Lulu

Capitolo 5 - Quattro Foto e le Dita Sotto i Jeans

Andrea prova a capire cosa significhi davvero andare avanti mentre presente e passato continuano a confondersi.
Tra famiglia, amici e una notte di provincia, una domanda apparentemente semplice diventa impossibile da evitare.

A
ale🍻

1 ora fa

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L'aria della sera successiva era un copia-incolla perfetto di quella precedente. Stesso caldo immobile e asfissiante, stessa umidità che ti faceva sudare anche solo respirando, stesse zanzare fameliche sotto la luce giallognola del nostro lampione. Eravamo di nuovo lì, accampati sul muretto di cemento sbreccato.

Lulu era scesa portandosi dietro una grande tote bag di tela da cui sbucavano quaderni ad anelli e fogli stropicciati. Era letteralmente uscita dalla sua stanza solo per non impazzire, concedendosi una mezz'ora d'aria prima di ributtarsi sui libri. Aveva i capelli legati alla bell'e meglio, le gambe incrociate sul muretto e un evidenziatore giallo che continuava a far roteare nervosamente tra le dita. Io, al contrario, ero insopportabilmente, fastidiosamente di buon umore. Una vibrazione leggera mi attraversava il petto ogni volta che respiravo.

Luciana si accese la cannetta, aspirò a lungo e poi mi squadrò attraverso la nuvola di fumo, socchiudendo gli occhi neri. «Hai quella faccia,» decretò, senza alcun preambolo. «Quale?» «Quella da uomo che ha limonato e adesso pensa di aver risolto la propria vita.» Cercai di assumere un'espressione neutra, fallendo miseramente. «Non penso di aver risolto la mia vita.» Lei scosse la testa. «Peggio. Stai sorridendo da solo. È inquietante.»

Mi arresi e le raccontai tutto. Lasciai fuori i dettagli più espliciti della macchina – non avevo nessuna voglia di condividere l'intimità di quel momento esatto – ma le riversai addosso tutto il resto. Il pub, i bicchieri ghiacciati, la partita a biliardo, la deviazione al McDrive, il bacio. Le raccontai soprattutto il tono della serata, il fatto che avevamo passato il tempo a prenderci in giro, a sfidarci, e che Angela si era rivelata molto più scema, ironica e alla mano di quanto pensassi. «Abbiamo praticamente litigato per due ore,» conclusi, passandomi una mano tra i capelli. «Bel primo appuntamento,» commentò lei, sarcastica ma divertita. «Era divertente.» «Sei tossico, Andrea.» «Anche lei.» «Perfetti.»

Lulu era sinceramente contenta per me, potevo sentirlo dal modo in cui le sue spalle si erano rilassate. Ma l'ombra dell'esame continuava a tirarla a fondo. Ogni tanto il suo sguardo si perdeva oltre il marciapiede, verso il buio, o si fissava sullo schermo del telefono senza davvero leggere le notifiche. Il tappo dell'evidenziatore faceva clic-clac tra i suoi polpastrelli, un ticchettio ansioso. Faceva tiri troppo lunghi, assente. Lo notai, registrai la sua stanchezza profonda, ma decisi di non insistere. Non volevo fare il terapista non richiesto.

Pensava che il mio resoconto fosse finito, ma mi stavo tenendo il pezzo forte per il finale. Aspettai che mi passasse la canna. Tirai, guardando il cielo senza stelle, e buttai lì la frase con finta noncuranza. «Ah, poi stamattina abbiamo fatto colazione.»

Lulu si girò lentamente verso di me. Il movimento fu così misurato da sembrare al rallentatore. L'evidenziatore si fermò. «Come, scusa?» «Colazione.» «So cos’è una colazione, Andrea. Intendo: come ci siete finiti?» Feci spallucce, cercando di minimizzare. «Aveva danza presto, io dovevo andare in palestra ad allenarmi... eravamo entrambi fuori e ci siamo beccati a un bar a metà strada.» «Certo.» «Perché lo dici così?» Lei fece un sorriso sghembo, pieno di veleno affettuoso. «Niente. Continuate pure a non frequentarvi, mi raccomando.»

Mentre Lulu mi prendeva in giro, la mia mente tornò per un secondo a quella mattina. Angela non era la creatura notturna, lucida e sensuale della sera prima. Si era presentata al bar con una tuta grigia morbida che le accarezzava i fianchi, i capelli scuri legati in una coda alta, zero trucco e la faccia gloriosamente assonnata. Aveva ai piedi le scarpe da ginnastica per le prove, gli occhi un po' gonfi di sonno e una sfacciataggine intatta. Ci eravamo seduti a un tavolino di metallo. Lei aveva divorato il suo cornetto alla crema, poi, senza chiedere il permesso, aveva allungato una mano sul mio piatto e aveva staccato un pezzo gigantesco dal mio. Il modo in cui masticava, rubandomi il cibo guardandomi dritta negli occhi con aria di sfida, mi aveva fatto impazzire. Era un'intimità domestica, cruda, immensamente più forte di una camicetta slacciata.

«Aveva preso il cornetto suo e ha mangiato pure metà del mio,» dissi ad alta voce, sorridendo al ricordo. «Segnale di relazione tossica,» sentenziò Lulu. «Le ho detto la stessa identica cosa.» «Ti copia pure le battute, Andrea. Sposala.» Scoppiai a ridere.

Luciana mi guardò. Per un attimo smise di giocare con l'evidenziatore. I suoi occhi neri e stanchi mi studiarono con un'attenzione nuova. Se ne stava accorgendo. Capì che non ero felice solo per l'ego gonfiato, o perché avevo limonato con una ragazza dal corpo spaziale in una macchina mezza buia. Capì che mi piaceva proprio stare con lei. Che la sua presenza riempiva le stanze giuste della mia testa.

«Quindi domani di nuovo colazione?» riprese Lulu, spietata, puntando il dito verso di me. «No.» «Perché?» «Ho altro da fare.» Luciana sospirò platealmente. «Peccato, stava nascendo la routine da coppietta.»

Fu un riflesso pavloviano. I miei muscoli si irrigidirono e la parola mi diede l'orticaria istantanea. «Non siamo una coppia,» sbottai, forse con un tono di voce troppo alto. Lulu non si scompose di un millimetro. Mi fissò, impassibile. «Non ho detto che lo siete.» «Hai detto coppietta.» «Come presa per il culo, Andrea.» Mi sgonfiai, passandomi una mano sulla nuca, sudato. «Ah.» Il silenzio calò di nuovo, spesso e carico di tensione. Luciana sorrise appena, un'increspatura impercettibile delle labbra carnose.

«Ti mette proprio ansia, eh?» mormorò. «Cosa?» «Dare i nomi alle cose.» Scossi la testa, guardando il mozzicone che si consumava. «Non mi mette ansia. Non c'è nessun nome da dare, ci siamo visti letteralmente due volte.» Lei non mollò la presa. «Cos’è Angela?» «Angela.» «Grazie, anagrafe,» ribatté, sarcastica. «Te lo chiedo di nuovo: cos'è?» Sbuffai, messo alle strette, cercando una definizione che non mi facesse sentire in gabbia e che non mi obbligasse a fare i conti col passato. «Una ragazza che sto vedendo.» Lulu annuì lentamente. «Quindi la frequenti.» «Più o meno.»

Luciana si staccò dal muretto, infilando l'evidenziatore nella tote bag. Si sistemò la borsa sulla spalla, mi guardò dritta negli occhi e, prima di voltarsi per rientrare nel suo portone, mi consegnò l'ultima, inappellabile sentenza della serata. «Più o meno non significa un cazzo, Andrea.»

