Capitolo 2 - Quando Non Sono Venuto Pensando a Te
Dopo un sogno troppo bello per essere vero, Andrea attraversa una giornata in cui il desiderio prova a salvarlo e il passato continua a riprenderselo. Tra palestra, solitudine e una passeggiata notturna, qualcosa di piccolo comincia a infilarsi dove prima c’era solo Elena.
Eravamo di nuovo in macchina, parcheggiati sotto casa sua, ma l'aria non era pesante come quella sera di giugno. C'era una luce morbida, quasi dorata, che filtrava dai finestrini abbassati. L'abitacolo profumava di lei, quel sentore inconfondibile di crema idratante e vestiti puliti che mi aveva fatto da casa per tre anni.
Elena era seduta al posto del passeggero. Non guardava fuori dal finestrino, guardava me. Aveva i capelli sciolti, un po' spettinati, e mi sorrideva con la stessa identica dolcezza di un tempo. Era tornata. Era di nuovo "quella di prima", la mia Elena, senza ombre, senza muri alzati tra noi.
«Sono stata una stronza, Andre,» mi disse, la voce limpida, priva di qualsiasi dramma teatrale. Scossi la testa, sentendo un nodo sciogliersi nel petto. «No.» «Sì.» Fece scivolare la mano sul sedile fino a sfiorare la mia. Le sue dita erano calde. «Non perché ti ho lasciato. Per come ti ho fatto sentire mentre smettevo di esserci.»
Non riuscii a rispondere. Avevo la gola stretta in una morsa di sollievo puro, assoluto. Mi prese la mano, intrecciando le dita alle mie con quella naturalezza che pensavo di aver perso per sempre. «Mi sei mancato,» sussurrò. La guardai negli occhi, terrorizzato all'idea che potesse svanire. «Non dirlo se non è vero.» «È vero.»
Si sporse verso di me, appoggiando la testa sulla mia spalla. Sentii il peso leggero del suo corpo contro il mio, il solletico dei suoi capelli sul collo, e le passai un braccio attorno alla vita, stringendola. Usò quel mio vecchio soprannome, quello stupido che mi faceva sempre fingere di arrabbiarmi, e poi rise di una battuta che non avevo nemmeno bisogno di pronunciare. Chiusi gli occhi, respirandola a pieni polmoni. Era tutto perfetto. Per un momento, ebbi la sensazione assurda, meravigliosa, che quei tre mesi di vuoto fossero stati solo una parentesi. Una febbre cattiva, un incubo vivido, una cosa brutta da raccontarsi più avanti, magari ridendoci su con una birra in mano. Voleva riprovarci. Eravamo salvi. Provai una felicità quasi infantile, ridicola, totale.
Poi, aprii gli occhi.
La luce aggressiva del mattino mi colpì le palpebre. Ero a pancia in su, le lenzuola aggrovigliate attorno alle gambe. Il ventilatore girava a vuoto in un angolo della stanza, spostando aria già calda. Ero ancora mezzo addormentato e, per una frazione di secondo, sorrisi. Allungai pigramente la mano verso il comodino, tastando alla cieca per cercare il telefono. Volevo scriverle. Volevo dirle del sogno, o forse volevo solo continuare la conversazione di quella notte. Nella mia testa risuonava ancora la sua voce: Non perché ti ho lasciato. Per come ti ho fatto sentire... Allora è successo davvero, pensai, con il cuore che batteva calmo e rassicurato.
Afferrai il telefono. Lo schermo si illuminò. Nessuna notifica. L'orario segnava le 09:14. Lo sfondo era quello standard. Mi voltai lentamente verso la stanza. La maglietta nera della sera prima era buttata malamente sulla sedia. Le pareti erano mute. Non c'era nessun profumo. Non c'era nessuna Elena. Non c'era nessun messaggio. Solo il silenzio ronzante della mia camera.
Per tre secondi fui felice. Tre secondi interi. Poi la realtà rientrò nella stanza, e non fece alcun rumore.
