A volte il destino ha un senso dell’umorismo piuttosto macabro. O forse sono io che l’ho cercato, tornando proprio lì, in quella scatola di cemento e sudore dove tutto era iniziato.
A diciott’anni ero carne da macello. Un ragazzino tecnico, sì, ma con le gambe troppo sottili e il cuore troppo esposto. In Italia mi dicevano che ero "bravo", ma discontinuo. Poi è arrivata la batosta di Asia: il mio primo amore, il mio primo tradimento, la mia prima vera lezione di vita. Mentre io sognavo un futuro insieme, lei giocava a scacchi tra me e Federico, il "ragazzo d’oro", finendo per scegliere lui e lasciandomi con un pugno di mosche e un’autostima sotto i tacchi.
Il mio procuratore fu chiaro:
"Michael, l'Italia non è un paese per giovani. Se vuoi farti le ossa, devi andare dove il calcio è una battaglia continua."
E così è stato. L'Aston Villa U21 prima, poi i campi di fango e pioggia della League One con l'Exeter City. Cinque anni in Inghilterra mi hanno rivoltato come un calzino. Non sono più il ragazzino che accarezza il pallone; sono un CDC, un centrocampista difensivo. Quello che ringhia sulle caviglie, che spacca le azioni, che non ha paura di sporcarsi. Il mio fisico è diventato d’acciaio, la mia mente cinica. E Chloe... Chloe è la mia ancora lì. Mi ama, è dolce, farebbe tutto per me. Ma il Michael che sapeva amare senza difese è morto sotto i colpi di Asia.
Ora sono tornato a Roma. Un problema al collaterale del ginocchio destro che mi ha costretto a fermarmi in una sera di pioggia contro il Portsmouth. Sono tornato alla base per la riabilitazione, avevo chiesto allo staff medico di essere seguito dal mio medico di fiducia e il club mi ha concesso il permesso di tornare. Il ginocchio è quasi a posto. E io sono tornato qui, in questa palestra decadente che profuma di gomma bruciata, per l'ultima fase di potenziamento.
Sapevo che l’avrei trovata. Era un calcolo matematico, un'ossessione che non si è mai spenta del tutto. Guardavo ancora le sue storie su Instagram, frequentava ancora quella maledetta palestra.
È un sabato mattina di metà aprile. Il sole di Roma filtra sporco dalle vetrate alte della palestra. Sono sul tapis roulant, una corsa blanda a 8 km/h, giusto per scaldare l'articolazione. Indosso una canotta tecnica attillata rossa con lo stemma del club che evidenzia le spalle larghe e il tatuaggio che mi corre lungo il braccio sinistro.
Sento la porta d'ingresso cigolare. Non mi volto subito. Mantengo il ritmo, lo sguardo fisso nel vuoto, ma la coda dell'occhio è un radar.
Poi la vedo.
È lei. Asia.
Cristo, il tempo è stato un complice spietato. Ha i capelli neri lisci che le scendono appena sulle spalle e quegli occhi azzurri che, un tempo, mi facevano sentire un re e un mendicante nello stesso istante. Indossa un completo da palestra color lilla, di quelli talmente aderenti da sembrare una seconda pelle. Il seno è piccolo, accennato, ma è tutto il resto a togliere il fiato. Si volta per posare l'asciugamano su una panca e io resto a guardare il suo punto forte: un lato b scolpito, largo, tondo e marmoreo, frutto di anni di squat e dedizione. È una sfida alla gravità.
Sente lo sguardo addosso. Si guarda intorno con quell'aria di superiorità che non ha mai perso, finché i suoi occhi non incrociano i miei. Vedo il momento esatto in cui mi riconosce. Le sue sopracciglia si alzano appena, un sorriso sghembo, quasi di sfida, le compare sulle labbra.
Non abbasso lo sguardo. Anzi, rallento il tapis roulant fino a fermarlo, scendo con calma e mi asciugo il sudore dal collo, fissandola con l’indifferenza di chi sta valutando un avversario sul campo.
