Sono… beh, non lo so… sconvolta? Dovrei essere disgustata da una ragazza che mi racconta di consumare incesti con il fratello che la scopa con violenza contro un albero: è contro natura, è vietato dalla società… ma Sara ne parla come se avesse fatto sesso con una star del cinema che tutte bramano avere nel proprio letto, nemmeno avesse ricevuto il più bel dono della sua vita. La sua voce… la sua voce diventa più profonda, roca, si morde le labbra mentre il fiato si fa più veloce, scuotendo il grosso seno sotto l’uniforme da cameriera.
Ma pensando a Luca che la scopava ieri sera, quel vigore che usava nel possederla, quel grosso cazzo che scivolava nel corpo della sorella… mi ritrovo a stringere le cosce nel tentativo di soddisfare o, per lo meno diminuire, il senso di malessere bagnato che è sorto nel mio inguine e che sta bagnando le mie mutandine appena cambiate.
Poi, se fino a quel momento credevo che avessimo raggiunto il massimo della perversione, Sara mi si avvicina, abbassa il tono della voce, e sussurrando al mio orecchio, mi chiede, il suo fiato caldo che accarezza il mio viso come un amante durante i preliminari: «Vorresti vederci anche questa sera fare sesso?»
Mi serve qualche secondo per rendermi conto che ho smesso di respirare dopo quella domanda, impietrita all’idea che qualcuno voglia fare del proprio incesto uno spettacolo privato, qualcosa da condividere con una voyeur. Dovrei pensare a qualcosa, ad una risposta scandalizzata, a dirle che no, è disgustoso, che sì, voglio vederli ancora chiavare come degli animali, che è una psicopatica e che voglio andarmene subito da quel bordello con vista sul Lago di Garda, ma scopro che la mia mente è completamente vuota, nessun pensiero vi alberga, tranne la proiezione della scena della ragazza davanti a me, tenuta con la testa contro un albero, e suo fratello che possiede, che la fotte con violenza. Quasi nemmeno mi accorgo che Sara ha appoggiato una mano sulla mia spalla destra, si è fatta ancora più vicina, un suo seno morbido che preme contro il mio braccio. Forse, l’unica cosa che mi desta è la consapevolezza che qualcosa sta scivolando nei miei pantaloncini, ma l’eccitazione mi stordisce troppo per essere spaventata o cercare di fare resistenza.
La mano sulla mia spalla scivola dietro la mia nuca, spingendomi la testa da un lato mentre le labbra di Sara si appoggiano al mio collo, succhiando come un vampiro le ultime stille di riluttanza che ancora restavano in me, ma invece di uscire sangue dal collo è da un altro punto del mio corpo che inizia a colare un liquido. Un liquido che, in pochi istanti, sono le dita di Sara a bagnare dopo che ha superato anche la barriera dell’elastico delle mutandine e, con un movimento dell’indice e del mignolo, dischiude le mie grandi labbra.
Il profondo respiro che inalo quando il medio e l’anulare scivolano dentro di me mi colmano dell’effluvio di eccitazione che sta riempiendo la stanza, stordendomi ancora più, mentre le due dita della rossa iniziano ad esplorare l’interno della mia fica, facendone fuoriuscire liquido ogni volta che si muovono.
«Sei calda come l’inferno,» mi sussurra Sara in un orecchio, smettendo per un attimo di baciarmi il collo. «Voglio scoparti…»
Quelle parole, al pari del fiato caldo e dal profumo di vaniglia della ragazza che avvolge il mio viso, riempiono la mia mente di immagini di noi due nude, sdraiate sul mio letto, io sotto e lei sopra, le nostre mani che giocano con i seni dell’altra, le labbra delle nostre fighe bagnate che scivolano le une contro le altre come quelle delle nostre bocche. Quasi a informarmi quanto apprezza quella proposta, la mia vagina inizia a prudere come se solo un paio di dita al suo interno, malmenandola con vigore, possano riportarla al suo stato di quiete.
Sara sembra avere la stessa convinzione e comincia a fottermi con il medio e l’anulare, lentamente, profondamente, con forza: le sue dita si muovono con un impeto che mai nessun maschio aveva osato con me, quasi fossero sempre stati terrorizzati dall’idea di rompermela con la loro irruenza. La ragazza non si fa questi problemi, come se fosse l’unico modo che conosca di farsi chiavare…
Con un’irruenza pari alle dita della rossa, emerge nella mia mente il ricordo di Luca che la scopa nel giardino, che la possiede, che la fotte con quella passione animale, implacabile, priva di ogni cortesia… Non ho nemmeno bisogno di immaginare il suo cazzo sprofondare nella femminilità di Sara perché è come se sia dentro di me, la cappella che irrompe tra le pareti della mia figa rovente, bagnata, che spazza via ogni mio pensiero a colpi di inguine, gettandoci al loro posto una sensazione di calore che brucia la mia anima, che mi frastorna, che mi colma del bisogno di godere.
