Invece Genny si alzò in piedi e mi tirò a sedere sul letto con i piedi sul pavimento.
Solo a quel punto mi resi conto che io ero completamente nuda e che lui aveva ancora addosso i pantaloni della tuta, che lui aveva leccato e scavato tutto gli anfratti del mio corpo ed io invece non l’avevo ancora assaporato.
Quasi per farmi perdonare, presi i pantaloni dalla cintola e li abbassai di colpo fino ai piedi; scalciando un poco, li spinse lontano.
Mi trovavo di fronte per la prima volta ad un vero pene, grosso, lungo, duro, quasi immenso per me; lo guardai con amore e quasi timidamente allungai una mano a prenderlo.
Avevo ancora in mente la scena di Nicola e Peppino e non ebbi difficoltà, quindi, a cominciare a masturbarlo.
Mi mandava in estasi sentire vibrare sotto le dita la carne viva e pulsante, le vene gonfie; sollevai l’altra mano per accogliere i testicoli, due sfere sode e tese che non stavano insieme nella mia mano delicata.
Per un poco ammirai l’asta e me la gustai con le dita; poi Genny mi toccò sulla testa ed accennò una spinta; mi resi conto che ce l’avevo proprio all’altezza della bocca e che una fellatio era quello che la situazione imponeva, quello che lui si aspettava e quello che io ero determinata a fare.
Accostai la bocca, leccai un poco timidamente l’enorme cappella e piano piano la feci entrare in bocca.
La sensazione fu immensa e indescrivibile; tutti i terminali nervosi del ventre si agitarono e mandarono al cervello segnali di intenso e incontenibile piacere; la lingua si mosse quasi autonomamente a leccare nonostante lo spazio angusto che non consentiva grandi movimenti nella bocca; anzi, i denti qualche volta graffiarono la pelle delicata della cappella e Genny fu costretto a darmi suggerimenti per aprire al meglio la bocca, farlo entrare il più possibile in profondità e titillarlo con un gioco di muscoli delle guance e il palato.
Ad un certo punto, fu lui a spingere il bastone nella bocca con movimenti del bacino; lo assecondai al meglio aprendo al massimo la mandibola e sopportandolo nella gola fino ai conati di vomito.
Ma non era una fellatio quella che Genny voleva da me.
Ritirandosi delicatamente e strappandomi di bocca e di mano il suo meraviglioso verga, ‘Se continui così, mi fai venire.’ mi disse; lo guardai come un marziano.
Anche per darsi un po’ di riposo, provò a spiegarmi il senso della frase.
Avevo già ascoltato quelle cose dette da Nicola ai ragazzi sul terrazzo; ma solo in quel momento mi resi conto che dal forellino sulla punta della cappella ad un certo punto sarebbe sgorgata una cremina bianca detta sperma che Antonio versava abbondantemente nella mia vulva ogni notte, che era quella che faceva nascere i bambini e che bisognava stare attente a non prenderla in vulva senza precauzioni.
Genny mi spiegò anche i vari modi per fare arrivare un uomo ad eiaculare (o arrivare o venire o godere, secondo il linguaggio usato): non mi sorpresi della masturbazione né della copula in vagina, del coito anale o della fellatio; ma l’idea della ‘spagnola’ tra le tette mi lasciava alquanto perplessa.
Fu necessaria una pratica dimostrazione; Genny mi strinse le tette dai lati e nello spazio che le divideva inserì il sesso; sostituendo le sue mani con le mie, presi a stringere l’asta e a solleticarla finché la cappella giunse all’altezza della bocca e, sporgendo la lingua, cominciai a leccarla; vidi che Genny rovesciava indietro la testa e tratteneva il respiro, segno di grande piacere; ed insistetti nella carezza con le tette.
Mi fermò di colpo, avvertendomi che non aveva ancora intenzione di godere e che c’erano ancora molte cose da esplorare.
Ero ancora seduta sul bordo del letto con i piedi sul pavimento e lui era davanti a me in piedi; si piegò un poco verso di me e la sua mano destra andò ad artigliarmi la vulva; il dito medio si infilò dentro e cominciò a percorrere i tessuti molli del canale vaginale, provocando una lunga serie di scosse di piacere; poi si spostò sul clitoride e cominciò a martoriarlo premendolo, girandoci intorno, titillando come per masturbare; ansimavo come una locomotiva e strabuzzavo gli occhi per il piacere.
Di colpo, si ritrasse e ‘Continua da sola’ mi intimò; portai la mano destra sulla vulva, inserii due dita e cominciai a sollecitarmi come aveva fatto lui: ondate di piacere si levarono dalla vagina e percorsero il corpo fino ad esplodermi nel cervello; le mie mani divennero quasi frenetiche e, istintivamente, usai l’altra mano per titillarmi un capezzolo.
Genny mi guardava compiaciuto e abbozzava solo piccoli gesti come titillarmi l’altro capezzolo o rovistare nel mio pelo pubico fino a raggiungere, dall’alto, il clitoride per massaggiarlo in contemporanea con me.
