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Erotika
Maledetta tentazione · Cap. 4
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Capitolo 4 di 4 23 min di lettura

Tutto è cambiato

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Michael035
1 mese fa · 541 letture · 1

Nei due giorni che precedettero la mia partenza, di Asia non ci fu traccia.

Lei era sempre stata così: ti portava al limite, ti faceva sentire il calore del fuoco sulla pelle e poi, un istante prima di bruciarti, spariva. Ti lasciava sospeso nel vuoto, in quel silenzio assordante che serve solo a farti venire voglia di urlare il suo nome. Aspettava che fossi tu a strisciare, ad andare da lei per implorare un'altra dose del suo veleno, solo per poterti dare il colpo di grazia con quel sorriso di chi sa di averti in pugno.

​Ma stavolta cercai di oppormi. Non mi feci trascinare in quella spirale tossica. La ignorai con la stessa ferocia con cui lei stava ignorando me. Cancellai le bozze dei messaggi mai inviati, posai il telefono lontano dal letto, mi imposi di respirare l'aria di casa mia come se potesse davvero purificarmi. Pensavo di aver vinto io, in quel silenzio. Pensavo che la distanza fisica che stavo per mettere tra noi sarebbe bastata a spegnere l'incendio.

​Mi sbagliavo. Asia non aveva bisogno di vedermi per colpirmi. Sapeva esattamente quando farlo.

​Mi scrisse solo la mattina della partenza, mentre ero già in fila al gate di Fiumicino, con il passaporto in mano e la coscienza che pesava come un bagaglio fuori quota. Il telefono vibrò nella tasca dei jeans.

​ «Fai buon viaggio, campione. E cerca di non pensare troppo a me mentre sei a letto con il tuo "vero amore". 😉»

​Fissai lo schermo per un tempo infinito. Quelle parole erano lame chirurgiche: sapevano dove tagliare. Conosceva Chloe senza averla mai vista, la disprezzava senza averle mai parlato, e usava la parola "amore" come un insulto.

​Misi il telefono in modalità aereo con le dita che tremavano leggermente. Volevo cancellare il messaggio, ma sapevo che era inutile. Ormai quelle parole erano sottopelle, pronte a rinfacciarmi ogni bacio e ogni carezza che avrei dato a Chloe una volta atterrato.

​E mentre l'aereo staccava le ruote dalla pista, capii che la sfida con Asia era appena salita di livello. Non ero io a scappare da lei; era lei che mi stava lasciando andare solo per vedere quanto tempo ci avrei messo a cedere sotto il peso della mia stessa ipocrisia.

L'aeroporto di Exeter mi accolse con la sua solita carezza gelida. Una pioggia finissima, quasi invisibile, che non bagnava davvero ma ti entrava dritta nelle ossa. Mentre trascinavo il trolley fuori dagli arrivi, con l'aria fredda del mattino che mi schiaffeggiava la faccia, mi sentivo un estraneo nella mia stessa vita.

Poi la vidi.

Era ferma oltre le porte a vetri, un faro di colore nel grigio asfissiante dell'Inghilterra. Teneva in mano un ombrello rosso acceso, e indossava un trench beige stretto in vita che la faceva sembrare ancora più esile, abbinato a un paio di jeans scuri e stivaletti di pelle. Quando mi vide, il suo viso si illuminò di una gioia così pura e incondizionata che mi mancò il respiro.

Non aspettò che mi avvicinassi. Chiuse l'ombrello di scatto, incurante della pioggia, e mi corse incontro. Si gettò tra le mie braccia con una foga tenera, aggrappandosi al mio collo come se fossi un salvagente. L'impatto col suo corpo morbido mi fece vacillare. Seppellì il viso nell'incavo della mia spalla, inspirando a fondo.

Chloe era la personificazione della luce in quel grigio inglese. I suoi capelli biondi naturali, quasi color grano, che portava quasi sempre raccolti in una coda alta e ordinata. Era una sua abitudine: diceva che le davano fastidio sul collo, ma il risultato era che quel taglio metteva in risalto ogni linea del suo viso. Senza la barriera dei capelli, i suoi lineamenti apparivano puliti, quasi aristocratici nella loro semplicità; la mascella sottile, il collo lungo e una pelle così chiara da sembrare porcellana.

