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Erotika
Maledetta tentazione · Cap. 4
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Capitolo 4 di 4 23 min di lettura

Tutto è cambiato

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Michael035
1 mese fa · 541 letture · 1

La guardai, sentendo un nodo stringermi la gola. Sapevo che era stata una ragazza solitaria, ma non avevo mai percepito quanto quell'isolamento l'avesse segnata. Lei era bellissima, di una bellezza disarmante proprio perché inconsapevole, acqua e sapone. E questo, per chi vive di invidia, era imperdonabile.

«Mi sono costruita un guscio,» continuò lei, la voce ora incrinata. Strinse la mia mano come se avesse paura che potessi sparire.

«Ho imparato a non fidarmi di nessuno, a tenermi tutti a distanza per non farmi ferire. Poi sei arrivato tu. Tu mi hai fatto sentire sicura. Ma quando te ne vai... quando sono sola ho quei momenti bui, ripenso a tutto e mi sento male, non mi va più di fare niente.»

Mi crollò il mondo addosso. Le sue parole riecheggiarono nella cucina immacolata come una sentenza di condanna. Lei mi aveva scelto perché ero il suo porto sicuro. L'unico uomo che non le avrebbe mai fatto del male.

Mi alzai di scatto, trascinando la sedia, e la presi tra le braccia. Le premetti la testa contro il petto, accarezzandole i capelli biondi con gesti meccanici, perché se mi fossi fermato a pensare a quello che stavo facendo sarei impazzito.

«Ci sono io adesso. Sono qui, Chloe,» le sussurrai nei capelli, chiudendo gli occhi con forza.

"Che cazzo hai fatto, Michael? urlava una voce nella mia testa. L'hai già tradita. Sei esattamente come le persone che l'hanno distrutta."

Lei tirò su col naso, asciugandosi una lacrima contro la mia maglietta, poi si scostò leggermente, regalandomi un sorriso timido e bellissimo, carico di gratitudine.

«Lo so. Scusa, non volevo essere pesante la tua prima sera a casa.» Si alzò, accarezzandomi la guancia con il dorso della mano.

«Aspetta qui. Ho una cosa per te.»

Andò verso il frigorifero e lo aprì. Quando si voltò, aveva tra le mani un piccolo piatto con un tortino al cioccolato dal cuore morbido. Il mio preferito. Ne aveva preso solo uno. Prese due cucchiaini dal cassetto e tornò a sedersi, avvicinando la sedia alla mia in modo che le nostre ginocchia si sfiorassero.

«Bentornato a casa,» disse dolcemente.

Affondò il cucchiaino nella pasta scura, facendo fuoriuscire la crema calda, e lo portò alla mia bocca. Mi imboccò con una naturalezza disarmante. Il sapore dolce e intenso del cioccolato mi invase il palato, un sapore domestico, caldo. Presi l'altro cucchiaino e feci lo stesso con lei, guardandola sorridere mentre assaporava il dolce.

Mangiammo così, dallo stesso piatto, un boccone a testa, in un'intimità silenziosa e perfetta. Non c'era bisogno di parole.

A un certo punto, abbassai il cucchiaino. Chloe mi guardò, ridacchiando piano.

«Ti ho sporcato,» sussurrò.

Si avvicinò. Sollevò la mano e, con il pollice, mi sfiorò il lato del labbro inferiore, raccogliendo una minuscola goccia di cioccolato. Il tocco del suo polpastrello fu leggero come una piuma. I nostri sguardi rimasero incatenati. Poi, senza staccare gli occhi dai miei, Chloe si sporse in avanti e sostituì il suo pollice con le sue labbra.

Mi baciò esattamente dove mi aveva pulito, assaggiando il cioccolato dalla mia pelle. Fu un gesto di una sensualità così dolce e innocente che mi fece bruciare gli occhi.

Se i baci di Asia erano una richiesta di sottomissione, quelli di Chloe erano un dono incondizionato. E io, seduto in quella cucina perfetta, con il sapore del mio dolce preferito sulle labbra e l'odore della ragazza che mi amava davvero nelle narici, capii di essere un uomo perso.

Il veleno mi stava uccidendo, ma la cura mi stava facendo impazzire dal senso di colpa.

