Vai al contenuto
Erotika
Il Vecchio Torchio · Cap. 2
Aa
Dimensione testo
Tema
Salva
Capitolo 2 di 6 26 min di lettura

Capitolo 2

Nadia non riesce a togliersi dalla mente quanto successo la notte precedente e non può attendere quella successiva.

William Kasanova
1 anno fa · 422 letture · 0

Devo concentrarmi mentre torno indietro, segnandomi la strada che percorro o non avrò proprio nulla da scrivere per il mio blog per quanto riguarda questo maledetto percorso turistico. Mi ritrovo a controllare più volte la direzione da prendere perché non ricordo il percorso che ho fatto all’andata, nella mente solo la scena di ieri sera che viene proiettata in loop continuo, le scene più rudi che acquistano una vividezza ed un livello di dettagli che, probabilmente, non sono nemmeno esistiti nella realtà.

Raggiungo verso mezzogiorno passato la paninoteca del paese, dove avevo preso appuntamento con il proprietario che, in cambio di una buona recensione, mi offrirà il pranzo. Una cosa che faccio spesso, e che mi permette di risparmiare qualche euro ogni volta, anche se, di solito, quanto mi passano non mi fa certo correre il rischio di un’indigestione. L’uomo, che si chiama Luigi, mi racconta la storia della sua attività, ma anche questa riceve lo stesso trattamento del mulino, soprattutto perché sa essere ancora meno interessante. Ci scambiamo i soliti commenti, le trite e ritrite parole che ormai hanno smesso di avere un qualche senso per me, quindi mi accompagna ad un tavolo dove una cameriera mi porta un panino, quello “speciale della casa”, avvolto in un anonimo tovagliolo di carta. Ringrazio simulando la massima gratitudine e soddisfazione che riesco a inventarmi, scatto qualche foto alla pietanza e mi metto a mangiare.

C’è poca gente nel locale, solo un quarto dei tavoli è occupato da qualche coppietta e c’è solo una famiglia con due bambini che sembrano più interessati a rincorrersi che a consumare il pranzo. Si nota facilmente, almeno per me che ho visitato parecchie paninoteche e simili, che il proprietario ha cercato di far apparire il suo esercizio il meglio possibile con la minore spesa, ma sembra uno di quei bar degli anni ’90, con più metallo inossidabile che legno e un’illuminazione piatta e fredda. Se non fosse per il fatto che mi stanno offrendo il pranzo e che ha davvero bisogno di una certa spinta per non chiudere entro qualche anno, anche se non gli darei più di un “quattro”, mi spingerò verso un voto ben più alto e scriverò una recensione in cui sorvolerò sull’atmosfera poco accogliente e mi soffermerò su quella marea di sciocchezze che allungano un post senza dire nulla di particolare. Spero che il titolare apprezzerà il mio sforzo, anche considerando il panino ben inferiore a quelli che ho mangiato in altre occasioni.

Sono troppo affamata perché il sapore del pasto abbia davvero importanza, e la mia mente continua a non riuscire a focalizzarsi su qualcosa che non sia ciò che mi perseguita da questa mattina. Anzi… non riesco a togliermi dalla testa Sara inginocchiata davanti a Luca, posseduta in bocca senza rispetto.

A quel pensiero, lo stomaco mi si chiude e un prurito che, ormai, non so più se apprezzare o detestare, riprende a farsi sentire tra le gambe. La pessima maionese, roba che si compra a vasetti da un chilo al discount, ne sono certa, mi scivola nella gola come se fosse sborra densa e dal sapore rancido, costringendomi a domandarmi che sapore abbia il seme del ragazzo….

Fisso il mezzo panino che ho in mano, che in questo momento è appetitoso quanto un pezzo di compensato, chiedendomi se anch’io, se avessi un fratello bello quanto Luca, sarei finita con lo scoprire che gusto ha il suo sperma. Ne sarei stata innamorata pure io, al pari di Sara con il suo?

«Ah, cazzo…» sospiro, chiedendomi come farò a consumare tutto quel coso, mentre i due bambini continuano a schiamazzare correndo lungo la sala.

 

Quel dannato panino sembra un mattone nel mio stomaco, qualcosa di simile a quanto doveva provare l’ufficiale della Nostromo quando lo xenomorfo stava per sfondargli lo sterno per uscire davanti al resto dell’equipaggio, mentre sono sulla spiaggia del lago di Garda a scattare foto al tramonto ormai prossimo. La fotocamera è montata sul treppiedi adagiato sui ciottoli lambiti dalle onde, inquadrando la montagna dietro la quale scomparirà tra pochi minuti il sole e la striscia luminosa che dardeggia sull’acqua; il suono del lago che scivola sulle rocce e si ritira mi sta facendo venire la rabbia, un suono viscido che continua con una ripetitività straziante per i miei nervi.