Il suo corpo, però, era ciò che più mi destabilizzava ogni volta che la stringevo. Chloe non conosceva la durezza della palestra o i muscoli d'acciaio costruiti sotto i pesi. Non era "scolpita" come Asia; era fatta di una materia diversa, infinitamente più accogliente.

Era morbida. Di una morbidezza quasi commovente.

Aveva forme naturali, proporzionate, che sembravano create apposta per incastrarsi con le mie. Il suo seno non era eccessivo, ma era pieno, seducente nella sua naturalezza, con una consistenza vellutata che invitava al contatto. E il suo lato B non era grande o marmoreo, ma piccolo, tondo e incredibilmente soffice al tatto. Toccare lei era come affondare in qualcosa di sicuro, una sensazione di calore e abbandono che non aveva nulla a che fare con la tensione elettrica e nervosa a cui mi ero abituato altrove. Ogni centimetro di lei trasmetteva un senso di pace, una femminilità acqua e sapone che non aveva bisogno di gridare per farsi notare.

«Mi sei mancato da morire, Michael,» sussurrò, la voce che tremava leggermente contro il mio cappotto.

L'odore di Chloe mi investì. Sapeva di pulito, di vaniglia e di pioggia. Niente profumi aggressivi, niente provocazioni. Le sollevai il viso con entrambe le mani. Aveva la punta del naso arrossata per il freddo e gli occhi lucidi. Mi guardava con una devozione totale, fiduciosa. Mi chinai su di lei e la baciai. Fu un bacio intimo, lento, disarmante. Le sue labbra si schiusero dolcemente contro le mie, chiedendo solo affetto, accoglienza. Non c'erano denti, non c'era sangue, non c'era nessuna fottuta lotta per il dominio.

E fu proprio in quel momento che la colpa mi travolse, uno schianto dritto nello stomaco. Chiusi gli occhi, stringendola a me, mentre il volto di Asia, sfigurato dal piacere sui sedili dell'auto, mi balenava nella mente. Ero un mostro. Stavo stringendo la cosa più preziosa che avessi mai avuto con le stesse mani che, pochi giorni prima, avevano strappato via i vestiti a un'altra.

«Anche tu, piccola,» mentii, la voce roca.

«Andiamo a casa.»

Il bilocale di Chloe, a ridosso del centro, era lo specchio esatto della sua anima. Piccolo, luminoso, arredato con un gusto moderno e minimalista, ma incredibilmente caldo. Ogni cosa era al suo posto. I cuscini sul divano erano perfettamente allineati, c'erano candele profumate sui mobili e una pianta rigogliosa vicino alla finestra. Era un santuario di ordine e tranquillità. Entrarci mi fece sentire come un lupo rabbioso che varca la soglia di una chiesa.

Cenammo al piccolo tavolo della cucina. Aveva preparato tutto lei, con una cura che mi faceva sentire ancora più piccolo. Mangiai ascoltandola raccontare della sua settimana, del lavoro, della pioggia che non aveva mai smesso di cadere. Io annuivo, sorridevo, ma il mio cervello era un campo minato. Ogni volta che il mio telefono, muto nella tasca dei pantaloni, premeva contro la mia coscia, sentivo una scossa di terrore.

Fu quando le chiesi come fosse stata davvero, oltre le solite chiacchiere, che l'atmosfera cambiò. Chloe posò la forchetta. Abbassò lo sguardo sulle sue mani, giocherellando con il tovagliolo. Le sue spalle, di solito così dritte, si incurvarono leggermente.

«È stata... dura, a dire il vero,» ammise, la voce che si abbassava di un'ottava.

«Non amo stare da sola. Di solito vengo da te, oppure dai miei. Il silenzio mi fa pensare troppo.»

«A cosa?» le chiesi, allungando una mano per sfiorare la sua. Le sue dita erano fredde, fragili.

Chloe fece un respiro profondo, alzando i suoi grandi occhi chiari su di me.

«A prima di te. Sai, al liceo, ai primi anni specialmente... io non ho mai avuto una vera compagnia. Le ragazze non mi volevano nel loro gruppo. Dicevano che me la tiravo solo perché i ragazzi mi guardavano, o perché non mi interessava fare a gara a chi avesse il vestito più costoso. Mi isolavano di proposito. Facevano battute, mi escludevano dalle uscite. Mi facevano sentire un fantasma, Michael. Mi sono sempre isolata nel mio, ma è una cosa che mi ha segnato.»

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
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