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Erotika
Giochi Proibiti in Famiglia · Cap. 7
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Capitolo 7 di 9 22 min di lettura

triangolo con la sorella

un intenso e focoso triangolo con la vicina e la sorellona.

Asiadu01
7 mesi fa · 1.1k letture · 4

«Quella persona si chiama desiderio, Gabry. E si chiama Ale,» sussurrò Federica, avvicinandosi a Gabriella e baciandola dolcemente sulla spalla. «E ha una lingua che dovrebbe essere dichiarata tesoro nazionale.»

Poi si rivolse di nuovo a me, il suo sguardo che si faceva più intenso, più avido. «E tu, Ale? Cosa ne pensi? La vuoi ancora, la tua sorellina? O vuoi un'altra dose della tua zoccola preferita?»

Il respiro mi torna, un po' più profondo. Il mio sguardo lascia il soffitto e si posa su Gabriella. La vedo lì, accoccolata, un mix di vulnerabilità e estasi ancora impressa sul suo volto. Il desiderio ritorna, non un'eco, ma una fiamma viva. Non è una scelta, è un istinto.

«Voglio te, Gabriella», dico, la voce roca ma chiara, senza giri di parole. È una confessione diretta, spoglia. Ma devo essere onesto anche con me stesso. «Ma... non ce la faccio. Ho finito le energie.»

Federica scoppia a ridere, un suono carnale e trionfante che risuona nella stanza. Ride così forte che il suo corpo trema sul letto. Si alza su un gomito, i suoi occhi verdi che mi piovono addosso, pieni di una malizia infinita.

«Energia? Ma che dici, piccolino?» sussurra, la voce un veleno dolce. Poi il suo sguardo si sposta su Gabriella, un comando non detto che aleggia tra loro. «Forza, Gabry. C'è un altro modo per risvegliare un morto. Usa quelle tettone.»

Fa una pausa, godendo della reazione di imbarazzo di Gabriella prima di aggiungere, con un tono più basso, più complice: «So benissimo che sai come giocare con un bel cazzo. Fallo. Resuscitalo.»

Gabriella sembra rimpicciolirsi sotto le parole dell'amica, ma solo per un istante. Qualcosa si accende nei suoi occhi. Forse la sfida, forse la voglia di ribellarsi, forse... solo la fame. Quella fame che Federica ha menzionato. Si avvicina, il suo corpo morbido che scivola verso di me.

«Okay», mormora, guardandomi dritto negli occhi. Ma poi ferma tutto, la sua mano che si ferma a un pelo dal mio cazzo ancora flaccido. Il suo sguardo si fa duro, serio. «Ma sentitemi bene. Questa sarà la prima e l'ultima volta. Capito?»

Indica noi due con un cenno del capo. «Da domani... questa notte pazza non deve essere mai esistita. Tutto torna come prima. Siamo solo fratelli.»

Le parole sono una ferita, ma il suo sguardo mi dice un'altra storia. Un'altra bugia. E in quel momento, non mi interessa la verità. Voglio solo lei.

Senza aspettare una risposta, la sua mano mi avvolge. La sua pelle è così morbida, così diversa da quella di Federica. I suoi movimenti sono incerti all'inizio, esitanti, come se stesse imparando un nuovo strumento. Ma presto trova un ritmo, una dolce pressione che mi fa pulsare nelle sue dita. Mi guarda, il suo sguardo fisso sul mio cazzo, e lo vede reagire, vedendolo ingrossarsi, indurirsi sotto il suo tocco.

«Mmmh...» fa lei, un piccolo suono di sorpresa e piacere. Poi, con un movimento che mi toglie il fiato, si china. Le sue tette enormi, quelle che ho sognato per anni, si appoggiano sul mio petto. Prende il mio cazzo semi-eretto e lo schiaccia tra di esse. La sensazione è... divina. Il calore, la morbidezza, quel peso che mi avvolge. È meglio di qualsiasi figa, di qualsiasi bocca.

«È così che fai?» le chiede Federica, la sua voce un sussurro carico di eccitazione. «No, no, no... non così.» Si china, la sua faccia a pochi centimetri dalle tette di Gabriella. «Devi bagnarlo. Devi essere una troia, non una bambina.»