«Sei una gran bella puttanella…» sussurra una voce al mio orecchio, soffiando sul fuoco che mi sta consumando, aumentando le fiamme, «voglio scop…»
Poi tutto si interrompe a metà nella tensione che, improvvisamente, blocca Sara, due dita ferme nel mio corpo che mi danno la stessa sensazione di averle in gola, una ragazza che mi palpa il seno, lei che fissa dalla finestra qualcosa. Guardo anch’io: una Mini Cooper rossa con delle strisce bianche sul cofano si ferma davanti al giardino.
Mi ci vuole poco a rendermi conto che l’ho vista poco prima, e Sara, con la voce strozzata, conferma la mia supposizione.
«Cazzo,» esclama, «Luca è già di ritorno!»
Quasi stia ravanando nella biscottiera, vietata fuori dagli orari del the mattutino a rischio di gravi castighi, la ragazza estrae la sua mano dalle mie mutandine, bagnando queste e parte del mio addome con il liquido che cola dal mio sesso. Quello che solitamente è un profumo che mi eccita, in quel momento, è un acre odore che mi fa girare la testa e non in un’accezione positiva.
Sara è rossa in volto quanto lo sono i suoi capelli, spaventata, quasi terrorizzata. Ha abbassato lo sguardo e si pulisce le due dita sull’uniforme. Anche i suoi grossi seni sembrano perdere un paio di taglie tanto sembra chiudersi in sé, quasi una foglia insecchita.
La guardo allontanarsi senza una parola quasi correndo come se avesse improvvisamente scoperto che sono infetta. Poi capisco: non vuole farsi vedere in mia compagnia… una compagnia molto intima… da suo fratello che, sebbene la porta del salotto in cui mi trovo sia quella più vicina alla macchina da cui è appena sceso, si dirige lungo il giardino verso un’altra posta altrove nell’edificio.
Mi sento sconvolta. Disgustata e sconvolta. E con quel senso di eccitazione non soddisfatta che mi sta ancora rodendo l’anima mentre mi rendo conto di trovarmi assediata dal desiderio e dall’odio in quel maledetto break & breakfast.
Non ho più consumato la colazione che si trovava sul tavolo. Quando, qualche minuto dopo, durante i quali credo abbia parlato con suo fratello, Sara è tornata a controllare come avevo trovato il cibo, ho inventato una scusa, sostenendo che ero di fretta e non avevo il tempo per mangiare. Lei mi ha rivolto uno sguardo prima confuso, poi qualcosa, simile ad un lampo di comprensione, è passato nei suoi occhi. “Questa sera mi farò… ci faremo perdonare” ha risposto, facendomi l’occhiolino, poi ha sparecchiato.
Quelle parole sono ore che mi perseguitano, girano nella mia testa impedendomi di pensare ad altro: come mi distraggo un attimo, ecco che la mia attenzione viene sviata dal ricordo di Sara e suo fratello che scopano in giardino… Sono dieci minuti che il signor Facchetti, un qualche erede della famiglia che gestiva un secolo prima il molino Cazzaniga, mi illustra la storia della struttura. Ce la sta mettendo tutta, indicandomi ingranaggi in legno rinforzati in ferro, mostrandomi foto e disegni sul funzionamento e illustrandomi i dati della produzione di farina per il consumo locale nei vari anni, ma il suo è uno sforzo inutile, riuscendo io, forse, a prestare attenzione ad un decimo di quello che dice. Ammetto che la cosa avrebbe riscosso ben poco interesse in ogni caso, qualche dato per allungare il brodo del post che vergherò per descrivere il percorso dal paese fino al mulino attraverso il bosco e i campi di grano, ma oggi mi è impossibile trovarne anche solo una briciola e, se ci riesco, dopo pochi istanti svanisce come una scintilla che si spegne mentre vola via nel cielo notturno.
La pagina di appunti sul mio tablet è praticamente vuota quando esco all’esterno e nella cartella delle foto ci sono forse tre o quattro immagini delle stanze con i muri in sasso; non sono nemmeno certa di aver immortalato la pietra da macina… Dovrò scaricarne la foto dal sito internet dell’associazione che cura il mulino se voglio metterla nel mio post.
