Il silenzio calò su di noi, interrotto solo dal nostro respiro pesante. Francesca si girò su un fianco, fissandomi con quegli occhi ancora pieni di emozione. "Non so se ti odio o se ti desidero," sussurrò, prima di chiudere gli occhi, lasciandomi lì, immerso in un mare di emozioni contrastanti.
Francesca era ancora a terra, il respiro irregolare, il corpo scosso da brividi involontari. Il silenzio era spesso come il fumo di un fuoco appena spento. Sapevo che dentro di lei la tempesta non era finita.
Si passò una mano sul viso, evitando il mio sguardo. «Non avresti dovuto…» sussurrò.
Mi accovacciai accanto a lei, con calma, come se stessi aspettando il momento giusto per farle dire quello che ancora si ostinava a negare. «Eppure l’abbiamo fatto.»
Lei scosse la testa, stringendosi nelle spalle. «È stato un errore.»
Le sorrisi appena. «Un errore che hai assecondato fino all’ultimo.»
Si voltò verso di me, fulminandomi con lo sguardo. «Non significa niente.»
Mi chinai un po’ di più, abbassando la voce in un sussurro. «Davvero? Guarda che ti conosco, Zia.» Mi fermai un attimo, studiando la minima reazione del suo corpo. «Non sei il tipo che si lascia andare a qualcosa che non vuole.»
«Non significa niente, ero bendata.» ripeté, più a se stessa che a me.
Le presi una mano, le dita intrecciate con le sue in un gesto che sembrava innocente. «Sai cosa penso?» chiesi con dolcezza.
Lei rimase in silenzio, ma non si ritrasse.
«Penso che quello che è successo ti abbia fatto paura perché ti ha dato piacere. E non vuoi ammetterlo.»
«Non è vero.»
Sorrisi piano, come chi sa di avere il controllo. «No? E allora perché sei ancora qui a parlarne?»
Strinse le labbra, ma non riusciva a sostenere il mio sguardo. Aveva troppi pensieri in testa, troppi dubbi che non poteva semplicemente cancellare.
«Adriana ti ama,» continuai, dosando le parole con precisione. «E tu…» mi fermai un attimo, lasciandole spazio per completare mentalmente la frase.
Lei sollevò il mento, tentando di ritrovare la sua freddezza. «E io cosa?»
La mia presa sulla sua mano si fece appena più salda. «E tu non riesci a odiare quello che è successo.»
Trattenne il respiro per un istante. Poi si liberò dalla mia stretta e si alzò, come per prendere le distanze.
Ma non disse più nulla.
Sapevo di aver piantato il seme del dubbio. E ora bastava aspettare che crescesse.
Francesca rimase immobile, il respiro ancora irregolare, gli occhi fissi nel vuoto come se cercasse di mettere ordine nel caos dentro di sé. Il silenzio nella stanza era pesante, carico di qualcosa di sospeso, fino a quando un bussare leggero alla porta non ci fece sussultare.
Adriana.
Quando aprii la porta, la vidi lì, completamente nuda, la pelle ancora imperlata di qualche goccia di sudore. I suoi occhi si posarono su Francesca con una paura che non le avevo mai visto prima.
Francesca la squadrò, lentamente, come se solo in quel momento realizzasse davvero la figura di sua figlia. Il suo sguardo scivolò lungo il suo corpo, si fermò un attimo sul seno che si sollevava e abbassava con il respiro irregolare, scese lungo il ventre piatto fino ai fianchi, poi tornò su di colpo. I suoi occhi si strinsero, confusi, incerti.
Adriana si strinse le mani, come se volesse coprirsi, ma poi si fece forza. «Mamma…» La sua voce era un sussurro spezzato.
Francesca non rispose.
Adriana fece un passo avanti, mordendosi il labbro. «Ti prego… io… io non volevo farti del male.» Deglutì a fatica. «Non odiarmi.»
Francesca chiuse gli occhi per un lungo istante, poi scosse la testa. «Io non odio nessuno.»
Adriana trattenne il fiato.
Francesca si passò una mano tra i capelli, il viso segnato da un’emozione che non riusciva a definire. «Ma non capisco.» La sua voce era più bassa, quasi roca. «Non capisco cosa sia successo… non capisco cosa provo.»
Adriana avanzò ancora di un passo, gli occhi lucidi. «Io lo so cosa provo.»
Francesca sollevò lo sguardo su di lei, scrutandola con un’intensità che faceva tremare l’aria.
Adriana si mordicchiò il labbro, incerta, poi si lasciò sfuggire un sospiro tremante. «Io… ti amo.»
Un lampo attraversò lo sguardo di Francesca, un miscuglio di emozioni che non riuscivo a decifrare. Il silenzio si fece ancora più pesante.
Poi, all’improvviso, Francesca scosse la testa e si voltò di scatto, raccogliendo in fretta i suoi vestiti. «Devo pensare.» La sua voce era un sussurro teso, come se ogni parola le costasse uno sforzo immenso. «Devo schiarirmi le idee.»
Adriana allungò una mano, ma si fermò a metà strada, come se avesse paura di sfiorarla.
Francesca si infilò la camicia con gesti rapidi, i movimenti nervosi, quasi rabbiosi. Non disse più nulla.
Quando fu pronta, afferrò la borsa e uscì dalla stanza senza voltarsi indietro.