Ho le mani sui fianchi, il telecomando che si muove tra le mie dita come la moneta di un prestigiatore mentre sbuffo. «Quanto manca, ancora?» domando per l’ennesima volta, lanciando prima un’occhiata al sole che sta per toccare il fianco della montagna, quindi mi volto a guardare di nuovo il bed & breakfast, quasi ad assicurarmi un’altra volta che non sia sfuggito, restando, invece, seminascosto da un paio di alberi, a quasi un chilometro da qui.

Di nuovo mi assicuro che il sole non sia sceso troppo, e di nuovo riaccendo il piccolo display della fotocamera per accertarmi che le impostazioni siano corrette per uno scatto simile. Il filtro degradante è posizionato correttamente, con l’area più scura sul cielo e le montagne mentre quella più trasparente lascia passare i riflessi che si contorcono nei flutti.

Torno a lanciare un’occhiata al Vecchio Torchio, trovandolo ancora adagiato sulla collina, indifferente a me, come un amante che finge di non volermi per far crescere in me un disagio che solo il calore del suo abbracciò può acquietare. Mi serve uno sforzo fisico ma soprattutto di volontà per smettere di distogliere lo sguardo, come se, allontanandolo da lì, potessi vedere gli incubi prendere forma attorno a me e ghermirmi, ma mi rendo conto che non è quello che mi circonda a infondermi dolore, ma è un senso di smarrimento che striscia nel mio petto ad opprimermi. Solo un attimo di lucidità mi permette di fermare la mano che si sta avvicinando al mio inguine di accarezzarmi mentre l’immagine di Luca che possiede in giardino Sara prende forma nella mia mente.

Inspiro a fondo l’aria fresca che proviene dal lago mentre mi accorgo che la luce inizia a diminuire rispetto a qualche minuto prima. Spero non sia una nuvola che si sta ponendo davanti al sole ma, quando mi volto, con mia soddisfazione, scopro che lo stesso, in realtà, ha finalmente deciso di tramontare: una parte si sta ponendo dietro una qualche montagna, creando un bell’effetto di luce e ombra. Controllo un’ultima volta i settaggi della fotocamera, impostando lo scatto a raffica e, cercando, per la prima volta oggi, di mantenere la concentrazione, attendo che il sole sia tramontato per metà.

«Quanto cazzo ci impiega…» sibilo sottovoce, spostando il peso da un piede all’altro, riprendendo a muovere il minuscolo telecomando della fotocamera dallo spazio tra due dita a quello accanto. Guardo a destra continuamente, controllando l’avanzare dell’ombra sul terreno, cercando di non indugiare troppo sull’edificio che sembra essere diventato il centro del mio mondo. – Dai, dai…

Il sole, maledetto, sembra aver rallentato il suo movimento nel cielo al punto tale da dare l’impressione di essersi fermato, come incerto se porre fine a quel giorno e lasciare il suo posto alla sera, quasi faccia apposta per impedirmi di tornare nella mia stanza, accanto alla finestra, a contemplare il giardino…

Cosa staranno facendo Sara e Luca? Staranno preparando la cena, saranno da loro madre e la zia all’ospedale? Staranno pulendo il bed & breakfast? Staranno… L’immagine di loro due, che si recano nella mia camera con la scusa di rifare il letto, come se servissero due persone per sistemare le lenzuola, lei che lo seduce (non che ne abbia bisogno, bella com’è), o magari è lui che seduce lei (che, con il suo magnetismo, credo che nemmeno lui debba sforzarsi troppo), e in un attimo sono nudi, Sara sdraiata, le gambe aperte, il fratello tra le sue gambe, il suo cazzo che sprofonda nella sua fica con forza, rabbioso. “Vuoi sapere cosa farei a quella troia di Nadia, vero, Sara?”, ringhia lui, mettendo le mani attorno al collo della sorella, le tette maestose che sobbalzano ad ogni colpo, le molle del letto che cigolano come se fosse un pubblico che inneggia al suo eroe. “Sì, Luca! Voglio vedere cosa le faresti!”, confessa Sara, entusiasta di scoprirlo sulla propria pelle, la voce che sussulta quanto il materasso, il suo sesso che emette un suono viscido che sembra accompagnare il canto della rete quando il fratello scarica in lei tutto il disprezzo che nutre verso di me.

Un nuovo profondo respiro riempie i miei polmoni, il profumo caldo e umido della sera sostituito prepotentemente dalle vampate stordenti che si sollevano dal mio inguine, i capezzoli che, irrigiditi dall’eccitazione, si premono contro il reggiseno che sembra essere fatto di carta vetrata invece che di tessuto. Le mie cosce si chiudono come se mi scappasse la pipì.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
Pagina 4 senza votare
Indice dei capitoli
Cap. 3

Commenti

CallMeHot
Salva in una lista