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Erotika
Maledetta tentazione · Cap. 2
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Capitolo 2 di 4 18 min di lettura

La notte sul Tevere

Tra bugie, provocazioni e uno scontro clandestino sul Tevere, Michael smette di essere la vittima dei giochetti di Asia e decide di lasciarle un marchio che cambierà ogni cosa.

Michael035
2 mesi fa · 785 letture · 1

Varcai la soglia di casa che mi sembrava di avere addosso lo sporco di tutta Roma. L’odore del sugo di mia madre, quel profumo di basilico e carne che sobbolle per ore, mi schiaffeggiò la faccia. Era l’odore della mia infanzia, della sicurezza, di tutto quello che Asia aveva appena calpestato con i suoi giochetti di potere.

«Ahò, ma allora te ricordi che c'hai pure na famiglia!» esclamò mio padre dal divano, alzando appena lo sguardo dalla Gazzetta.

«Com'è andata in palestra? Te dà fastidio sto ginocchio?»

«Tutto a posto, pa’. Ho caricato senza esagerare,» risposi, cercando di non far tremare la voce. Mi sentivo come se avessi scritto in fronte quello che era successo nell'appartamento di Francesco.

In cucina, mia madre stava calando la pasta. Si voltò con quel sorriso che ti legge dentro anche se non vuoi.

«Eccolo il tesoro mio. Siediti che è pronto. T'ho fatto le fettuccine, quelle che piacciono a te. Lassù in Inghilterra chissà che te mangi.»

Mi sedetti al solito posto. Marta, mia sorella, era già lì, intenta a smanettare sul telefono. Mi lanciò un’occhiata obliqua, di quelle che solo una sorella maggiore sa darti.

«Ammazza, Mike. C’hai una faccia... se l'aria de casa te fa st'effetto non tornà!»

«Solo stanchezza. Il recupero dall'infortunio è una rottura di coglioni, tutto qui,» dissi, fissando il piatto fumante che mia madre mi aveva appena messo davanti.

«Vabbè, ma non t’arrabbià, su,» scherzò lei, posando il telefono.

Mia madre si sedette con noi, poggiando i gomiti sul tavolo.

«Lascialo stare, Marta. Piuttosto, Michael... Chloe? Come sta?»

Sentire il suo nome in quella cucina, tra le fettuccine e le battute di mio padre, fu come una fitta al ginocchio. Anzi, peggio.

«Sta bene, l'ho sentita prima. Lavora molto,» risposi, cercando di sembrare il più naturale possibile.

«Ma quando ce la fai conosce?» sospirò mia madre, con quel tono tipico di chi ha approvato la scelta.

«Dalle foto sembra così dolce, più seria rispetto alle ragazzine de quartiere che frequentavi prima. Me raccomando, eh? Trattala bene, che una così non se trova mica tutti i giorni. È bionda, è bella, ma soprattutto me pare che te vole bene per davvero.»

«Sì, ma’, lo so. Mi vuole bene,» dissi, e ogni parola mi pesava un chilo.

Marta ridacchiò.

«E menomale. Almeno hai smesso di andare dietro alle esaltate.»

«Vabbè possiamo mangià mo'?» tagliai corto.

«Ammazza, e che te stamo a dì» disse mia madre.

Mangiammo tutti insieme, io mi alzai prima di aver finito tutto.

«Vado in camera a riposare un po'.»

Mi chiusi la porta alle spalle e mi buttai sul letto. Era ancora la mia camera, con i poster dei calciatori alle pareti e qualche trofeo di quando ero ragazzino. Un posto che avrebbe dovuto farmi sentire protetto, e invece mi sentivo un estraneo.

Il telefono vibrò. Era una notifica di WhatsApp. Un cuore rosso. Chloe.

Lanciai un sospiro, mi sistemai il cuscino dietro la schiena e avviai la videochiamata. Dopo due squilli, il suo viso apparve sullo schermo. Era in pigiama, con i capelli legati e quella pelle chiara che sembrava quasi trasparente. Sorrideva. Era bellissima, ma di una bellezza che non faceva male, che non chiedeva nulla in cambio.

«Hi, love! Ti ho disturbato? Magari eri a cena con i tuoi...» disse in inglese, la sua voce dolce che sembrava una carezza.

«No, no, ho appena finito. Mi mancavi,» risposi. E non era una bugia. Mi mancava la pace che provavo con lei, quella sensazione di non dover essere sempre in guerra.

«Oh, anche tu mi manchi tanto. Tutto ok? Ti ho visto un po' cupo nell'ultimo messaggio.» Si avvicinò allo schermo, i suoi occhi verdi pieni di una preoccupazione sincera.

«Sei così serio... è successo qualcosa?»

Sentii un nodo in gola. Il contrasto era devastante. Poche ore prima avevo Asia tra le gambe che mi insultava, che sputava veleno su Chloe, che mi usava per il suo piacere perverso. E ora Chloe mi guardava con una fiducia cieca, con un amore che non meritavo.

