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Erotika
Maledetta tentazione · Cap. 1
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Capitolo 1 di 4 16 min di lettura

Il richiamo del peccato

Il passato torna sempre a reclamare il suo posto. Michael rientra a Roma per recuperare da un infortunio, ma il destino gli rimette davanti l'unica donna che avrebbe dovuto evitare: Asia.

Michael035
2 mesi fa · 1.3k letture · 1

«Mi manchi anche tu, baby» risposi mandandole un bacio.

Poi la porta pesante della palestra si aprì. Era Asia.

Indossava dei leggings neri fascianti e un top sportivo corto che le lasciava scoperto l'addome piatto. Teneva il telefono incollato all'orecchio e gesticolava nervosamente con la mano libera. Anche da venti metri di distanza potevo percepire la sua irritazione.

«...Sì però, Fra! Che cazzo. Non mi accompagnare per niente se poi non puoi venire a riprendermi. È già la seconda volta, hai rotto le palle» sbraitò in italiano. La voce le tremava per la rabbia.

Il mio istinto di sopravvivenza scattò prima della ragione. Non volevo che Asia mi sentisse parlare con Chloe. Non volevo che la mia ragazza vedesse l'ombra che mi oscurava il viso ogni volta che quella stronza entrava nel mio campo visivo. E, se dovevo essere brutalmente onesto con me stesso, stavo sgombrando il campo per poter giocare la mia partita.

«Chloe, scusami,» dissi di scatto, fingendo urgenza.

«Mi sta chiamando in seconda linea il medico. Devo rispondere, ti richiamo io dopo. Ti amo.»

«Oh, okay! Fammi sapere, ti a—» Click. Chiusi la chiamata senza farle finire la frase. Un piccolo, bastardo senso di colpa mi punse lo stomaco, ma svanì non appena Asia staccò il telefono dalla guancia, sbuffando, e si guardò intorno. I nostri sguardi si incrociarono.

Invece di abbassare gli occhi o fare finta di niente, gonfiò il petto e camminò dritta verso di me. Il suo fondoschiena, strizzato nel tessuto tecnico, ondeggiava a ogni passo con una prepotenza che sfidava la forza di gravità.

«Problemi in paradiso?» le chiesi in italiano, incrociando le braccia al petto.

«Francesco è un coglione,» sentenziò, fermandosi davanti a me. Emanava calore, un misto di sudore fresco e del suo profumo dolciastro.

«Fa tardi al lavoro e mi ha appena detto di prendere il pullman. Come se qui fuori passassero ogni due minuti.» Mi squadrò dall'alto in basso, fermandosi sulle chiavi della mia auto a noleggio che tenevo in mano.

«Hai la macchina, vero? L'ho vista l'altro giorno.»

Non era una domanda. Era una pretesa.

Il mio cervello, quello logico e razionale, accese una spia rossa lampeggiante: *Lasciala qui. Falla bollire nel suo brodo. Torna a casa e richiama Chloe.* Ma il sangue stava già pompando verso il basso. Il mio cavallo dei pantaloni si fece improvvisamente stretto. Volevo vederla cedere. Volevo piegare quell'arroganza.

«Sì, è nel parcheggio qui dietro,» risposi, alzandomi lentamente, facendo finta che il ginocchio mi dolesse più del dovuto. «Andiamo.»

Il tragitto verso casa sua fu un distillato di tensione pura. L'abitacolo della Stelvio di mio padre era largo e comodo. Asia si era seduta al posto del passeggero sprofondando nel sedile, allargando leggermente le gambe. Guardavo la strada, ma con la coda dell'occhio non perdevo un millimetro dei suoi movimenti. Si passò una mano tra i capelli neri e umidi, scoprendo il collo.

«Bella macchina,» commentò, picchiettando le unghie laccate sul cruscotto.

«I soldi inglesi fanno comodo, eh?»

«È di mio padre, la mia è rimasta ad Exeter. Non sono un fan dei SUV. Sono più da Audi A3,» replicai secco. Scalai marcia prima di una curva, e la mia mano sul cambio sfiorò quasi la sua coscia. Lei non si ritrasse. Anzi, mi sembrò che si fosse spostata di un millimetro verso di me.

«Francesco ha un SUV,» disse, con quel tono da bambina viziata che sapeva usare benissimo.

«Ma guida come un nonno. Tu invece hai il piede pesante.»

