Chloe sospirò, chiudendo gli occhi mentre si godeva il contatto delle mie mani. Poi li riaprì, e quella luce limpida mi trapassò da parte a parte. Si sporse in avanti e mi baciò. Non fu un assalto, ma una fusione lenta e profonda. Il sapore di Chloe era quello della salvezza, della stabilità, dell'amore che non chiede nulla in cambio se non la tua presenza.
Le mie mani scivolarono lungo il suo collo, scendendo sulle spalle, e poi giù, lungo la schiena. La sua pelle era calda, liscia, e rispondeva ai miei tocchi con piccoli brividi che mi facevano impazzire. Non c'era fretta, non c'era quella rabbia che mi aveva consumato con Asia. Con Chloe, fare l'amore era come scrivere una promessa.
Ma mentre la spogliavo con una tenerezza che mi scaturiva dal profondo del cuore, un pensiero fisso mi martellava la mente: la stavo amando con la stessa intensità con cui la stavo distruggendo. Ogni bacio era un furto, ogni carezza una menzogna.
Eppure, quando lei si schiuse sotto di me, sussurrando il mio nome come se fosse una preghiera, non potei fare a meno di perdermi in lei. Cercai di affogare il senso di colpa nel suo calore, di usare la sua purezza per esorcizzare il demone che avevo lasciato a Roma. Ma sapevo, nel profondo, che quella bellezza mi avrebbe perseguitato.
Le mie mani scivolarono lungo i fianchi di Chloe, liberandola da quel poco che ancora la copriva. La sua pelle era calda, immacolata, morbida come seta sotto i miei polpastrelli ruvidi. Intorno a noi, le lenzuola bianche di cotone fresco profumavano di bucato, un odore di casa e di pulito che creava un contrasto feroce con quello che mi portavo dentro.
Fare l'amore con lei non era una rissa, era un rito. Ma quella lentezza, quella devozione con cui mi toccava, si stava trasformando in una tortura.
Chloe mi sfilò la maglietta bianca accarezzandomi il petto, baciando la pelle nuda sopra il cuore. Ogni suo bacio era curativo, dolcissimo, e ogni volta che le sue labbra si posavano su di me mi sentivo un impostore, un predatore che aveva violato un tempio.
Mi posizionai sopra di lei, sostenendo il mio peso sugli avambracci per non schiacciarla. Scivolai dentro il suo calore con una spinta lenta, profonda, continua. Chloe emise un sospiro lungo, intrecciando le dita alle mie e stringendole forte.
Iniziai un ritmo lento, profondo, spingendo fino in fondo e ritirandomi quasi completamente, lasciando che solo la testa del mio cazzo rimanesse all'interno delle sue labbra carnose prima di penetrarla di nuovo. Chloe emise un sospiro profondo, le sue sopracciglia che si incresparono in un'espressione di puro piacere.
«Vieni qui,» mormorò, stringendomi a sé con una forza che mi sorprese. Le sue parole colpirono il mio petto come proiettili di piombo.
«Stringimi Michael... Così, sìì!.»
Il sesso con Asia era stato una tempesta, una collisione violenta; questo era un'onda che si infrangeva sulla riva, costante e travolgente. Guardai il suo viso, i suoi occhi chiusi, la bocca leggermente aperta, e sentii un nodo di colpa serrarmi lo stomaco. Lei era qui, sotto di me, offrendomi tutto il suo amore, mentre io portavo ancora addosso i segni di un tradimento.
Provai a nascondere il turbamento, seppellendo il viso nell'incavo del suo collo. Inalai il profumo di Chloe, vaniglia e sapone, cercando di cancellare l'odore dell'auto e della collina. Le mie labbra trovarono la sua pelle, baciandola, mordicchiandola dolcemente, cercando di dimostrarle con il corpo ciò che la mia coscienza stava faticando a sostenere.
«Ti amo,» dissi, ma la voce mi uscì tremante, incrinata dal peso della menzogna. Chloe non sembrò accorgersene, o forse scelse di ignorare quel fremito, interpretandolo come l'intensità del momento.
«Anch'io ti amo,» rispose lei, sollevando il bacino per prendermi ancora più a fondo.
«Dio, come mi piace quando fai così.»
