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Erotika
Maledetta tentazione · Cap. 3
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Capitolo 3 di 4 19 min di lettura

Ossessione

Michael pensava di essere tornato a Roma per chiudere i conti con il passato. Ma quando Asia riappare nella sua vita, la vendetta lascia spazio a qualcosa di molto più pericoloso. E mentre il confine tra odio e desiderio si assottiglia, c'è chi inizia ad accorgersi che il prezzo di quella ricaduta potrebbe essere altissimo.

Michael035
2 mesi fa · 707 letture · 0

Mi infilai in una stradina sterrata, un buco cieco nascosto da una fila di pini marittimi e rovi alti. Spensi il motore. I fari si spensero, inghiottendoci in una penombra interrotta solo dalla luce malata di quel tramonto.

Il silenzio piombò nell'abitacolo della Stelvio, rotto solo dal ticchettio metallico della marmitta che si raffreddava e dai nostri respiri irregolari.

Non ci guardammo. Tirai indietro il sedile. Abbassai lo schienale fino a sdraiarmi quasi del tutto. C'era spazio, ma l'aria lì dentro era già finita.

Asia si slacciò la cintura con uno scatto secco. Senza dire una parola, scavalcò il tunnel centrale. I sedili scricchiolarono sotto il suo peso mentre si metteva a cavalcioni su di me, le ginocchia piantate ai lati dei miei fianchi. La maglietta bianca, sformata, le scivolò ancora di più sulla spalla. Nel buio dell'abitacolo, quella bruciatura rossa sul collo sembrava pulsare di vita propria, un marchio di pura follia.

Io ero un disastro. Avevo addosso l'odore acido del sudore, la maglia tecnica dell'Exeter incollata al petto, le mani sporche della polvere del campetto. Lei, invece, odorava di quel profumo dolce e costoso, la pelle liscia, intatta, se non fosse stato per quello scempio autoinflitto. Il contrasto era totale. E mi faceva impazzire.

«Guardami,» sussurrò, la voce che vibrava di una tensione oscura.

Non aspettai un secondo di più. Le afferrai la nuca, intrecciando le dita sporche tra i suoi capelli neri, e la tirai giù, schiantando la mia bocca sulla sua. Non c'era niente di romantico. Fu un morso, un assalto. Le nostre lingue si scontrarono, intrecciando il sapore metallico del mio sudore con quello di menta del suo respiro. Asia rispose con la stessa violenza, artigliandomi le spalle attraverso la stoffa bagnata, inarcando la schiena per premere il suo bacino contro il mio.

Il contatto mi fece mancare il fiato. Sentivo l'erezione, dura da fare male, intrappolata nei pantaloncini d'allenamento, premere esattamente contro la sua intimità attraverso la stoffa nera della tuta. Lei lo sapeva. Iniziò a strusciarsi lentamente, un movimento circolare, calcolato e crudele, che mi strappò un gemito a denti stretti.

«Guardami, ho detto. Negli occhi,» ansimò contro la mia bocca, le labbra gonfie.

«Sì,» ringhiai, scivolando con le mani sui suoi fianchi.

«Ti piace eh, ti piace fare la zoccola.»

Afferrai l'elastico spesso dei suoi pantaloni. Non le chiesi il permesso. Tirai verso il basso con uno scatto secco, facendole sollevare il bacino per un istante, e glieli feci scivolare fino alle ginocchia. Sotto indossava delle mutandine nere di pizzo. La sua pelle calda e nuda andò a scontrarsi contro le mie dita. Era bagnata fradicia.

Scostai l'elastico del suo intimo e infilai due dita dentro di lei, senza preavviso.

Asia buttò la testa all'indietro, i capelli che sfiorarono il tetto dell'auto, e cacciò un urlo strozzato che le morì in gola. Il suo corpo tremò sotto il mio tocco, i fianchi che scattarono in avanti alla ricerca di un contatto più profondo.

Ma prima che potessi liberarmi dai miei vestiti per prenderla davvero, si bloccò.

Mi afferrò il polso con una forza che non credevo avesse, piantandomi le unghie nella carne. Abbassò lo sguardo su di me, gli occhi azzurri che brillavano nel buio come lame. Il respiro le spezzava il petto.

«Ce l'hai un preservativo?» sibilò, la voce roca e imperativa.

«Perché se non ce l'hai, te lo scordi di entrare. Ti dovrai accontentare di un lavoro di bocca. E non te lo farò nemmeno bene.»

Era la solita, fottuta Asia. Anche con le gambe aperte, mezza nuda in una macchina, doveva dettare lei le regole. Poneva l'ultimatum.

Non risposi. Con la mano libera mi allungai verso il cassetto portaoggetti, lo spalancai e frugai alla cieca tra le scartoffie finché non trovai il mio portafoglio, ne avevo sempre uno di scorta. Lo tirai fuori. Asia me lo strappò dalle mani, lo aprì in fretta. Io mi tirai giù i pantaloncini, mentre lei si sollevò leggermente afferrando il mio cazzo e infilandomi il preservativo con maestria. L'aria nell'abitacolo era diventata rovente, i vetri stavano già iniziando ad appannarsi, isolandoci in quella scatola di pelle e metallo.