«Beh, lo capisco, sai... una frenata improvvisa potrebbe farti sbavare il rossetto...» Mi guardò, ma non disse nulla. Non si sarebbe mai aspettata una risposta del genere da me.

Arrivammo sotto il suo palazzo, in un bel quartiere residenziale di Roma Nord. Accostai il motore e lo spensi. Il silenzio nell'auto divenne improvvisamente assordante. Potevo sentire il suo respiro irregolare.

«Bene. Capolinea,» dissi, guardandola negli occhi azzurri.

Lei si voltò verso di me. Si inumidì le labbra, un gesto lentissimo e calcolato. Poi sospirò, slacciandosi la cintura.

«Senti...» iniziò, cambiando improvvisamente tono. Più morbido, quasi esitante. Una recita perfetta.

«Qualche ora fa è passato il corriere. Il portiere mi ha tenuto giù in guardiola uno scatolone di pesi e un pacco enorme di Zara. Peseranno venti chili in due. Francesco doveva aiutarmi a portarli su al terzo piano, visto che l'ascensore del palazzo è rotto da una settimana.» Fece una pausa, abbassando lo sguardo sulle mie spalle larghe e sulle mie braccia, per poi tornare a fissarmi.

«Visto che mi hai fatto da autista e se il ginocchio non ti dà troppo... fastidio... ti dispiacerebbe darmi una mano? Ci mettiamo due minuti. Tranquillo, non voglio far arrabbiare la tua biondina d'oltremanica.»

Era una scusa banale. Una trappola per topi talmente evidente che faceva sorridere. Un pacco da portare su, il fidanzato assente, l'ascensore rotto. Un cliché da film porno. Ma lei sapeva che io lo sapevo, ed era proprio lì la sfida. Voleva vedere se avevo le palle di infilarmi nella tana del lupo.

La guardai per qualche secondo. Le sue labbra erano socchiuse, in attesa.

«D'accordo,» dissi, slacciandomi la cintura.

«Ti aiuto e me ne vado.»

Salii l'ultimo scalino con un grugnito sordo. Erano manubri e dischi in ghisa, roba pesante da sfoggiare in un appartamentino moderno che puzzava di candele costose e finto lusso. Entrai nell'appartamento di Francesco e Asia, sentendo subito il contrasto tra l'aria condizionata a palla e il sudore che mi incollava la canotta alla schiena.

«Mettili pure lì, vicino alla panca,» mi ordinò Asia, indicando un angolo del grande salone.

Poggiai il carico e mi raddrizzai, stringendo i denti. Il collaterale mediale mi mandò una scossa acuta, ricordandomi che non ero d'acciaio. Feci per voltarmi verso la porta, ma le gambe sembravano inchiodate al parquet.

Asia era appoggiata all'isola in marmo nero della cucina. Si versò un bicchiere d’acqua e lo bevve lentamente, lasciando che una goccia le scivolasse lungo il collo, dritta verso la scollatura del top sportivo. Mi stava fissando.

«Non fare l'asociale, Michael. Sei sudato e hai il fiatone,» disse, la voce vellutata. Ne versò un altro bicchiere e lo picchiettò sul marmo.

«Siediti un attimo prima che quel ginocchio ti ceda del tutto.»

Esitai, l'istinto che mi urlava di scappare, ma l'adrenalina e un desiderio perverso mi spinsero in avanti. Mi sedetti su uno degli sgabelli alti in pelle, allargando le gambe per far respirare i muscoli, poggiando i gomiti sul bancone gelido.

Invece di passarmi l'acqua, Asia fece il giro dell'isola. I suoi passi erano lenti, felpati. Si infilò esattamente nello spazio tra le mie gambe divaricate.

L'aria si fece improvvisamente densa. Il suo profumo dolce si mescolava all'odore aggressivo del mio sudore. Eravamo a un millimetro dal contatto.

«Ti fa male?» sussurrò. La sua mano si posò sulla mia coscia destra, proprio sopra il ginocchio infortunato. Le sue dita erano fresche, ma attraverso il tessuto sottile dei pantaloni della tuta mi sembrarono marchiare la pelle a fuoco.

La mia mano scattò, afferrandole il polso. La strinsi, forse un po' troppo forte.

«Non giocare, Asia,» ringhiai, la voce resa roca dalla tensione.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
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