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Erotika
Giochi Proibiti in Famiglia · Cap. 8
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Capitolo 8 di 9 26 min di lettura

sorellona fatti toccare!

ci sono di nuovo guai in paradiso...mentre ci avviciniamo drasticamente alla fine

Asiadu01
7 mesi fa · 1.2k letture · 4

"Non è stato reale?" mi alzai in piedi, un toro infuriato che si muoveva in un recinto troppo piccolo. "Mi stai dicendo che non era reale quando tremavi tutta mentre ti riempivo? Che non era reale quando hai gridato il mio nome mentre venivi? Era così finta da sembrare vera, Gabriella! Sei stata un'attrice premio Oscar!"

Il suo viso impallidì. Le mie parole erano pugnali, e la colpivano dove sapevo che avrei fatto più male. Si strinse ancora di più, come se potesse sprofondare nel divano e sparire.

"Lasciami in pace," sussurrò, la voce rotta.

"No," dissi, e la mia voce era ora un basso, pericoloso ruggito. "Non ti lascerò in pace. Non finché non smetterai di mentire. Sei con me, Gabri. Senti che c'è una cosa tra noi E l'ho sentita anche io."

Mi avvicinai di nuovo, ma questa volta non la toccai. Mi piazzai davanti a lei, un'ombra che la copriva.

"E io ti amo, Gabri. Ti amo da quando ero un bambino e non capivo cosa fosse quel caldo nello stomaco quando ti guardavo. E ti amo adesso, da uomo, e so esattamente cosa vorrei fare con te, per te, a te."

Lei scosse la testa, le lacrime che finalmente iniziavano a scendere, rigando le sue guance. "Non puoi dirmelo... non puoi dirlo tu..."

"E perché non posso?" gridai, la frustrazione che mi divorava. "Perché sono il 'fratellino'? Fanculo! Sono l'uomo che ti ha fatta urlare piangere di piacere! Sono l'uomo che ti ha vista, davvero vista, mentre ti spogliavi di quella maschera da brava ragazza! Posso darti tutto quello che vuoi, Gabriella. Tutto!"

"No," piangeva lei, scuotendo la testa come una indemoniata. "È sbagliato. Siamo fratelli..."

"NON SIAMO FRATELLI!" urlai io, con una voce che non mi apparteneva. "L'unica cosa che abbiamo condiviso sono i nostri fluidi! quando il mio cazzo è entrato dentro di te! Ricordi?! Quei fluidi che hanno macchiato le lenzuola dei nostri genitori!"

Il suo urlo fu straziato, un verso animale di dolore e vergogna. Si gettò il viso tra le mani, le spalle che sobbalzavano.

"E io ti amo," continuai, spietato, un boia che godeva del supplizio della sua vittima. "E tu, mi vuoi bene?"

Lei non rispose.

"Rispondi!" la presi per le spalle, scostandole le mani dal viso. La costrinsi a guardarmi. Il suo viso era una maschera di lacrime e terrore. "Mi vuoi bene, Gabriella? Dimmelo! Dillo dopo che ti sei fatta sborrare dentro dal tuo 'fratellino'!"

Lei scosse la testa, la negazione che era più di un semplice no. "No... non posso..."

"Perché sei fidanzata?" la presi in giro, la mia voce carica di disprezzo. "Per quel testa di cazzo di Matteo? Che ti dà? Ti fa venire come ho fatto io? Ti guarda come se volesse divorarti? Ti possiede? Ti fa sentire viva come ho fatto io io?"

"Lascialo stare," sussurrò lei, la voce debole, implorante.

"No! Lascia stare le tue cazzate! Lascia stare i tuoi sensi di colpa! Sei una vigliacca, Gabriella! Sei una vigliacca che si nasconde dietro una storia mediocre perché ha paura di vivere davvero! Paura di quello che senti per me!"

"Non è vero!" urlò lei, ma la sua era una protesta senza forza. "Ti voglio bene, Ale, come si vuole bene a un fratello!"

"FRATELLO?!" la spinsi via, con una forza che la fece cadere di lato sul divano. "Non mi venire a parlare di fratelli! I fratelli non si desiderano! I fratelli non si pisciano addosso dalla voglia di scoparsi la sorella! I fratelli non si masturbano pensando a lei mentre fa la doccia! I fratelli non le vengono dentro gridandole il nome!"

Mi sentivo esplodere, tutto il desiderio, la frustrazione, l'amore e l'odio che mi avevano consumato per anni che finalmente uscivano fuori, un fiume in piena di merda e di veleno che la sommergeva.

"Sei solo una troia," sibilai, e la parola le colpì in pieno viso come un secondo schiaffo, ancora più violento del primo.

usci di casa dopo questa affermazione poi, sbattendo la porta con tutta la mia forza.

poco dopo...*

Sentii lo schianto del mio bacino contro il suo, un colpo sordo e umido che riempì lo studio. Il legno della scrivania scricchiolò sotto di noi, un lamento che si mescolò ai suoi. Il mio cazzo la spinse ancora, un'asta di carne rovente che le apriva le viscere, e lei lo accolse, un'espansione umida e calda che mi succhiava dentro, che mi stringeva, che mi chiudeva in una morsa vivente.

