Fece un altro passo avanti. Eravamo così vicini che le nostre vite "reali" sembravano scomparse.
I nostri occhi rimasero incatenati. Nessuno dei due si mosse. Il tempo sembrava essersi fermato in quello spazio minuscolo tra le nostre bocche. Lei deglutì, e il suo sguardo cadde lentamente sulle mie labbra, indugiando lì con una fame che non cercò più di nascondere.
Schiuse le labbra, sollevandosi appena sulle punte. Non mi baciò. Rimase a un millimetro da me, il suo respiro caldo che si mescolava al mio. Mi stava offrendo la mela avvelenata, aspettando solo che fossi io a morderla.
«Ma so che ci sei ancora dentro...»
«Se devi rovinare tutto, fallo e basta.»
Il silenzio si tese fino allo spasimo. Un respiro. Due. La guardai negli occhi, consapevole che stavo per buttare all'aria ogni cosa, e poi le presi il viso tra le mani, azzerando la distanza.
La tensione esplose. La baciai.
Era il nostro primo bacio in assoluto. Quello che avevo sognato per anni, quello che avevo immaginato mille volte da ragazzino, ed era mille volte più feroce di quanto potessi prevedere. Le nostre bocche si scontrarono con una fame disperata. Lei schiuse le labbra, accogliendo la mia lingua in un intreccio aggressivo, sapiente, che mi incendiò il sangue. Sapeva di fumo leggero e di menta.
La spinsi all'indietro fino a farla scontrare contro il pilastro di legno del gazebo. Asia gemette contro la mia bocca, afferrandomi per i lembi del giubbotto per tirarmi ancora più contro di sé. Eravamo l'esatto opposto di tutto: il mio corpo rigido contro le sue curve perfette, la mia rabbia contro il suo bisogno di controllo, eppure ci incastravamo alla perfezione.
Feci scivolare le mani lungo i fianchi stretti dei suoi pantaloni premendo il bacino contro il suo. Sentire la sua risposta, il modo in cui inarcava la schiena per cercare l'attrito, mi fece saltare ogni freno inibitore.
Afferrai il bottone di metallo e lo slacciai con un gesto rapido. Abbassai la cerniera. Asia sussultò, ma invece di fermarmi allargò leggermente le gambe.
Infilai la mano. La sua pelle era bollente. Superai l'elastico della biancheria in pizzo e la toccai. Era fradicia. Pronta per me. Quando le mie dita trovarono il punto giusto, emise un gemito strozzato che assorbii completamente con un altro bacio.
«Toccami...» ansimò, mordendomi il labbro inferiore mentre iniziavo a muovere le dita.
Ero io a dettare il ritmo. Lento, poi più profondo, incalzante. La sentivo tremare contro la mia mano. Tutta la sua spocchia, tutta la sua arroganza si stavano sciogliendo nel buio di quel gazebo. Si aggrappò alle mie spalle, le unghie conficcate nel giubbotto, il fiato corto, completamente in balia del piacere che le stavo dando. Guardare il suo viso stravolto, gli occhi chiusi, era la vendetta e la ricompensa più grande che potessi desiderare.
Ma Asia non era una che lasciava il controllo agli altri per troppo tempo.
Aprì gli occhi. C'era un lampo di lussuria oscura in quelle iridi azzurre. Mi spinse per il petto con una forza inaspettata, facendomi indietreggiare fino a farmi cadere seduto sul divano in midollino.
Restai senza fiato. Lei non si tirò su la cerniera. Con i pantaloni slacciati che le ricadevano mollemente sui fianchi, si mise in ginocchio sul cuscino proprio in mezzo alle mie gambe.
Mi guardò dal basso, un sorriso sporco e bellissimo sulle labbra gonfie, e posò entrambe le mani sulla fibbia della mia cintura.
Il suono metallico del gancio che scattava rimbombò nel silenzio come uno sparo.
Trattenni il respiro. Il mio basso ventre era contratto fino allo spasmo, duro come la roccia, in attesa. Lei abbassò la zip dei miei pantaloni, le sue dita fredde sfiorarono l'elastico dei boxer, mandandomi una scossa lungo tutta la spina dorsale. Si chinò in avanti, i capelli neri che le ricadevano sulle guance, pronta a finire il lavoro.
Poi, dal molo, una voce maschile spezzò la notte.
«...Ahò, l'hai legate bene te le barche al pontile due?»
«Sì, sì, andiamo che fa un freddo cane stasera...»
