Ero quasi arrivato all'incrocio di casa mia, perso nei miei ragionamenti di redenzione, quando due colpi di clacson mi fecero saltare in aria.
Mi girai. Maria.
Era a cavallo del suo scooter, accostata al marciapiede. Se di sera era un pericolo pubblico, vederla tornare dalla palestra era un attentato alle coronarie. Indossava dei leggings neri così aderenti che sembravano dipinti sulla pelle e un top sportivo rosa fluo che faticava a contenere il seno. Era totalmente, inequivocabilmente sudata. I capelli le si appiccicavano al collo, la pelle del décolleté brillava di umidità e il respiro le sollevava il petto in modo ritmico.
"Giò! Ciao!" mi salutò, alzando la visiera del casco, sfoggiando un sorriso a trentadue denti.
"Ehi, Maria. Sopravvissuta al caldo?" feci io, avvicinandomi al marciapiede, cercando disperatamente di tenere lo sguardo all'altezza dei suoi occhi. "A malapena. Ho appena finito una sessione da morire. Tu che ci fai in giro a quest'ora? Sembri uno zombi." "Torno a casa," risposi, infilando le mani in tasca. "Le solite cose."
Lei si appoggiò al manubrio, piegandosi in avanti. I leggings si tesero ulteriormente sui glutei, e la scollatura del top sportivo si allargò, offrendomi una visuale dall'alto che mise a dura prova i miei buoni propositi.
"Senti, zombi..." iniziò lei, abbassando il tono di voce e guardandomi da sotto in su, con un'espressione maliziosa. "Mi spieghi perché non hai mai risposto al mio messaggio di domenica mattina? Ti ho fatto paura?"
Eccola. Diretta come un treno merci. Come ricorda il nostro manuale, l'approccio diretto e la tensione palpabile sono la chiave.
"Paura? Ma figurati," risposi, cercando di buttarla sull'ironia per disinnescarla. "È che il mio telefono ha avuto un mancamento. Troppo caldo, si è spento per tre giorni. Un lutto digitale." "Sei un pessimo bugiardo, Giò," ridacchiò lei, passandosi una mano sul collo sudato. "Secondo me te la sei fatta sotto."
La guardai. Il suo odore, un misto di profumo dolce e sudore acre da allenamento, mi arrivò alle narici. Era ferina. "Secondo me, invece, tu puzzi," la punzecchiai, arricciando il naso. "Fai schifo, Maria. Dovresti correre a casa a farti una doccia, e anche con tanta candeggina."
Invece di offendersi, lei scoppiò a ridere di gusto, gettando la testa all'indietro. "Stronzo! Sono sudata, è normale, ho faticato!" "Sì, ma inquini l'aria della provincia. Vai a lavarti, dai."
Rimanemmo lì a chiacchierare per altri dieci minuti, sfottendoci a vicenda. Lei si divertiva a provocarmi, io facevo il gradasso per non cedere. Ma mentre parlavamo, l'occhio mi cadde sul cruscotto del suo scooter. Il telefono era incastrato nel supporto da manubrio. Lo schermo si illuminò.
Una, due, tre volte. La scritta "Giulio 🐻" compariva in cima alle notifiche.
Maria abbassò lo sguardo, vide il nome del suo fidanzato, il mio amico, che in quel momento era in vacanza in Spagna con i suoi genitori, e con un rapido movimento del pollice... swish. Cancellò le notifiche senza nemmeno aprire i messaggi. E tornò a guardarmi, sorridendo come se nulla fosse.
"Allora," riprese lei, sporgendosi ancora un po', "venerdì sera sei proprio sicuro di non voler passare da me? Ho l'aria condizionata. E prometto di farmi la doccia prima che arrivi."
Rimasi lì, in piedi sul marciapiede rovente, con l'immagine di lei che ignorava Giulio stampata nella retina e il suo invito esplicito a un palmo dal naso. Il bivio era davanti a me: la strada sicura, o il baratro più assoluto.
Rimasi a fissare il suo décolleté sudato per un paio di secondi, soppesando i pro e i contro di quella che si preannunciava come la peggiore decisione della mia vita.
"Sai che c'è?" le dissi, sfoderando un sorriso da schiaffi. "Se mi dai un passaggio a casa ora, ci penso per venerdì."
Maria fece schioccare la lingua contro il palato, divertita. "Sali, zombi."
Il viaggio di ritorno fu un bis della tortura domenicale. L'aria calda dell'estate ci investiva, ma il calore vero veniva dal suo corpo appiccicato al mio. L'odore del suo sudore misto al bagnoschiuma fiorito mi entrava nel cervello. Io cercavo di tenermi a distanza di sicurezza, ma ogni frenata era un pretesto per schiacciarmi contro la sua schiena, sentendo i muscoli tesi sotto il top sportivo.
Arrivammo sotto casa mia. Il mio palazzo ha un androne molto grande, perennemente in ombra e fresco come una cantina, con una vecchia panchina di legno incassata in una rientranza. Invece di salutarmi e ripartire, Maria spense il motore, mise il cavalletto e mi seguì dentro.
"Ah, qua si respira," sospirò, lasciandosi cadere sulla panchina e allargando leggermente le gambe per far prendere aria ai leggings aderenti.