«È solo il ginocchio, piccola,» mentii, forzando un sorriso.

«Oggi in palestra ho forzato un po' troppo e mi dà fastidio. Mi rende nervoso non poter correre come vorrei.»

«Poor baby...» sussurrò lei, allungando una mano verso la telecamera come se volesse toccarmi.

«Vorrei essere lì per massaggiartelo io. O per distrarti un po'. Ho comprato quel vestito blu che ti piaceva, sai? Quello con lo spacco... non vedo l'ora di indossarlo quando torni.»

«Non dovevi farmelo vedere in video?» domandai.

«Meglio dal vivo, no?» mi fece l'occhiolino.

«Sarai stupenda, Chloe. Come sempre.»

«Michael...» si fermò un istante, il suo sguardo si fece più profondo.

«Ti amo. Lo sai, vero? Non vedo l'ora di rivederti. Mi sento sola senza di te a Exeter.»

«Ti amo anche io, Chloe. Davvero,» risposi, e in quel momento lo sentivo, ma era un amore sporco, macchiato da quello che non riuscivo a smettere di desiderare.

Mentre lei continuava a raccontarmi della sua giornata in ufficio, dei suoi colleghi, delle piccole cose della sua vita ordinaria e perfetta, io continuavo a vedere gli occhi azzurri di Asia. Sentivo ancora il graffio delle sue unghie.

Eravamo in videochiamata, io e la mia "fidanzata perfetta", ma nella mia testa c'era solo l'immagine di me che tornavo in quell'appartamento a Roma Nord per prendermi quello che Asia mi aveva negato.

Ero un bastardo. Ed era proprio questo che mi faceva odiare Asia ancora di più: perché mi aveva reso esattamente come lei.

«Devo andare ora, Michael. Domani ho la sveglia presto. Un bacio?»

Si sporse e baciò lo schermo. Io feci lo stesso, ma quando chiusi la chiamata, rimasi a fissare il soffitto al buio per un tempo indefinito. Il senso di colpa mi schiacciava il petto, ma sotto quel peso, il desiderio per la "stronza" bruciava ancora più forte.

Non era finita. Non poteva finire così.

I due giorni successivi furono un inferno di nervi tesi e pensieri tossici. La rabbia mi scorreva nelle vene come acido, mescolata a quel fottuto senso di colpa per Chloe. Avevo bisogno di spaccare qualcosa, o quantomeno di sfinirmi fino a non pensare più.

Tornai in palestra il martedì pomeriggio. L’odore di gomma e sudore mi investì subito, ma io avevo il paraocchi. Mi diressi dritto alla rastrelliera dei pesi liberi. Stacchi da terra. Caricai il bilanciere con un carico leggermente superiore rispetto alle indicazioni mediche, volevo sfogarmi.

Asia era dall'altra parte della sala. Non la guardai, non le rivolsi la parola per tutto il tempo. Fu lei ad avvicinarsi, venne a piazzarsi esattamente nell'area davanti a me. Indossava dei pantaloncini talmente corti da essere illegali e un top aderente. Iniziò a fare degli affondi, mettendosi in una posa studiata millimetro per millimetro per offrirmi la visuale perfetta del suo fondoschiena ad ogni discesa.

Era una provocazione sfacciata. Voleva vedere se sbavavo. Voleva la sua conferma quotidiana di avere il potere.

Strinsi i denti. Finii la mia serie, bloccando il bilanciere a terra con un tonfo sordo che fece girare mezza palestra. Mi asciugai la fronte con l'asciugamano, il respiro pesante. Lei si alzò dall'affondo, passandosi una mano tra i capelli neri e lanciandomi un'occhiata da sotto in su, un misto di innocenza finta.

Feci due passi verso di lei. La vidi trattenere il respiro, le labbra che si schiudevano appena in un sorrisetto vittorioso.

«Scusa,» le dissi, la voce piatta e gelida come una lastra di ghiaccio.

«Ti dispiace spostarti di mezzo metro? Mi copri lo specchio.»

Il suo sorriso si congelò. Gli occhi azzurri si sgranarono per una frazione di secondo, colpiti a tradimento dalla mia totale indifferenza. Cercò di mascherare il colpo gonfiando il petto.

«La palestra è grande, puoi spostarti anche tu.»

«Quindi siamo arrivati a questo?» Feci un cenno verso la sua postura studiata.

«Ti piazzi davanti a me sperando che ti guardi? Deve essere dura per una come te non essere al centro dell'attenzione.»

La guardai dall'alto in basso come se fosse una mosca fastidiosa, poi mi voltai a ricaricare il bilanciere. Con la coda dell'occhio la vidi arrossire di stizza. Raccolse il suo asciugamano con un gesto brusco e si spostò un po' più in là, senza voltarsi.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
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