Zia le rispose con uno sguardo acceso.«Voglio sentirlo implorare.»
Le loro bocche si rincorrevano, si rubavano il piacere di toccarmi, mentre io cercavo di resistere a quell’ondata calda che cresceva a ogni secondo. Le mani di Adriana mi stringevano i fianchi, il respiro di Zia scaldava ogni zona che sfiorava.
Stavamo per perderci in quel momento.Adriana si sollevò di poco, guardandomi con quel sorriso pieno di peccato.
«Ora ti voglio dentro.»Lo disse con una voce che era miele e veleno insieme, e si sedette sopra di me, pronta a guidarmi.
Ed è lì, proprio in quell’istante, mentre il mio cuore martellava e il suo corpo caldo si avvicinava al mio, che un rumore improvviso ci gelò.
Uno scricchiolio nel corridoio.Il passo pesante e lento di una ciabatta che sfrega sul pavimento.
I nostri sguardi si incrociarono, Zia si tappò la bocca con una mano e Adriana rimase immobile, il respiro spezzato.
«Dove ho messo gli occhiali…» borbottò la voce della nonna, mentre attraversava il corridoio diretto al bagno.
Restammo fermi, il fiato sospeso. Le mani di Adriana ancora sulle mie cosce, Zia piegata su di me con il viso arrossato dall’imbarazzo e dall’eccitazione trattenuta.
Sentimmo il rumore della porta del bagno che si chiudeva.
Adriana abbassò lo sguardo, scoppiando in una risatina soffocata, e Zia scosse la testa.«Giuro, un’altra volta e la faccio fuori.»Lo disse a mezza voce, ancora piegata su di me, mentre il desiderio non si era per nulla spento, solo rimandato.
estammo immobili per lunghi secondi, il respiro sospeso, i corpi ancora intrecciati a metà, il desiderio che non accennava a spegnersi ma rimaneva lì, come un braciere ardente sotto la cenere. Sentivo il cuore battere forte, il respiro di Adriana caldo sul mio collo, le dita di Zia ancora chiuse attorno a me, come se non volesse lasciarmi andare.
Poi fu proprio Zia a staccarsi per prima. Si tirò indietro, sedendosi sul bordo del letto, il viso ancora segnato da quel misto di piacere trattenuto e nervosismo. Si passò una mano tra i capelli scomposti e abbassò lo sguardo.
«Basta.»Lo disse piano, sottovoce, ma con una decisione che ci fece gelare il sangue.
Adriana sollevò la testa, ancora appoggiata al mio petto, e io le lanciai un’occhiata. Nessuno dei due ebbe il coraggio di parlare.
Zia si voltò verso di noi, le labbra appena socchiuse, e in quegli occhi lucidi lessi qualcosa di strano. Non era solo desiderio, non era solo confusione. Era paura. Era resa.
«Non posso rinunciare a tutto questo.»Lo sussurrò, mordendosi il labbro, come se anche solo dirlo ad alta voce fosse troppo.
Si alzò in piedi, iniziando a rimettersi lentamente a posto la vestaglia, senza smettere di fissarci.«Ma ora… ora la posta in gioco è peggio di prima.»Indicò Adriana con un cenno appena accennato.«Perché ora ci sei anche tu. E non è più solo un gioco, Adri. È una cazzo di bomba a orologeria.»
Adriana non distolse lo sguardo, le labbra leggermente gonfie e gli occhi accesi.«Lo so mamma. Hai ragione.»La sua voce era roca, bassa, e io la sentii tremarmi addosso.
Zia sospirò, poi si avvicinò di nuovo e si chinò verso di noi. Il suo profumo addosso era ancora intenso, e quando parlò fu un sussurro caldo e ruvido.
«Domani… vi porto al mare.»Fece una pausa.«C’è un posto dove andavo da ragazzina. Lontano da tutti. Nessuno ci disturberà lì. E giuro che… troverò il modo di rimediare a questa merda di interruzione.»Ci fissò, il sorriso di nuovo sulle labbra, quello sfrontato e pericoloso che conoscevo fin troppo bene.«Promesso.»
Si voltò e uscì dalla stanza per andare in bagno, lasciando dietro di sé solo il profumo della pelle e una scia di tensione irrisolta.
Adriana rimase immobile sopra di me, poi scivolò piano al mio fianco, poggiando la testa sulla mia spalla.
rimanemmo ancora qualche istante in silenzio, poi lei mi guardò e sorrise appena.
«Domani sarà interessante.»Lo disse piano, mentre scivolava via dal letto, raccogliendo le sue cose.
