Spinsi lentamente, la mia cappella che superava la sua resistenza iniziale, entrando in quel caldo abbraccio. Un gemito profondo le uscì dalle labbra. La sua figa era incredibilmente stretta, una morsa calda e bagnata che mi avvolgeva, quasi mi soffocava di piacere.
«Così... sì...» mormorò, la voce rotta dal desiderio. «Adesso scopa, Ale. Scopami come se volessi distruggermi. Fallo vedere a Gabry, quando arriverà, cosa le manca.»
Mi mossi, le mie spinte iniziali incerte, presto diventarono più decise, più confidenti, guidate dalle sue parole, dai suoi gemiti, dal movimento dei suoi fianchi.Ogni colpo era più profondo del precedente, ogni movimento un atto di ribellione contro la mia timidezza, un'affermazione della mia virilità.
«Più forte... più profondo...» urlò, la voce un lamento di puro piacere. «Sì, così... stai imparando... stai imparando a essere un uomo... a essere quello di cui ho bisogno... quello di cui ha bisogno tua sorella.»
Le sue parole erano una spinta, un incitamento a superare ogni limite. Non ero più il ragazzino timido che spiava la sorellona. Ero un uomo, una bestia che stava imparando a godere, a dominare, a prendere quello che voleva.
«Adesso prendi i miei capelli...» mi ordinò. «Tirali. Fammi sentire che mi possiedi.»
Obbedii, mi aggrappai a quella folta chioma nera, la strattonai, costringendola a piegare la schiena, a offrirmi ancora di più. La vedevo da dietro, la schiena curvata, il collo teso, il suo fondoschiena che si schiantava contro le mie ossa del bacino ad ogni spinta. Era una visione selvaggia, una scena di pura, brutale lussuria.
Lei si godeva ogni momento, ogni mia incertezza, ogni mio atto di dominio. Era la mia maestra, la mia guida, la mia ninfomane.
«Adesso mettici un dito nel culo...» mi sussurrò, la voce un sibilo carico di perversione. «È un altro buco, Ale. Un altro buco che puoi riempire. Un altro piacere che puoi dare.»
Fui titubante per un istante, ma la sua insistenza fu più forte. inumidì il mio indice con la mia bava, poi lo pressai lentamente contro il suo piccolo buco nero. Federica gemette, spingendo indietro, accogliendolo. Lo sentii stringersi intorno al mio dito, un altro anello di carne calda e stretta.
«Sì... così... adesso senti... senti come sei dentro di me... senti come mi riempi dappertutto...» gemeva, il suo corpo che si contorceva sotto il doppio assalto.
Il mio dito la riempiva, un caldo, stretto anello di carne che pulsava in sincrono con il suo cuore. Sentivo il mio cazzo, dall'altra parte di quella sottile parete, scorrere dentro di lei, e la sensazione era quasi insopportabile. Ero pieno di lei, e lei era piena di me.
«Senti, Ale? Senti come sei dentro di me? Senti come mi stai riempiendo dappertutto?» gemette, il suo corpo che si contorceva sotto il doppio assalto. «Ora scopa, stronzo. Scopa come se volessi farmi venire la cervicale.»
Obbedii, le mie spinte diventarono più profonde, più violente. Ero un macchina, un pistone di carne e desiderio, spinto dai suoi gemiti, dalle sue parole. Il mio cazzo la riempiva, il mio dito la stendeva, e lei la godeva, una cagna in calore, una ninfomane insaziabile.
«Adesso... adesso mettici un altro dito...» mi ordinò, la voce rotta dal desiderio. «Allargami, Ale. Voglio sentirmi strabordare.»
Con la mano libera, mi bagnai l'indice e il medio, poi li spinser entrambi nel suo culo, sentendola aprirsi per me, accogliendoli con un gemito che era pura lussuria. Era un vulcano, un vortice di piacere, e io ero al centro di tutto, il causa e il effetto del suo godimento.
«Mmmh... sì... così...» mormorò, spingendo indietro i suoi fianchi. «Ora muovili, Ale. Muovili dentro di me mentre mi scopi. Voglio sentirmi piena, voglio sentirmi un'unica cosa con te.»
Obbedii, muovendo le dita dentro di lei in sintonia le mie spinte. La sentii gemere, sentii il suo corpo contrarsi, sentii la sua figa stringere il mio cazzo in una morsa che mi tolse il fiato. Era vicina, molto vicina.
«Cazzo, Ale... il tuo cazzo...» ansimò, la voce un sussurro rauco. «È meraviglioso... è perfetto... mi stai scopando come nessuno mai...»
Le sue parole mi esaltarono, mi diedero la forza di continuare, di spingere ancora più a fondo, di renderla mia. Ero un uomo, una bestia, e lei era la mia preda.
«Adesso... adesso vieni con me...» mi supplicò, la voce un lamento di puro desiderio. «Vieni dentro di me, Ale. Riempimi tutto. Voglio sentire il tuo sperma che mi scorre dentro.»
Non potevo più trattenermi. Con un urlo che le strappò la gola, sentii il mio cazzo esplodere, un fiume di sborra calda che la riempì, che la inondò. Gridai il suo nome, ancora e ancora, mentre il mio corpo si contorceva in uno spasmo di puro piacere.
