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Il Vecchio Torchio · Cap. 3
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Capitolo 3 di 6 13 min di lettura

Capitolo 3

La seconda notte è giunta, e Nadia è alla finestra...

William Kasanova
1 anno fa · 346 letture · 0

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Sono le sette e mezza quando mi trovo, quasi contro il mio volere, davanti all’ingresso de “Il Vecchio Torchio”. Il cartello in legno lucidato, con la scritta in bassorilievo, non è illuminato dai faretti nonostante il sole sia calato oltre le montagne che circondano il lago di Garda. Anche le luci nella zona destinata ai villeggianti sono spente e le uniche accese sono quelle di, suppongo, la cucina dei padroni di casa.

Mi è impossibile impedire al cuore di battere sempre più forte e le mie gambe tremare mentre mi avvio lungo il breve vialetto che conduce alla porta d’ingresso al punto tale che, quando afferro la maniglia, mi sembra di essere vittima di un attacco di ansia. Devo quasi fare uno sforzo per trovare la volontà di abbassare la mano e aprire l’uscio, che si muove senza rumore, girando sui cardini tenuti ben oleati, celando il mio ingresso ai due ragazzi in casa, nemmeno io sia una ladra.

E approfitto della situazione per attraversare il salotto e risalire le scale senza il minimo suono. Per qualche motivo, che io stessa non riesco a spiegarmi, non voglio annunciare il mio ritorno.

O, per essere onesta, sono le parole di Sara di forse un’ora fa a spingermi a comportarmi così, come se fossero state una formula magica scritta su un filo di ragnatela che potrebbe spezzarsi nel caso disturbi lei e suo fratello, e la consumazione della loro cena un rito pagano che non deve essere interrotto per nessun motivo.

Il suono delle suole delle mie scarpe sembra rimbombare nel corridoio delle stanze vuote, quasi possa sovrastare quello flebile di qualche programma televisivo che proviene da sotto. Anche la porta della mia camera è silenziosa, e quasi sento il suono dell’aria che si fende mentre il battente si apre all’interno del locale.

Non accendo la luce ma mi siedo sul materasso, che sprofonda di qualche centimetro sotto il mio peso con un sospiro, chiedendomi improvvisamente cosa fare nell’attesa. A che ora aveva detto, la ragazza? Le nove e mezza?

Sposto con una mano la manica della maglia leggera che ho indossato per la cena al parchetto e leggo l’orario sull’orologio digitale: quasi le otto, scopro con un senso di delusione cocente… Mi tocca ancora aspettare un’ora e mezza per… Un profondo respiro a bocca aperta fa gonfiare il mio petto, tanto lungo che dura diversi battiti del mio cuore che sembra fermarsi, quasi non trovi lo spazio per muoversi agevolmente, e un fastidioso bruciore affiora sui miei occhi al pensiero di Luca che scopava sua sorella.

«Cazzo…» sussurro mentre un capogiro si affaccia nella mia mente ma subito scompare. «Devo trovare qualcosa da fare fino ad allora».

Il mio sguardo si posa sul mio tablet, ancora sul tavolino, dove l’ho lasciato ieri sera, la tastiera sottile rimasta innestata e il cavo di alimentazione collegato al muro ma non al computer stesso. Nessuno l’ha toccato, anche se il letto è stato rifatto durante il giorno. Solitamente, la sera, passo un paio di ore a buttare giù quella che si potrebbe definire una brutta copia degli articoli che poi, lungo la settimana, scriverò con maggiore agio a casa e che pubblicherò sul mio sito, oltre a caricare le foto e a modificarle un po’ digitalmente per compensare la mia tecnica non proprio eccelsa sul campo, ma in questo momento, lo capisco da come mi sento, non riuscirei a buttare giù mezza riga senza perdermi nei pensieri. No, nemmeno gli appunti riuscirei a scrivere.

Lo prendo ugualmente nel massimo silenzioso, neppure ci sia un predatore in agguato, muovendomi nella stanza in cui i particolari attorno a me stanno sprofondando nell’oscurità che sembra acquistare una consistenza fisica. Stacco la tastiera dallo schermo con un gesto della mano ormai abituale quanto usare una forchetta o allacciarmi le scarpe, lasciandola sul tavolo, e torno al letto. Spostandomi lentamente, mi sdraio, sprofondando nel copriletto e le coperte, il cuscino che avvolge la mia testa.

