quel lunedì fu un'eco vuoto. Mi mossi come un automa, sistemando casa, cambiando le lenzuola, cercando di cancellare le prove della domenica notte, ma era impossibile. L'odore di sesso era penetrato nel legno del letto, nelle pareti, nei miei pori. Ogni volta chiudevo gli occhi, vedevo i corpi nudi di Gabriella e Federica intrecciati sul letto dei nostri genitori. Sentivo ancora il calore della figa di Gabriella mentre la riempivo, il mio cazzo nella bocca di federica. Era un loop perenne, un film a luci rosse proiettato sulla parete interna del mio cranio.
Nel tardo pomeriggio, sentii le chiavi nella porta. Mia madre e il suo compagno. La casa tornò a riempirsi di voci normali, di routine. "Ale, tutto bene?" mi chiese mia madre, dandomi un bacio sulla guancia. Aveva l'odore del lavoro, di quel mondo di adulti che mi sembrava ora così lontano, così irreale. Come potevo risponderle? "Sì, tutto bene, grazie. Ho solo studiato e un po' sistemato." Una bugia che si dissolveva nel mio stesso respiro.
Gabriella invece, non tornò.
La cena fu un supplizio. Masticavo il cibo senza assaggiarlo, i miei pensieri perennemente proiettati verso la porta, aspettando di vederla entrare, di capire cosa pensasse, come mi avrebbe guardato. Ma il posto accanto a me rimase vuoto.
Più tardi, mentre lavavo i piatti, il padre di gabri entrò in cucina. "Nessuna notizia da Gabry?" chiese, con un tono che cercava di essere casuale.
"No. Sarà uscita con le amiche," risposi, senza voltarmi.
"E con Federica, immagino. Quella non la lascia mai in pace," borbottò lui, gettando bucce di banana nel secchio dell'umido. "Mi preoccupa, Ale. Non so... mi sembra che la tiri un po' troppo per le lunghe, che la coinvolga in situazioni un po'... strane."
Mi bloccai, le mani immerse nell'acqua calda e saponata. Strane. Se solo avessi saputo.
" è la sua migliore amica. Sono come sorelle," mentii ancora, la voce che usciva più rocca di quanto avessi previsto.
Mi guardò per un istante, un'espressione strana sul volto, poi scosse la testa. "Forse hai ragione. Sono io che invecchio e vedo problemi dove non ce ne sono." Uscì dalla cucina, lasciandomi solo con le mie bugie e il rumore dell'acqua che scorreva.
Strano come la normalità potesse essere così grottesca.
Il martedì mattina fu difficile, andai a fare un giro e pranzai fuori con amici per non pensare troppo. Il mio mondo si era ristretto alla stanza da letto dei miei genitori, a quel letto che ora era un altare profanato. A Gabriella, con il suo corpo morbido e il suo sguardo di terrore e piacere. A Federica, con il suo sorriso di diavolo e la sua bocca avida.
Il pomeriggio tornai a casa, il caldo era un'entità fisica, una coperta umida e pesante che ti si appiccicava alla pelle e ti rubava il respiro. L'aria condizionata era un sospiro di refrigerio, un'illusione che si infrangeva non appena varcavi la soglia. E lì, seduta sul divano con le ginocchia al petto, c'era lei.
Gabriella.
era cambiata. O forse ero io a vederla diversamente. Indossava un paio di pantaloncini, e una canotta bianca che aderiva alle sue forme, mettendo in evidenza il solco tra i suoi seni. I suoi capelli sembravano più spenti, la sua pelle un po' meno luminosa. Sembrava stanca. Oppure solo molto, molto confusa.
I nostri occhi si incrociarono per un secondo, un attimo eterno in cui il mondo intero si fermò. Poi distolse lo sguardo, fissando un punto indefinito sul pavimento.
"Gabri," sussurrai, la voce che mi uscì roca, incerta.
Lei si limitò a fare un cenno col capo.
"Mamma... mi ha detto che eri tornata," continuai, avvicinandomi lentamente, come mi avvicinerei a un animale spaventato. "ora loro non ci sono giusto?".
Lei annuì, senza guardarmi. "Sono usciti. Fanno la spesa."
Ogni passo verso di lei era un passo su un campo minato. L'aria tra noi era densa di tutto ciò che non era stato detto. L'odore della domenica notte sembrava aleggiare ancora nella stanza, un fantasma di piacere e di colpa. Mi fermai davanti a lei, il mio cuore che martellava nel petto.
"Come stai?" chiesi, la voce un filo sottile.
Lei alzò finalmente lo sguardo verso di me, i suoi occhi castani erano due pozzi di tormento. "Bene," mentì, la voce piatta. "Sono stata da Matteo." Il fidanzato. Il nome mi colpì come una pugnalata fredda. "Abbiamo parlato."