«Michael? Ma guarda un po’ chi è tornato dall’esilio.»
La sua voce è la stessa: calda, ma con quella nota di scherno che un tempo mi avrebbe fatto tremare le ginocchia. Si avvicina, ancheggiando in modo deliberato. Sa di essere guardata da mezza palestra.
«Asia. È passato un secolo,» rispondo. La mia voce è profonda, ferma. Non c'è traccia del ragazzino che balbettava.
Lei si ferma a un metro da me. Mi squadra apertamente, senza vergogna. Si sofferma sulle mie braccia, sul petto che preme contro il tessuto della canotta, poi torna ai miei occhi.
«L’Inghilterra ti ha fatto bene, vedo. Sei diventato... grosso. E un po' più cattivo. Il rosso ti dona»
«Si chiama sopravvivenza,» dico io con un mezzo sorriso cinico.
«Lì se non mordi, ti mangiano. Tu invece? Sempre qui a farti ammirare? Ho visto su Instagram che stai con un certo Francesco. Sembra uno che spende molto tempo davanti allo specchio.»
Asia ridacchia, passandosi una mano tra i capelli neri.
«Francesco è un uomo che sa cosa vuole. E sa come trattarmi. Ma vedo che anche tu non sei rimasto a guardare... Chloe, giusto? La biondina inglese. Un po' troppo "per bene" per i tuoi gusti, no?»
La sua è una frecciata, un tentativo di riprendere il controllo del gioco. Mi sta testando.
«Chloe è fantastica. Mi dà tutto quello che una donna dovrebbe dare. Senza giochetti, Asia. Una cosa che tu probabilmente non hai mai imparato a fare.»
Lei si fa più vicina. Sento il profumo, una fragranza costosa. Gli occhi azzurri brillano di una luce perversa.
«Allora tienitela stretta, Michael. Però non guardarmi così mentre parli di lei.»
Allunga una mano, sfiorandomi appena il bicipite con le unghie laccate. Un contatto elettrico, proibito.
«Vedo che hai il tutore, non sforzarti troppo. Se hai bisogno di qualcuno che ti aiuti con qualche esercizio sai dove trovarmi.»
Mi guarda con un'espressione di puro peccato, poi si volta e si dirige verso la zona pesi. Il suo fondoschiena danza davanti ai miei occhi a ogni passo, una provocazione vivente che urla vendetta.
Sorrido tra me e me, sentendo il sangue pulsare più forte.
La partita è appena iniziata. E io non ho nessuna intenzione di giocare pulito.
Qualche giorno dopo, ero seduto su una panchina di ferro verniciato di verde, la gamba destra distesa per non caricare il collaterale. C'era un bel sole e ne stavo approfittando per scaldarmi un po', a Exeter il cielo è quasi sempre grigio. La distorsione stava rientrando, ma il fisioterapista dell'Exeter era stato chiaro: niente cazzate, o la stagione successiva me la sarei giocata in panchina.
Fissavo lo schermo del mio Samsung. Dall'altra parte c'era l'Inghilterra. C'era Chloe.
«Non esagerare con il recupero, se non torni a breve vengo io lì a Roma... visto che mi avevi promesso di farmela visitare.» mi stava dicendo, sfoggiando quel suo sorriso perfetto, con i capelli biondi raccolti in una coda disordinata. Parlavamo in inglese, la sua lingua madre, che ormai padroneggiavo con un forte accento del sud-ovest.
«In estate ti ci porto, promesso» risposi nella sua lingua, abbozzando un sorriso.
«Torno tra dieci giorni. Appena il medico qui mi dà l'ok per il rientro in gruppo.»
«Mi manchi, Michael. Già ci vediamo poco, adesso non ci sei per niente... Voglio stare un po' con te.» Il suo tono si fece più basso, intimo. Chloe era così: trasparente, devota, dannatamente buona. Era la ragazza da sposare.