«Ho capito fra, ma te metti a maniche corte pure te»
Passi pesanti sulle assi di legno. Erano i guardiani, e stavano camminando esattamente nella nostra direzione.
Ci raggelammo entrambi.
Fu questione di una frazione di secondo. L'adrenalina azzerò l'eccitazione. Asia scattò in piedi, voltandosi di scatto verso il fiume per tirarsi su la zip e abbottonarsi i pantaloni con mani frenetiche. Io mi alzai, allacciandomi la cintura con movimenti meccanici, il cuore che mi pompava nel petto per il rischio e l'erezione che mi faceva un male cane, compressa di nuovo nella stoffa.
Rimanemmo immobili nel buio, trattenendo il respiro. I due uomini passarono a pochi metri dal gazebo, illuminando per un istante la passerella con una torcia, per poi svoltare l'angolo verso l'uscita.
Quando i loro passi svanirono del tutto, il silenzio tornò a inghiottirci.
Guardai Asia. Si stava sistemando i capelli dietro le orecchie, il respiro ancora irregolare, il petto che si alzava e si abbassava rapidamente. Non c'era più traccia di arroganza, solo una tensione elettrica, pura, tagliata a metà. Nessuno dei due disse una parola, perché non ce n'era bisogno.
Mi sistemai i vestiti con gesti meccanici, sentendo il freddo dell'acciaio della cintura contro le dita ancora calde. Asia si passò una mano tra i capelli, poi si sfiorò le labbra con il pollice, fissando un punto imprecisato nell'oscurità. Non c’era il solito sorriso di sfida. Non c’era la maschera della stronza. C’era solo un respiro spezzato che non riusciva a tornare regolare.
«Vieni qui,» dissi, la voce bassa, quasi un comando.
Lei si bloccò con la giacca a metà braccio. Mi guardò con un sopracciglio alzato.
«Che c’è? Ti è tornata la voglia? Michael, hanno appena fatto il giro, non essere...»
Non la lasciai finire. Feci due passi, le afferrai un braccio e la tirai verso di me. Non fu un gesto dolce, fu una presa decisa. Lei sussultò, ma non ebbe il tempo di protestare. La strinsi a me, non per baciarla sulle labbra, ma per affondare il viso nel suo collo.
«Michael, ma che cazzo...»
Non risposi. Cercai il punto dove la pelle era più chiara e sottile, proprio sotto la linea della mascella, e morsi. Non forte, ma abbastanza da lasciare il segno. Poi succhiai per lasciarle un piccolo regalo, ignorando il suo tentativo di spingermi via. Sentivo il suo profumo, il calore della sua pelle che pulsava, e continuai finché non fui sicuro di quello che stavo facendo.
Quando mi staccai, la guardai negli occhi. Sulla sua pelle bianca stava già comparendo una macchietta scura, violacea. Un marchio.
Asia si portò una mano al collo, sgranando gli occhi.
Prese il suo telefono, accendendo la telecamera interna.
«Sei un bastardo. Se Francesco lo scopre cosa dovrei dirgli?» disse con un tono leggermente più aggressivo.
«Ma che ti dice la testa?»
«Inventati una delle tue solite cazzate, Asia. Sei brava a mentire, no?» Mi recai verso l'uscita prendendo le chiavi dell'auto dalla tasca.
«Buona fortuna con le spiegazioni. Spero non ti servano.»
Mentre camminavo verso la macchina, sentivo il cuore battere a un ritmo diverso. Non era il senso di colpa per Chloe, né la frustrazione per l'interruzione. Era qualcosa di nuovo. Ero entrato nel suo gioco, ma avevo cambiato le regole. Per anni mi aveva lasciato i segni nell'anima; stavolta, ero stato io a lasciare il segno sulla sua pelle.
Misi in moto la Stelvio e ingranai la marcia. Roma di notte sembrava bellissima e spietata. Proprio come me in quel momento.
CONTINUA...
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Scrivo erotica da poco. Le mie storie partono sempre da una scintilla reale — qualcosa che è successo a me, a chi mi sta intorno o che potrebbe capitare a chiunque nella vita di tutti i giorni. Prendo quella dinamica quotidiana e ci costruisco attorno una trama romantica e intensa, sviluppandola in più parti. Da me non troverete racconti singoli e veloci, ma vere e proprie raccolte e libri da esplorare. Mi piace scavare nella psicologia e nei sentimenti dei personaggi, per poi farli esplodere in una passione erotica travolgente.
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