Il silenzio calò di nuovo, pesante e appiccicoso come l'aria di quella sera di fine estate. Lulu si era sistemata la borsa sulla spalla, pronta a rientrare nel suo portone, ma si fermò. Fece un mezzo giro sui tacchi delle ciabatte, appoggiandosi con la schiena al lampione, e mi scrutò con quell'aria da analista stanca che le veniva fin troppo naturale.

«Comunque,» esordì, incrociando le braccia sul petto, «tu non riesci ancora a chiamarla ex.» La guardai, sbattendo le palpebre, colto alla sprovvista dal cambio improvviso di argomento. «Ma chi?» «Topolino, Andrea. Elena.» «Certo che ci riesco,» ribattei, mettendomi subito sulla difensiva. «Dillo.» Scoppiai a ridere, una risata nervosa e secca. «Ma che cazzo di esercizio è?» «Dillo e basta,» insistette lei, implacabile.

Aprii la bocca. L'aria mi si fermò in gola. Il mio cervello sapeva perfettamente quale fosse la parola da pronunciare, ma le mie corde vocali si rifiutavano di collaborare. Provai a farla uscire, a forzare quel blocco idiota. «La mia...» Mi bloccai. Sentii il calore salirmi alle guance, un misto di rabbia e frustrazione. «Vaffanculo, Lulu.» Lei annuì lentamente, senza il minimo accenno di trionfo. «Appunto.»

Mi passai entrambe le mani sul viso, strofinandomi gli occhi finché non vidi i puntini luminosi. «Mi sembra brutto,» confessai alla fine, la voce ridotta a un mormorio. «Ex?» «Sì. Sembra che cancelli tutto quello che c'era prima. Come se la riducesse a un errore di percorso, a una pratica archiviata.» «No,» mi corresse lei, con una dolcezza ruvida. «Dice solo che è finito.» Guardai l'asfalto sbeccato sotto le mie scarpe, sentendo quel familiare, insopportabile peso al centro dello sterno. «Peggio.»

Questa era la radice del mio male. Era il motivo per cui arrancavo, per cui ogni passo in avanti sembrava costare una fatica immane. Se non riuscivo ancora a chiamare Elena ex, a confinarla nel passato, era fottutamente comprensibile che non riuscissi a chiamare Angela qualcosa nel presente. Il mio vocabolario emotivo era bloccato.

Lulu mi lasciò qualche secondo per respirare, rispettando il mio silenzio. Nell'arte di ascoltare, le pause sono fondamentali, creano quello spazio in cui l'altro può finalmente abbassare la guardia. Poi, con una delicatezza tutta sua, decise di cambiare rotta, tornando su terreni apparentemente più sicuri. «Quindi, tornando al presente... domani niente Angela palestra.» «No,» confermai, sollevato dal cambio di rotta. «Sto con Mathi.»

Luciana si immobilizzò. Sbatté le palpebre un paio di volte, come se stesse processando una lingua straniera. «Chi cazzo è Mathi?» «Mia sorella.» Lulu sgranò gli occhi neri, la bocca semiaperta. «Hai una sorella?» «Sorellina,» precisai. «Sette anni.» «E questa informazione quando pensavi di comunicarla, scusa?» «Alla conferenza stampa,» risposi, facendo spallucce.

Lulu mi fissò, incredula, poi tornò ad avvicinarsi al muretto. «Stiamo sul muretto tutte le sere, so esattamente quanti noodles mangi e scopro solo ora che hai una sorella di sette anni?» «Non capita spesso di parlarne. È la figlia di mio padre e della sua nuova compagna.» Il tono della mia voce si era fatto leggermente più rigido, metallico. Era un meccanismo di difesa automatico. «Con tuo padre come va?» mi chiese lei, cauta. «Diplomazia internazionale.» «Tradotto?» «Meglio non dichiarare guerra.» Luciana fece un passo verso di me. «Andre.» «Non stasera, Lulu,» tagliai corto, alzando una mano.

Non volevo entrare in quel ginepraio. Non volevo spiegarle le cene silenziose, i tentativi goffi di mio padre di fare il genitore a scoppio ritardato, o il senso di estraneità che mi prendeva ogni volta che varcavo la soglia di casa sua. Lei lo capì subito. Non insistette. Fece un passo indietro, lasciandomi il mio spazio. «Mathi non c'entra niente con tutto questo,» aggiunsi, abbassando il tono, sentendo un nodo di tenerezza sciogliermi la gola. «Lei ha sette anni. È fuori da ogni casino. La vado a prendere domani mattina e la porto al parco.»

Lulu mi guardò. L'espressione cinica e stanca che portava come un'armatura si sciolse improvvisamente, lasciando il posto a un sorriso che le arrivò fino agli occhi, illuminandole il viso. «Madonna.» «Che c’è?» le chiesi, sulla difensiva. «Sei proprio il protagonista maschile di uno di quei libri di merda che leggo.» «Perché?» «Problemi familiari, emotivamente disastrato, incapace di comunicare i sentimenti, ma tenerissimo e protettivo con la sorellina.» Fece un gesto teatrale con la mano. «Sei un cliché ambulante.» Risi, sentendo l'imbarazzo salirmi di nuovo. «Ti prego, smettila.» Lei scosse la testa, divertita, creando quella tensione complice che alleggeriva sempre ogni nostra conversazione. «Manca solo che tu abbia una moto per fuggire nella notte.» «Ho una Punto grigia del duemilasei.» Lulu arricciò il naso. «Molto meno erotico.»

Ridemmo insieme nel buio, il rumore delle nostre voci che rimbalzava contro i muri scrostati dei palazzi. Era una risata leggera, liberatoria, che lavò via le scorie pesanti di Elena e dei miei silenzi. Poi Lulu guardò l'ora sul display del telefono e sospirò, l'ombra dell'esame imminente che le ricadeva addosso come un mantello di piombo. «Vado a farmi venire un esaurimento nervoso sul manuale di procedura,» annunciò, riprendendo la sua borsa di tela. «Buona fortuna, notaio emotivo.» «Fottiti.»

La guardai sparire dietro il vetro pesante del portone. Rimasi seduto lì ancora un minuto, assaporando il silenzio della strada. Ero stanco, incasinato, e il mio passato premeva ancora contro le costole. Ma mentre risalivo verso il mio appartamento, mi resi conto che non stavo più soffocando. E in gran parte, era merito della ragazza chiusa al terzo piano del palazzo di fronte.

Mathi stava barando da venti minuti e lo faceva con una sicurezza amministrativa che cominciava a preoccuparmi.

Eravamo seduti a gambe incrociate sul tappeto del salotto di mia madre, che era a lavoro fino a tardi. L'aria condizionata andava al minimo, creando un'oasi di pace rispetto alla fornace che c'era fuori. Mathi, con i suoi sette anni, due codini imperfetti e un'energia inesauribile, era nel suo habitat naturale. Era chiacchierona, furba, spietatamente competitiva e dotata di un talento teatrale innato. Soprattutto, era una manipolatrice professionista, perfettamente consapevole del potere assoluto che esercitava su di me.

La stavo guardando rubare spudoratamente al gioco da tavolo che avevamo intavolato tra i cuscini. «Hai preso due carte,» le feci notare, incrociando le braccia. Lei non alzò nemmeno lo sguardo dal suo mazzetto. «No.» «Ti ho vista, Mathi. Ne hai prese due dal mazzo.» Sbatté le palpebre, i grandi occhi scuri puntati nei miei con un'innocenza disarmante. «Allora perché chiedi?» Rimasi in silenzio, sconfitto dalla logica inattaccabile di una bambina di seconda elementare. Sospirai e la lasciai vincere la mano.