Ci spostammo in camera da letto mentre il rumore della pioggia sui vetri diventava un ticchettio ipnotico, l'unico suono capace di filtrare attraverso i muri del suo appartamento. La stanza era inondata da una luce soffusa, calda, emanata da una piccola lampada sul comodino che proiettava ombre lunghe e morbide sulle pareti color tortora.

L'odore di Chloe era ovunque: tra le lenzuola di cotone egiziano appena cambiate, nell'aria, sulla mia pelle mentre mi spogliavo con movimenti lenti, quasi pesanti. Mi infilai sotto le coperte e lei mi seguì subito, cercando il calore del mio corpo come se avesse passato giorni interi al gelo.

Ci sistemammo entrambi su un fianco, uno di fronte all'altra. Il materasso accolse il nostro peso e il mondo fuori, con le sue complicazioni e i suoi peccati, sembrò improvvisamente lontanissimo. Ma era un'illusione, e io lo sapevo bene.

Chloe appoggiò la testa sul cuscino, a pochi centimetri dalla mia. I suoi capelli biondi erano sparsi in un disordine calcolato, incorniciandole il viso pulito. Mi guardava. Non era lo sguardo di chi vuole sfidarti o possederti; era lo sguardo di chi ti ha affidato le chiavi della propria anima e non ha paura che tu possa perderle. Era quel misto di purezza e vulnerabilità che mi aveva fatto innamorare di lei fin dal primo istante a Exeter.

«A cosa pensi?» sussurrò, la voce ridotta a un soffio. Allungò una mano e con l'indice iniziò a tracciare i contorni delle mie sopracciglia, scendendo poi lungo il ponte del naso.

«A quanto sei bella,» risposi, e non era una bugia. Era la verità più dolorosa che potessi pronunciare.

Lei sorrise, un sorriso piccolo e timido che le fece brillare gli occhi.

«Mi sei mancato così tanto che a tratti faceva male fisicamente, Michael. Certe sere mi mettevo dalla tua parte del letto solo per sentire ancora un po' il tuo odore, prima che svanisse.»

Sentii un nodo stringermi la gola. Ogni sua parola era una carezza che bruciava come acido sulla mia coscienza. Mentre lei cercava il mio odore per sopravvivere alla solitudine, io mi ero lasciato marchiare dal veleno di un'altra. Mentre lei mi aspettava come si aspetta la fine di un incubo, io stavo diventando l'incubo di qualcun altro.

«Sono qui adesso, Chloe. Non vado da nessuna parte,» mormorai, attirandola un po' più vicina.

Lei si rannicchiò contro di me, appoggiando la fronte sulla mia.

«A volte ho paura che tutto questo sia troppo bello per essere vero. Tu… con tutte quelle che avresti potuto avere, hai scelto me. Una cameriera qualunque, in un ristorante pieno di gente, una ragazza con il grembiule addosso e la testa persa tra turni infiniti e una laurea che sembrava non arrivare mai.

Dopo tutto quello che ho passato, faccio ancora fatica a crederci. Perché tu sei arrogante a volte, lo sai… hai quel modo di entrare in una stanza come se ti appartenesse. Ed è una cosa che normalmente detesto negli uomini. Ma con te è diverso.

Tu sei diventato la mia ricompensa, Michael. Il mio posto sicuro.»

Le sue parole mi tolsero l'aria. Il suo posto sicuro. Io, che portavo ancora addosso, invisibili ma pesanti come piombo, i segni di una passione brutale e tossica consumata in un'auto ai margini di Roma. La guardai negli occhi e per un istante ebbi il terrore che potesse leggere la verità riflessa nelle mie pupille. Ma Chloe non vedeva il traditore; vedeva l'eroe che l'aveva salvata dal suo isolamento. E quella sua fiducia cieca mi faceva sentire infinitamente più sporco di quanto non avessi fatto uscendo da quel campetto di periferia.

Le presi il viso tra le mani, i pollici che accarezzavano i suoi zigomi delicati. Volevo chiederle scusa. Volevo dirle tutto, vomitare la mia colpa e implorare un perdono che sapevo non avrei mai ottenuto. Ma il silenzio della stanza era troppo dolce, e la sua fragilità troppo preziosa per essere infranta così, tra le lenzuola pulite.

«Non dirlo mai più,» le dissi, la voce incrinata dalla malinconia.

«Sei tu quella che merita tutto il meglio del mondo. Sei tu la cosa più bella che mi sia capitata.»

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
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