L'aria della sera successiva era un copia-incolla perfetto di quella precedente. Stesso caldo immobile e asfissiante, stessa umidità che ti faceva sudare anche solo respirando, stesse zanzare fameliche sotto la luce giallognola del nostro lampione. Eravamo di nuovo lì, accampati sul muretto di cemento sbreccato.
Lulu era scesa portandosi dietro una grande tote bag di tela da cui sbucavano quaderni ad anelli e fogli stropicciati. Era letteralmente uscita dalla sua stanza solo per non impazzire, concedendosi una mezz'ora d'aria prima di ributtarsi sui libri. Aveva i capelli legati alla bell'e meglio, le gambe incrociate sul muretto e un evidenziatore giallo che continuava a far roteare nervosamente tra le dita. Io, al contrario, ero insopportabilmente, fastidiosamente di buon umore. Una vibrazione leggera mi attraversava il petto ogni volta che respiravo.
Luciana si accese la cannetta, aspirò a lungo e poi mi squadrò attraverso la nuvola di fumo, socchiudendo gli occhi neri. «Hai quella faccia,» decretò, senza alcun preambolo. «Quale?» «Quella da uomo che ha limonato e adesso pensa di aver risolto la propria vita.» Cercai di assumere un'espressione neutra, fallendo miseramente. «Non penso di aver risolto la mia vita.» Lei scosse la testa. «Peggio. Stai sorridendo da solo. È inquietante.»
Mi arresi e le raccontai tutto. Lasciai fuori i dettagli più espliciti della macchina – non avevo nessuna voglia di condividere l'intimità di quel momento esatto – ma le riversai addosso tutto il resto. Il pub, i bicchieri ghiacciati, la partita a biliardo, la deviazione al McDrive, il bacio. Le raccontai soprattutto il tono della serata, il fatto che avevamo passato il tempo a prenderci in giro, a sfidarci, e che Angela si era rivelata molto più scema, ironica e alla mano di quanto pensassi. «Abbiamo praticamente litigato per due ore,» conclusi, passandomi una mano tra i capelli. «Bel primo appuntamento,» commentò lei, sarcastica ma divertita. «Era divertente.» «Sei tossico, Andrea.» «Anche lei.» «Perfetti.»
Lulu era sinceramente contenta per me, potevo sentirlo dal modo in cui le sue spalle si erano rilassate. Ma l'ombra dell'esame continuava a tirarla a fondo. Ogni tanto il suo sguardo si perdeva oltre il marciapiede, verso il buio, o si fissava sullo schermo del telefono senza davvero leggere le notifiche. Il tappo dell'evidenziatore faceva clic-clac tra i suoi polpastrelli, un ticchettio ansioso. Faceva tiri troppo lunghi, assente. Lo notai, registrai la sua stanchezza profonda, ma decisi di non insistere. Non volevo fare il terapista non richiesto.
Pensava che il mio resoconto fosse finito, ma mi stavo tenendo il pezzo forte per il finale. Aspettai che mi passasse la canna. Tirai, guardando il cielo senza stelle, e buttai lì la frase con finta noncuranza. «Ah, poi stamattina abbiamo fatto colazione.»
Lulu si girò lentamente verso di me. Il movimento fu così misurato da sembrare al rallentatore. L'evidenziatore si fermò. «Come, scusa?» «Colazione.» «So cos’è una colazione, Andrea. Intendo: come ci siete finiti?» Feci spallucce, cercando di minimizzare. «Aveva danza presto, io dovevo andare in palestra ad allenarmi... eravamo entrambi fuori e ci siamo beccati a un bar a metà strada.» «Certo.» «Perché lo dici così?» Lei fece un sorriso sghembo, pieno di veleno affettuoso. «Niente. Continuate pure a non frequentarvi, mi raccomando.»
Mentre Lulu mi prendeva in giro, la mia mente tornò per un secondo a quella mattina. Angela non era la creatura notturna, lucida e sensuale della sera prima. Si era presentata al bar con una tuta grigia morbida che le accarezzava i fianchi, i capelli scuri legati in una coda alta, zero trucco e la faccia gloriosamente assonnata. Aveva ai piedi le scarpe da ginnastica per le prove, gli occhi un po' gonfi di sonno e una sfacciataggine intatta. Ci eravamo seduti a un tavolino di metallo. Lei aveva divorato il suo cornetto alla crema, poi, senza chiedere il permesso, aveva allungato una mano sul mio piatto e aveva staccato un pezzo gigantesco dal mio. Il modo in cui masticava, rubandomi il cibo guardandomi dritta negli occhi con aria di sfida, mi aveva fatto impazzire. Era un'intimità domestica, cruda, immensamente più forte di una camicetta slacciata.
«Aveva preso il cornetto suo e ha mangiato pure metà del mio,» dissi ad alta voce, sorridendo al ricordo. «Segnale di relazione tossica,» sentenziò Lulu. «Le ho detto la stessa identica cosa.» «Ti copia pure le battute, Andrea. Sposala.» Scoppiai a ridere.
Luciana mi guardò. Per un attimo smise di giocare con l'evidenziatore. I suoi occhi neri e stanchi mi studiarono con un'attenzione nuova. Se ne stava accorgendo. Capì che non ero felice solo per l'ego gonfiato, o perché avevo limonato con una ragazza dal corpo spaziale in una macchina mezza buia. Capì che mi piaceva proprio stare con lei. Che la sua presenza riempiva le stanze giuste della mia testa.