Era bello stare lì. Era l'unico momento della mia settimana in cui il mio cervello smetteva di essere una trottola impazzita. Con Mathi non c'erano fantasmi da scacciare, non c'erano paragoni da fare, non c'erano ansie da prestazione. C'era solo un tempo sospeso in cui non ero ossessionato da me stesso.

Archiviato il gioco da tavolo per manifesta superiorità truffaldina, passammo alle bambole. Mathi rovistò nel suo zainetto rosa e mi piazzò in mano un pupazzo di plastica vestito con una camicia a fiori inguardabile. «Lui è stupido,» sentenziò, mettendosi a pettinare i capelli di una Barbie. Guardai il Ken. «Perché devo fare sempre quello stupido?» «Perché sei maschio.» «Questa è discriminazione.» Mathi alzò le spalle, concentratissima sul suo compito. «Non so che significa.» «Si vede.»

Dopo aver fatto recitare al mio Ken la parte dell'idiota del villaggio per un quarto d'ora, la sua attenzione venne catturata da un astuccio di pennarelli lavabili. Mi guardò con un sorriso angelico che non presagiva nulla di buono. «Ti faccio un tatuaggio.» «Solo uno,» la avvertii, porgendole il braccio. «Va bene.» Dieci minuti dopo, abbassai lo sguardo sul mio avambraccio. Era interamente ricoperto di soli storti, fiori rosa, una specie di gatto blu e vari ghirigori astratti che arrivavano fin quasi al gomito. «Avevi detto uno,» le ricordai, indicando il disastro cromatico sulla mia pelle. Mathi non fece una piega, chiudendo il tappo del pennarello verde. «Ho cambiato idea.» «Questa casa è una dittatura.» «Sì.» E mi sorrise, soddisfatta.

In quel momento, il telefono vibrò nella tasca dei miei jeans. Lo tirai fuori. Era un messaggio di Angela. Sorrisi prima ancora di aprirlo, sentendo un'eco del calore della sera precedente. Aprii la chat di Angela gate. Era una foto. Un selfie scattato chiaramente nello spogliatoio della sua scuola di danza. Aveva i capelli scuri raccolti in una coda alta e disordinata, il viso stanco, la pelle lucida di sudore. Dietro di lei si intravedevano gli armadietti e una bottiglietta d'acqua mezza vuota appoggiata su una panca. Aveva un'aria sfatta, distrutta dalla fatica, eppure era bellissima in un modo ruvido e reale che mi fece venire voglia di essere lì.

Angela gate: sono sopravvissuta Angela gate: le mie gambe no

Sorrisi allo schermo, un sorriso largo e spontaneo che non riuscii a trattenere. «Perché sorridi?» mi chiese subito Mathi, che aveva i radar per qualsiasi variazione del mio umore. Infilai la faccia dietro il telefono per nascondermi. «Non sorrido.» Lei si sporse in avanti, curiosa. «Sì, stavi sorridendo.» «Gioca,» le intimai, spostandole un pennarello col piede.

Digitai una risposta veloce. Andrea: il mio divano è a tua disposizione per la riabilitazione Il suo sta scrivendo...comparve quasi subito. Angela gate: tu che fai?

Fissai la domanda. Mi guardai intorno: il tappeto invaso da bambole, carte sparpagliate, il mio braccio dipinto come un murales. E Mathi, che mi guardava aspettando che tornassi a far parlare il Ken stupido. Andrea: nulla, sto con mia sorella

Fu una scelta precisa. Nulla. Ridurre tutto quel mondo bellissimo e caotico a una parola vuota. Non volevo nascondere Mathi, ma l'idea di spiegare ad Angela chi fosse, di farla entrare in quel pezzetto di intimità familiare, mi sembrava improvvisamente troppo. Era un muro di protezione che alzavo in automatico, un modo per tenere le varie stanze della mia vita rigorosamente separate.

La reazione di Angela fu esplosiva e immediata. Angela gate: HAI UNA SORELLA? Angela gate: quanto ha??Andrea: 7 Angela gate: oddio cucciola Angela gate: che fate?

Guardai di nuovo il messaggio. L'entusiasmo di Angela era genuino, strabordante. Ma io non ero pronto ad aprire quella porta. Volevo che Angela rimanesse nel territorio delle serate estive, del biliardo, della pelle sudata e del desiderio. Volevo che fosse la parte leggera. Andrea: giochiamo

Risposi solo questo. Freddo, asciutto. Angela, che aveva un'intelligenza emotiva affilata, percepì il muro all'istante.Angela gate: sei molto descrittivo oggi ahahah

Lessi il messaggio. Sentii una punta di senso di colpa, ma non aggiunsi altro. Sorrisi allo schermo, bloccai il telefono e me lo infilai di nuovo in tasca. Non c'era nessun litigio, nessuna chiusura definitiva. C'era solo un piccolo seme, piantato lì in mezzo a noi: io non le stavo dando tutto. «Tocca a te,» mi richiamò Mathi, spingendomi il pupazzo contro il ginocchio. «Arrivo,» risposi, ributtandomi sul tappeto e lasciando Angela, per quel pomeriggio, fuori dalla porta.

Mathi rimise il tappo al pennarello verde, soddisfatta del disastro artistico che mi aveva appena inflitto sull'avambraccio, poi alzò i suoi grandi occhi scuri su di me. Mi aveva visto mettere via il telefono, e la sua curiosità si era già accesa come un interruttore. «Chi è Angela?» mi chiese, la voce limpida e dritta al punto. Mi sistemai meglio sul tappeto, incrociando le gambe. «Una ragazza.» Lei inclinò la testa di lato, i codini che le dondolarono sulle spalle. «La tua fidanzata?» «No,» risposi subito. «La tua amica?» insistette. Feci spallucce, cercando una via d'uscita facile che non richiedesse troppe spiegazioni a una bambina di sette anni. «Più o meno.»

Mathi arricciò il naso, un'espressione di puro e genuino scetticismo che le increspò la fronte. «Più o meno non esiste.» La frase mi colpì con la forza di uno schiaffo a mano aperta. Rimasi congelato. Le parole di Luciana della sera prima, identiche e spietate, mi risuonarono nelle orecchie con un tempismo quasi grottesco. Una studentessa di giurisprudenza cinica e insonne e una bambina di seconda elementare erano appena arrivate alla stessa identica conclusione sulla mia vita sentimentale. La guardai, sbalordito. «Pure tu?» Mathi sbatté le palpebre, confusa. «Che?» Scossi la testa, sentendo un peso assurdo allo stomaco. «Niente. Niente.»

Lei sembrò accontentarsi della mia resa. Iniziò a rimettere i pennarelli dentro l'astuccio di plastica, uno per uno, con una lentezza calcolata. «Papà dice che quando torno devo fare i compiti,» annunciò a un certo punto, senza guardarmi. «Papà ha ragione,» le diedi corda, raccogliendo le carte del gioco da tavolo sparpagliate sul tappeto. «Tu e papà litigate?»

