Vai al contenuto
Erotika
Maledetta tentazione · Cap. 2
Aa
Dimensione testo
Tema
Salva
Capitolo 2 di 4 18 min di lettura

La notte sul Tevere

Tra bugie, provocazioni e uno scontro clandestino sul Tevere, Michael smette di essere la vittima dei giochetti di Asia e decide di lasciarle un marchio che cambierà ogni cosa.

Michael035
2 mesi fa · 785 letture · 1

Punto per me. Ma il cuore mi batteva a mille, e l'erezione che premeva contro i pantaloncini mi ricordava che stavo giocando col fuoco.

Finii l'allenamento un'ora dopo, mi feci una doccia bollente e uscii nel parcheggio.

Stavo cercando le chiavi nel borsone quando la vidi.

Era appoggiata alla portiera del guidatore. Indossava un paio di jeans stretti e un giubbotto di pelle.

«Che cazzo ci fai qui?» le chiesi, fermandomi a un paio di metri, la voce già carica di tensione.

«Scusami per prima. Mi dai un passaggio come l'altra volta? Francesco è a lavoro,» rispose lei, incrociando le braccia sotto il seno. Evitava il mio sguardo, fissando un punto sul cofano della Stelvio.

«E a essere sincera non mi va di prendere il bus.»

Era una cazzata. Avrebbe potuto chiamare un taxi, un'amica, Uber. Era lì per me. Ma non gliel'avrei data vinta.

«E allora ti farai una bella passeggiata,» dissi, premendo il pulsante della chiave. I fari della Stelvio lampeggiarono.

«Spostati dalla mia portiera, Asia. Devo andare.»

Lei non si mosse. Alzò finalmente gli occhi su di me e vidi la rabbia covare sotto l'azzurro.

«Sei diventato veramente antipatico. Ti costa tanto darmi un passaggio? O sei ancora offeso perché non ti ho fatto venire l'altro giorno?»

Quella frase fu come benzina sul fuoco. L'arroganza con cui cercava di ribaltare la frittata, di scaricare la colpa su di me, mi fece scattare una vena nel cervello.

«Non mi costa niente portarti a casa... se solo non fossi una stronzetta del cazzo!» sbottai, azzerando la distanza tra noi. Ora ero a un palmo dal suo viso.

«Sei tu che hai bisogno di fare questi giochetti del cazzo per sentirti viva. Mi fai pena, Asia. Ti credi chissà chi, ti credi una che ha il mondo ai suoi piedi, ma sei niente, non hai niente. Hai bisogno di provocare, di umiliare la gente perché non hai assolutamente niente di vero da offrire.»

La colpii dove faceva più male: nel suo ego smisurato.

Il suo viso si contorse. L'orgoglio ferito cancellò la maschera da seduttrice.

«Ma vaffanculo, Michael!» urlò, piantandomi entrambe le mani sul petto. Provò a spingermi via, ma io le bloccai i polsi d'istinto.

Mi lanciai in avanti, spingendola contro la fiancata della Stelvio.

Ci fu un tonfo metallico sordo.

La schiacciai contro la lamiera fredda, intrappolandola col mio corpo. Il mio petto era schiacciato contro il suo, le mie gambe bloccavano le sue. Eravamo incastrati. Potevo sentire il calore del suo corpo attraverso i vestiti, il suo respiro corto e affannato che mi sfiorava il collo, il battito impazzito del suo cuore contro il mio.

La tensione esplose. Il mio bacino era premuto contro il suo e lei lo sentì. Sentì esattamente quanto mi faceva impazzire averla così, vulnerabile e sottomessa sotto il mio peso.

Lei smise di divincolarsi. Alzò gli occhi verso i miei, le labbra socchiuse. C'era paura, sì, ma c'era anche un desiderio oscuro, primordiale. Per un attimo, il mondo intero sparì. C'eravamo solo io, lei, e la voglia brutale di strapparle i vestiti di dosso proprio lì, nel parcheggio.

Ma mi aggrappai all'unica cosa che mi restava: il mio cinismo.

Avvicinai il viso al suo, sfiorandole l'orecchio.

«Devi crescere, Asia,» le sussurrai, la voce arrochita, tagliente come una lama.

«Smettila di giocare con i sentimenti degli altri. Perché fuori dal tuo piccolo mondo di merda non sei niente. E con me hai chiuso.»

La lasciai andare di scatto, come se scottasse.

Fece un respiro profondo, massaggiandosi i polsi, sconvolta. Aveva gli occhi lucidi, forse di rabbia, forse di qualcos'altro che non volevo decifrare. Non disse una parola.

Aprii la portiera, salii e misi in moto il bestione da due tonnellate. Non mi voltai a guardarla mentre facevo retromarcia, ma la vidi nello specchietto retrovisore. Era ancora ferma lì, nel parcheggio vuoto, a guardare i miei fari rossi che si allontanavano.