E Gabriella capisce. Sputa, un grosso sputo che atterra sul suo seno, proprio sulla mia cappella. Poi di nuovo, un altro sputo, più abbondante, che le scivola tra le tette, creando una scia calda e lucida.

«Sì...» geme lei, e questa volta il suono è diverso. È un suono di fame, di pura lussuria. «troppi anni... troppi anni di noia...»

Inizia a muoversi, le sue tette che mi avvolgono, che mi stringono, che mi segano. La sua testa è china, i suoi capelli che mi sfiorano le cosce. Mi guarda dal basso, i suoi occhi nascosti dietro gli occhiali, ma vedo il fuoco che brucia dentro di lei.

«Senti, Ale? Senti come ti sto resuscitando?» mi sussurra, la sua voce un sussurro carico di promesse. «Senti come il tuo cazzo torna vivo tra le mie tette?»

E io sento. Lo sento crescere, indurirsi, pulsare di vita. Il mio cazzo è un mostro tra le sue tette, un mostro che lei ha creato, che lei nutre con il suo desiderio. E io sono suo, e lei lo sa. Lo sento crescere, indurirsi, pulsare di vita. Il mio cazzo è un mostro tra le sue tette, un mostro che lei ha creato, che lei nutre con il suo desiderio. E io sono suo, e lei lo sa.

Il mio cazzo è una colonna di marmo rovente tra le sue tette, duro quasi al punto di far male. Ogni su, ogni giù, il glande che emerge da quel canyon di carne per poi sparire di nuovo, è una tortura divina. Gabriella è diventata un'altra. I suoi movimenti sono sicuri, il suo respiro pesante, i suoi occhi che mi fissano con una sfida che non mi aspettavo. È lei che comanda, ora.

Con un ultimo movimento, si solleva. Il mio cazzo schiocca libero, eretto, vibrante, ricoperto del suo sputo e del mio precum. Lei si allunga, si appoggia le mani sul mio petto, pronta a montarmi, a prendermi.

«Faccio io», mormora, e c'è un'aria di supponenza, di trionfo nella sua voce. «Ora tocca a me, fratellino. Senti com'è quando comanda una donna vera.»

Ma non arriva nemmeno a posizionarsi.

Una mano afferra il suo braccio. È Federica. Con un movimento secco, la ferma.

«Ma no, tesoro. Così non va», ride Federica, un suono tagliente, pieno di crudeltà e di eccitazione. Si rivolge a me, i suoi occhi verdi che sono due fessure di luce nel buio. «Vedi, Ale? La troietta che non chiava mai vuole fare la padrona. Guardala! È quasi patetica.»

Si sporge verso di me, il suo alito caldo sul mio orecchio. «No. Non è lei che comanda. Sei tu. Dai. Sottomettila. Mettila sotto di te e scopala come hai scopato prima me. Ti guido io.»

Le parole di Federica sono una scossa elettrica. Il controllo, la violenza, la possanza... è tutto ciò che voglio in quel momento. Con un ruggito che sale dalle mie viscere, mi scatto. Afferro Gabriella, non con delicatezza, ma con forza. La giro come se fosse una bambola, la sbatto sulla schiena, la costringo ad aprire le gambe con un calcio tra le sue cosce morbide. Un gemito di sorpresa e paura le esce dalle labbra.

«Così va meglio, troia», le sibilo in faccia.

Mi metto tra le sue cosce, le sue ginocchia piegate che mi accolgono. Le mie mani non aspettano. Le afferrano le tette, quelle enormi, magnifiche tette, ancora umide del suo sputo, ancora calde della spalmata precedente. Le stringo, le schiaccio, i miei pollici che le graffiano, i capezzoli duri che mi pungono i palmi. Lei geme di nuovo, un suono più profondo, un suono che sa di sconfitta e di desiderio.

Guido il mio cazzo, la cappella rovente che trova l'entrata della sua figa, già bagnata, aperta, pronta. Non attendo. Non la preparo. Entro. Tutto d'un colpo.

«AAAAAAAAH!»

È l'urlo di Gabriella, un lamento di dolore e piacere così intenso da farmi venire i brividi. È stretta, incredibilmente stretta, e il suo corpo si contorce sotto il mio.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
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