Bastò fare due chilometri sulla statale per capire che Lulu aveva già bevuto un paio di bicchieri a casa mentre si preparava in videochiamata con le amiche. Non era ubriaca, ma aveva quell'euforia veloce, brillante e quasi totalmente priva di filtri di chi si è tolto un peso enorme dallo stomaco e ha deciso di recuperare un mese di clausura in quattro ore. Prese il controllo della radio, alzò il volume, cantò a squarciagola metà di un pezzo pop sbagliando metà delle parole e poi, nel silenzio tra una traccia e l'altra, abbassò leggermente il finestrino.
«Stasera voglio fare una cazzata,» annunciò al buio della strada. Tenni gli occhi fissi sulla corsia. «Ottima premessa.» Lulu continuò a guardare fuori dal vetro, col vento freddo che le muoveva le ciocche intorno al viso. «Ho voglia di scopare.»
Girai la testa verso di lei così velocemente che quasi rischiai di invadere la corsia opposta. «Che?» Lei si voltò a guardarmi con un'espressione di suprema sufficienza. «Non fare il dodicenne.» «Non ho fatto niente.» «Hai fatto la faccia.» «BASTA CON QUESTA STORIA,» sbottai, tornando a guardare l'asfalto mentre lei rideva di gusto tenendosi una mano sullo stomaco.
Quando finì di ridere, si sistemò meglio sul sedile, incrociando le gambe con gli stivali che sfioravano il cassetto del cruscotto. Non stava facendo la provocante; parlava con me con la stessa identica brutalità onesta che usava sul muretto alle due di notte, confermando quanto la spontaneità vincesse sempre sulla complessità. «Non so nemmeno io cosa voglio, in realtà,» disse, giocando con la cerniera della giacca di pelle. «So solo cosa non voglio. Non sto cercando un ragazzo, non voglio scambiarmi il numero con qualcuno per poi doverci parlare per tre settimane, e non ho nessuna intenzione di innamorarmi. Voglio ballare, bere un po’ e limonare qualcuno che mi piaccia. Se poi a fine serata mi va di scoparmelo, magari sì.» «Un programma molto dettagliato,» commentai. «Il punto è proprio non avere un programma, Andre.» Appoggiò la tempia contro il finestrino chiuso. «Per una sera voglio solo spegnere il cervello.»
Annuii senza aggiungere altro. Non la stavo giudicando, sarei stato l'ultimo sulla faccia della terra a poterlo fare, ma sentirla parlare così liberamente mi fece comunque uno strano effetto. Era la prima volta, da quando avevamo iniziato a passarci le notti insieme, che venivo costretto a vedere Lulu come una ragazza con desideri e una vita sessuale completamente indipendenti dalla nostra bolla. Non andai oltre col pensiero; lo registrai e basta.
Appena parcheggiai nel piazzale sterrato già pieno di macchine fuori dalla discoteca, il mio telefono vibrò sul supporto del cruscotto. Lo presi e aprii la chat di Angela. C'era una foto scattata allo specchio di camera sua un minuto prima di uscire: indossava un vestito nero cortissimo che le fasciava i fianchi e lasciava scoperte le gambe lunghe, il peso spostato su un fianco in una posa volutamente provocante e gli occhi fissi nell'obiettivo.
Angela: comportati bene
Sorrisi istintivamente allo schermo. «Angela,» sentenziò la voce di Lulu alla mia destra. Mi girai di scatto, coprendo mezzo display. «Ma come cazzo fai a saperlo?» «Hai una faccia disgustosa quando ti scrive.» Sbuffai, alzai il telefono per scattarmi un selfie veloce al posto di guida e glielo mandai. La risposta di Angela arrivò in trenta secondi netti: un'altra foto, ancora più ravvicinata, che inquadrava la scollatura del vestito e le sue labbra piegate in un mezzo sorriso.
Angela: domani recuperiamoAndrea: promessa?Angela: minaccia
Lulu si sporse quel tanto che bastava per sbirciare lo scambio di battute prima che bloccassi il telefono e scosse la testa con finta disapprovazione. «Voi due avete seriamente bisogno di aiuto.» Aprii la portiera per scendere. «Parla quella che ha appena annunciato alla nazione di voler scopare uno sconosciuto entro l'alba.» Lulu scese dal suo lato, chiudendo lo sportello col fianco. «Touché.»
Dentro il locale l'aria era già densa, calda e satura di fumo artificiale, tagliata dai fasci di luci stroboscopiche e dai bassi delle casse che ti facevano vibrare lo sterno appena superato il guardaroba. La pista centrale era una massa compatta di corpi e bicchieri di plastica sollevati. Trovammo subito Fede, Marco e gli altri vicino al bancone laterale, mentre Lulu intercettò il suo gruppo di giurisprudenza a pochi metri di distanza. La serata partì col piede giusto; dopo settimane passate a rimuginare, avevo anch'io una voglia matta di staccare la spina e godermi il casino. Al secondo drink, spinto dai bassi di un pezzo commerciale, azzardai persino il passo e il movimento di bacino che Angela mi aveva costretto a provare davanti allo specchio tre sere prima. Fede si fermò col bicchiere a mezz'aria, fissandomi inorridito sopra la musica. «Che cazzo stai facendo?» «Ho studiato!» gli urlai ridendo. «Sei peggiorato!»
