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Il Vecchio Torchio · Cap. 2
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Capitolo 2 di 6 26 min di lettura

Capitolo 2

Nadia non riesce a togliersi dalla mente quanto successo la notte precedente e non può attendere quella successiva.

William Kasanova
1 anno fa · 422 letture · 0

«Luca…» mi sfugge dalle labbra della bocca, mentre, dalle altre, cola desiderio che inzuppa le mutandine. Di nuovo, oggi. Dannazione, mi sembra di soffrire d’ansia tanto mi batte fuori il cuore, come quando, anni prima, in vista delle notti in bianco a studiare per la laurea, mi ero imbottita di caffeina con gli energy drink.

Solo l’ombra che scivola sulla spiaggia mi ricorda cosa ci sono venuta a fare con una fotocamera. La mia coscienza deve quasi spingere via le mie fantasie sessuali che mi stanno riempiendo la testa come ovatta e creare un varco per riprendere il controllo della mia mente; il telecomando che ho in mano sembra un oggetto alieno, il cui funzionamento e scopo sfuggono alla mia conoscenza, e solo dopo qualche istante mi ricordo di sollevare il braccio, puntarlo contro la macchina e tenere premuto il pulsante: gli scatti a raffica prodotti dall’azione ripetuta del diaframma sono appena udibili nella grancassa che il mio cuore impazzito percuote nei timpani.

Non ho mai trovato tanta difficoltà nel demolire quell’impalcatura in alluminio che sorregge la fotocamera, con le dita che sembrano non voler collaborare, come se siano congelate o quando ci si dorme sopra e si blocca l’afflusso del sangue. Quando lo svito, il filtro degradante scivola e cade sulle rocce, rotolando per qualche metro fino a trovare una commensura, fermarsi e ribaltarsi da una parte. Un’imprecazione mi sfugge mentre la raccolgo, la poca luce che danza sui graffi e la polvere sulla plastica semitrasparente. Cerco nella borsa della fotocamera un panno per pulirla, ma dopo un paio di secondi infilo in uno spazio libero il filtro, maledicendolo.

«Fanculo!» sbotto, inalberata, sorpresa dalla mia stessa rabbia.

Tremando, mi alzo in piedi e cerco di rilassarmi, chiudendo gli occhi e lasciando che il vento s’infili tra i miei capelli lunghi e porti via un po’ di tensione. Dopo qualche secondo e lungo respiro, al termine dei quali mi sembra che il mio cuore abbia perso un po’ la veemenza con cui stava cercando di uscirmi dal petto, la tensione dei miei muscoli appena minore rispetto a prima, sebbene non possa dirmi calma.

Finisco di smontare la fotocamera dal cavalletto, la pongo nella borsa dopo aver cercato in ogni tasca dei pantaloni il tappo dell’obiettivo, poi richiudo il treppiede. Mi assicuro di non aver lasciato nulla in giro e nei jeans, quindi prendo tutta l’attrezzatura e mi avvio verso il bed & breakfast.

Sembra quasi che il mio busto non riesca a tenere il passo delle mie gambe, come se siano bambini impazienti di arrivare a destinazione seguiti da un adulto che cerca di mostrare un atteggiamento più tranquillo, mentre attraverso la piccola spiaggia e mi appresto a risalire la scarpata sotto la strada che porta alla mia momentanea abitazione, uno sterrato polveroso circondato da arbusti spinosi.

“Il Vecchio Torchio” è la casa più esterna, una costruzione che può vantare una dimensione maggiore rispetto alle abitazioni accanto, con un aspetto diviso tra una cura per l’estetica semplice ma apprezzabile della casa, e uno più trasandato e vecchio del muro che lo circonda, che custodisce il giardino e che dall’interno è nascosto dalla siepe. Mi è impossibile non supporre che c’è stato un tentativo di migliorare la situazione della costruzione per renderla più appetibile alla clientela, magari apparire più scenografica nelle foto per la pubblicità, ma i soldi non sono stati sufficienti per una completa ristrutturazione.

Il bed & breakfast è uno strano accrocco di desiderio di apparire e realtà ben poco piacevole, un bicchiere di buon vino con il fondo pieno di feccia. Una famiglia che vuole mostrare un sorriso per nascondere un segreto inconfessabile…

“Chissà se la madre è a conoscenza…” non posso evitare di domandarmelo per l’ennesima volta, mentre nella mia anima si sciolgono, uno nell’altro, il disgusto e il desiderio al pensiero di quanto ho visto ieri sera. Solo dopo qualche secondo, quando una spina mi graffia la mano che sorregge la sacca della fotocamera, mi rendo conto che ho perso il contatto con la realtà, smarrita nei miei pensieri al punto tale da uscire dalla carrareccia.