Le mie mani si fermarono a mezz'aria. Il muro difensivo si alzò istantaneamente, freddo e spesso, esattamente come faceva ogni volta che il discorso scivolava su quel terreno minato. «Perché me lo chiedi?» Mathi alzò lo sguardo e smise di riordinare. «Perché quando parla di te fa questa faccia.» Strinse le labbra in una linea sottile, abbassò le sopracciglia fino a farle quasi toccare e gonfiò leggermente le guance. Era un'imitazione comica ma spaventosamente accurata dell'espressione corrucciata e delusa che conoscevo fin troppo bene. Feci una mezza risata, più per stemperare la tensione che per reale divertimento. «Tuo padre fa tante facce brutte, Mathi.» Lei mi puntò contro un pennarello rosso, serissima. «È pure tuo papà.» Il silenzio calò di colpo nel salotto. Guardai il suo viso pulito, così simile al mio in certi tratti, e inghiottii il groviglio di risentimento, estraneità e parole non dette che mi portavo dentro da anni. «Sì,» risposi, con voce piatta.

Non aggiunsi altro. Lei percepì la chiusura, quel confine invisibile che le stavo impedendo di oltrepassare, e tornò a trafficare con il suo zainetto rosa. Non c'era bisogno di spiegare altro, non a lei, non in quel momento.

Quando fu l'ora di riportarla a casa, la aiutai a infilare le braccia nella felpina leggera. Mentre le sistemavo il colletto, mi guardò dal basso verso l'alto. «Quando torno giochiamo ancora?» mi chiese, aggrappandosi alla mia maglietta con una mano. «Certo che giochiamo.» «Anche se hai Angela?» Sorrisi, sentendo una stretta di tenerezza mista a resa. «Sì, anche se ho Angela.» Mathi fece un sorrisetto furbo, gli occhi che le brillavano di puro spirito provocatorio. «Quella più o meno?» Sospirai, passandomi una mano sulla faccia. «Mathi.» «Che?» fece lei, spalancando le braccia con finta innocenza. La spinsi dolcemente verso il corridoio. «Vai a mettere le scarpe.»

Sabato sera, la provincia sembrava essersi data appuntamento nello stesso bar per controllare i fatti nostri.

Il piazzale era un tappeto ininterrotto di motorini parcheggiati male, bicchieri di plastica abbandonati sui muretti e voci sguaiate che si accavallavano. I tavolini bianchi erano stati uniti in una lunga tavolata irregolare che occupava mezza veranda. Tutti conoscevano tutti, e chi non ti conosceva faceva finta di farlo per non sentirsi escluso dal grande teatro del paese. Io e Angela eravamo già lì, seduti vicini, incastrati in mezzo a quel delirio. E a differenza della settimana precedente, la nostra chimica non era più un segreto sussurrato al buio o confinato nell'abitacolo di una Punto. Era fottutamente pubblica.

Angela era puro istinto. La sua fisicità era diretta, sfacciata, a conferma di quanto la spontaneità vincesse su qualsiasi costruzione mentale complessa. Rideva per una battuta di Marco e si appoggiava con tutto il peso del corpo contro la mia spalla, lasciandomi addosso un'ondata del suo profumo dolce. Mi sfilava il bicchiere di birra dalle mani, beveva un sorso fissandomi da sopra l'orlo di vetro e poi me lo restituiva senza dire una parola. A un certo punto, si voltò verso di me per sistemarmi un ciuffo ribelle sulla fronte, le sue dita calde che indugiavano sulla mia tempia un secondo di troppo.

E poi c'era il tavolo. Sotto la plastica bianca, lontano dagli occhi degli altri ma vicinissimo ai miei sensi, la sua mano aveva preso residenza fissa sulla mia coscia. Le dita smaltate accarezzavano il tessuto dei miei pantaloni, salendo piano verso l'inguine con una lentezza calcolata, per poi fermarsi e stringere leggermente la presa. Era un gioco di preliminari arguti e di un'attrazione sottile, ma implacabile, che mi faceva accelerare i battiti.

Io ricambiavo. Tenevo il braccio appoggiato dietro la sua sedia, le sfioravo la schiena scoperta dal top, mi godevo quel contatto continuo e inebriante. Ma la provincia ha un peso specifico, e io lo sentivo tutto addosso. Ogni volta che intercettavo lo sguardo di qualcuno che ci fissava dal tavolo accanto, o riconoscevo un volto del vecchio giro, i miei muscoli si tendevano. Non la respingevo, non mi allontanavo fisicamente, ma mi irrigidivo. Diventavo improvvisamente, dolorosamente consapevole di essere osservato. Il fantasma delle mie vecchie abitudini, di come mi comportavo in pubblico quando c'era Elena, mi scendeva addosso come una doccia gelata.

Angela aveva un radar per queste cose. Mentre mi accarezzava la gamba, sentì la contrazione nervosa del mio quadricipite. Alzò gli occhi verso di me e mi scrutò per un istante lungo e silenzioso in mezzo al baccano del bar. Non disse nulla. Non mi fece scenate, non ritrasse la mano in modo stizzito. Ma lo registrò.

A rompere la tensione fu l'arrivo di due ragazze che si fecero largo a spallate nella calca, puntando dritte verso il nostro lato della tavolata. Erano le amiche di Angela, quelle che la settimana prima l'avevano letteralmente trascinata lì. Sonia, trucco scuro e un'aria protettiva e diretta di chi non ha tempo da perdere, incrociò le braccia e mi puntò gli occhi addosso. Miriam, accanto a lei, aveva un'espressione ironica e curiosa, da osservatrice nata. Avevano l'aria di chi sapeva già assolutamente tutto.

«Quindi tu sei Andrea,» esordì Sonia, squadrandomi. «Dipende,» risposi, cercando di mantenere il tono leggero. Miriam si appoggiò al tavolo, sorridendo a mezza bocca. «Quello del biliardo.» Feci un respiro profondo, guardando Angela con la coda dell'occhio. «Cosa vi ha raccontato?» Sonia non fece una piega, spietata. «Che sei scarso.» Allargai le braccia in segno di resa. «Allora sì, sono io.» Angela intervenne subito, stringendomi appena la coscia sotto il tavolo per farsi perdonare. «Non ho detto scarso.» Miriam alzò un sopracciglio. «Hai detto imbarazzante.» «È diverso,» precisò Angela, con un sorriso sfrontato che fece scoppiare a ridere tutto il nostro pezzo di tavolata.

Il gruppo prese subito vita. La dinamica si accese, rumorosa, carica di prese in giro incrociate, e io mi lasciai trascinare da quel ritmo veloce, cercando di godermi la serata e di ignorare gli sguardi del resto del locale che continuavano a pesarmi sulle spalle.

Il baccano del bar raggiunse un picco improvviso quando una mano pesante si abbatté sulla spalla di Marco, facendogli quasi rovesciare la birra. Era Dario, un nostro vecchio amico che non incrociavamo da mesi. I saluti esplosero rumorosi, fatti degli insulti affettuosi e delle pacche sulla schiena tipiche del nostro giro. Ma Dario non era da solo. Dietro di lui, a formare un piccolo gruppo in attesa, c'erano due ragazze e, un passo più indietro, con le braccia incrociate e l'inconfondibile aria di chi stava già calcolando le vie di fuga, c'era Luciana.

In provincia le dinamiche sociali sono elementari e inesorabili: basta un amico in comune e un cenno di saluto perché i confini vengano abbattuti. Nel giro di tre minuti netti, assistemmo alla fusione dei tavoli. Sedie di plastica vennero trascinate stridendo sull'asfalto, i tavolini quadrati furono incastrati in una lunga e precaria asse centrale, e nacque il "groppone". Era un caos meraviglioso e vitale. I bicchieri si mescolavano, la gente entrava e usciva dalle conversazioni urlando sopra la musica di sottofondo, e lo spazio vitale si ridusse a zero.

