Mancavano due giorni al mio volo per Exeter. Due giorni per chiudere quella parentesi tossica e tornare alla mia vita ordinata, alla pioggia inglese, alla devozione di Chloe.
In palestra avevamo giocato a scacchi. Nessuno scontro diretto, solo una distanza calcolata, strategica. Io mi allenavo da una parte, lei dall'altra. Non ci guardavamo, o almeno facevamo finta di non farlo, ma l'aria tra noi era densa, pesante, come se da un momento all'altro dovesse esplodere qualcosa. Non le avevo scritto. Stavo vincendo io, o così volevo credere.
Avevo bisogno di correre davvero, di spaccare il fiato. Ero andato al campetto non distante da casa dei miei, un rettangolo di erba sintetica consumata, recintato da una rete metallica arrugginita. Sul campo completamente rovinato spuntavano ciuffi d'erbaccia. Era il posto dove mi sbucciavo le ginocchia da ragazzino. C'ero solo io, il pallone e il rumore secco dei miei scarpini su quel campo duro come il cemento.
Ero zuppo di sudore. La maglia tecnica d'allenamento dell'Exeter City mi si incollava al petto e alla schiena, le gambe bruciavano per i cambi di direzione continui, ma non mi fermavo. Volevo stancarmi fino a svuotare la testa.
Poi il telefono vibrò sulla panchina, accanto alla bottiglia d'acqua.
Lo schermo illuminato mostrava un solo messaggio.
Asia: «Dove sei?»
Fissai il display, il petto che si alzava e si abbassava ritmicamente. Presi l'asciugamano, mi passai la spugna sulla faccia e digitai con i pollici umidi.
«Mi sto allenando, sono occupato.»
La risposta arrivò prima ancora che bloccassi lo schermo.
«Talmente occupato da non poter parlare due minuti?»
«Non ho tempo da perdere, se vuoi davvero parlare vieni tu, io non mi muovo. Sono al campo vicino casa mia.»
Non aggiunsi altro. Lanciai il telefono nel borsone e tornai in campo, calciando il pallone contro la rete con una violenza che non c'entrava niente con l'allenamento.
Venti minuti dopo, la vidi.
Il sole stava calando dietro i palazzoni, tingendo il cielo di un arancione sporco e accecante. Mi fermai, bloccando la palla sotto la suola.
Non era vestita per fare colpo, ed era proprio quello a renderla devastante. Indossava un paio di pantaloni della tuta neri, larghi, che le scendevano pericolosamente bassi sui fianchi, e una semplice maglietta bianca di cotone, talmente sformata che le scivolava, lasciandole completamente scoperta la spalla sinistra e la spallina nera del reggiseno.
Camminò fino al centro del campo, guardandosi intorno con un'espressione disgustata, come se avesse appena pestato qualcosa di marcio.
«Sempre a sguazzare nella polvere, eh?» esordì, fermandosi a due metri da me.
«Potevi scegliere un posto meno squallido. Sei diventato anche tirchio per non affittare un campo ben messo?»
«È quello che merito, no? Il fango e la polvere,» risposi, la voce roca per lo sforzo. Non mi avvicinai. Lasciai che fosse lei a guardare come stavo: sudato, sporco, i muscoli contratti sotto la maglia bagnata.
Asia incrociò le braccia sotto il seno. I suoi occhi azzurri erano due fessure cariche di astio. Non c'era traccia della provocazione morbida dell'ultima volta. Era incazzata.
«Ti odio, Michael,» sputò fuori, le parole taglienti come vetro rotto.
«Ti odio perché torni qui dopo anni, fai la parte del professionista distaccato, del fidanzatino perfetto, e pensi di poter scombinare la mia vita come cazzo ti pare.»
«Io scombino la tua vita?» Feci una mezza risata priva di umorismo, dando un calcio al pallone per allontanarlo. «Sei tu che mi hai scritto di vederci al circolo. Sei tu che sei appena arrivata in questo campetto di merda. Nessuno ti ha obbligata, Asia.»
«Non l'ho fatto di certo perché mi manchi,» ribatté subito, alzando il mento con la solita fottuta arroganza di chi deve avere sempre l'ultima parola.
«Sei uno sbaglio. Un fottuto errore che non mi posso permettere. Francesco mi dà tutto quello che mi serve. Sa come prendermi, mi fa fare la vita che voglio. E io non rinuncio a un cazzo di tutto questo per un ragazzino che fa avanti e indietro dall'Inghilterra.»
«E allora che ci fai qui?» la sfidai, facendo finalmente un passo verso di lei.
Asia non indietreggiò. Mi fissò con una cattiveria che mi fece ribollire il sangue. Portò la mano vicino ai capelli, li spostò, lasciando scoperta la base del collo.
Mi bloccai.
Lì dove due giorni prima avevo affondato i denti per lasciarle un livido, non c'era più nessun segno scuro. C'era una bruciatura.
