“Quindi lo faresti anche con me?”
“Senza esitazione; oltretutto, da quando ti ho visto, non ho fatto che pensare a Nicola; se ci aggiungi che quest’albergo è proprio nel posto dove io incontravo tuo padre per fare sesso, credo che ti risulterà chiaro che avrei molti motivi per saltarti addosso, se non fossi stanca del viaggio. Ma tu, piuttosto, ti rendi conto che potrei essere tua madre?”
“Allora ti lascio riposare; se vuoi riprenderemo il discorso. Ah, se ti può interessare, la persona che più di tutte al mondo mi piacerebbe possedere è proprio mia madre; ma non posso neanche accennare, perché col suo bigottismo scatenerebbe una guerra mondiale maledicendo me, mio padre e te. Ciao”
Mi fa tanta tenerezza e, mentre mi passa a fianco per uscire, lo blocco e gli appiccico come una ventosa le mie labbra sulla bocca, gli forzo le labbra con la lingua e gliela frullo dentro leccando tutte le papille; intanto, lo prendo per le natiche e mi stringo sul ventre il suo bacino per sentire il sesso duro titillarmi la vulva da sopra i vestiti; con pochi contatti mi rendo conto che ha una mazza assai grande, sicuramente più di suo e padre e superiore alla maggior parte di quelle che ho preso dentro in tutti quegli anni.
La libidine comincia a montarmi dalle cosce al cervello e devo spingerlo via per non abbandonarmi ad una immensa seduta di sesso.
Lo licenzio con una pacca su una natica (dura e soda) e gli dico che ci saremmo visti per cena.
Dopo una doccia rigenerante, mi stendo sul letto e mi appisolo in un groviglio di sogni, incubi, speranze e memorie.
Sono le sette quando mi sveglio completamente e mi dedico a me stessa e al mio corpo.
Perdo quasi un’ora allo specchio per rifarmi il trucco e per scegliere l’abbigliamento.
Poi decido per una gonna ampia con cintura e una camicetta abbottonata davanti: anche se non me ne rendo conto sul momento, sto copiando esattamente l’abbigliamento che preferivo quando mi incontravo con Nicola, per dargli modo di infilarmi le mani tra i seni e tra le cosce.
L’unica variante sono il reggiseno di raso, a cui non è più prudente rinunciare per motivi di gravità, e lo slip minimo e trasparente che sostituisce la mutanda dozzinale di allora.
La cena è veramente deliziosa con prodotti naturali preparati alla perfezione; mangio di gusto e bevo anche un po’ di vino locale.
A fine cena, Seba mi invita a sedermi in un salotto appartato, dove abbassa le luci e dispone una bottiglia di cognac e due bicchieri.
Mi siedo sul divanetto per due persone e gli faccio cenno di sedersi a fianco a me; ancora una volta non prende iniziative e tocca a me rompere il ghiaccio.
“A proposito delle suggestioni di questo ambiente, ti ho detto che io e Nicola ci incontravamo qui, ma non puoi sapere che, allora, il palazzo era disabitato, che avevo allestito una sola cameretta per noi e che era proprio questa dove siamo adesso; anzi, fu proprio in questo stesso punto che avemmo il primo incontro sessuale.”
“Avete copulato qui la prima volta?”
“No, non ho detto ‘copulato’ e ormai avrai capito che non esito a chiamare le cose per nome; qui abbiamo fatto l’amore la prima volta; ma, per l’ardore giovanile, per le preoccupazioni (io ero appena sposata con quell’animale di Antonio che non era ancora partito per la Germania) e per la smania di godere, risolvemmo tutto con una masturbazione reciproca; ma ti assicuro che in trent’anni di copule non ho mai più provato un piacere tanto intenso come per quella doppia masturbazione. Perché, vedi, le cose non hanno valore per sé stesse, ma per come, dove e con chi le fai.”
Intanto, allungo la mano sulla patta e disegno con le dita il profilo di un membro che mi sembra assai simile a una lattina, per grossezza, e ad un grosso cetriolo, per lunghezza; lentamente lo accarezzo su tutta la superficie e vado a prendere la zip, apro il pantalone e prendo in mano la sua mazza mostruosa e meravigliosa.