Nel rimescolamento generale, Lulu finì seduta quasi esattamente di fronte a me e ad Angela. Incrociai il suo sguardo per una frazione di secondo. Lei alzò un sopracciglio, come a dire guardati in che guaio ti sei cacciato, ma non ci fu tempo per nessuna comunicazione silenziosa. Angela, che non aveva filtri e non conosceva l'imbarazzo, si appoggiò con i gomiti al tavolo e puntò i suoi occhi scuri e vivaci dritta su di lei.

«Tu sei Lulu,» decretò Angela, con un sorriso aperto. Lulu spostò lo sguardo da lei a me, fulminandomi con un'occhiata che avrebbe potuto incenerire un bosco. «No,» rispose, con voce piatta e vagamente minacciosa. «Io sono Luciana.» Angela scoppiò a ridere, gettando indietro la testa e facendo vibrare la scollatura del top scuro. «Oddio, quindi è vero che ti dà fastidio!» Lulu mi fissò, assottigliando gli occhi. «Andrea.» Alzai le mani in segno di resa, schiacciato tra le due. «Non ho detto niente.» «Ti odio,» sibilò Luciana. «Comunque,» riprese Angela, per nulla intimorita da quell'aura di misantropia, allungando una mano per prendere una patatina dal piattino al centro, «io sono Angela palestra, a quanto pare.»

A quel punto, Lulu non riuscì a mantenere la maschera. I suoi lineamenti si distesero e la sua attenzione tornò su di me, inarcando entrambe le sopracciglia. «Hai diffuso il titolo?» mi chiese. «Si è auto-diffuso,» mi difesi, sentendo le orecchie che andavano a fuoco. Angela rise di nuovo, passandosi una mano tra i ricci voluminosi. «Sembra un Pokémon. Angela palestra, scelgo te!»

Il ghiaccio non si ruppe, si sciolse del tutto. Si stavano simpatiche. La spontaneità sfacciata di Angela vinceva su qualsiasi complessità o muro difensivo che Luciana potesse provare a erigere. Non c'era nessuna guerra tra femmine, nessuna occhiataccia nascosta. E paradossalmente, questo mi mandò ancora più in cortocircuito. I miei due mondi stavano convivendo perfettamente, rimpallandosi battute e bevendo la stessa birra. Ero io quello che non riusciva ancora a farli convivere dentro di sé, sballottato tra la leggerezza elettrica che mi regalava Angela e l'intimità domestica e notturna che condividevo con Lulu.

Nel frattempo, la chimica tra me e Angela continuava a pulsare, visibile a chiunque avesse gli occhi aperti. L'erotismo di quella sera non era fatto di azioni esplicite, ma di un'attrazione sottile, fatta di dettagli e di una fisicità continua. Bevevamo dalla stessa pinta. Quando la birra stava per finire, io le lasciai istintivamente l'ultimo sorso, spingendo il vetro ghiacciato verso di lei. Angela lo prese, lo finì e poi, con una naturalezza disarmante, mi si appoggiò addosso. La sua testa trovò l'incavo della mia spalla, il calore della sua guancia premette contro il mio collo, mentre rideva per una battuta di Fede. La sua mano si intrufolò sotto il tavolo, risalendo lungo la mia coscia fino a posarsi vicino all'inguine, un tocco caldo e possessivo che mi faceva mancare il respiro e mi teneva in bilico su un'eccitazione costante.

A un certo punto si alzò per andare in bagno. Non dovette chiedermi nulla: mi sfilò semplicemente la borsa dalla spalla e me la mise in grembo. «Tienimela,» disse, dandomi un bacio veloce, troppo vicino all'angolo della bocca per essere un bacio casto. E se ne andò verso l'interno del locale, camminando con quell'ondeggiare dei fianchi che sembrava calamitare gli sguardi di mezza provincia.

Quando tornai a guardare il tavolo, incrociai di nuovo gli occhi di Lulu. Aveva registrato tutto. Aveva visto la borsa, la testa sulla spalla, l'ultimo sorso di birra, e probabilmente aveva anche intuito il gioco di mani sotto il tavolo. Non sembrava apertamente gelosa. Anzi, le spuntò sulle labbra un sorriso minuscolo, obliquo, quasi materno nel suo cinismo. Eppure, un secondo dopo, quel sorriso svanì. La vidi abbassare lo sguardo sulle proprie mani, giocherellare con l'accendino, e poi fissare un punto indefinito oltre la veranda del bar. C'era un guizzo di distrazione, un'increspatura nella sua solita corazza. Forse era solo la scure dell'esame imminente che le stava tornando a pesare sul collo, o forse, per la prima volta, la nostra dinamica sul muretto le stava sembrando improvvisamente troppo stretta. Non potevo saperlo. Sapevo solo che, pur con il profumo di Angela ancora addosso, non riuscivo a smettere di guardarla.

Il baccano del tavolo fu spezzato da una voce fin troppo familiare che emerse dal rumore di fondo del locale. «No vabbè.»

Mi voltai, e sentii lo stomaco sprofondare all'istante verso i talloni. Era Sara. Non eravamo più amici stretti da mesi, per una serie di silenzi e distanze che non avevamo mai avuto il coraggio di affrontare ad alta voce, ma conosceva tutto di me. Conosceva Elena. Conosceva i dettagli del disastro. E, cosa ancora peggiore, tempo prima era stata proprio lei a buttarmi lì il nome di Angela. Non era una persona cattiva, ma aveva quel tipo di invadenza cronica e inopportuna che faceva molti più danni della cattiveria pura.

Si piazzò davanti al nostro lato del tavolo, fissando prima me e poi la mano di Angela che, fino a un secondo prima, era stata comodamente appoggiata sulla mia coscia. «Ciao, Sara,» dissi, cercando di mantenere la voce piatta. Lei fece un sorriso tirato. «Quindi alla fine Angela davvero.»

Angela, che stava finendo la sua birra, si bloccò. Abbassò il bicchiere e si voltò lentamente verso Sara, incrociando le braccia sul tavolo. «Alla fine?» domandò, con un tono di voce perfettamente calmo ma tagliente come il vetro. Avrei voluto evaporare. Scomparire in una nuvola di fumo e miseria direttamente sulla sedia di plastica. «No, perché ne avevamo parlato tempo fa...» farfugliò Sara, rendendosi conto con due secondi di ritardo di essere entrata in un campo minato. «Sara,» la interruppi, duro. Lei mi guardò, allargando le braccia con finta innocenza. «Che ho detto?» Non aveva detto niente di irreparabile, ma Angela aveva registrato tutto. Aveva captato l'ombra di un trascorso, l'idea di essere stata un argomento di conversazione in un contesto che non conosceva, mescolata al fantasma ingombrante del mio passato.

Passarono un paio di minuti in cui cercai disperatamente di far ripartire la conversazione con gli altri, sperando che l'incidente fosse rientrato. Ma Sara era ancora lì, in piedi a chiacchierare con Marco, e non aveva finito di fare danni. In una pausa del rumore, si voltò di nuovo verso di noi. Il suo sguardo passò dalla mia spalla al viso di Angela. «Ma quindi voi due che siete?»

Fu una domanda buttata lì con leggerezza, ma cadde sul tavolo come una granata. Il silenzio che ci avvolse durò solo una frazione di secondo, ma fu sufficiente per farmi andare il sangue alla testa. Il panico prese il controllo. Le vecchie abitudini, il terrore di essere giudicato da chi conosceva Elena, l'ansia di dare un nome a qualcosa che mi stava salvando, mi strozzarono la gola. Rispondemmo esattamente nello stesso istante, sovrapponendo le voci. Angela disse: «Ci stiamo vedendo.» Io dissi: «Ci stiamo conoscendo.»