La luce gettata dal monitor, quando lo accendo, ferisce i miei occhi come se sia intenta a guardare il sole. So già che si rivelerà inutile, ma avvio ugualmente l’app di Kindle e apro la raccolta di romanzi della saga di Dumas dedicata alle gesta di d’Artagnan che ho iniziato un paio di mesi prima. Un muro di caratteri si dispiega davanti a me, simili all’armata spagnola che il giovane Raoul deve affrontare a Bethune, ma, a differenza del figlio del Conte di La Fère, io non riesco a sconfiggerlo. Arrivo a leggere poche righe, senza nemmeno riuscire a capirle, e poi mi ritrovo mezza pagina dopo, passando dallo studio del cardinale Mazzarino a Versailles, alla camera da letto di un inglese che sembra comparire all’improvviso nella storia.

“Dannazione…”, penso, cercando di concentrarmi ma, poco dopo che l’inglese viene visitato in stanza da un qualche ragazzo che chiede la verità della sorte della madre, la mia mente abbandona la Parigi del XVII secolo per scivolare nel giardino della sera precedente, sostituendo i nobili con Sara inginocchiata e i moschettieri con Luca intento a fotterle la bocca con foga.

Rinuncio alla lettura, lo schermo del Kindle abbandonato sulla coperta accanto a me unica, flebile fonte di luce nella stanza, mentre all’esterno quella ambientale continua a scemare, le montagne si tingono di blu mentre le cime diventano prima gialle, poi rosse ed infine si spengono. Comandate da una fotocellula, le lampadine alogene si accendono, gettando sulla strada oltre il muro e la siepe del giardino coni arancioni attorno a cui iniziano a danzare scoordinate falene e spettrali pipistrelli.

Solo quando qualcuno lo spegne, mi rendo conto che il volume del televisore dei padroni di casa si sentiva anche nella mia stanza, sebbene fosse solo una specie di suono appena udibile, come quello degli elettrodomestici che, dopo pochi attimi che sono in funzione, non ci si ricorda nemmeno più che sono accesi. Trattengo il fiato, continuando a fissare il soffitto, ormai buio dopo che lo schermo del libro elettronico ha capito che questa sera le avventure dei moschettieri hanno smesso di essere il mio principale interesse, cercando di carpire ogni singolo suono prodotto da quelli che hanno sostituito nella mia mente D’Artagnan, Porthos e gli altri.

Dei passi risuonano lievi sotto di me, uno scambio di frasi, il suono sordo e continuo dell’acqua che comincia a muoversi in una tubatura. Poi cala il silenzio, se non interrotto dal bubolare di qualche gufo nascosto tra le frasche degli alberi appena oltre la strada o una sporadica auto che passa nella via.

Dopo qualche lungo, interminabile minuto, i cardini di una porta cigolano e la luce che entra dalla finestra aumenta improvvisamente. Più ad un comando o ad uno stimolo che ha una risposta istintiva nel mio corpo, mi alzo dal letto lentamente, quasi sia in un sogno al rallentatore, e mi pongo di nuovo dov’ero ieri sera, accanto alla finestra, nascondendomi alla vista di chi si trova in giardino.

E, in giardino, vedo Luca che, illuminato di schiena dalla lampadina, segue la sua ombra che si avvia all’albero, scivolando sul suo tronco. Vi si appoggia di schiena e, nonostante sia distante e nella penombra, sono certa che un sorriso affiora sul suo volto mentre ricorda cos’è accaduto proprio in quel punto, ventiquattr’ore prima. Da una tasca estrae un pacchetto ed un accendino, e posso vedere il suo splendido viso mentre la fiamma accende la punta della sigaretta.

Lo osservo fumare e, nonostante non conosca nemmeno il sapore del tabacco, sento improvvisamente il bisogno di prendere dalle sue labbra quella puzzolente sigaretta e fumarla accanto a lui, di sfidarlo, di farlo arrabbiare di nuovo e spingerlo a rapportarsi con me. A rapportarsi con me contro quell’albero…

Proprio in questo momento appare sotto di me un capo dai capelli rossi: Sara fa il suo ingresso nel giardino, dirigendosi verso suo fratello. Cammina lentamente sotto lo sguardo rapito di Luca, ondeggiando le anche appena più del normale, ma sono certa che il ragazzo non è tanto rapito dal bacino della sorella quanto dal seno prosperoso. Sara gli si avvicina, appoggia le mani su un braccio di lui, gli dice qualcosa. Lui risponde: non so leggere il movimento delle labbra, ma quello del volto sì, ed è evidentemente arrabbiato per qualcosa, e i tentativi di calmarlo della ragazza non sembrano avere altra conseguenza se non quella di irritarlo ulteriormente. Lui scosta la testa, la punta della sigaretta che si illumina ulteriormente per un attimo, finché una mano della ragazza non l’afferra, sfilandola dalle labbra del fratello. Mi aspetto che la fumi lei, adesso, e invece no: la mia attenzione viene catturata da una piccola stella cadente che vola sopra il giardino, disperdendo effimere scintille quando cade in un angolo, nell’erba.

Prima di andare avanti…

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