occhiata fulminante nello specchio, "il mio culo è più tondo del suo. E più sodo."

Risi, un suono roco che mi strappò la gola. Mi alzai, mi sistemai i pantaloni, sentendo ancora la tela bagnata e appiccicosa contro la pelle. Le lanciai un'occhiata mentre allacciavo la cintura.

"Forse," ammisi con un sorriso. "Ma le tette di Gabri... le tette di Gabri erano la fine del mondo. Una cosa da non crederci."

Federica scoppiò a ridere. Una risata vera, sonora, che fece tremare il suo seno piccolo sotto la blusa.

"Ah, Ale... sempre il romantico cagnolino."

Si chinò di nuovo, ma quella volta fu solo per raccogliere dal pavimento il suo perizoma nero, una striscia di pizzo che si infilò con naturalezza, come se non fosse appena stata scopata sul posto di lavoro.

Era la verità. E la verità mi fece tornare la tristezza addosso, un mantello umido e pesante. Mi sedetti di nuovo sulla poltrona, la testa tra le mani. La voglia di lei svanì, sostituita da un vuoto enorme, un desiderio insopportabile per qualcosa che non potevo avere.

Federica si accorse subito del cambiamento. La sua risata si interruppe. Mi guardò, il suo sguardo che si fece acuto, penetrante. Si ravviò i capelli, si sistemò la gonna, e poi si avvicinò.

"Cosa c'è, cagnolino?" mi chiese, la voce dolce, quasi preoccupata. "Triste? Ti mancava la sorellona, eh?"

Non risposi. La guardai, ma non vidi lei. Vidi Gabriella. Vidi il suo viso mentre urlavo.

Federica si accovacciò davanti a me, le sue mani che mi strinsero le ginocchia.

"Hey," mi disse, il tono più serio. "Senti, abbiamo dodici minuti prima che il paziente arrivi. Posso fare qualcosa per farti stare meglio?"

Alzai lentamente lo sguardo. I miei occhi caddero sui suoi piedi. Stava ancora indossando i suoi tacchi a spillo neri, ma furono le calze a rete che li avvolgevano fino a metà coscia a catturare la mia attenzione. Il disegno a rombi neri sulla sua pelle chiara, il modo in cui le cingevano la caviglia sottile... fu come se mi ipnotizzassero.

Il suo sguardo seguì il mio, e capì.

In un attimo capì tutto.

Un sorriso lento, predatore, si disegnò sulle sue labbra.

"Ah," disse, la voce un sussurro carico di promesse. "Capisco."

Si alzò, si tolse i tacchi con un gesto fluido e li lasciò cadere a terra con due tocchi secchi. Poi, con un movimento deciso, si sedette sulla sua poltrona da psicologa, la grande poltrona in pelle che di solito occupava lei. Mi guardò, e nel suo verde c'era un comando.

"Buttati a terra."

Non fu una richiesta. Fu un ordine.

E io obbedii.

Mi lasciai cadere sul tappeto morbido, la schiena contro il legno freddo della scrivania.

"Togliti i pantaloni."

Di nuovo obbedii. Le mie dita furono un po' goffe, ma sbottonai i jeans e li abbassai insieme alle mutande, liberando il mio cazzo, già sodo e pulsante all'idea di quello che stava per accadere.

Federica si sporse in avanti, i suoi piedi calzati di rete nera che si sollevarono, che mi sfiorarono le cosce. Li mosse lentamente, con una sensualità studiata.

"Guardali, Ale," sussurrò. "Guarda come ti voglio."

Poi, con una lentezza che mi torturò, un piede si posò alla base del mio cazzo, l'altro sulla punta. La sensazione fu elettrica. La rete ruvida delle calze contro la pelle sensibile del glande, la pressione dolce ma ferma del suo arco plantare. Un brivido mi percorse la schiena.

"Ti piace?" chiese lei. "Ti piace il modo in cui ti tocco con i miei piedi?"