La differenza era minuscola. Una sfumatura semantica invisibile a un orecchio disattento. Ma l'effetto fu devastante. Ci stiamo vedendo era una presa di posizione, un'affermazione di presenza e intenzione. Ci stiamo conoscendo era una ritirata, uno scudo di plastica, un passo indietro verso il nulla. Sara annuì, facendo un sorrisetto. «Ah.» Quel cazzo di ahfu sufficiente per chiudere la bara. Attorno a noi, la gente continuava a parlare, a bere, a ridere. Non calò nessun gelo da soap opera, nessuno smise di respirare. Angela stava ancora sorridendo, il viso rilassato. Ma io sentii, con una precisione chirurgica, che qualcosa di fondamentale si era appena rotto.

Angela non fece scenate. Non divenne drammatica, non si alzò sbattendo la sedia, non smise di parlare. Continuò a ridere alle battute di Fede, rimase seduta vicino a me. Ma la sua fisicità, quell'erotismo sfacciato e continuo che mi aveva tenuto in ostaggio fino a dieci minuti prima, sparì. Smise di toccarmi. Non si appoggiò più spontaneamente contro la mia spalla. Trovò scuse per girarsi verso Miriam e Sonia, riducendo lo spazio di interazione con me. Il suo corpo si era spostato di forse venti centimetri, una distanza ridicola su una panca di legno. Ma io la sentivo come se ci fosse un cratere di due metri. La mancanza di quel calore mi svuotò i polmoni. Era una tensione vera, fredda, molto peggiore di uno schiaffo.

A metà serata, la intercettai mentre andava al bancone a prendere un giro d'acqua per le amiche. La raggiunsi, fermandomi a un passo da lei. «Oh.» Lei non si voltò subito. Finì di prendere le bottigliette, poi mi guardò. «Oh.» «Prima...» iniziai, sentendo le parole incastrarsi sotto il palato. «Tranquillo.» «Non intendevo...» «Andrea.» Angela mi sorrise. Era un sorriso stanco, adulto, che non le arrivava agli occhi. «Non dobbiamo fare questo discorso adesso.» «Non volevo sminuire quello che...» «Lo so,» mi interruppe dolcemente, stringendo le bottigliette. E tornò verso il tavolo. Quella risposta, così misurata e priva di rabbia, mi fece mille volte più male di una litigata furiosa in mezzo al parcheggio.

Uscii dal locale, l'aria condizionata che mi lasciava il posto al calore opprimente della notte. Mi appoggiai al muro sbreccato vicino all'ingresso, frugando nelle tasche in cerca di una sigaretta che non avevo, solo per il bisogno di tenere le mani occupate. La porta a vetri si aprì qualche minuto dopo. Luciana uscì, si accese una sigaretta con gesti misurati e si venne a piazzare esattamente di fianco a me, guardando il traffico lento della statale. Non fece la terapista. Non iniziò con sguardi di compatimento. «Bella figura,» sentenziò, buttando fuori una nuvola di fumo grigio. «Grazie del supporto, Lulu.» Lei fece spallucce. «Prego.» Sospirai, passandomi entrambe le mani sul viso. «Non l'ho fatto apposta.» «Lo so.» «E allora?» «E allora ti sei cagato sotto.»

Sbuffai, frustrato dalla sua schiettezza, dalla mia stessa vigliaccheria. «Non so cosa siamo.» «Non devi saperlo, Andrea.» «Allora perché sembra che debba sempre dare una cazzo di risposta pronta a tutti?» Luciana si voltò verso di me, gli occhi scuri fissi nei miei. Non c'era ironia adesso, non c'era cinismo. C'era solo una lucidità feroce. «Non devi dare un'etichetta,» mi spiegò, scandendo bene le parole. «Devi solo evitare di dire una cosa più piccola di quella che stai vivendo.»

Rimasi in silenzio, colpito in pieno petto. Aveva centrato il nucleo esatto del mio errore. «Lei ha detto ci vediamo,» continuò Lulu, inesorabile. «Tu hai detto ci conosciamo. Nessuno dei due ha tirato fuori la parola fidanzati, nessuno ha prenotato la chiesa. Però tu hai fatto un passo indietro. Hai sminuito lei per proteggere te stesso.» «Non volevo farlo.» «Lo so che non volevi.» Tirò un'altra boccata, guardando la punta incandescente della sigaretta. «Lei non è Elena.» «Lo so.» «E Angela non ti sta chiedendo di giurarle amore eterno, né di risolvere i tuoi traumi passati in un pub il sabato sera. Ti sta solo chiedendo di non sentirsi una cosa di cui ti vergogni quando ci sono gli altri.» Abbassai lo sguardo sulle mie scarpe. «Non mi vergogno di lei.» Luciana buttò il mozzicone a terra e lo schiacciò con la suola della scarpa. «Allora smetti di sembrare uno che si vergogna.»

Non aggiunse altro. Fece un cenno con la testa, si aprì la porta a vetri e rientrò nel caos del locale, lasciandomi solo nel buio, appoggiato al muro, senza aver risolto assolutamente niente ma sapendo esattamente quanto facesse schifo avere torto.

Trovai Angela fuori, nel piazzale sul retro del locale, vicino a una piccola zona arcade illuminata dalle luci a neon di due vecchi flipper. Era appoggiata al muro di mattoni, le braccia incrociate sotto il seno e lo sguardo perso verso la strada statale. Non era furiosa. Non aveva l'aria di chi stava per fare una scenata isterica. Era semplicemente, profondamente infastidita.

Mi fermai a un paio di metri da lei, infilando le mani nelle tasche dei pantaloni. «Posso parlarti?» le chiesi. «Lo stai già facendo,» rispose lei, senza voltarsi a guardarmi. Feci un respiro profondo, cercando disperatamente le parole giuste nel caos del mio cervello. «Senti, prima... non volevo dire che non stiamo... cioè, non volevo sminuire niente.» «Vedi?» mi interruppe, girando finalmente il viso verso di me. I suoi occhi scuri erano due fessure lucide. «Cosa?» Lei si staccò dal muro. «È proprio questo, Andrea. Guarda come ti incarti. Io non ti ho chiesto di essere il mio fidanzato.» «Lo so.» «Non ti ho chiesto una promessa, né un anello, né niente del genere.» «Lo so, Angela.» «Però quando siamo soli fai una cosa, ti comporti in un modo. E appena qualcuno ti chiede cos'è questa cosa che stiamo facendo, tu fai due passi indietro.»

Rimasi in silenzio. Aveva fottutamente ragione. Il mio mutismo non era una difesa, era una resa. Angela si passò una mano tra i ricci, ammorbidendo leggermente il tono. «Mi piaci. Parecchio. E credo di piacerti.» «Sì,» risposi subito, la voce ferma. «Mi piaci tantissimo.» «Allora per ora mi basta questo,» sentenziò, avvicinandosi di mezzo passo. «Anche a me,» le feci eco. «Però non farmi sentire scema, Andrea. Mai più.»

La tensione rimase lì, sospesa tra di noi nell'aria umida della notte. Non era completamente risolta, c'era ancora uno spigolo vivo che premeva contro il petto, ma in qualche modo avevamo tracciato una linea. Angela guardò oltre la mia spalla. A pochi metri di distanza, mezza nascosta dall'ombra dell'edificio, c'era una vecchia cabina fotografica automatica, una di quelle cabine vintage che stampano quattro scatti in sequenza su una striscia di carta lucida. I suoi occhi si accesero.

