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Erotika
Lulu · Cap. 5
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Capitolo 5 di 5 38 min di lettura

Quattro Foto e le Dita Sotto i Jeans

Andrea prova a capire cosa significhi davvero andare avanti mentre presente e passato continuano a confondersi.
Tra famiglia, amici e una notte di provincia, una domanda apparentemente semplice diventa impossibile da evitare.

ale🍻
20 giorni fa · 630 letture · 3

Lulu mi fissò, incredula, poi tornò ad avvicinarsi al muretto. «Stiamo sul muretto tutte le sere, so esattamente quanti noodles mangi e scopro solo ora che hai una sorella di sette anni?» «Non capita spesso di parlarne. È la figlia di mio padre e della sua nuova compagna.» Il tono della mia voce si era fatto leggermente più rigido, metallico. Era un meccanismo di difesa automatico. «Con tuo padre come va?» mi chiese lei, cauta. «Diplomazia internazionale.» «Tradotto?» «Meglio non dichiarare guerra.» Luciana fece un passo verso di me. «Andre.» «Non stasera, Lulu,» tagliai corto, alzando una mano.

Non volevo entrare in quel ginepraio. Non volevo spiegarle le cene silenziose, i tentativi goffi di mio padre di fare il genitore a scoppio ritardato, o il senso di estraneità che mi prendeva ogni volta che varcavo la soglia di casa sua. Lei lo capì subito. Non insistette. Fece un passo indietro, lasciandomi il mio spazio. «Mathi non c'entra niente con tutto questo,» aggiunsi, abbassando il tono, sentendo un nodo di tenerezza sciogliermi la gola. «Lei ha sette anni. È fuori da ogni casino. La vado a prendere domani mattina e la porto al parco.»

Lulu mi guardò. L'espressione cinica e stanca che portava come un'armatura si sciolse improvvisamente, lasciando il posto a un sorriso che le arrivò fino agli occhi, illuminandole il viso. «Madonna.» «Che c’è?» le chiesi, sulla difensiva. «Sei proprio il protagonista maschile di uno di quei libri di merda che leggo.» «Perché?» «Problemi familiari, emotivamente disastrato, incapace di comunicare i sentimenti, ma tenerissimo e protettivo con la sorellina.» Fece un gesto teatrale con la mano. «Sei un cliché ambulante.» Risi, sentendo l'imbarazzo salirmi di nuovo. «Ti prego, smettila.» Lei scosse la testa, divertita, creando quella tensione complice che alleggeriva sempre ogni nostra conversazione. «Manca solo che tu abbia una moto per fuggire nella notte.» «Ho una Punto grigia del duemilasei.» Lulu arricciò il naso. «Molto meno erotico.»

Ridemmo insieme nel buio, il rumore delle nostre voci che rimbalzava contro i muri scrostati dei palazzi. Era una risata leggera, liberatoria, che lavò via le scorie pesanti di Elena e dei miei silenzi. Poi Lulu guardò l'ora sul display del telefono e sospirò, l'ombra dell'esame imminente che le ricadeva addosso come un mantello di piombo. «Vado a farmi venire un esaurimento nervoso sul manuale di procedura,» annunciò, riprendendo la sua borsa di tela. «Buona fortuna, notaio emotivo.» «Fottiti.»

La guardai sparire dietro il vetro pesante del portone. Rimasi seduto lì ancora un minuto, assaporando il silenzio della strada. Ero stanco, incasinato, e il mio passato premeva ancora contro le costole. Ma mentre risalivo verso il mio appartamento, mi resi conto che non stavo più soffocando. E in gran parte, era merito della ragazza chiusa al terzo piano del palazzo di fronte.

Mathi stava barando da venti minuti e lo faceva con una sicurezza amministrativa che cominciava a preoccuparmi.

Eravamo seduti a gambe incrociate sul tappeto del salotto di mia madre, che era a lavoro fino a tardi. L'aria condizionata andava al minimo, creando un'oasi di pace rispetto alla fornace che c'era fuori. Mathi, con i suoi sette anni, due codini imperfetti e un'energia inesauribile, era nel suo habitat naturale. Era chiacchierona, furba, spietatamente competitiva e dotata di un talento teatrale innato. Soprattutto, era una manipolatrice professionista, perfettamente consapevole del potere assoluto che esercitava su di me.

La stavo guardando rubare spudoratamente al gioco da tavolo che avevamo intavolato tra i cuscini. «Hai preso due carte,» le feci notare, incrociando le braccia. Lei non alzò nemmeno lo sguardo dal suo mazzetto. «No.» «Ti ho vista, Mathi. Ne hai prese due dal mazzo.» Sbatté le palpebre, i grandi occhi scuri puntati nei miei con un'innocenza disarmante. «Allora perché chiedi?» Rimasi in silenzio, sconfitto dalla logica inattaccabile di una bambina di seconda elementare. Sospirai e la lasciai vincere la mano.

Era bello stare lì. Era l'unico momento della mia settimana in cui il mio cervello smetteva di essere una trottola impazzita. Con Mathi non c'erano fantasmi da scacciare, non c'erano paragoni da fare, non c'erano ansie da prestazione. C'era solo un tempo sospeso in cui non ero ossessionato da me stesso.

