“Grazie, non ti deluderò.”
I due mesi del corso passano quasi lineari; Laura incassa persino il plauso della commissione, per l’applicazione e la diligenza; anche il suo comportamento è perfettamente in linea, per abbigliamento, modi, puntualità e preparazione; sua madre non ha da lamentarsi della convivenza perché, nonostante i fastidi della gravidanza, Laura non invade la sua vita con molti fastidi; se va a fare qualche pompino nei bar, nessuno se ne accorge perché episodi casuali e lontano da casa.
Non è in grado, d’altronde, di svolgere attività sessuali perché sta cercando di porre rimedio ai danni di una terribile stagione di sesso al limite; l’equipe che la cura le ha proibito qualsiasi iniziativa; si limita quindi a studiare, partecipare ai corsi e preoccuparsi della salute; di tanto in tanto, si fa accompagnare da sua madre a prendere libri a casa di Marco, ma si limita a sguardi intensi e forse a tanti rimpianti inespressi.
Il giorno in cui consegnano i diplomi che fanno accedere agli esami, passa dall’ufficio di Marco e dice a Loredana che vuole ringraziarlo per l’aiuto; gli indica che è al bar per un caffè; lo raggiunge; si siede al tavolino e, dopo i convenevoli, gli chiede con la solita arrogante sfrontatezza se accetta di festeggiare come per la laurea; dopo un attimo di esitazione, lui non resiste alla tentazione di ricucire un rapporto con la ragazza che comunque ama ancora e accetta.
Si trovano ai cancelli, a fine giornata, e lei gli chiede di andare a casa sua, per cenare; la porta alla trattoria dove di solito va con Nicoletta; telefona a quest’ultima per avvisarla che Laura è con lui e forse ci resterà; mangiano velocemente una bistecca e si chiudono in casa; la ragazza non ha nessuna esitazione ad aggredirlo con uno dei suoi baci sensuali a cui sa che lui non resiste.
Il duello delle lingue che si inseguono e si succhiano va avanti per un tempo assai lungo, mentre le mani si palpano in ogni dove alla ricerca di antichi piaceri, sepolti sotto una montagna di eventi, non sempre piacevoli, che li hanno affossati; non è difficile per lui trovare i capezzoli duri e dolcissimi da succhiare e da titillare; lei si frena prima di chiedergli di morderli a sangue come spesso le capita di fare nelle sue prestazioni sessuali.
Ma molti suoi comportamenti hanno già messo sull’avviso Marco che quella che lo sta concupendo non è la donna che ama da una vita, piuttosto la sua deformazione estrema in una prostituta quasi di professione; quando infila la mano fra le cosce e va a prendere a pieno palmo la figa, qualcosa di flaccido gli fa capire che ci sono stati autentici prolassi; quando infila le dita e le sente ballare, insiste più volte fino a che la mano a cuneo entra quasi inavvertita da lei.
Le infila il pugno chiuso e s’accorge con ribrezzo che va dentro senza problemi l’intero avambraccio, non piccola cosa; la convinzione che sia abituata al fisting è inevitabile e dolorosa; decide di provare la verifica dell’ingresso posteriore, la fa girare e la piega a pecorina; lei gode dell’interesse che crede di suscitare e si ritiene quasi amata; lui appoggia il pugno chiuso all’ano e spinge; il retto si apre a ricevere disinvoltamente l’avambraccio.
A Marco viene da vomitare, specialmente quando osserva lo sguardo irridente e divertito di lei; gli viene quasi voglia di fare la telefonata per chiedere per la donna una punizione che la costringa in carrozzella per il resto della vita, dopo che ne ha sprecato ignobilmente gli anni più belli; poi si rende conto che non è tempo di vendette e che serve solo il coraggio di cacciarla; ad aggravare il suo senso di colpa, lo stato di gravidanza che solo ora gli torna in mente.
“VATTENE!”
E’ l’unica cosa che gli viene di dire; il sorriso ironico di lei si spegne di colpo; nel momento in cui era quasi convinta di avere di nuovo conquistato l’uomo potente alle sue voglie, il verbo sibilato con la forza di una scudisciata la lascia interdetta; mentre raccoglie le sue cose, piagnucola che non può tornare dalla madre che è andata a cena con altre operaie e non sa quando tornerà; se ne ricorda anche lui; le indica la camera degli ospiti.
“Chiuditi a chiave e non uscire finché non verrà tua madre; piscia in una bottiglia, caga in un vaso ma non mettere il naso fuori della porta finché non sarò ad autorizzarti.”
Sa che lei soffre di una leggera forma di claustrofobia, ma ne ha le palle piene fino alla rottura, di lei e delle sue stupidaggini; la maternità e l’ipotesi che il figlio sia suo, lo costringono a subire un vile ricatto come tante volte è accaduto; ma stavolta è determinato anche a farla ammazzare; la perfida è riuscita a portare tutto sul piano di una sfida avendo in mano un asso che ritiene vincente; fa buon viso a cattivo gioco e la guarda sparire oltre l’uscio che si chiude a chiave.
Non ha strumenti per controllare la sua ira, il malessere, la voglia di vomitare; si siede sul letto e il cervello comincia a ripercorrere l’autostrada delle malefatte di Laura, dopo la scopata con cui si fece sverginare; anche quella scelta oggi tende ad apparirgli come una predeterminata mossa per arrivare a sostituire sua madre nel dominio dell’uomo di potere; sente di odiarle entrambe; ma soprattutto è con se stesso che ce l’ha, per essersi fatto invischiare da sempre in quel gioco perverso.
Si sente scoppiare la testa e teme di impazzire, tra il desiderio di spararle e dichiarare che aveva temuto fosse un ladro; fare una telefonata e ordinare che l’ammazzino alla prima occasione; mandarla in mezzo alla strada o darsi una calmata in qualche modo; a ‘giocare contro’ è lo stato di gravidanza e l’ipotesi che quel figlio da nascere possa essere il suo unico erede legittimo.
Lo salva dalla follia la telefonata di Loredana che, con voce squillante, lo prende in giro perché se ne sta solo in una serata che per tanti è di gioia; capisce dal tono della voce che ha bisogno di aiuto; saputo che è in casa, gli indica il locale dove si trova e gli impone affettuosamente di raggiungerla, in pantalone leggero, maglietta e mocassino come nei giorni belli del viaggio.
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