«Facciamo una foto,» disse all'improvviso. La guardai, spiazzato. «Adesso?» «Sì.» «Siamo nel mezzo di una discussione, Angela.» «Appunto.» Mi prese per un braccio, tirandomi verso la tendina scolorita. «Questa è la tua terapia?» chiesi, opponendo una resistenza puramente formale. «Costa quattro euro,» ribatté lei, infilandosi dentro.

Entrai subito dopo di lei e tirai la tendina. La cabina era minuscola, un metro quadro scarso di spazio soffocante. Questo cambiò immediatamente l'energia. Eravamo costretti a stare vicinissimi. Angela si sedette sullo sgabellino girevole, e io dovetti praticamente incollarmi al suo fianco, schiacciandomi contro di lei, per riuscire a entrare nell'inquadratura dello specchio sporco. Inserì le monete. Sul display a cristalli liquidi comparve la scritta: 4 SCATTI. Poi iniziò il countdown.

3... 2... 1... Eravamo entrambi ancora un po' seri, i muscoli facciali tesi dalla discussione appena conclusa. Flash. La luce bianca ci accecò per un istante. L'immagine comparve sul preview. Era una foto imbarazzante, quasi da documento d'identità, con due persone che sembravano odiarsi cordialmente. Angela guardò lo schermo. «Facciamo schifo.» «Parla per te,» replicai. «Sembri sequestrato.» «Lo sono emotivamente.» Lei scoppiò a ridere, una risata vera che le fece buttare la testa all'indietro. La tensione si incrinò, perdendo la sua consistenza di piombo.

Il display segnò di nuovo il countdown. 3... 2... 1... Un secondo prima del lampo, Angela allungò una mano e mi schiacciò una guancia con il palmo, deformandomi l'espressione. Io, d'istinto, alzai due dita dietro la sua testa per farle le corna.Flash. Guardammo lo schermo e ridemmo di gusto. Eravamo di nuovo noi. La pesantezza del pub e di Sara era rimasta fuori dalla tendina. La storia erotica e sentimentale è sempre un crescendo; si parte adagio, con preliminari arguti e un'attrazione sottile, per poi passare ad approcci più diretti. E noi stavamo scivolando esattamente su quel piano inclinato.

«La terza la scelgo io,» annunciò Angela, la voce che si abbassava di mezza ottava. 3... 2... 1... Mentre il timer scadeva, mi prese il mento con due dita, girò il mio viso verso di sé e mi stampò un bacio umido e sonoro sulla guancia. Flash.Rimasi sorpreso, gli occhi sgranati. Sul preview, la sua bocca era premuta contro la mia pelle, i suoi occhi chiusi, il suo corpo praticamente addosso al mio. «Questa è propaganda,» commentai, sentendo il respiro che iniziava a farsi corto. Lei mi sfiorò il labbro inferiore con il pollice. «Questa è documentazione.»

Poi partì l'ultimo countdown. La quarta foto. 3... Eravamo vicinissimi. Sentivo il suo respiro caldo sul viso, il profumo di vaniglia che saturava l'aria viziata della cabina. La guardai negli occhi. Lei guardò me. Nessuno dei due aveva intenzione di fare una faccia stupida. 2... «Che c’è?» sussurrò Angela. «Niente.» 1...

Azzerai la distanza e la baciai. Flash. La macchina scattò, ma noi non ci staccammo. Il conto alla rovescia era finito, lo schermo si era spento in attesa della stampa, ma la spontaneità assoluta di quel momento aveva ormai preso il controllo, vincendo su qualsiasi altra cosa. Il bacio, iniziato come una dimostrazione a favore di telecamera, divenne immediatamente affamato, profondo.

La cabina era troppo stretta, e quell'assenza di spazio fece da acceleratore. Angela mi prese il colletto della camicia, tirandomi ancora più giù contro di sé. Io le afferrai la vita, stringendo la carne morbida sotto il tessuto leggero. Lei si spostò sullo sgabello, accavallando una gamba e finendo quasi seduta sulle mie cosce. Eravamo un incastro perfetto, disordinato e bollente.

Non c'era spazio per muoversi, ma ce n'era abbastanza per cercarsi. La mia mano scivolò dal suo fianco, scendendo lungo l'addome piatto fino a incontrare il bottone di metallo dei suoi jeans. La guardai negli occhi, le nostre bocche a un millimetro di distanza. Lei annuì, un respiro tremante che le aprì le labbra. Con un movimento rapido, slacciai il bottone e abbassai la cerniera. Il denim era stretto, rigido, e creava una pressione deliziosa mentre infilavo la mano sotto il tessuto, superando l'elastico degli slip di pizzo. La sua pelle era bollente. Le mie dita trovarono subito il suo centro, già bagnato, gonfio di un'eccitazione che stava montando da tutta la serata.

Angela soffocò un gemito contro la mia bocca quando il mio dito medio scivolò lungo la fessura scivolosa, trovando il clitoride. Iniziai a strofinarlo con movimenti lenti, circolari, premendo contro il tessuto stretto dei jeans che le fasciava i fianchi e le impediva di aprire completamente le gambe, costringendola a spingere il bacino contro il mio palmo. «Andrea...» sussurrò, ansimando, le unghie piantate nelle mie spalle. La baciai sul collo, succhiando la pelle sensibile sotto l'orecchio. Il crescendo era ormai inarrestabile, un'apoteosi dei sensi che ci stava travolgendo in quello spazio minuscolo. Spinsi un dito dentro di lei. Era stretta, caldissima, e si contrasse attorno al mio polpastrello con un fremito violento. Subito dopo, ne infilai un secondo.

Iniziai a muovere le dita dentro e fuori, lentamente all'inizio, poi con un ritmo più costante, stuzzicandola. L'attrito fluido, il suono umido dei nostri corpi, i gemiti bassi che Angela cercava di soffocare mordendosi il labbro o nascondendo il viso nell'incavo del mio collo: era tutto di un erotismo crudo, viscerale, perfetto. Schiacciata com'era nello spazio angusto, non poteva muoversi molto, così iniziò a inarcare la schiena e a spingere ritmicamente il bacino contro le mie dita, cavalcando il movimento della mia mano. La tensione la stava piegando. Il suo respiro era un rantolo disperato, i muscoli delle sue cosce tremavano contro le mie.

Si staccò dal mio collo per un istante, gli occhi lucidi e scuri, le guance in fiamme. «Questa non era prevista,» ansimò, la voce rotta dal piacere mentre il mio pollice tornava a torturarle il clitoride. «Hai detto che la quarta era libera.» «Non l'ho detto.» «L'hai pensato.» «Bugiardo.»

Si avventò di nuovo sulla mia bocca, baciandomi con una foga cieca, disperata, mentre i suoi fianchi acceleravano le spinte contro la mia mano. Sentivo le sue contrazioni farsi sempre più vicine, sempre più strette. E in quei secondi di pura passione, successe la cosa più importante di tutte. Non pensai a Elena. Non pensai a Lulu. Non pensai al pub, a Sara o alla parola "fidanzata". Il mio cervello, per la prima volta da mesi, era completamente svuotato. Esisteva solo Angela, il suo sapore, il calore del suo corpo stretto al mio e il rumore meraviglioso del suo piacere.

Stava per venire, me ne accorsi dal modo in cui mi strinse i capelli sulla nuca, quando un rumore acuto e meccanico distrusse il silenzio ovattato della cabina. TRRRRR. La stampante all'esterno aveva iniziato a sputare fuori la striscia di carta. Ci bloccammo di colpo. Il mio polso si fermò. Angela sgranò gli occhi, il petto che si alzava e si abbassava freneticamente, poi scoppiò in una risata cristallina e incontrollabile, lasciandosi cadere con la fronte contro la mia spalla. «Abbiamo prodotto prove,» ansimò, cercando di ricomporsi.