Non piansi. Sarebbe stato quasi catartico piangere, ma non ci riuscii. Mi misi seduto sul bordo del letto, sentendo i muscoli di colpo pesanti, inutili. Sbloccai il telefono, aprii WhatsApp. Cercai la chat di Elena. Il suo ultimo accesso era nascosto. Fissai la foto profilo, le nostre vecchie conversazioni interrotte mesi prima. Non scrissi nulla. Bloccai lo schermo e lo lanciai sulle coperte. Mi passai entrambe le mani sul viso, strofinando forte gli occhi. Lo stomaco si era chiuso in un pugno strettissimo, duro come il marmo. Avevo la gola secca, arida, e un peso opprimente al centro del petto che mi impediva di fare respiri profondi. Le mie mani non avevano forza. Rimasi lì, seduto sul bordo del materasso, con i gomiti appoggiati alle ginocchia, a fissare un punto vuoto sul pavimento di graniglia per un tempo che mi parve infinito.
Mi alzai per andare in bagno e, per un secondo, non ricordai perché mi fossi alzato.
Quella giornata iniziò come una condanna. Fu una di quelle mattine in cui Elena tornava ovunque, infestando ogni minimo frammento della mia routine. Non era un pensiero astratto, romantico; era un loop ossessivo, chirurgico. Presi il telefono mentre l'acqua per il caffè gorgogliava nella moka. Aprii Instagram. Feci tap sulla barra di ricerca, digitai "Ele...", mi fermai. Cancellai. Chiusi l'app. Mentre versavo il caffè nella tazzina, mi venne spontaneo cercare il latte in frigo per macchiarlo freddo, esattamente come piaceva a lei. Mi fermai con la mano sulla maniglia. Io il caffè lo bevevo nero.
Tornai in camera. Spotify fece partire in riproduzione casuale una canzone dei The National. La skippai dopo il primo accordo. Mi sedetti alla scrivania e, tradito dalla mia stessa memoria fisica, mi tornò in mente un dettaglio intimo: il modo in cui la sua schiena si inarcava, la curva morbida dei suoi fianchi sotto le mie mani, la sua pelle calda, il suo respiro corto contro il mio collo. Fu un flash violento, vivido e carnale. Lo scacciai scuotendo la testa, sentendomi sporco e disperato al tempo stesso.
Volevo parlarne con qualcuno. Ne avevo un bisogno fisico, bruciante. Aprii il gruppo WhatsApp. Fede e Marco erano già attivi, parlavano di calcio e di dove andare la sera. Loro mi volevano bene, lo sapevo. Ma sapevo anche che erano saturi. Non potevano più ascoltare l'eco della stessa, identica ferita all'infinito. Non perché fossero insensibili, ma perché non avevano letteralmente più gli strumenti per gestirmi.
Digitai sulla tastiera: Raga oggi mi sono svegliato malissimo. Rilessi. Cancellai.
Riprovai: Ho sognato Elena. Fissai il cursore lampeggiare. Cancellai.
Feci un ultimo tentativo, cercando le parole disperate: Vi è mai capitato di svegliarvi convinti che una cosa fosse tornata?Cancellai tutto, di nuovo.
Sapevo già esattamente cosa mi avrebbero risposto. Frate, devi andare avanti. Non la guardare più sui social. Esci, distraiti, stasera ci prendiamo una birra e non ci pensi. Erano tutte cose giuste. Razionali. Sensate. E tutte drammaticamente inutili.
Chiusi WhatsApp e buttai il telefono sulla scrivania. Il problema non era che i miei amici non mi volessero bene. Il problema era che nessuno poteva entrare nel sogno con me e vedere quanto era sembrato vero.
C'era un limite a quanto tempo si potesse passare a fissare il vuoto in una mattina di settembre. Decisi che il mio limite era stato ampiamente superato. Mi alzai e andai dritto in bagno, aprendo l'acqua della doccia senza nemmeno aspettare che andasse in temperatura.
