nude, una contro l'altra. Due corpi perfetti che si scontravano. Si menarono, si graffiarono, si mordero. Non era un gioco. Era una lotta brutale e primordiale, un balletto di violenza e desiderio. Le loro tette si scontravano, le loro gambe si intrecciavano in una lotta per il dominio. Gabriella, più forte, riuscì a ribaltare la situazione per un istante, cercando di fuggire, ma Federica la bloccò, le afferrò i polsi e li spinse sopra la sua testa, immobilizzandola.
Erano lì, al petto a petto, il respiro affannoso, i corpi sudati che si sfioravano.
«Ale! Vieni!» urlò Federica, la voce carica di un trionfo feroce. «Aiutami a darle quello che vuole! Che lei lo voglia o no!»
Mi alzai, come attratto da una forza magnetica. Ero confuso, spaventato, ma anche elettrizzato. Vidi Gabriella sotto Federica, gli occhi pieni di lacrime, ma anche di un desiderio che non riusciva più a nascondere. Vidi il suo corpo teso, le tette dure, le gambe leggermente divaricate in un invito involontario.
Mi avvicinai, il mio cazzo duro e pulsante come un sasso. Federica mi guardò, un sorriso diabolico sul volto. «Senti che bagnata è, Ale. Senti.»
Mi prese la mano e la portò tra le gambe di Gabriella. La sentii. Calda, bagnata, pronta. Gabriella emise un lamento, un suono di sconfitta e di resa.
«Ora è tua», sussurrò Federica. «Prendila.»
Lei mantenne i polsi di Gabriella bloccati, ma con l'altra mano mi aiutò, mi guidò. Mi portò la punta del mio cazzo all'ingresso della figa di Gabriella.
«Senti, Ale? È questo che volevi da sempre, no?»
Non risposi. Non potevo.
Gabriella si lamenta. Un suono straziato che nasce in fondo alla gola. «No... Ale, no... Fermati, ti prego...» Le sue parole sono frammentate, piagnucolanti, rotte dai singhiozzi. Il suo corpo si contorce, una lotta disperata sotto il peso di Federica. Le sue gambe si agitano, calci deboli e impotenti che cercano di spingermi via, di fermare l'inevitabile. La punta del mio cazzo, calda e dura, preme contro la sua entrata, un promessa di ciò che sta per accadere.
Poi, lo schiaffo.
Il suono secco e violento risuona nella stanza, più forte delle sue grida. Federica le ha sferrato una schiaffata così forte che la testa di Gabriella si è girata di lato. Sulla sua guancia rosea appare subito il segno rosso delle dita di Federica.
«Ma che cazzo sei, una demente?!» la sgrida Federica, la voce carica di una rabbia fredda e tagliente. «Ti lamenti da mesi che non hai un cazzo che ti scopa! Che sei stanca di quel coglione del tuo fidanzato che non ti tocca nemmeno più!»
Federica le afferra i capelli, costringendola a guardarla negli occhi. «Adesso hai un cazzo, Gabry! Un cazzo duro e pulsante, solo per te! E tu cosa fai? Lo prendi a calci?!»
Un altro schiaffo, dall'altra parte. Più forte. Gabriella emette un lamento, più di sorpresa che di dolore. Le lacrime le rigano il viso, ma i suoi occhi... i suoi occhi sono cambiati. Qualcosa si è rotto dentro di lei. La vergogna, la rabbia, l'umiliazione... tutto si è fuso in una singola, devastante consapevolezza.
Federica ha ragione.
La situazione, con la sua violenza e la sua crudeltà, l'ha illuminata. Si è resa conto di quanto fosse patetica la sua vita, le sue lamentele, la sua frustrazione. E si è resa conto di quanto desiderasse...
Con una forza disperata, un urlo che le strappò la gola, Gabriella si divincolò. Un calcio violento, ben assestato, mi colpì leggermente alla coscia, mentre un altro spinse via Federica. Riuscì a rialzarsi, tremante, i capelli un velo arruffato sul viso contorto, la guancia ancora rossa per gli schiaffi. Si tirò indietro, contro il muro, come un animale braccato.
«Siete impazziti! Siete tutti impazziti!» urlò, la voce spezzata dal pianto. Poi lo sguardo si fissò su di me, un misto di terrore e accusa. «È mio fratello! È incesto, cazzo!»
La parola "incesto" rimase sospesa nell'aria, pesante, innaturale. Ma era solo la prima crepa. Subito dopo, la diga crollò del tutto.
«Sì, vorrei scopare! Ammetto!» urlò, come se le parole le uscissero contro la sua volontà. «Cazzo, ammetto tutto! Odio il mio fidanzato! Odio la sua faccia da deficiente, le sue carezze da bambino, il suo cazzo che non sa cosa farsene! Vorrei scopare! Vorrei tornare a essere la selvaggia di qualche anno fa! Vorrei succhiare quel cazzo...» il suo dito mi indicò, tremante, «...fino a farmi venire in gola! Ma non lo faccio! Non lo faccio perché ho un cervello! Ho buon senso!»
Stava urlando, confessando, distruggendosi. E io ero lì, in piedi, con il cazzo duro che pareva sul punto di esplodere, un martello di carne pulsante tra le gambe, testimone e causa della sua disintegrazione.
