Vai al contenuto
Erotika
Provincia Di Troie - Vol.1 · Cap. 9
Aa
Dimensione testo
Tema
Salva
Capitolo 9 di 9 25 min di lettura

Pompini rabbiosi, sborrate punitive e fighe gelose

Tra docce bollenti e gelosie feroci, Sofia decide di punire le distrazioni di Giovanni sfinendolo a letto con una foga inaudita. Ma proprio quando i due crollano esausti, un messaggio in chat innesca una bomba a orologeria che trasformerà le imminenti vacanze estive in un delirio.

Giovy22
3 mesi fa · 1.1k letture · 0

Anna fece finalmente un mezzo sorriso, uno di quelli timidi e adorabili che mi facevano regolarmente saltare i circuiti. "Pistacchio e stracciatella?"

"Pistacchio, stracciatella e pure la panna montata."

Pochi minuti dopo, eravamo di nuovo seduti sulla panchina. Anna stringeva tra le mani un cono gigantesco, che leccava con l'entusiasmo di una bambina di cinque anni a cui hanno appena comprato il luna park. Era ancora un po' rossa in viso, le ciglia bagnate dalle ultime lacrime, ma la crisi sembrava rientrata. Anzi, la botta di zuccheri l'aveva fatta tornare la solita, meravigliosa, logorroica ingenua di sempre.

"E comunque," stava dicendo, gesticolando pericolosamente con il cono in mano, "io gliel'ho detto a mia madre che non si può lavare il maglione di cachemire a sessanta gradi, ma lei niente, fa di testa sua e poi dà la colpa alla lavatric—"

Non finì mai la frase.

A causa del suo gesticolare infervorato, una grossa, densa goccia di crema al pistacchio, ormai mezza sciolta per il caldo, si staccò dal cono. Seguì una traiettoria perfetta, guidata dalla gravità e dalla sfortuna, e andò a spiaccicarsi esattamente al centro della sua scollatura. La goccia fredda atterrò sulla pelle dorata, scivolando pericolosamente verso il basso, proprio nel solco profondo dove i suoi seni pieni e abbondanti si schiacciavano l'uno contro l'altro sotto la canottiera lilla.

"Oh, cazzo!" esclamò lei, sgranando gli occhi, immobilizzandosi per paura di far scivolare il gelato ancora più giù. "Giò, il tovagliolo, presto!"

Il mio cervello, già provato dagli eventi della giornata, andò completamente in cortocircuito. Agendo per puro, fottuto istinto animale mascherato da cavalleria, non le porsi il tovagliolo di carta che tenevo in mano. Lo usai io.

"Ferma, ci penso io, fai un disastro," mormorai, sporgendomi verso di lei.

Senza pensarci mezza volta, abbassai la mano sul suo petto. Premetti il tovagliolo contro la sua pelle bollente per bloccare la goccia di pistacchio prima che si infilasse nel reggiseno.

Il contatto fu una scossa elettrica.

Attraverso il velo sottile di carta, le mie nocche e i polpastrelli incontrarono l'incredibile, travolgente morbidezza del suo décolleté. Era una consistenza divina: le sue tette erano pesanti, caldissime, e cedevano docilmente sotto la minima pressione della mia mano. Mossi il tovagliolo per pulire la macchia appiccicosa, un gesto che durò forse due secondi, ma che sembrò dilatarsi in un'eternità. Il dorso della mia mano sfiorò il tessuto teso della canottiera, accarezzando inavvertitamente il volume pieno della sua mammella sinistra.

Sentii il suo respiro bloccarsi di colpo. Il suo petto si alzò e si irrigidì sotto la mia mano.

Mi fermai, il tovagliolo ancora premuto contro la sua scollatura. L'aria attorno a noi sembrò improvvisamente diventare densa e irrespirabile.

Alzai lo sguardo, lentamente.

Anna non stava più parlando di maglioni o di lavatrici. Era immobile, il cono gelato sospeso a mezz'aria. Il suo viso era esploso in un rossore violentissimo, che partiva dalle guance e scendeva giù fino al collo. Teneva le labbra dischiuse, il respiro diventato di colpo corto e superficiale, e mi fissava con due occhi azzurri sgranati, carichi di uno shock che non aveva nulla a che fare con il freddo del gelato.

Eravamo a un millimetro dal baratro. La mia mano era letteralmente in mezzo alle tette della ragazza dei miei sogni, e lei, invece di tirarmi uno schiaffo o scostarsi, era rimasta paralizzata, intrappolata in un imbarazzo così denso e vibrante da farmi impazzire.

Il tempo si era fermato. La mia mano era un estraneo fortunato atterrato sul pianeta più morbido della galassia, e gli occhi di Anna, sgranati e incollati ai miei, sembravano sul punto di cedere a quel cortocircuito imprevisto.

Ma il destino, che palesemente si diverte a torturarmi, aveva altri piani. BZZZ! BZZZ! BZZZ!

Il mio telefono, sepolto nella tasca dei pantaloni, esplose in una vibrazione così violenta e improvvisa che sembrò un martello pneumatico. Feci un salto sul posto, ritirando la mano dal petto di Anna come se mi fossi appena bruciato sui fornelli. Lei sussultò, sbatacchiando le palpebre e distogliendo lo sguardo, improvvisamente rossissima. Si passò una mano nervosa tra i capelli, cercando di ignorare l'atmosfera pesantissima che si era appena creata.