Non l'avevo portata a casa. L'avevo lasciata a piedi. Ma mentre guidavo nel traffico di Roma, con le mani che mi tremavano sul volante, sapevo che avevo mentito.

Non avevo chiuso un bel niente. Quel contatto feroce contro la lamiera dell'auto aveva appena spazzato via le regole. La guerra vera era appena iniziata, e questa volta, nessuno dei due ne sarebbe uscito intero.

Passarono altri due giorni e furono un fottuto inferno. Il silenzio tra noi era una corda tesa pronta a spezzarsi. Facevo finta di niente, mi allenavo, spingevo sul ginocchio, ma la verità era che ogni volta che lo schermo del telefono si accendeva, speravo fosse lei. E mi facevo schifo per questo.

Il messaggio arrivò giovedì sera. Niente scuse patetiche, niente vittimismo. In pieno stile Asia.

«Vuoi continuare a fingere di odiarmi oppure vuoi parlare seriamente?

Niente giochetti. Hai detto che devo crescere, no? Bene. Parliamo.

Vieni al circolo Canottieri, alle 22. Ti aspetto al gazebo vicino al molo. Il cancello è sempre aperto.»

Sapevo che avrei dovuto ignorarla, ma a chi volevo prendere in giro? Alle dieci in punto stavo spingendo il cancello di ferro.

Il posto era deserto, inghiottito dall'umidità e dall'odore di muschio e fiume. Camminai fino a un gazebo avvolto dalla penombra, arredato con dei divanetti in midollino.

Asia era lì, appoggiata alla ringhiera di legno, di schiena, a guardare l'acqua scura. Indossava un paio di pantaloni neri, un maglioncino aderente nero e una giacca beige scuro. Niente tacchi, niente trucco pesante. Solo lei.

Sentì i miei passi e si voltò. Aveva quell'espressione di sfida stampata in faccia, le braccia incrociate sotto il seno.

«Non pensavo saresti venuto,» esordì, la voce venata di quell'arroganza che mi faceva impazzire di rabbia. «Ormai fai la parte di quello duro e puro che non ha tempo da perdere.»

«Che cazzo vuoi, Asia? È tardi e fa freddo,» risposi, fermandomi a un paio di metri da lei. Non volevo darle la soddisfazione di sembrare coinvolto.

«Volevo dirti che l'altro giorno ti sei comportato da coglione,» sbottò lei, accorciando la distanza con un passo nervoso.

«Sbattermi contro la portiera della macchina... ti fa sentire uomo fare lo psicopatico nel parcheggio di una palestra?»

Feci una mezza risata amara, scuotendo la testa.

«Io sarei lo psicopatico? Sei tu che mi sei venuta a cercare con la scusa del bus. Sei tu che provochi di continuo perché hai un disperato bisogno di attenzione. Ti ho solo rimessa al tuo posto, Asia. Quello che nessuno ti ha mai fatto.»

«Tu non sai qual è il mio posto!» alzò la voce, puntandomi un dito contro il petto.

«E non permetterti di parlarmi come se mi conoscessi. Non sei diverso solo perché te ne sei andato in Inghilterra a prendere uno stipendio più alto. Non sei cambiato per niente, Michael. Sei sempre il solito complessato.»

«Senti da che pulpito. Io almeno non sono uno che gioca con le persone perché non ha niente di reale nella sua vita di merda,» le urlai contro, afferrandole il polso prima che potesse puntarmi di nuovo il dito. Non strinsi per farle male, ma la bloccai.

«Pensi che non veda come fai? Prendi le persone, le spremi per il tuo ego e poi te ne freghi. Pensi che per me sia un gioco? Forse per te sì, per te magari sono solo cazzate, messaggi, sguardi. Sarà quello che cazzo ti pare,» feci un passo avanti abbassando la voce

«Però alla fine quello che ha dovuto rimettere insieme i pezzi chi è stato?»

Le parole mi uscirono prima che potessi fermarle. Era la verità nuda e cruda: lei mi faceva male, e io non riuscivo a non farmelo fare.

Asia si bloccò. Il respiro le si mozzò in gola. Il contatto tra noi cambiò bruscamente frequenza, trasformandosi da uno scontro a un cortocircuito. Il suo sguardo duro vacillò, le labbra si schiusero appena. Fece un mezzo passo avanti.

«Tu non sei un gioco, Michael,» mormorò, la sua voce era bassa. I suoi occhi fissi nei miei.

«Hai ragione,» disse. La voce le tremò appena, spogliata del tono acido.

«Sono stata io a farti male. E credimi, Michael, a volte ci sto male anche io per come ti ho trattato.»

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
Pagina 3 senza votare
Indice dei capitoli
Cap. 3

Commenti

CallMeHot
Salva in una lista