La seguii, e insieme, con le lenzuola ancora stropicciate e il cuore pesante, tornammo piano in camera nostra, senza aggiungere altro. L’odore di lei sulla mia pelle mi accompagnò tutta la notte.
Il sole filtrava pigro dalle tende quando bussarono piano alla porta.
«Ale, Adri… sveglia. Tra mezz’ora si parte.»
La voce di Zia, appena rauca, come se la notte non fosse mai esistita. Ma io e Adriana sapevamo bene cos’era successo, e ancora di più cos’era rimasto in sospeso. Adri dormiva con una gamba su di me, il viso premuto contro il mio petto nudo. Le sue dita giocherellavano distrattamente sulla mia pelle, come se anche nel sonno avesse bisogno di tenermi lì.
Avevamo passato ore quella notte a parlare, senza filtri. Di tutto quello che eravamo stati, di come ci eravamo sempre ignorati, odiati, sfidati… e di come, adesso, non riuscivamo più a stare lontani.
Si stiracchiò piano, sbadigliando.
«Mmm… oggi mare, eh?» sussurrò, la voce roca del mattino.
«Così pare.» Le baciai la fronte, e il sorriso che mi regalò era di quelli che mi avrebbero incasinato per sempre.
Ci vestimmo in fretta, sapendo che di sotto ci sarebbe stato quel teatro di normalità che Zia amava mettere in scena. Ma a me bastava vedere Adri con quel top cortissimo e gli shorts sfilacciati per capire che il mare sarebbe stato solo una scusa.
In macchina salimmo dietro, io e lei. Zia davanti, impeccabile, il sole già caldo che scaldava i finestrini. Adriana si divertiva a stuzzicarmi. Ogni curva mi si avvicinava di più, fingendo di perdere l’equilibrio per finire praticamente sulle mie gambe. Rideva, i capelli sciolti, la pelle profumata di vaniglia e sonno.
A un certo punto, complice il calore e il rumore dell’asfalto, crollai. Chiusi gli occhi, lasciandomi andare con il braccio che le sfiorava la coscia.
Quando mi svegliai, la prima cosa che sentii fu il calore delle sue dita. Non sopra i pantaloni. Sotto.
Adriana fissava fuori dal finestrino, l’espressione impassibile, come se il mondo fosse altrove. Ma le sue dita erano lì, lente, sicure, a sfiorarmi, a giocare con me in un modo che sapeva benissimo quanto mi avrebbe mandato fuori di testa. Il cuore mi schizzò nel petto.
«Dormito bene?» sussurrò, senza neanche guardarmi.
Le sue dita si mossero appena e il respiro mi si spezzò in gola. Infilò piano un elastico nero sotto la mia maglietta, appoggiandolo sul petto.
Un gesto semplice, ma tra me e lei sapevamo bene cosa significava.
Mi voltai appena e vidi Zia nello specchietto retrovisore. Aveva colto la scena. I suoi occhi rimasero fermi nei miei per un istante. Poi tornò a fissare la strada, il labbro teso in quello che poteva essere un mezzo sorriso o un modo per trattenere qualcosa.
Adriana rise piano e mi sfiorò il collo con le labbra.
«Così impari ad addormentarti.»
Il resto del viaggio fu una sfida continua. Adriana che mi scompigliava i capelli, io che le stringevo la coscia, le nostre gambe che si cercavano sotto il sedile. Zia sorrideva, rispondeva alle battute, ma io vedevo il modo in cui si irrigidiva quando la nostra complicità andava oltre.
La strada finiva in un piccolo spiazzo sterrato, proprio ai margini di una pineta. Parcheggiammo lì, col sole che picchiava forte sul tetto della macchina e l’odore di resina e salsedine che riempiva l’aria.
«Da qui si va a piedi.» annunciò Zia, con quel sorriso che sapeva già di complicità e vendetta sottile.
Scendemmo tutti, recuperando borse e asciugamani. Adriana si legò i capelli in una coda alta e mi lanciò uno sguardo da dietro gli occhiali da sole.
«Spero che valga la pena di schiattare sotto questo sole.»
«Tranquilla.» risposi, avvicinandomi a lei. «Vedrai che ne sarà valsa la pena.»
E avevo ragione.
Camminammo per un bel pezzo, il sentiero era stretto, tra i pini e la sabbia che si faceva sempre più fine. Si sentiva il rumore del mare in lontananza, e quando finalmente il sentiero si aprì sulla spiaggia… sembrava uscita da un sogno.
Un’insenatura stretta, mare piatto e azzurro chiaro, solo qualche coppia lontana e due ragazzi stesi sugli scogli. Uno di quei posti che ti fanno dimenticare di tutto il resto. Isolata abbastanza da far venir voglia di togliersi anche i pensieri.