Interrompendo i giochi erotici, mi sollevò di colpo e mi spostò indietro sul letto, finché anche i piedi furono sulla coperta; lui invece si sdraiò in posizione contraria, col viso rivolto alla vulva e i piedi verso il mio volto; mi prese per una mano e mi fece sogno di montargli addosso; mi trovai così col viso sul suo membro mentre la mia vulva gli si appoggiava sul volto.
“Ti piace un 69?”
Mi chiese; ed io non seppi cosa rispondere, ma istintivamente presi a leccare la verga che mi si ergeva davanti prepotente e, immediatamente dopo, la infilai di colpo in bocca facendola penetrare fino alla gola.
Genny, da parte sua, aveva ripreso a leccarmi la vulva e lo faceva con sapiente metodicità: partiva dal monte di Venere, percorreva lo spacco delle grandi labbra, si soffermava a succhiare il clitoride e proseguiva il percorso fino ad infilarsi nell’ano.
Ogni passaggio era una frustata di piacere che mi percorreva la schiena e si schiantava nel cervello.
Le vampate di calore mi montavano ripetutamente; a quel punto lo volevo in vagina, volevo che quel membro mi scavasse dentro, mi rompesse tutti gli argini e mi facesse godere come mai in vita mia.
Glielo dissi.
Sorrise, spostò il mio corpo, si sollevò a sedere e si spostò ai miei piedi, mi divaricò garbatamente le cosce e si mise in ginocchio sul letto piazzandosi proprio in mezzo.
Girando lo sguardo all’armadio vidi riflessa nello specchio l’immagine di me completamente scosciata e Genny nudo in ginocchio fra le mie gambe con la sua mazza enorme che puntava decisamente al mio ventre.
L’immagine mi eccitò quasi più della situazione e allungai le braccia per attirarlo a me in un bacio altamente sensuale.
Mentre con la bocca mi rinnovava il piacere dello scambio tra le lingue, sentii il suo corpo che si adagiava sul mio e il sesso che andava a strofinarmi i peli pubici; insinuai tra noi due una mano, presi il suo membro, lo strinsi con amore e lo guidai alla vulva; si accostò quasi con devozione e cominciò a strusciarsi sul clitoride provocandomi ondate incessanti di scosse di piacere che mi bruciavano il cervello: ormai mi sentivo viva solo lì dove il suo sesso e il mio si incontravano.
Genny mi prese per le caviglie e sollevò i miei piedi verso le sue anche; capii l’intenzione e lo abbracciai con i piedi sui fianchi, spingendo a colpi di reni il mio bacino verso il suo pene che penetrò quasi di colpo nella vagina facendola esplodere in fuochi artificiali di piacere che mi fulminavano il corpo fino al cervello; in un attimo di coscienza, ammirai nello specchio il mio corpo delicato abbarbicato al suo con le tette premute dal suo petto, l’inguine incastrato nel suo e le gambe protese dietro la schiena a stringerlo a me oltre ogni limite.
Il momento culminante lo raggiunsi quando la punta del membro, spinta con foga dentro la vulva, andò a colpire la cervice dell’utero: credetti quasi di scoppiare quando l’orgasmo mi esplose dentro; mi abbarbicai al suo corpo e non lo mollai finché l’onda di piacere non fu attenuata.
Genny intanto aveva cominciato a pompare dentro con dolcezza e ritmo, toccando tessuti interni che fino ad allora non era stati stimolati e che reagivano provocandomi sempre nuove emozioni, sempre intensi orgasmi.
Dopo un’esplosione più violenta, mi adagiai rilassata con la mazza saldamente impiantata nella vagina; presi a carezzare il corpo di lui che mi sovrastava ma non mi pesava e non mi disturbava affatto.
Pensavo che avrebbe concluso con una eiaculazione, dopo la quale - come mi aveva spiegato - avrebbe avuto bisogno di ricaricarsi prima di tentare un nuovo ‘assalto’.
Ma Genny aveva ancora qualcosa da insegnarmi.
Muovendosi delicatamente, si sfilò dalla vagina lasciandomi un vuoto ed un senso di rimpianto; si stese a fianco a me supino col suo membro innalzato come uno scettro alla sua mascolinità; a cenni mi invitò a montargli addosso: ero un po’ perplessa ma poi mi resi conto che mi chiedeva di essere io a montarlo; scavallai con una gamba il suo corpo e mi sistemai quasi seduta su di lui, sollevai il bacino, infilai una mano fra le cosce, afferrai il suo pene che sembrava d’acciaio, tanto era duro, e diressi la cappella verso la mia vulva; lo strofinai a lungo sulle grandi labbra e sul clitoride provocandomi non pochi orgasmi che bagnarono completamente il suo ventre con i miei umori; poi decisamente mi abbassai e faci entrare il sesso fino all’utero; con un ultimo, deciso colpo feci urtare violentemente la cappella contro la cervice: il gesto mi provocò una fitta di intenso dolore che immediatamente si trasformò in un’indicibile piacere diffuso che mi invase tutto il corpo.