 

È un bed & breakfast, quindi non è prevista una cena nel prezzo dell’alloggio e, sebbene non paghi perché sono ospite, per mangiare, la sera, devo arrangiarmi comunque. Non avrei ugualmente la faccia tosta di chiedere qualcosa, anche considerando chi è adesso nella struttura. Fortunatamente, come avevo potuto notare quando sono arrivata il giorno precedente e questa stessa mattina, bar, ristoranti e supermercati non mancano in zona, così come un parchetto nei pressi di quest’ultimo: dopo aver lasciato la fotocamera nella mia stanza e aver ricevuto un sorriso che lasciava presagire molto da Sara, che ho incontrato nel salotto, mi sono recata nel supermercato.

Mentre sono in fila per comprare un etto di cotto e un panino, le parole della rossa pettoruta non smettono di risuonare nella mia mente. “Quando torni, dolcezza?”, mi ha chiesto, con una voce che avrebbe fatto venire un uomo nei pantaloni. Ricordo che ho impiegato un attimo a rispondere, confusa dall’eccitazione che aveva causato anche a me: “tra… tra un’ora, credo”. Lei ha annuito, soddisfatta, sorridendo, per poi aggiungere: “alle nove e mezza, torna alla finestra”. L’occhiolino che aveva accompagnato quelle parole aveva avuto lo stesso effetto di una lingua che scivolasse sulle labbra della mia vagina, lasciandomi presagire la promessa di una replica di ieri sera. Avevo sentito i miei glutei contrarsi mentre provavo un forte fastidio davanti.

Non ha aggiunto nulla mentre mi accompagnava fino all’ingresso e, quando mi sono fermata per salutarla, confusa, si è avvicinata al mio volto. Per un attimo ho pensato, temuto, sperato che mi avrebbe baciata di nuovo, ma la sua bocca si è invece fermata accanto al mio orecchio.

“Dopo, non andare a dormire e non chiudere a chiave la porta”.

C’è un certo imbarazzo sul volto del ragazzo, quando, riportandomi alla realtà, mi domanda di nuovo: «Glielo taglio, signorina?»

Sbatto le palpebre, confusa, scoprendo di essere davanti al banco della panetteria del supermercato, il cuore che mi batte forte, le mutandine che sono ormai umide. Il panettiere, grembiule bianco sporco di farina e un cappellino strano sul capo, mi guarda con un coltello da pane in una mano e una pagnotta sul piano in plastica davanti a lui.

«Ehm, sì… grazie,» dico, cercando di ricordarmi come parlare. Non posso trattenere un paio di occhiate attorno a me, sicura che qualcuno stia ridendo della bionda scema che si perde nei propri pensieri, ma, grazie al cielo, nessuno sembra interessarsi a me.

La sera è ancora calda e il parchetto è pulito. Una panchina senza troppi graffiti scoloriti un po’ appartata vicino ad una pianta è la sede della mia cena, facendo da sedia e da tavolo al contempo. Stappo una Monster ai frutti esotici che frizza sulla mia lingua mentre ne ingollo un sorso prima di addentare il panino con il prosciutto. È stata una giornata sfiancante, e dovrei essere affamata come un lupo, ma il pensiero di quanto sta per accedere mi toglie completamente l’appetito, nemmeno stia per affrontare di nuovo gli esami, o abbia in programma quella sera di perdere di nuovo la verginità. No, mi è bastato una volta, per entrambe le esperienze…

Non riesco a gustare il cibo e la bevanda sembra acqua, nonostante sia la mia preferita; non è stata la cena migliore della mia vita, ma in questo momento mi sembra davvero solo della materia nel mio stomaco per non lasciarlo vuoto: ho da credere che se avessi mangiato segatura la cosa non sarebbe stata tanto differente. E sembra quasi voler tornare su quando, conclusa la consumazione, accartoccio i sacchetti del pane e del prosciutto, mettendoli in quello di plastica con il logo del supermercato e gettando tutto nel cestino della spazzatura. Per qualche motivo, se questo pomeriggio non potevo aspettare di tornare a “Il Vecchio Torchio”, adesso l’idea di rimetterci piede mi spaventa.

Ma non posso nemmeno dormire nel parchetto, sopra una panchina, mi dico alzandomi e avviandomi verso il bed & breakfast.

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Un giorno sarò un grande scrittore, ma al momento sono solo un erotomane con una tastiera, molta fantasia, qualche libro di narratologia letto di troppo e un eccesso di autostima. Scene di sesso molto esplicite prossime alla pornografia, politically correct non rilevato.

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