Sfilai il cellulare dalla tasca con le mani che tremavano. Il display illuminato era una sentenza di morte senza appello: Sofia (12esima chiamata persa... ah no, questa è la 13esima in arrivo).

"Merda," sibilai a denti stretti. Mi girai leggermente di lato, coprendo lo schermo con la mano per non far leggere il nome ad Anna. "Scusami un attimo... è una cosa importantissima. Di vitale importanza. Devo rispondere."

Anna annuì, leccando freneticamente il gelato per darsi un contegno. "Sì, certo, vai tranquillo."

Mi alzai dalla panchina, feci cinque o sei passi verso un albero per cercare un briciolo di privacy e risposi, portandomi il telefono all'orecchio come se fosse una bomba innescata.

"Sofi, ciao! Ascolta, io—"

"Giovanni," mi interruppe una voce gelida, tagliente e carica di un'incazzatura quasi letale. Non urlava, e questo era ancora più terrificante. "Hai esattamente tre secondi per giustificare il fatto che io sia qui, stesa sul mio fottuto letto, con l'aria condizionata a palla e le cosce spalancate da un'ora e mezza ad aspettare te."

"Sofi, ti prego, perdonami," sussurrai freneticamente, lanciando sguardi paranoici verso Anna per assicurarmi che non stesse ascoltando. "Ho avuto un'emergenza! Un imprevisto enorme, ti giuro, sto correndo verso—"

"Un imprevisto?" sbottò Sofia, abbandonando il tono gelido per passare direttamente alla furia omicida. "Spero per te che tu sia in un fosso, o che tu stia donando un rene a tuo fratello. Perché se stai facendo il coglione in giro per il centro mentre io ho sprecato un'ora di depilazione tattica integrale per te, giuro su Dio che ti eviro con un cucchiaino da caffè!"

"No, no, sono quasi lì, cinque minuti e suono al campanello!" balbettai, sudando freddo.

"Cinque minuti un cazzo!" sbraitò lei, la voce che vibrava di un misto di rabbia e di quell'esigenza carnale che la rendeva sempre così spudorata. "Sono sudata, arrapata e incazzata nera. Ascoltami bene, zombi: se non suoni a questo fottuto campanello in venti secondi netti, la mia figa te la scordi. La vedi col binocolo per il resto della tua misera vita. Dovrai accontentarti dei video su Pornhub fino all'età della pensione. Venti. Secondi."

Click. Mi attaccò il telefono in faccia.

Rimasi a fissare lo schermo nero per un secondo, col fiato corto. L'immagine mentale di Sofia, nuda, depilata, incazzata e pronta a distruggermi (nel bene o nel male) sul suo materasso, si scontrò violentemente con la situazione romantica e disagiata che stavo vivendo con Anna al parco. Ero un uomo in trappola.

Mi infilai il telefono in tasca e tornai verso la panchina, passandomi una mano sulla faccia per cercare di assumere un'espressione dispiaciuta e non quella di un maniaco in ritardo sulla tabella di marcia.

"Tutto bene, Giò?" mi chiese Anna. Aveva ripulito la scollatura e mi guardava con i suoi soliti, dolcissimi occhi grandi. L'imbarazzo di prima sembrava essersi mescolato a una sottile, palpabile delusione.

"Eh... sì e no," mentii, strofinandomi la nuca. "Era un mio amico... cioè, Giulio. Giulio e gli altri. Mi ero completamente dimenticato che mi avevano invitato per una cosa urgentissima. Un... un progetto. Mi stanno aspettando da un'ora, sono furiosi. Devo scappare, Anna. Mi dispiace da morire piantarti qui così."

Anna abbassò lo sguardo sul suo cono gelato, ormai mezzo sciolto. Le sue spalle si incurvarono leggermente. Quella piccola crepa di tristezza nel suo sorriso mi fece sentire una merda colossale. Si era appena sfogata, si era quasi lasciata andare a un momento di altissima tensione con me, e io la stavo abbandonando per andare a farmi prosciugare dall'amica cinica.

"Tranquillo," mormorò, alzando il viso e sfoderando un sorriso comprensivo che mi strinse il cuore. "Vai, Giò. Sei stato già fin troppo gentile ad ascoltarmi oggi. Mi hai salvato la giornata."

"Ci sentiamo dopo, promesso. Scusami ancora!" le dissi, indietreggiando.

Le feci un ultimo cenno con la mano e poi mi girai, iniziando a correre come un disperato verso casa di Sofia. I venti secondi stavano per scadere, e avevo il terrore assoluto di scoprire cosa mi avrebbe fatto quella pazza appena avessi varcato la soglia.

Mi feci mezza città di corsa per la seconda volta in un solo pomeriggio, pregando i santi protettori dei disperati che Sofia non avesse davvero chiuso la porta col catenaccio per lasciarmi fuori a marcire. Quando arrivai sul suo pianerottolo, avevo i polmoni in fiamme e il sudore che mi colava sulla fronte. Schiacciai il campanello col fiatone, appoggiando la fronte allo stipite.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
Pagina 3 senza votare
Indice dei capitoli

Commenti

CallMeHot
Salva in una lista