Mi sedetti accanto a lei, tenendo una prudente distanza di mezzo metro. "Beh? Non dovevi correre a lavarti?" la sfottei. "Posso aspettare cinque minuti. E poi mi piace darti fastidio," ribatté, girandosi verso di me.
Iniziò a stuzzicarmi. Mi toccava il braccio per enfatizzare le frasi, mi guardava le labbra mentre parlavo, si passava le dita tra i capelli umidi scoprendo il collo. Era provocante da fare schifo. Una calamita. A un certo punto, la curiosità prese il sopravvento sul buonsenso.
"Maria, ascolta, parliamoci chiaro," le dissi, incrociando le braccia. "Ma perché cazzo hai tutta questa voglia di tradire Giulio? Insomma, stiamo parlando del mio amico, e tu sei la sua ragazza. Che ti ha fatto?"
Lei sbuffò, alzando gli occhi al cielo. L'espressione innocente svanì, lasciando il posto a una noia genuina. "Giulio è... noioso, Giò. È un bravo ragazzo, per carità, ma è tutto così piatto, monotono. È prevedibile a letto, è prevedibile fuori. Io ho bisogno di stimoli. E tu... beh, mi piace la tua energia."
A stento trattenni una risata isterica. La mia energia? Domenica notte ero un disperato ubriaco fradicio che piagnucolava sul suo collo, che cazzo di energia aveva visto? L'energia della disperazione?
"Certo, sono noto per essere un concentrato di pura adrenalina," ironizzai. "Quindi, ipoteticamente parlando... se venerdì venissi da te, cosa pensi che faremmo per combattere questa tua noia? Un torneo di Risiko? Una maratona del Signore degli Anelli?"
Maria si morse il labbro inferiore, scivolando più vicina a me sulla panchina. Il fresco dell'androne non bastava più a raffreddare l'aria tra noi. "Ipoteticamente," sussurrò, la voce improvvisamente più roca, "pensavo di farti sudare molto di più di quanto non abbia fatto io oggi in palestra."
La sua mano si posò sulla mia coscia. Non un tocco leggero, ma una presa salda, proprio sopra il ginocchio. Le mie difese iniziarono a sgretolarsi. Come raccomanda la guida, si parte adagio per farsi diretti, fino a far salire la tensione in modo palpabile.
"E come?" la provocai, sentendo la gola secca. Le sue dita iniziarono a risalire lentamente lungo il tessuto dei miei jeans, tracciando piccoli cerchi esplorativi. "Beh... potremmo iniziare sul divano. Tu ti rilassi, e io ti faccio vedere perché Giulio è così 'innamorato' di me. Ti toglierei quei vestiti, e ti dimostrerei cosa so fare con la lingua prima ancora di farti entrare... Ti piace quando ti leccano lentamente, Giò?"
Deglutii a fatica. La sua mano era arrivata pericolosamente vicina al mio inguine. "Maria..." "E poi," continuò lei, imperterrita, sfiorandomi la base dell'erezione che stava ormai esplodendo nei pantaloni, "quando non ne puoi più, ti metto io con le spalle al muro. E decido io il ritmo."
Le parole di Sofia mi rimbombavano nel cranio come un allarme antiaereo: Le troie portano solo guai. Non ci provare nemmeno. Ma il contrasto era devastante. Sof, per quanto burrosa, passionale e affamata, aveva praticamente imparato tutto con me in quelle settimane. Era entusiasta, ma grezza. Maria, invece, era una leggenda. Giravano storie su di lei fin dai tempi delle superiori. Sapevo che era perversa fino al midollo, una che sapeva esattamente dove mettere le mani e come farti impazzire. Era una fottuta tigre indomabile, e l'idea di essere sbranato da lei mi stava eccitando oltre ogni limite razionale.
"Non tieni proprio le mani a posto, eh?" riuscii a dire, la voce ridotta a un sussurro roco, mentre lei mi accarezzava sfacciatamente attraverso il denim. "Solo se c'è qualcosa di interessante da toccare," mi sorrise, staccandosi di scatto, lasciandomi con un vuoto incolmabile e un problema logistico enorme nei pantaloni. Si alzò in piedi, sistemandosi i leggings sudati.
"Venerdì. Ore nove. Citofona e sali," disse, facendomi l'occhiolino mentre si dirigeva verso l'uscita del palazzo. "Vedi di non mancare, o vengo a prenderti per i capelli."
Inutile mentirci: potevo fare tutte le riflessioni filosofiche del mondo, potevo dirmi che era sbagliato, ma la verità era una sola. La volevo. Come insegna il nostro manuale, nell'erotico la spontaneità e l'istinto vincono sempre sulla complessità morale.
Quel venerdì sera, mi presentai puntuale come un orologio svizzero davanti al suo cancello. Suonai. Nessuna risposta. Dovetti aspettare venti, lunghissimi minuti, sudando freddo e caldo insieme, prima di vederla spuntare dal fondo della strada. Esattamente come l'altra volta, arrivò in motorino, di ritorno dalla palestra, sudata fradicia. E ovviamente, non si sprecò in mezza scusa per il ritardo. Mi fece un cenno con la testa, aprì il cancello e mi fece cenno di seguirla.