Fu un lavaggio puramente meccanico, quasi punitivo. L'acqua era decisamente troppo calda, mi arrossava la pelle delle spalle, ma ci restai sotto molto più del necessario. Fissavo le fughe ingiallite tra le piastrelle del box, l'acqua che mi scorreva sul viso e mi appiattiva i capelli sul cranio. Mi sentivo ridicolo. Era settembre, l'estate stava finendo, il mondo andava avanti e io ero ancora lì, incastrato in un loop di ricordi e sogni a occhi aperti. Dovevo muovermi. Vado in palestra, mi dissi, spegnendo il getto di colpo. Almeno faccio qualcosa. Almeno muovo un po' di ghisa e smetto di pensare.
Mi asciugai in fretta, la spugna ruvida contro la pelle accaldata. Mi infilai un paio di pantaloncini neri e una maglietta a caso presa dal cassetto. Misi le cuffie, le chiavi e la borraccia d'acqua nel borsone. Ero già sulla soglia della porta quando mi resi conto di aver dimenticato l'asciugamano. Tornai indietro sbuffando, lo recuperai dal bagno e, uscendo, lanciai un'occhiata allo specchio sopra il lavandino. Mi fermai. Avevo la faccia di uno che non aveva dormito bene da mesi, le occhiaie marcate e un'espressione cronicamente stanca. Non potevo cambiare la faccia, purtroppo. Così, con un sospiro rassegnato, mi tolsi la maglietta stropicciata che avevo addosso e ne misi una pulita, che cadeva un po' meglio sulle spalle.Non faceva miracoli, ma era il massimo che potevo concedere alla mia dignità.
La palestra in cui andavo era l'emblema della provincia. Nessun lusso, niente macchinari di ultima generazione. Solo luci al neon fredde e impietose, specchi a coprire intere pareti per dare l'illusione di spazio e un perenne, inconfondibile odore di gomma dei tappetini mischiato a sudore e deodorante spray da discount. In sottofondo, una musica commerciale tenuta troppo bassa per coprire il rumore metallico dei pesi. Mentre entravo, l'istruttore al bancone alzò una mano per salutarmi, un gesto automatico rivolto a chiunque varcasse la soglia. Annuii. C'erano i soliti gruppetti di ragazzi che occupavano le panche per quarti d'ora interi, fissando i video su TikTok tra una serie e l'altra, e i classici habitué che correvano sui tapis roulant consumati fissando il vuoto.
Camminavo verso la zona dei cavi, la testa ancora un po' altrove, perso nei miei pensieri. Poi la vidi.
Angela era lì, vicino alla rastrelliera dei manubri leggeri. Stava finendo una serie. Il mio cervello fece un brusco riavvio, cancellando per un momento le ombre della mattinata. Aveva un fascino estremamente naturale, una bellezza mediterranea che non aveva bisogno di mettersi in posa per farsi notare. Indossava un top sportivo scuro e un paio di leggings neri a vita non troppo alta, che lasciavano scoperta una striscia di pelle. Il suo corpo era morbido, femminile, proporzionato in modo del tutto armonioso. Il busto era pieno, valorizzato dal top aderente senza risultare esagerato o artificiale. Ma il punto forte, quello che mi fece abbassare lo sguardo per un secondo di troppo, era la linea dei fianchi: larghi il giusto, sinuosi, capaci di riempire il tessuto e di dare alla sua figura una presenza fisica, solida, incredibilmente magnetica. L'addome non era scolpito da ore di addominali, era naturale, credibile. Una sensualità calma, quasi pigra.
Il viso era dolce ma reso particolare da quegli occhiali scuri dietro i quali mi osservava con un'espressione un po' distaccata, quasi annoiata. I capelli ricci, scuri e voluminosi erano legati in una coda disordinata, con qualche ciocca ribelle che le cadeva sul collo sudato. Mi vide. E, contro ogni mia aspettativa, si fermò.
«Andrea, giusto?» mi disse, abbassando un manubrio. Rimasi interdetto per un secondo. Quasi mi sorprese che sapesse il mio nome. «Sì,» risposi, avvicinandomi, cercando di sembrare rilassato. «Angela, no?» Un angolo della sua bocca carnosa si piegò in un mezzo sorriso. «Sì.» «Lo sapevo.» «Wow, memoria incredibile.» La sua ironia era asciutta, diretta. Già quello mi fece sentire un gradino sopra la miseria: si ricordava il mio nome, mi stava parlando. Provai a rispondere a tono, ma l'imbarazzo prese il sopravvento. Iniziai a parlare un po' troppo in fretta, gesticolando verso le macchine, mi corressi su una frase stupida sui pesi, guardai il soffitto per non fissarle troppo le forme. Poi mi accorsi che stavo guardando altrove in modo plateale e finii per sentirmi ancora più scemo.