Mentre ridevo con i ragazzi, lo sguardo mi cadde verso il centro della pista, dove Lulu stava ballando con le sue amiche.Si era tolta la giacca di pelle, lasciandola sui divanetti, e si muoveva sotto le luci intermittenti con una sicurezza che mi lasciò quasi spiazzato. Era sexy, sciolta, provocatoria nel modo in cui teneva il ritmo e rideva a testa alta. Ed era chiarissimo che non stesse recitando una parte per attirare l'attenzione di qualcuno in particolare: era semplicemente Lulu quando decideva di lasciare i manuali a casa e prendersi la serata.
Poco dopo la mezzanotte, mentre andavo al bancone a prendere dell'acqua, me la ritrovai accanto insieme a un ragazzo alto, spalle larghe, camicia bianca con le maniche arrotolate e la faccia pulita di chi non ha mai avuto un problema con la giustizia in vita sua. Era uno del suo gruppo universitario. Lulu mi toccò il braccio per farsi sentire sopra la musica.«Andre, lui è Davide!» Lui mi sorrise e mi strinse la mano con una presa salda. «Ah, tu sei Andrea.» Abbassai lo sguardo su Lulu, poi tornai a guardare lui. «Perché "ah"?» Davide rise, indicando lei col pollice. «Ti nomina.» Lulu gli diede una gomitata leggera nel fianco, arrossendo appena sotto le luci rosse del locale. «Non ascoltarlo, dice cazzate.» Incrociai le braccia, divertito. «Molto interessante.» Scambiammo due battute veloci prima che la folla ci dividesse di nuovo. Davide era simpatico, alla mano, zero spocchia. E per qualche motivo assurdo, realizzare che non avesse proprio nulla che non andasse fu molto più fastidioso che se fosse stato un coglione patentato.
Nei quaranta minuti successivi li vidi avvicinarsi un passo alla volta, come in una partita a scacchi dove ogni pezzo ha la sua funzione precisa. All'inizio parlavano vicino ai divanetti, piegati uno verso l'altra per sentirsi sopra i bassi; poi scesero in pista insieme. Il caos della gente li costringeva a ballare attaccati, e quando Davide le posò una mano sicura sul fianco, sopra il tessuto aderente del top, Lulu non si scostò. Continuò a muoversi con lui, e un quarto d'ora più tardi aveva entrambe le braccia passate attorno al suo collo. Io ero appoggiato alla balaustra rialzata con Fede, che mi stava spiegando con grande fervore una teoria assurda sul fantacalcio. Annuii meccanicamente, ma i miei occhi scivolarono di nuovo verso il centro della pista. «...e quindi capisci che se vendo lui adesso faccio la figura dell'idiota. Andrea.» Sbatté le palpebre, tornando a guardare Fede. «Che?» «Non hai sentito un cazzo di quello che ho detto negli ultimi tre minuti.» «Sì che ho sentito.» «Cosa ho detto?» Bevvi un sorso dal mio bicchiere. «Non rompere.»
La cosa più strana di tutta quella dinamica, però, fu che Lulu continuava a fare la spola. Stava lì a flirtare pesantemente con Davide, e poi ogni venti minuti mollava tutto e spuntava al mio fianco come se fossimo ancora seduti sul muretto sotto casa. Arrivò dal nulla, mi sfilò il bicchiere dalle dita e ne bevve metà d'un fiato. «Ehi,» protestai. «Il mio è finito.» «Comprane un altro.» Bevve un altro sorso fissandomi negli occhi, mi rimise il bicchiere quasi vuoto in mano e poi allungò le dita sul colletto della mia camicia, sistemandomelo con due tocchi rapidi. «Sei conciato male.» «Scusa, sei diventata mia madre?» «No, lei avrebbe fatto un lavoro migliore.» Si voltò a guardare per un secondo verso la pista, dove Davide stava aspettando con gli altri, poi tornò a guardare me. «Mi sa che quello me lo limono.» Seguii il suo sguardo verso il ragazzo in camicia bianca. «Grazie dell’informazione, ne sentivo il bisogno.» «Volevo il consenso paterno.» «Negato.» Lulu fece un sorriso lento, identico a quando voleva farmi innervosire. «Perfetto.» E girò sui tacchi,rituffandosi nella calca.
Dieci minuti dopo li vidi baciarsi. Non fu una cosa rubata o incerta: erano fermi vicino alla colonna centrale, Davide le stringeva la vita con entrambe le mani e Lulu gli teneva il viso tra i palmi, pienamente dentro quel bacio, esattamente come aveva detto di voler fare in macchina. Li guardai per due secondi, poi abbassai gli occhi. Proprio in quell'istante il telefono mi vibrò nel palmo della mano. Lo sbloccai: era un messaggio di Angela, accompagnato dalla foto delle sue gambe accavallate sotto il tavolino del locale dove si trovava con le amiche.