Archiviato il gioco da tavolo per manifesta superiorità truffaldina, passammo alle bambole. Mathi rovistò nel suo zainetto rosa e mi piazzò in mano un pupazzo di plastica vestito con una camicia a fiori inguardabile. «Lui è stupido,» sentenziò, mettendosi a pettinare i capelli di una Barbie. Guardai il Ken. «Perché devo fare sempre quello stupido?» «Perché sei maschio.» «Questa è discriminazione.» Mathi alzò le spalle, concentratissima sul suo compito. «Non so che significa.» «Si vede.»

Dopo aver fatto recitare al mio Ken la parte dell'idiota del villaggio per un quarto d'ora, la sua attenzione venne catturata da un astuccio di pennarelli lavabili. Mi guardò con un sorriso angelico che non presagiva nulla di buono. «Ti faccio un tatuaggio.» «Solo uno,» la avvertii, porgendole il braccio. «Va bene.» Dieci minuti dopo, abbassai lo sguardo sul mio avambraccio. Era interamente ricoperto di soli storti, fiori rosa, una specie di gatto blu e vari ghirigori astratti che arrivavano fin quasi al gomito. «Avevi detto uno,» le ricordai, indicando il disastro cromatico sulla mia pelle. Mathi non fece una piega, chiudendo il tappo del pennarello verde. «Ho cambiato idea.» «Questa casa è una dittatura.» «Sì.» E mi sorrise, soddisfatta.

In quel momento, il telefono vibrò nella tasca dei miei jeans. Lo tirai fuori. Era un messaggio di Angela. Sorrisi prima ancora di aprirlo, sentendo un'eco del calore della sera precedente. Aprii la chat di Angela gate. Era una foto. Un selfie scattato chiaramente nello spogliatoio della sua scuola di danza. Aveva i capelli scuri raccolti in una coda alta e disordinata, il viso stanco, la pelle lucida di sudore. Dietro di lei si intravedevano gli armadietti e una bottiglietta d'acqua mezza vuota appoggiata su una panca. Aveva un'aria sfatta, distrutta dalla fatica, eppure era bellissima in un modo ruvido e reale che mi fece venire voglia di essere lì.

Angela gate: sono sopravvissuta Angela gate: le mie gambe no

Sorrisi allo schermo, un sorriso largo e spontaneo che non riuscii a trattenere. «Perché sorridi?» mi chiese subito Mathi, che aveva i radar per qualsiasi variazione del mio umore. Infilai la faccia dietro il telefono per nascondermi. «Non sorrido.» Lei si sporse in avanti, curiosa. «Sì, stavi sorridendo.» «Gioca,» le intimai, spostandole un pennarello col piede.

Digitai una risposta veloce. Andrea: il mio divano è a tua disposizione per la riabilitazione Il suo sta scrivendo...comparve quasi subito. Angela gate: tu che fai?

Fissai la domanda. Mi guardai intorno: il tappeto invaso da bambole, carte sparpagliate, il mio braccio dipinto come un murales. E Mathi, che mi guardava aspettando che tornassi a far parlare il Ken stupido. Andrea: nulla, sto con mia sorella

Fu una scelta precisa. Nulla. Ridurre tutto quel mondo bellissimo e caotico a una parola vuota. Non volevo nascondere Mathi, ma l'idea di spiegare ad Angela chi fosse, di farla entrare in quel pezzetto di intimità familiare, mi sembrava improvvisamente troppo. Era un muro di protezione che alzavo in automatico, un modo per tenere le varie stanze della mia vita rigorosamente separate.

La reazione di Angela fu esplosiva e immediata. Angela gate: HAI UNA SORELLA? Angela gate: quanto ha??Andrea: 7 Angela gate: oddio cucciola Angela gate: che fate?

Guardai di nuovo il messaggio. L'entusiasmo di Angela era genuino, strabordante. Ma io non ero pronto ad aprire quella porta. Volevo che Angela rimanesse nel territorio delle serate estive, del biliardo, della pelle sudata e del desiderio. Volevo che fosse la parte leggera. Andrea: giochiamo

Risposi solo questo. Freddo, asciutto. Angela, che aveva un'intelligenza emotiva affilata, percepì il muro all'istante.Angela gate: sei molto descrittivo oggi ahahah

Lessi il messaggio. Sentii una punta di senso di colpa, ma non aggiunsi altro. Sorrisi allo schermo, bloccai il telefono e me lo infilai di nuovo in tasca. Non c'era nessun litigio, nessuna chiusura definitiva. C'era solo un piccolo seme, piantato lì in mezzo a noi: io non le stavo dando tutto. «Tocca a te,» mi richiamò Mathi, spingendomi il pupazzo contro il ginocchio. «Arrivo,» risposi, ributtandomi sul tappeto e lasciando Angela, per quel pomeriggio, fuori dalla porta.

Mathi rimise il tappo al pennarello verde, soddisfatta del disastro artistico che mi aveva appena inflitto sull'avambraccio, poi alzò i suoi grandi occhi scuri su di me. Mi aveva visto mettere via il telefono, e la sua curiosità si era già accesa come un interruttore. «Chi è Angela?» mi chiese, la voce limpida e dritta al punto. Mi sistemai meglio sul tappeto, incrociando le gambe. «Una ragazza.» Lei inclinò la testa di lato, i codini che le dondolarono sulle spalle. «La tua fidanzata?» «No,» risposi subito. «La tua amica?» insistette. Feci spallucce, cercando una via d'uscita facile che non richiedesse troppe spiegazioni a una bambina di sette anni. «Più o meno.»

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
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