Lei venne con me, il suo corpo che si arcuò in una posizione innaturale, un urlo che riempì la stanza. Le sue pareti vaginali si contrassero intorno al mio cazzo, spremendolo, succhiandolo fino all'ultima goccia.
Crollai su di lei, il peso del mio corpo che la schiacciava contro il materasso. Eravamo un ammasso di arti e sudore, i nostri respiri affannosi che si mescolavano nell'aria umida della stanza. Il mio cuore martellava nel petto, un tamburo selvaggio che sembrava voler scoppiare. Sentivo il mio cazzo, ancora pulsante, sfilarsi lentamente dalla sua figa, un filo della nostra unione che ci legava ancora.
Ma Federica non si era mossa. Era lì, sotto di me, immobile, il suo corpo che tremava leggermente. Poi, con un movimento che mi lasciò senza fiato, si girò, scivolando da sotto di me come un'anguilla. I suoi occhi verdi mi fissarono, famelici, avidi. Videro il mio cazzo, sporco del nostro sesso, ancora duro, ancora coperto dei nostri succhi.
«Lascia fare a me», mormorò, la voce un sussurro roco di desiderio.
Si chinò, i suoi capelli neri che mi sfioravano le cosce. Poi la sua lingua mi colpì, un sibilo bagnato e caldo che mi fece tremare da capo a piedi. Iniziò a pulirmi, leccando ogni centimetro del mio cazzo, con un lentezza studiata, una perversione che mi lasciò senza parole. Leccò la mia sborra, i suoi succhi, assaporandoli come se fossero il nettare degli dei. Era una dea della lussuria, una sacerdotessa del piacere, e io il suo fedele.
«Mmmh...» mormorò, sollevando lo sguardo verso di me, le sue labbra lucide e gonfie. «Sembri un teenager, Ale. Ma il tuo sapore... il tuo sapore è da uomo.»
Mi prese il cazzo tra le sue dita, stringendolo, sentendolo pulsare ancora. «Voto? Sette e mezzo. Un bel discreto. Per un debutto, non c'è male.»
Rise, una risata bassa e vibrante che mi fece vibrare le palle. «Ma si può fare meglio, sai? Molto, molto meglio.»
Si rialzò, con un movimento felino, e si strinse contro di me. I suoi seni, caldi e morbidi, si premero contro il mio petto. Il suo fiato era caldo sul mio collo.
«Torna», mi sussurrò all'orecchio, la sua voce un veleno dolce. «Non abbiamo finito.»
Mi spinse delicatamente sul letto, facendomi sdraiare sulla schiena. Poi si mise sopra di me, le sue gambe che mi accoglievano, la sua figa che si premeva contro il mio cazzo, ancora sensibile. Iniziò a segarmi, i suoi fianchi che si muovevano con una lentezza studiata, una sensualità che mi faceva impazzire.
«Sentilo, Ale? Sentilo come si risveglia?» mi sussurrò, i suoi occhi che mi fissavano, carichi di promesse. «Voglio prepararti per il secondo round. Voglio renderti duro come il marmo. Voglio che mi scopi fino a farmi dimenticare il mio nome.»
I suoi fianchi si muovevano con un ritmo incantevole, la sua figa che mi accarezzava, che mi stuzzicava, che mi portava sull'orlo del baratro. Il mio cazzo era meraviglioso, e lei lo sapeva.
«Voglio sentirti gridare il mio nome, Ale. Voglio che tu mi scopi come se volessi possedermi, come se volessi distruggermi. Voglio che tu mi faccia tua.»
Le sue parole erano un incantesimo, una preghiera che mi legava a lei, che mi rendeva suo schiavo. Ero suo, e lei lo sapeva.
«Mmmh... sì... così...» mormorò, spingendo indietro i suoi fianchi. «Senti come ti sto preparando? Senti come ti sto rendendo perfetto?»
Mi sentivo esplodere, sentivo il mio corpo che si contorceva sotto il suo, sentivo la mia eccitazione che saliva come un'ondata. Ero pronto, pronto per il secondo round, pronto per essere suo, pronto per possederla.
Poi, la porta si aprì.
Era Gabriella. Indossava una vestaglia di seta bianca, leggera, trasparente. Il suo corpo era una silhouette nella luce della stanza, una visione di purezza e desiderio. I suoi occhi ci fissavano, pieni di imbarazzo, di paura, ma anche di una curiosità che non poteva nascondere.
Federica si fermò, i suoi fianchi che si immobilizzarono. Mi guardò, poi guardò Gabriella. Un sorriso, triste e comprensivo, le increspò le labbra.
«Cosa ci fai qui, Gabry?» le chiese, la voce un sussurro carico di complicità.
Gabriella si avvicinò, i suoi piedi nudi che non facevano rumore sul pavimento. Si fermò accanto al letto, il suo sguardo che scendeva su di me, sul mio cazzo, ancora duro, ancora coperto dei nostri succhi.
«Posso... posso unirmi per questo round?» le chiese, la voce un filo debole e tremante. Era imbarazzata e spaventata, ma c'era anche una determinazione, una voglia di vivere, di sentirsi viva, di godere, di perdere il controllo.
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