Il piacere cresceva, una pressione costante alla base della mia schiena. Chloe iniziò a gemere più forte, i suoi muscoli vaginali che iniziavano a contrarsi ritmicamente intorno al mio cazzo.
«Sì, Michael... così... non fermarti,» supplicò.
Fuori, la pioggia di Exeter continuava a battere contro i vetri della camera, un suono ritmico e malinconico che riempiva i silenzi. Non c'erano insulti, non c'erano sfide sussurrate a denti stretti. C'era solo il rumore dell'acqua e il suo respiro che si spezzava mentre mi muovevo dentro di lei.
«Guardami,» le sussurrai, ma la verità era che ero io a fare fatica a reggere il suo sguardo.
Chloe aprì gli occhi. Erano limpidi, enormi, pieni di una luce che mi accecava. Lei non chiudeva gli occhi per perdersi nel piacere fisico, li teneva aperti per connettersi con me, per cercare la mia anima. E la mia anima, in quel momento, era una pozzanghera di fango.
Continuai a spingere con una costanza dolce, perdendomi nel profumo di vaniglia del suo collo, cercando disperatamente di ancorarmi a quel momento, alla purezza di quella ragazza che si donava a me senza riserve.
Poi, successe.
Chloe, travolta da un'onda di piacere, cambiò leggermente posizione. Si sollevò appena, inarcando la schiena verso l'alto per assecondare il mio ritmo, e contemporaneamente mi afferrò le spalle, piantandomi le unghie nella carne. Buttò la testa all'indietro e si morse il labbro inferiore, lasciandosi sfuggire un gemito roco, gutturale.
«Mmh, yes, yess»
Fu una frazione di secondo. Un fottuto, minuscolo istante.
Ma il mio cervello malato andò in corto circuito. Non ero più nel letto di Exeter. L'odore di pulito sparì, sostituito dalla puzza di sudore e polvere. Il rumore della pioggia divenne lo scricchiolio dei sedili della Stelvio di mio padre. La schiena inarcata non era quella di Chloe, ma quella di Asia, con i pantaloni calati sulle ginocchia e quella bruciatura rossa e gonfia sul collo che mi sfidava.
Una secchiata di ghiaccio mi gelò il sangue. Il senso di colpa, unito a quel flashback violento, mi investì come un treno merci. Il mio corpo si paralizzò.
La mia erezione crollò all'istante, svuotandosi di colpo, come se mi avessero staccato la corrente.
Mi bloccai di netto, il respiro corto, i muscoli irrigiditi.
Chloe aprì gli occhi di scatto. Il suo sguardo passò dall'estasi alla preoccupazione in un battito di ciglia. Aveva sentito perfettamente il mio corpo cedere e ritirarsi dentro di lei.
Se ci fosse stata Asia al suo posto, mi avrebbe deriso. Mi avrebbe guardato con disprezzo chiedendomi se non fossi più in grado di reggere una donna come lei.
Ma c'era Chloe.
«Michael?» sussurrò, la voce carica di apprensione. Le sue mani scivolarono dalle mie spalle al mio viso, accarezzandomi le guance con una dolcezza che mi fece venire voglia di piangere.
«Amore, che succede? Stai bene? Ti ho fatto male in qualche modo?»
La sua preoccupazione genuina fu la coltellata finale. Mi ritrassi leggermente, scivolando fuori da lei, e mi passai una mano tremante tra i capelli, coprendomi gli occhi.
«Scusa... cazzo, piccola, scusa,» balbettai, cercando disperatamente una via d'uscita. La mente mi girava a vuoto.
«Io... è il viaggio. Lo stress, gli allenamenti degli ultimi giorni. Mi ha ceduto di colpo la testa, sono fottutamente esausto. E tu... tu sei così bella che mi hai mandato in tilt. Perdonami.»
Era una bugia patetica, ma era l'unica cosa che mi venne in mente per non sganciare la bomba nucleare che avrebbe distrutto la sua vita.
Chloe non si arrabbiò. Non fece l'offesa. Si sollevò su un gomito, si avvicinò e mi posò un bacio dolcissimo sulla tempia.
«Shh, non chiedere scusa. Non dirlo nemmeno,» mormorò, stringendosi contro il mio fianco, la sua pelle nuda contro la mia.
«Hai fatto un viaggio lungo, sei stanco morto. Va benissimo così, davvero. Possiamo anche solo dormire.»