Non riuscii a parlare. Annuii, la gola secca.

Iniziò a muoverli. Un ritmo lento, un massaggio che fu quasi una preghiera. Un piede scivolò lungo l'asta, mentre l'altro premette contro le mie palle, sfiorandole con la punta delle dita avvolte nella rete.

"Chiudi gli occhi," ordinò lei. "Pensa a lei."

Mi strinsi, il corpo che si contrasse.

"No..."

"Sì, Ale. Pensa a Gabriella."

Il suo gioco mi fece male, ma allo stesso tempo mi eccitò in un modo che non avevo mai immaginato. Chiusi gli occhi.

L'immagine di Gabriella mi assalì.

"Lei non oserebbe mai," continuò Federica. "Lei non oserebbe mai sporcare i suoi piedini immacolati con il tuo cazzo. Lei è una brava ragazza. Io no."

Il ritmo dei suoi piedi accelerò.

"Lei ti negava, Ale. Ti negava da anni. Io no. Io ti davo quello che volevi."

Il mio corpo si tese come una corda di violino.

"Vieni, cagnolino," ordinò lei. "Vieni sui miei piedi. Sporcameli. Dimostrami che sei mio."

L'onda mi colpì.

Un'esplosione bianca che mi accecò.

Un urlo strozzato mi uscì dalla gola.

Il cazzo pulsò, un colpo violento contro la suola del suo piede. Poi un altro. E un altro ancora. Sborrai, una scarica calda e densa che le inondò i piedi, che si infilò tra la rete e la pelle.

Rimasi a terra, il petto che ansimava, gli occhi chiusi, il corpo che tremava.

Poi il ticchettio dell'orologio mi riportò alla realtà.

"Levati dal cazzo," disse lei, la sua voce di nuovo fredda, professionale. "Ho il paziente tra tre minuti."

Aprii gli occhi.

Lei era già in piedi. Si guardò i piedi, disgustata e compiaciuta allo stesso tempo. Si avvicinò a un piccolo frigorifero, ne tirò fuori una bottiglia d'acqua e con calma la versò sui suoi piedi, pulendoli.

Mi alzai di fretta, mi sistemai i pantaloni.

Federica si avvicinò e mi diede un bacio veloce sulle labbra.

"Io amo il mio cagnolino," sussurrò con un sorriso che non raggiunse gli occhi. "Ora vattene."

Mi spinse dolcemente verso la porta.

Tornai a casa.

Era tutto silenzioso.

Non c'era nessuno. Non Gabriella, non mia madre, non il suo compagno. Un silenzio tombale.

Passai la serata in una sorta di nebbia. Accesi la TV, mi feci un panino. Il tempo scorse lento, denso, senza che me ne accorgessi.

La serata scivolò via. Mia madre e il suo compagno tornarono, fecero finta di niente. Cenammo in silenzio. Gabriella non c'era. Chiesi dov'era. Mi dissero che era da un'amica.

Andai in camera mia.

Mi sdraiai sul letto, e finalmente il sonno mi prese, un sonno pesante, senza sogni.

Poi, nella notte, un peso leggero sul mio letto mi svegliò.

Un odore familiare. Il suo profumo.

Aprii gli occhi.

Era lei.

Gabriella.

Era china su di me, il suo viso illuminato solo dalla luce della luna che filtrava dalla finestra. E aveva una faccia strana. Non era più la faccia della vergogna, né della rabbia.

Era una faccia che non avevo mai visto.

Vuota, eppure piena di qualcosa che non riuscivo a decifrare.

Era calma.

Terribilmente calma.

Non disse nulla.

Mi guardò.

E io la guardai.

E per la prima volta non vidi più mia sorella.

Vidi una donna.

E ebbi paura.

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Asiadu01

giovane ragazza che da poco si sta approcciando alla scrittura di racconti erotici. se volete scrivermi: [email protected] blog tumblr: https://www.tumblr.com/asiadu01

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