Una piaga rettangolare, rossa e gonfia, la pelle increspata in un'escoriazione che stonava con la perfezione del suo corpo. Era un segno netto, violento.
«Ma che cazzo hai fatto?» mormorai, lo stomaco che si stringeva in una morsa.
Lei fece un sorriso sghembo, freddo.
«Niente, solo un incidente con la piastra. Ho detto a Fra che mi è scivolata mentre mi preparavo. Mi guardava come se fossi una stupida ragazzina sbadata.»
Fece una pausa, godendosi lo shock sul mio viso.
«L'ho fatto io. Da sola. Sulla mia pelle. Hai capito adesso quanto non me ne frega un cazzo di te? Ho preferito bruciarmi la carne piuttosto che farmi rovinare i piani dal tuo fottuto succhiotto. Io non perdo quello che ho costruito per una debolezza del cazzo.»
Era folle. Completamente, irrimediabilmente tossica. Aveva usato il dolore fisico per cancellare il mio segno, per riprendere il controllo. Era la cosa più malata che avessi mai visto.
E la cosa peggiore era che quell'atto di puro egoismo, quella determinazione spietata a non rinunciare a niente... mi eccitava da morire.
«Sei malata, Asia. Completamente fuori di testa,» le dissi a denti stretti, azzerando del tutto la distanza. Sentivo il calore del suo corpo mischiarsi al mio. Il mio odore aspro di fatica contro la dolcezza finta del suo profumo.
«Sono stronza, Michael. Lo sono sempre stata. Me lo hai detto tu, no? E tu sei ancora qui a sbavare,» sussurrò lei, sfidandomi con lo sguardo.
«Tu mi odi, ed è questo che ti fa impazzire. Dimmelo!»
«Ti odio da fare schifo,» risposi, alzando la voce. E poi la baciai.
Non ci fu niente di preparatorio. Mi avventai sulla sua bocca come un animale affamato. Le mie labbra si scontrarono contro le sue con una forza che le fece sbattere la testa contro la rete metallica alle sue spalle. Asia emise un suono gutturale, ma non mi respinse. Anzi, schiuse la bocca aggredendo la mia lingua con la stessa disperazione rabbiosa.
Infilai entrambe le mani dietro la sua schiena, scivolando sui pantaloni della tuta, e le afferrai il fondoschiena con forza, stringendo quei muscoli perfetti, sollevandola appena da terra per spiaccicarla contro il mio bacino duro come la pietra.
Le mie mani erano sporche di terra, bagnate di sudore, e gliele stavo imprimendo addosso. Sentivo la stoffa cedere sotto le mie dita, sentivo il modo in cui il suo bacino si muoveva contro il mio, cercando istintivamente l'attrito.
Mi morse il labbro inferiore, tirandolo fino a farmi sentire il sapore metallico del sangue, poi si staccò con uno strattone, ansimando. Aveva i capelli scompigliati e il petto che si alzava a un ritmo folle.
«Non illuderti,» sibilò a un centimetro dalla mia faccia, gli occhi che brillavano di pura lussuria e cattiveria. «Non c'è niente dopo questo. Io mi tengo la mia vita, e tu te ne torni a Exeter a fare il cagnolino fedele alla tua perfettina inglese. Siamo intesi?»
«Non mi frega un cazzo della tua vita, Asia,» le risposi, il respiro pesante.
«Bene,» disse lei, la voce che si abbassava di un'ottava, roca e imperativa. Le sue mani scesero sul mio petto bagnato, afferrando il tessuto della mia maglia.
«Allora prima di tornare... scopami! Non ho intenzione di aspettare un minuto di più. Fallo e basta.»
Era un ordine. Un fottuto ordine da parte della ragazza che mi stava distruggendo la mente.
Non risposi. Le presi il polso, strattonandola via dalla rete, e la trascinai verso il marciapiede fuori dal campo.
La Stelvio era parcheggiata sotto un pino marittimo. Sbloccai le portiere con la chiave, a malapena lucido. Asia salì sul sedile del passeggero sbattendo lo sportello. Caricai il borsone nel portabagagli poi salii in macchina di fretta.
Misi in moto. Il rombo del motore coprì il silenzio soffocante che riempì l'abitacolo. Le mie mani stringevano il volante di pelle mentre impostavo la marcia.
«Andiamo da un'altra parte,» dissi, la voce che non sembrava nemmeno la mia.
«C'è una strada chiusa non lontano da qui. Lì non ci passa nessuno.»
Lei non guardò fuori dal finestrino. Guardò in basso, verso il cavallo dei miei pantaloncini da allenamento, dove l'erezione era una tenda innegabile contro la stoffa tecnica. Si passò la lingua sulle labbra.
Guidai come un pazzo, il sangue che pompava nelle tempie, sapendo che stavamo correndo verso il punto di non ritorno, e che nessuno dei due avrebbe frenato.