Sospirai, non sapendo cosa dire. Cosa si poteva dire? 'Mi dispiace se ti ho distrutta con il mio cazzo?' Non c'erano parole.
"Posso... posso sedermi?" chiesi, indicando il divano.
Lei scosse la testa, quasi impercettibilmente. "Meglio di no."
Mi sedetti lo stesso, ma non accanto a lei. Mi sdraiai all'altro capo del divano, guardando il soffitto. Il silenzio era una tortura. Poi, lentamente, mi spostai. Mi avvicinai. Il mio corpo trovò il suo, e mi avvolsi a lei come un'otaria. Il mio braccio le circondò la vita, il mio petto contro la sua schiena, il mio viso sepolto nei suoi capelli. Sentivo il profumo del suo shampoo, mescolato a un'eco del mio sudore, del mio sperma. Un odorava di potere e di sconfitta.
Lei si tese, un arco di legno teso, ma non si divincolò. Rimase immobile, una statua di vergogna e incertezza.
"Gabri," sussurrai, le mie labbra contro il suo orecchio. "Quella notte..."
"Non parlarne," tagliò corto lei, la voce tremante.
"No, devo. Devo dirti..." La mia mano, con una volontà sua, scese lungo il suo fianco. Sotto la canotta, la sua pelle era un fuoco. "Non è stato solo sesso. È stato... tutto. Ho sentito la tua anima, Gabriella. L'ho sentita tremare sotto le mie mani. Ti ho vista. Davvero vista."
Il mio respiro si fece più affannoso. La mia mano continuò il suo viaggio, scivolando sotto l'elastico dei suoi pantaloncini. Trovai il bordo del suo perizoma, un sottile filo di cotone umido di calore. Le mie dita si fermarono lì, sul limite.
"Ricordi come tremavi? Ricordi il mio nome sulle tue labbra? Non era il nome di un fratellino, Gabri. E lo sai."
Lei gemette. Il suo corpo, lentamente, con la resistenza di una molla vecchia e arrugginita, cedeva. La sua schiena si curvava, inarcandosi verso la mia mano.
"Ale... non possiamo," ansimò, ma la sua era una protesta debole, senza convinzione.
"Ricordi il mio cazzo dentro di te?" le sussurrai all'orecchio, la voce roca di desiderio. La mia mano scese un altro centimetro, le mie dita che ora sfioravano i suoi peli pubici, morbidi e folti. "Eri così bagnata. Eri pronta per me da sempre. Sentilo... lo senti ancora, vero? Quel vuoto che ho lasciato."
La mia mano infine la trovò. La sua figa. Calda, already, already, umida. Le mie dita la esplorarono, non con delicatezza, ma con la bramosia di chi conosce già la strada. La trovo, quel piccolo nocciolo di piacere, e la strinsi leggermente tra il pollice e l'indice.
Lei sussultò come scossa da una scossa elettrica. Un gemito, profondo e animalesco, le sfuggì dalle labbra.
"Oh, Dio... Ale..."
"Sì," risposi io, la mia voce un trionfo. "Grida il mio nome. Ancora."
La accarezzai lì, con movimenti circolari, lenti e metodici. Sentivo il suo corpo rispondere, i muscoli delle sue cosce che si tendevano, il suo respiro che si faceva più corto, più affannoso.
E fu allora che il mondo esplose.
Una scintilla, un sibilo d'aria, e poi il tuono. Un suono secco, uno schiaffo che mi girò la testa da un lato, facendomi vedere tutto per un attimo in tilt. La guancia mi bruciava, un fuoco acuto che si propagava fino al collo. Il suo anello aveva lasciato un solco rovente sulla mia pelle.
Mi fermai. La mia mano si ritrasse come morso da un serpente. La bocca di Gabriella era spalancata, gli occhi pieni d'orrore, come se non credesse nemmeno lei a quello che aveva appena fatto. Il piacere che l'aveva inondata solo un secondo prima si era dissolto, sostituito da una barriera di ghiaccio spessa un metro.
"Non toccarmi," sibilò, la voce che tremava di rabbia e di paura. Si districò dalla mia presa con una violenza che non le conoscevo, si rannicchiò all'altro lato del divano, stringendo le ginocchia al petto come se potesse proteggersi da me, da se stessa, da tutto. "Cosa cazzo stai facendo, Ale?!"
"Cosa cazzo sto facendo?" ribatté io, la rabbia che mi montava in petto, bollente e acida. La sentivo pulsarmi nelle vene, un veleno che cancellava ogni dolcezza, ogni ricordo del suo calore. "Stavo continuando quello che abbiamo iniziato! Stavo riportandoti dove vuoi essere!"
"NON È VERO!" urlò lei, la voce che si spezzava. "È stato un errore! Un momento di debolezza! Lo eravamo entrambi, è stato... è stato il caldo, l'alcool, il gioco di quella puttana di Federica... Non è stato reale!"