Le afferrai i fianchi, stringendo la carne morbida, e la guidai verso il basso.

Asia scese su di me. Lentamente, millimetro dopo millimetro, accogliendomi tutto.

L'attrito perfetto, il calore estremo, la sensazione di riempirla completamente mi fece rovesciare la testa all'indietro contro il poggiatesta. Cacciai un gemito gutturale, animale.

«Asia...Sìì...»

Lei si appoggiò con le mani sul mio petto, le unghie laccate che graffiavano la pelle attraverso la maglia. Iniziò a muoversi. Prima lentamente, poi con un ritmo sempre più serrato. I sedili della Stelvio scricchiolavano sotto il nostro peso, il rumore dei nostri corpi che si scontravano riempiva lo spazio angusto.

La guardavo dall'alto in basso, il viso contratto in una smorfia di puro piacere.

Il nostro sesso parlava la lingua che avevamo imparato in quegli anni: rancore e possesso.

«Di' che mi odi,» la provocai, spingendo il bacino verso l'alto per penetrarla più a fondo.

«Ti odio... ti odio da morire,» ansimò lei, la voce rotta, aumentando il ritmo delle spinte.

«Cazzate.. tu mi vuoi, mi vuoi più di quanto io voglio te.» ringhiai, afferrandole i capelli per tirarla verso di me. La sua fronte era appiccicata alla mia mentre i nostri respiri ansimanti si mescolavano tra loro

«Sei venuta fino a quel cazzo di campetto per questo. Non sei venuta per parlare, volevi scopare. E adesso sei mia. Almeno qui dentro, sei mia.»

«Non sono di nessuno!» gridò lei, staccandosi dal mio viso. Il suo sesso si strinse intorno a me come una morsa, spingendomi sull'orlo del baratro.

Il ritmo che impose fu brutale. Non era un ballo, era una rissa. Lei si alzava e si abbassava con una forza che mi faceva male alle anche, usando i muscoli delle gambe per tenermi saldo contro il sedile. Ogni discesa era un colpo secco, profondo, che mi spingeva contro il sedile. La Stelvio scricchiolava sotto di noi, le sospensioni gemendo sotto lo stress del nostro sesso selvaggio.

Io la guardai da sotto, ammirando il modo in cui il suo corpo, snello e atletico, si contorceva sopra di me. Il seno era piccolo, ma mi eccitava da morire. E poi c'era il suo culo... Dio, quel culo era un'opera d'arte. Grande, perfetto, sodo. Ogni volta che scendeva, le sue anche rimbalzavano contro le mie cosce con un tonfo sordo e bagnato che mi faceva impazzire.

Il finestrino accanto a me si stava appannando rapidamente a causa del calore dei nostri corpi e della respirazione affannosa. Asia, persa nel vortice del piacere, allungò una mano verso il vetro per sostenersi mentre aumentava il ritmo, quasi una cavallerizza impazzita. Le sue dita scivolarono sul vetro condensato, lasciando cinque tracce chiare e profonde che tagliavano la nebbia bianca come graffi su una tela. Quell'immagine, la sua mano stampata contro il vetro mentre mi cavalcava, fu la cosa più erotica che avessi mai visto.

Lei si chinò in avanti, mordendo il mio lobo dell'orecchio, poi il collo. I suoi denti affondarono nella pelle, un dolore acuto che si fuse istantaneamente con il piacere che stava montando alla base della mia schiena. Lei strinse i muscoli vaginali intorno a me, una serie di spasmi ritmici che mi strinsero il cazzo come se volesse staccarmelo.

«Non ti azzardare,» le urlai, staccandola dal mio collo.

«Vuoi segnarmi come ho fatto io con te? Non te lo permetto.» presi il suo viso e la baciai di nuovo, con una mano le toccai la bruciatura. Lei si staccò

«Stronzo, mi hai fatto male,» disse con un tono arrabbiato. Mettendo le sue mani sul mio petto e spingendomi contro lo schienale del sedile

«Stai zitta e fammi finire,» risposi.

La tensione era insopportabile. Era una corsa all'ultimo respiro, uno scontro frontale a trecento all'ora. Sentivo i muscoli delle gambe tremare per lo sforzo, il sudore che mi colava dalla fronte.

Volevo distruggerla, e volevo che lei distruggesse me.

«Vieni... cazzo, Asia, vienii» le intimai, la voce che era ormai un ringhio disperato.

Lei chiuse gli occhi con forza, i denti affondati nel labbro inferiore.

Con gli occhi chiusi allungai una mano per prendere la giacca che avevo lasciato nel sedile posteriore. La presi e sollevandomi con tutta la forza che mi era rimasta la misi sotto di noi per non sporcare il sedile della macchina di mio padre.

Sentii le pareti del suo corpo contrarsi violentemente intorno a me in una serie di spasmi incontrollabili. Emise un gemito lungo, acuto, che le rimbombò nel petto, crollando in avanti, schiacciandosi contro di me.

Quella reazione mi fece esplodere. Spinsi un'ultima volta, affondando fino alla base, e mi svuotai dentro di lei, protetto dal lattice ma fottutamente perso nella sensazione di averla finalmente mia.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
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