Federica si rialzò lentamente, senza rabbia. Un sorriso, triste e comprensivo, le increspò le labbra. «Finalmente. Sono felice che tu l'abbia ammesso, quantomeno a te stessa.»
Si avvicinò a Gabriella con passo lento, non più da predatrice, ma da un'amica che capisce. Le allungò una mano, non per afferrarla, ma per accarezzarle il braccio. «Mi dispiace per gli schiaffi, Gabry. Lo giuro. Ma capisci solo così... a te non bastano le parole. Ti servono i fatti. Ti serve qualcuno che ti spezzi per farti vedere quello che desideri davvero.»
Gabriella non si ritrasse. Si lasciò toccare, le lacrime che continuavano a scendere, il respiro ancora affannoso. Fissava il vuoto, forse elaborando la verità che aveva appena urlato, forse sentendo, per la prima volta, il peso insopportabile delle sue stesse menzogne.
E io lì, fermo, immobile. Il mio cazzo era ancora lì, un monumento di carne alla mia eccitazione, al mio desiderio, a questa situazione folle e meravigliosa. Era un promemoria costante che la guerra non era finita. Era solo cambiata.
Federica mi guardò, un lampo complice nei suoi occhi verdi. Un cenno quasi impercettibile del capo. Un invito. E io, come un burattino i cui fili erano stati finalmente mossi, mi avvicinai. Entrai in quell'abbraccio rotto, unendo il mio corpo sudato e tremante al loro. La mia erezione si premette contro la coscia di Gabriella, un'argomentazione silenziosa e inequivocabile.
«Gabry...» la mia voce era un roco sussurro, quasi inaudibile. «Non sto scherzando. Ti amo... te l'ho sempre detto, ma non sai cosa intendevo davvero. Fin da piccolo, da quando ho iniziato a capire certe cose. E cavolo, questo... questo è il mio sogno nel cassetto, quello che non ho mai detto a nessuno.» Le presi il viso tra le mani, costringendola a guardarmi. I suoi occhi erano un oceano di lacrime e confusione. «Ti prego. Siamo qui. L'eccezione di una volta. È notte fonda, abbiamo bevuto, facciamo questa cazzata. Questa una volta nella vita.»
Federica si strinse più forte a lei, sfiorandole la guancia con le labbra. «Fagliela provare, Gabry. Solo una volta. Che male c'è? Glielo concedi. Conceditelo a te.»
Per un attimo, il mondo si fermò. Gabriella sembrò cedere, il suo corpo si rilassò contro il nostro, un sospiro le sfuggì dalle labbra, come una resa. Poi, con uno sforzo visibile, si distaccò. Si asciugò il viso con il dorso della mano.
«Voglio... voglio stare un attimo da sola», disse, la voce fragile ma ferma. Non guardò nessuno dei due, fissò il pavimento.
Federica sospirò, ma non insisté. Mi prese per la mano. «Andiamo. Le diamo il suo tempo.»
Mi guidò fuori dalla stanza, verso la camera matrimoniale, quella del compagno di mia madre e di mia madre. Il letto era enorme, un regno di lenzuola bianche e disordinate.nostri corpi illuminati appena dalla luce della luna che entrava dalla finestra.
Federica si sdraiò accanto a me sul letto enorme, il suo corpo morbido e caldo contro il mio. Per un momento ci limitammo a respirare, il silenzio rotto solo dai nostri cuori che battevano all'impazzata. Poi si girò su un fianco, i suoi occhi verdi che mi scrutavano nell'oscurità, lucidi e penetranti.
«Quando tua sorella arriverà...» mormorò, la voce un filo carico di promesse e minacce, «...dovrai stravolgerla. Dovrai scoparla in un modo che non dimenticherà mai. Deve ricordare il tuo cazzo per il resto della sua vita.»
Si alzò, con una grazia felina, e si mise a pecorina nel mezzo del letto, rivolgendo verso di me il suo fondoschiena perfetto, le cosce slightly divaricate. La sua figa, ancora umida e gonfia dal nostro precedente incontro, si apriva come un fiore notturno.
«Ma prima...» aggiunse, guardandomi di sfuggita sopra la spalla, un sorriso diabolico sulle labbra, «...ora ti insegno come si scopa una vera cagna.»
Mi fece cenno di avvicinarmi. Ero goffo e timido, il mio cazzo duro come il marmo ma la mente un vortice di incertezza. Mi posizionai dietro di lei, le mie mani che tremavano leggermente mentre le appoggiavo sui suoi fianchi.
«Non entrare subito, Ale. Prima senti», mi guidò, la voce un sussurro perverso. Prese la mia mano e la portò tra le sue gambe, facendomi sentire il calore, l'umidità. «Sentila come trema? È tutta per te. È affamata.»
Mi prese il cazzo e lo guidò, facendolo scorrere lentamente su e giù per la sua fessura, bagnandolo completamente. «Giocaci. Fallo impazzire. Fallo desiderare di entrare.»
Obbedii, i miei movimenti iniziali goffi e incerti, ma presto la sua guida esperta e la sua eccitazione contagiosa mi resero più audace. Il mio cazzo scivolava su e giù per la sua fessura, sfiorando il suo clitoride ad ogni passata, facendola gemere.
«Dai... entra...» sibilò, spingendo indietro i suoi fianchi. «Ma fallo piano. Voglio sentire ogni singolo centimetro che mi riempie.»