Ritirai la mano con riluttanza. Lei si sistemò gli slip, tirò su la cerniera e si allacciò il bottone dei jeans, ancora scossa dalle risate e dai brividi dell'eccitazione interrotta. Uscimmo dalla cabina, l'aria notturna che ci sembrò improvvisamente gelida sui volti accaldati. Angela tirò fuori la striscia fotografica dalla fessura metallica.

La guardammo insieme sotto la luce del neon. Noi due seri e distanti. Noi due idioti e felici. Lei che mi baciava sulla guancia, sfacciata. Noi due che ci baciavamo davvero, un secondo prima di perdere il controllo. Era praticamente la storia del nostro intero rapporto, riassunta in quattro fotogrammi. La fissai, sentendo una stretta di gratitudine assoluta per la ragazza che avevo accanto.

Angela alzò lo sguardo dalla carta lucida e mi guardò. «Quindi?» chiese, con un mezzo sorriso. «Quindi cosa?» Sventolò la striscia tra due dita. «Queste come le definiamo?» Ritornava il tema. La grande domanda della serata, riproposta in miniatura. La guardai, poi guardai le foto, poi di nuovo lei. «Foto,» risposi, impassibile.

Angela mi fissò malissimo, stringendo gli occhi. «Sei un coglione.» «Era tecnicamente corretto,» mi difesi, facendo spallucce. Lei rise suo malgrado, ma sotto la risata restava un filo di quella tensione. Avevo scherzato ancora una volta, per non dover rispondere alla domanda vera. Senza dire una parola, Angela prese la striscia per le estremità e la strappò esattamente a metà. Due foto a testa. Mi allungò la parte superiore.

«Ehi,» protestai, prendendo il mio pezzo di carta. «Custodia condivisa,» decretò lei. «Di cosa?» Si girò verso di me, incamminandosi di nuovo verso l'ingresso del bar. Mi lanciò un'occhiata da sopra la spalla, gli occhi che brillavano di un misto perfetto di malizia e intelligenza. «Non mettiamo etichette, ricordi?»

La frase era perfetta. Un capitolo che finiva con un piccolo mistero e una promessa sospesa, un equilibrio che mi teneva sulla corda e mi faceva venire voglia di seguirla ovunque stesse andando. Era maledettamente divertente, sì. Ma sapevo bene che, sotto quel sorriso, c'era la lama sottile di un avvertimento.

Rientrammo nel locale lasciandoci alle spalle l'aria umida e l'intimità soffocante della cabina fotografica. Il rumore del pub ci investì di nuovo, un muro solido di voci, risate sguaiate e musica in sottofondo. Mentre ci facevamo largo tra le sedie per tornare al nostro tavolo, notai che la postura di Angela era cambiata. Camminava più vicina a me, i nostri fianchi si sfioravano a ogni passo, eppure la tensione non era svanita del tutto. Avevamo condiviso un climax fisico, un'esplosione di desiderio puro che ci aveva travolti e consumati per qualche minuto, ma la questione fondamentale restava esattamente dove l'avevamo lasciata: sospesa e irrisolta.

Ci sedemmo ai nostri posti. Sara era ancora lì, impegnata a discutere animatamente con Fede di qualcosa che non mi interessava minimamente. Dall'altra parte della tavolata, Luciana stava ascoltando Dario, ma con la coda dell'occhio registrò il nostro ritorno. Gli altri finsero di non aver notato la nostra assenza prolungata, o forse, persi nelle loro conversazioni e nell'alcol, non se ne erano accorti per davvero.

Per qualche minuto non successe assolutamente nulla. Nessun gesto, nessuna parola tra me e Angela. Lei si reinserì subito nella discussione con Miriam, parlando di non so quale corso in palestra, la voce allegra e il viso apparentemente rilassato. Ma sotto il tavolo, lontano dagli sguardi di tutti, fece una cosa precisa. Appoggiò la mano sul bordo della panca di legno, a pochissimi centimetri dalla mia coscia. Non me la prese. Non cercò il contatto in modo attivo. La lasciò semplicemente lì, in bilico. Il messaggio era limpido: la mossa, adesso, spettava a me.

La guardai. Apparentemente non mi stava prestando la minima attenzione. Rideva a una battuta della sua amica, gesticolando con la mano libera. Fissai le sue dita smaltate a un palmo dalle mie. Sapevo che avrei potuto ignorarle. Avrei potuto aspettare di essere di nuovo soli in macchina, nel buio, per toccarla. Avrei potuto continuare a vivere tutto privatamente, lasciandola in quel limbo di cose negate in pubblico per non turbare i fantasmi del mio passato o per non dover dare spiegazioni a chi mi guardava. Sarebbe stata la scelta più facile, la mia solita via d'uscita per codardi. Invece, senza pensarci un secondo di più, scivolai con la mano sulla panca e le presi le dita.

Non fu un bacio plateale in mezzo al bar. Non mi alzai in piedi per annunciare a Sara e al resto della provincia che quella era la mia fidanzata. Sarebbe stato falso, prematuro, e avrebbe chiuso con l'accetta un conflitto che aveva ancora bisogno di tempo per respirare. Le intrecciai semplicemente le dita sotto il tavolo. Una morsa salda, pelle contro pelle.

Angela interruppe a metà la frase che stava dicendo. Fu una frazione di secondo, un'esitazione quasi impercettibile. Girò il viso verso di me. Io non la guardai subito. Fissavo ostinatamente il mio bicchiere mezzo vuoto, sentendo un calore fastidioso salirmi lungo il collo, figlio della mia solita, cronica vergogna. Poi, feci un respiro profondo e incrociai i suoi occhi scuri.

Lei mi guardò in silenzio. Strinse la mia mano, ricambiando la presa. Ma non sorrise. Non completamente, almeno. L'ombra dell'irritazione, la ferita per quel mio stupido passo indietro di mezz'ora prima, era ancora lì, annidata dietro le sue pupille. Il problema non era risolto. Quel gesto silenzioso non era una formula magica che cancellava le mie insicurezze o le sue aspettative. Era solo un passo. Ma era un passo reale.

Dall'altra parte della tavolata, in mezzo al caos di boccali vuoti e portacenere pieni, Luciana si portò la bottiglia di birra alle labbra. Mentre beveva, il suo sguardo scivolò verso il basso per un singolo, interminabile secondo, superando il bordo del tavolo. Vide le nostre mani intrecciate. Non fece nessuna smorfia, non alzò gli occhi al cielo, non cambiò espressione. Deglutì la birra, posò la bottiglia sul legno appiccicoso e tornò a voltarsi verso Dario, annuendo a qualcosa che lui le stava raccontando. Io non me ne accorsi nemmeno, la mia attenzione era totalmente assorbita dal peso della mano di Angela nella mia.

Nella tasca dei jeans avevo due mezze fotografie su carta lucida che non sapevo come definire. Alla mia destra, Angela mi teneva la mano sotto il tavolo senza guardarmi, tornata a chiacchierare con le sue amiche come se nulla fosse. Non sapevo ancora dire cosa fossimo. Il fantasma di Elena mi attraversò la mente per un istante, automatico come un respiro, ma per la prima volta non si portò dietro il gelo di sempre. E lei, la ragazza sfacciata e bellissima seduta al mio fianco, evidentemente non aveva ancora deciso se perdonarmi del tutto. Però, quando provai ad allentare appena le dita per prendere il bicchiere, Angela strinse più forte. Lasciai perdere il bicchiere.

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