Adriana rimase lì, nuda, con le braccia attorno a sé, il respiro pesante.
Non avevamo bisogno di parole. Sapevamo entrambi che qualcosa si era rotto.
Dopo qualche minuto, raccogliemmo le nostre cose e uscimmo anche noi.
Il viaggio di ritorno alla casa della nonna fu immerso in un silenzio irreale, spezzato solo dal rumore del motore e dai nostri respiri pesanti.
Francesca avrebbe mai accettato quello che era accaduto?
E Adriana… sarebbe riuscita a reggere il peso di ciò che aveva appena confessato?
Per il momento, l’unica certezza era che niente sarebbe stato più come prima.
il giorno seguente.
La casa della nonna sembrava improvvisamente più grande, come se le pareti avessero assorbito la tensione e si fossero dilatate per tenerci distanti. Era come vivere in tre mondi separati, tre buchi neri che orbitavano nello stesso spazio senza mai sfiorarsi davvero.
Non avevamo visto Francesca per tutto il giorno. Forse era chiusa in camera, forse era uscita. Non lo sapevamo, e il fatto che non avesse cercato nessuno di noi rendeva tutto più pesante.
Io e Adriana dividevamo la stanza, ma non ci eravamo scambiati più di qualche sguardo. Lei aveva passato il pomeriggio sdraiata sul letto, il telefono abbandonato accanto a sé, gli occhi fissi al soffitto. Io avevo provato a distrarmi, a leggere qualcosa, a scrollare lo schermo senza interesse, ma ogni pensiero tornava sempre lì, a quella porta che non si apriva, a quella risposta che non arrivava.
L’attesa mi stava uccidendo.
Quando la serata calò e la casa si fece più silenziosa, sentii il bisogno di staccarmi da quel vortice soffocante di pensieri. Mi alzai con un sospiro e mi passai una mano tra i capelli. «Vado a farmi una doccia.»
Adriana non rispose, ma la vidi seguirne il movimento con la coda dell’occhio.
Uscii dalla stanza e mi diressi verso il bagno, chiudendomi dentro con un senso di sollievo momentaneo. Aprii l’acqua, regolando la temperatura fino a farla scorrere tiepida, e mi spogliai lentamente, come se ogni strato di vestiti fosse un peso che lasciavo cadere.
Quando finalmente mi infilai sotto il getto, lasciai che l’acqua mi scorresse sulla pelle, scivolando lungo il collo e le spalle, lavando via almeno un po’ del caos che mi opprimeva. Chiusi gli occhi, inspirando a fondo.
Ma il sollievo durò poco.
Un rumore lieve mi fece sussultare. Il cigolio leggero della porta che si apriva.
Aprii appena gli occhi, senza voltarmi subito. Il suono dei passi contro le piastrelle mi fece capire che qualcuno era entrato.
Poi, una voce. Bassa, esitante.
«Posso?»
Mi girai lentamente.
E la vidi.
vidi il suo viso segnato da un’ombra di tormento. Adriana era lì, sulla soglia, con le braccia incrociate sul ventre come a cercare di trattenere qualcosa dentro di sé. I suoi occhi si abbassarono un istante, quasi a cercare il coraggio di parlare.
«Ho bisogno di qualcuno con cui parlare,» disse infine, la voce appena udibile sopra il rumore dell’acqua. «Mi sento morire.»
Annuii, senza interromperla, lasciandole il tempo di trovare le parole.
«Ho paura.» Fece un passo in avanti, le sue dita sfiorarono la porta come se volesse chiuderla del tutto. «Ho paura di perdere chi amo, di aver rovinato tutto, di aver superato un limite… e di non poter più tornare indietro.»
Mi strinsi le labbra, osservandola mentre il suo sguardo si perdeva nel vuoto, come se stesse cercando di mettere ordine nel caos che le ribolliva dentro.
«E poi mi odio,» sussurrò. «Mi odio perché… perché l’ho amato. Ogni secondo. Ogni brivido. Ogni dannato istante della scorsa notte.»
I suoi occhi si sollevarono fino a incontrare i miei. Dentro c’era vergogna, ma anche una scintilla di qualcosa che non riusciva a spegnere del tutto. E in quel momento mi accorsi che mi stava osservando da capo a piedi, il suo sguardo scivolava lungo le gocce d’acqua che seguivano i contorni del mio corpo, il vapore che avvolgeva tutto in un’aura irreale.
D’un tratto si interruppe, mordendosi il labbro, le guance che si coloravano di un lieve rossore.
«Posso…» esalò, abbassando di nuovo lo sguardo, quasi intimidita. «Posso entrare anch’io?»
Non ci fu esitazione nella mia risposta. «Sì.»
Lei rimase ferma per qualche secondo, poi lentamente sollevò l’orlo del pigiama, facendolo scivolare lungo il corpo. Il tessuto leggero si accartocciò ai suoi piedi, lasciandola in piedi nella penombra del bagno, il chiaroscuro del vapore che sfumava i contorni della sua pelle.
I suoi movimenti erano lenti, quasi esitanti, ma nei suoi occhi c’era un fuoco sottile, una consapevolezza che la rendeva ancora più bella. Abbassò le mani ai fianchi, facendosi scivolare via l’intimo con la stessa cautela, come se ogni centimetro svelato fosse un atto di vulnerabilità e forza allo stesso tempo.