"Ed io... io l'ho chiamata troia," sbavai contro la sua pelle, il respiro affannato che le appannava il collo. "Ho sputato in faccia a lei... a Gabriella..."

Federica gemette, un suono basso e profondo, e le sue gambe, che aveva avvolte intorno alla mia vita, si strinsero ancora di più. Le caviglie si incrociarono dietro la mia schiena, tirandomi dentro, costringendomi a spingere più a fondo. La sua gonna di pelle nera era arrotolata sulla sua vita, un nastro lucido contro la pelle pallida e sudata dei suoi fianchi. Il culo nudo, sodo e perfetto, scivolava sul legno liscio della scrivania ad ogni mia spinta, seguendo il ritmo primordiale che ci possedeva.

"Shhh, amore," sussurrò, ma la sua voce era un filo di velluto tagliente, un elogio avvolto nel veleno. "L'hai fatto. Sei stato forte. Hai finalmente detto la verità."

La sua mano mi afferrò i capelli alla nuca, una presa dolorosa che mi eccitò, mi costrinse a sollevare il viso, a guardarla mentre la scopavo. I suoi occhi verdi erano lucidi di piacere, di trionfo. Mi fissavano, mi leggevano, mi possedevano.

"Lei è una troia, Ale," sibilò, le labbra che si staccarono appena dal mio viso. "Una troia che si fa scopare dal suo 'fratellino' e poi fa la vittima. Meritava di sentirselo dire. Meritava di sentirselo dire da te."

Un'altra spinta, più profonda. Il mio cazzo la scollò, la riempì, le toccò il fondo. Lei gemette, la testa che si gettò all'indietro, la gola che si offrì a me, un invito a morire, a uccidere. La morsi. Le lasciai un segno rosso e viola sulla pelle chiara.

"E tu... tu sei un uomo," continuò lei, la voce rotta dal piacere, dalle mie coltellate. "Un uomo che prende quello che vuole. Che non ha più paura. Guardati."

Mi costrinse a guardare. Guardare il mio corpo che la possedeva. Il mio cazzo che appariva e scompariva, bagnato, lucido, che la sfondava. Guardai il suo seno piccolo e perfetto che oscillava sotto la blusa sbottonata, i suoi capezzoli duri che puntavano verso il soffitto.

"Guarda cosa fai a me," gemette, e il suo corpo si contrasse, una crisi improvvisa, un sussulto che mi avvolse. "Mi stai distruggendo... Dio, Ale... più forte... usami... usami per dimenticarla..."

Le obbedii. Aumentai il ritmo, diventai un animale, un pistone senza ritegno. Le sue mani graffiarono la mia schiena, le unghie che lasciarono solchi di fuoco sulla mia pelle. Il dolore mi eccitò, mi spinse oltre.

Poi mi fece uscire da lei e con i tacchi mi spinse sulla poltrona.

"È questa la differenza, amore mio," sibilò mentre mi cavalcava ora, sopra di me, sulla poltrona dello psicologo. Si era spostata, aveva preso il controllo. La sua gonna era ancora alzata, il suo culo che poggiava sulle mie cosce mentre mi scopava con una violenza che mi lasciò senza fiato. "Io non mi nascondo. Io ti dico quello che voglio. Voglio il tuo cazzo. Voglio la tua rabbia. Voglio che tu mi inculi come se fossi lei."

Si chinò, le labbra che mi sfiorarono l'orecchio.

"Sborra dentro di me, Ale. Sborra tutta la tua rabbia, la tua frustrazione, il tuo amore maledetto per quella puttana. Sbarrami la figa, riempimi. Mostrami chi sei."

Mi strinse, il suo corpo che si fece morsa, un vortice di carne e di piacere che mi risucchiò, che mi divorò.

Le sue parole furono il detonatore finale. L'immagine di Gabriella, la sua faccia di vergogna e desiderio, si fuse con quella di Federica, la sua sfrontatezza, il suo culo che si schiantava su di me. La rabbia, l'amore, il bisogno esplosero in un punto solo, alla base della mia schiena, un'onda di fuoco che mi divorò.

"Accetto!" gridai, e la mia voce fu un urlo strozzato, un rantolo di morte. "Sborro! Ti riempio, puttana!"

Il mio corpo si arcuò, un arco teso all'estremo che si spezzò. Il cazzo pulsò, un sussulto convulso dentro di lei, e poi esplose. Un getto bruciante, un'ondata calda e densa che le allagò le viscere. Un altro. E un altro ancora. Sentii lo sborro che mi colava dalle palle, che le imbrattava le cosce, un rivolo caldo e appiccicoso che la segnò come mia. La tenni stretta, le dita conficcate nella sua pelle, mentre svuotavo tutto me stesso dentro di lei, tutta la mia rabbia, il mio amore maledetto, la mia frustrazione. Fu un'esplosione violenta, un'accusa, una condanna. E lei prese tutto, gemette, tremò, il suo corpo che si contrasse intorno al mio per succhiarmi fino all'ultima goccia.

Indice dei capitoli
4 Cap. 9

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