Seba non se ne sta fermo, stavolta, e sento la sua mano carezzarmi le ginocchia e insinuarsi tra le cosce; le allargo per farlo entrare e, in un attimo, mi afferra la vulva da sopra lo slip; si fa poi strada ai lati e infila un dito dentro.
Ho un primo brivido di piacere che si trasmette a tutto il corpo e poi al cervello.
Con la mano libera gli prendo il viso e lo bacio; stavolta è più rapido e reattivo; in un attimo mi sento la bocca completamente invasa dalla sua lingua che perlustra i denti a uno a uno, mi lecca il palato e si intreccia alla mia lingua in ghirigori di piacere.
Sento la vulva pulsarmi, anche per effetto delle manipolazioni di lui che attraversa avanti e indietro il canale vaginale strusciando il palmo sul clitoride che impazzisce di goduria.
La mia mano continua ad andare su e giù sul suo bastone che si fa sempre più duro e gonfio.
Staccando un momento la bocca dalla mia.
“Sto per godere.”
Mi sussurra languido.
“Non ti azzardare; aspettami ancora un momento … ecco … ora … ora …”
E gli esplodo sulla mano il più intenso e violento orgasmo che potessi ricordare.
Seba è velocissimo a prendere un tovagliolo dal tavolo e a metterlo davanti all’organo per evitare di sporcare tutto l’ambiente: dal suo membro saltano fuori cinque o sei spruzzi di sperma caldissimo che si schiacciano contro il tovagliolo e precipitano sulla mia mano che tiene stretto il sesso.
Per un momento perdiamo il senso della realtà e navighiamo nel limbo del piacere; poi cominciamo a riprenderci: lui pulisce attentamente il membro e la mia mano; io lecco gli ultimi residui per assaporare il gusto del suo sperma caldo.
“Hai bisogno di andare in bagno?”
Mi chiede premuroso.
“No, grazie; vado in camera mia.”
“Va bene; ti raggiungo tra qualche minuto.”
“Ti lascio aperta la porta”.
In camera, mi spoglio rapidamente e vado in bagno a rinfrescarmi a lavarmi la vulva dagli umori che ho scatenato.
Prendo dalla valigia una vestaglia leggera e trasparente e mi sdraio sul letto.
Non si fa attendere molto.
Gli dico immediatamente di spogliarsi nudo e mi soffermo a guardarlo eccitatissima mentre lascia cadere un pezzo alla volta il suo abbigliamento; quando denuda il torace non posso fare a meno di ammirare la struttura compatta e forte della sua muscolatura probabilmente allenata da esercizi di palestra anche se non da palestrato; poi è la volta del ventre; gli chiedo di girarsi mentre si sfila lo slip, perché mi affascina ammirare le sue natiche compatte e sode come le avevo intuite baciandolo.
Poi è la volta dell’arnese, un vero omaggio al dio Priapo, un bastone di carne che sfiora i trenta centimetri ed è largo più della stretta della mia mano.
Mi sposto strisciando sul letto e vado a sedermi sul bordo inferiore dove lui mi domina davanti con l’asta all’altezza esattamente della mia bocca.
Prendo delicatamente nella sinistra i testicoli gonfi e tesi; con la destra impugno la mazza alla radice e comincio a menare la mano avanti e indietro; lui si accosta con il ventre al mio viso e non posso fare altro che aprire la bocca e dare i primi baci sulla punta, poi ci passo delicatamente la lingua e, infine, apro la bocca in maniera innaturale e faccio entrare la sua cappella enorme.
Contemporaneamente, massaggio le palle ricavandone un sottile godimento, manipolo procurandomi e procurandogli immensa goduria e con la lingua cerco di leccare nella mia bocca la cappella che la occupa tutta e la domina con mio enorme piacere.
Preso dal raptus della fellatio, Seba spinge un paio di volte il bacino contro la mia bocca, il membro mi penetra fino all’ugola ed io ho dei conati di vomito, per cui lo spingo indietro facendo pressione sull’asta.