«Quindi domani di nuovo colazione?» riprese Lulu, spietata, puntando il dito verso di me. «No.» «Perché?» «Ho altro da fare.» Luciana sospirò platealmente. «Peccato, stava nascendo la routine da coppietta.»
Fu un riflesso pavloviano. I miei muscoli si irrigidirono e la parola mi diede l'orticaria istantanea. «Non siamo una coppia,» sbottai, forse con un tono di voce troppo alto. Lulu non si scompose di un millimetro. Mi fissò, impassibile. «Non ho detto che lo siete.» «Hai detto coppietta.» «Come presa per il culo, Andrea.» Mi sgonfiai, passandomi una mano sulla nuca, sudato. «Ah.» Il silenzio calò di nuovo, spesso e carico di tensione. Luciana sorrise appena, un'increspatura impercettibile delle labbra carnose.
«Ti mette proprio ansia, eh?» mormorò. «Cosa?» «Dare i nomi alle cose.» Scossi la testa, guardando il mozzicone che si consumava. «Non mi mette ansia. Non c'è nessun nome da dare, ci siamo visti letteralmente due volte.» Lei non mollò la presa. «Cos’è Angela?» «Angela.» «Grazie, anagrafe,» ribatté, sarcastica. «Te lo chiedo di nuovo: cos'è?» Sbuffai, messo alle strette, cercando una definizione che non mi facesse sentire in gabbia e che non mi obbligasse a fare i conti col passato. «Una ragazza che sto vedendo.» Lulu annuì lentamente. «Quindi la frequenti.» «Più o meno.»
Luciana si staccò dal muretto, infilando l'evidenziatore nella tote bag. Si sistemò la borsa sulla spalla, mi guardò dritta negli occhi e, prima di voltarsi per rientrare nel suo portone, mi consegnò l'ultima, inappellabile sentenza della serata. «Più o meno non significa un cazzo, Andrea.»
Il silenzio calò di nuovo, pesante e appiccicoso come l'aria di quella sera di fine estate. Lulu si era sistemata la borsa sulla spalla, pronta a rientrare nel suo portone, ma si fermò. Fece un mezzo giro sui tacchi delle ciabatte, appoggiandosi con la schiena al lampione, e mi scrutò con quell'aria da analista stanca che le veniva fin troppo naturale.
«Comunque,» esordì, incrociando le braccia sul petto, «tu non riesci ancora a chiamarla ex.» La guardai, sbattendo le palpebre, colto alla sprovvista dal cambio improvviso di argomento. «Ma chi?» «Topolino, Andrea. Elena.» «Certo che ci riesco,» ribattei, mettendomi subito sulla difensiva. «Dillo.» Scoppiai a ridere, una risata nervosa e secca. «Ma che cazzo di esercizio è?» «Dillo e basta,» insistette lei, implacabile.
Aprii la bocca. L'aria mi si fermò in gola. Il mio cervello sapeva perfettamente quale fosse la parola da pronunciare, ma le mie corde vocali si rifiutavano di collaborare. Provai a farla uscire, a forzare quel blocco idiota. «La mia...» Mi bloccai. Sentii il calore salirmi alle guance, un misto di rabbia e frustrazione. «Vaffanculo, Lulu.» Lei annuì lentamente, senza il minimo accenno di trionfo. «Appunto.»
Mi passai entrambe le mani sul viso, strofinandomi gli occhi finché non vidi i puntini luminosi. «Mi sembra brutto,» confessai alla fine, la voce ridotta a un mormorio. «Ex?» «Sì. Sembra che cancelli tutto quello che c'era prima. Come se la riducesse a un errore di percorso, a una pratica archiviata.» «No,» mi corresse lei, con una dolcezza ruvida. «Dice solo che è finito.» Guardai l'asfalto sbeccato sotto le mie scarpe, sentendo quel familiare, insopportabile peso al centro dello sterno. «Peggio.»
Questa era la radice del mio male. Era il motivo per cui arrancavo, per cui ogni passo in avanti sembrava costare una fatica immane. Se non riuscivo ancora a chiamare Elena ex, a confinarla nel passato, era fottutamente comprensibile che non riuscissi a chiamare Angela qualcosa nel presente. Il mio vocabolario emotivo era bloccato.
Lulu mi lasciò qualche secondo per respirare, rispettando il mio silenzio. Nell'arte di ascoltare, le pause sono fondamentali, creano quello spazio in cui l'altro può finalmente abbassare la guardia. Poi, con una delicatezza tutta sua, decise di cambiare rotta, tornando su terreni apparentemente più sicuri. «Quindi, tornando al presente... domani niente Angela palestra.» «No,» confermai, sollevato dal cambio di rotta. «Sto con Mathi.»
Luciana si immobilizzò. Sbatté le palpebre un paio di volte, come se stesse processando una lingua straniera. «Chi cazzo è Mathi?» «Mia sorella.» Lulu sgranò gli occhi neri, la bocca semiaperta. «Hai una sorella?» «Sorellina,» precisai. «Sette anni.» «E questa informazione quando pensavi di comunicarla, scusa?» «Alla conferenza stampa,» risposi, facendo spallucce.