Ero diretto alla polifunzionale con i cavi per fare le braccia. Angela, asciugamano alla mano, stava puntando esattamente alla stessa macchina. «Devi usare questa?» le chiesi, fermandomi a un passo da lei. «Sì, ma tranquilla,» rispose lei, facendo per fare un passo indietro. «Possiamo alternarci, se vuoi.» Lei mi guardò da dietro le lenti, valutando l'offerta. «Sì, certo.»
Iniziammo ad alternarci. Le serie scorrevano, scandite dal rumore dei pesi e da chiacchiere brevi. Tra un set e l'altro, i miei sensi, intorpiditi da mesi di apatia, sembrarono riattivarsi, uno alla volta. Era un desiderio semplice, lineare. Non c'era angoscia, non c'era dolore. C'era solo l'attrazione fisica per la ragazza davanti a me. La guardavo mentre tirava il cavo. Il respiro si faceva un po' più corto, sollevando il seno in modo ritmico. Il sudore le faceva aderire il top alla pelle, e quando si fermava per asciugarsi il collo con l'asciugamano, i capelli raccolti lasciavano scoperta la linea pulita e chiara della nuca. Facevo del mio meglio per non fissarla in modo inquietante, ma era difficile. Emanava una sensualità svogliata che mi faceva impazzire.
A un certo punto, finita la sua serie, dovevo abbassare il perno del cavo per il mio esercizio. «Me lo abbassi un secondo? Non ci arrivo,» mi chiese lei poco dopo, quando fu il suo turno di rialzarlo per un altro movimento, indicando il gancio in alto. «Faccio io.» Mi avvicinai. Lo spazio tra noi si azzerò. Sentivo il calore del suo corpo, un profumo buono di shampoo alla frutta mescolato al sentore acre e vivo del sudore. Allungammo le mani verso il perno nello stesso momento. Le mie dita sfiorarono le sue. Fu un contatto minimo, ruvido per via della zigrinatura del metallo, ma lo sentii scorrere lungo il braccio fino allo stomaco. Spostò la mano, lasciandomi fare. «Grazie,» disse, appoggiandosi con un fianco alla struttura di ferro. «Io e la coordinazione non siamo esattamente amici.» Feci scattare il perno al suo posto e mi voltai verso di lei. «Tranquilla. Io e la dignità nemmeno.»
Angela scoppiò a ridere. Fu una risata aperta, reale, non il sorrisino di circostanza che si fa per educazione. I suoi occhi profondi si illuminarono per un istante dietro gli occhiali. Sentii una scossa di pura, genuina soddisfazione gonmiarmi il petto. «Vieni spesso?» mi chiese, mentre sistemava il suo asciugamano sulla panca. Mentei con una naturalezza che mi sorprese. «Sì, abbastanza.» In realtà era la seconda volta che mettevo piede lì dentro in due settimane, ma non aveva importanza. «Allora magari ci becchiamo,» disse lei, iniziando la sua serie.
Quella frase. Una frase stupida, banale, buttata lì tra un cavo e l'altro. Per me divenne enorme.
Finito l'esercizio, iniziò a raccogliere le sue cose per spostarsi. Si chinò in avanti per prendere la sua borraccia azzurra appoggiata a terra, proprio accanto alla mia gamba. Il suo fianco morbido mi sfiorò il polpaccio attraverso il tessuto dei pantaloncini. Si rialzò, i nostri visi a pochi centimetri di distanza, il suo seno che sfiorava quasi il mio braccio. Mi guardò, con quello sguardo un po' altezzoso e consapevole, e sorrise. «Comunque, sabato forse torno al bar,» mormorò, la voce appena più bassa del volume della musica di sottofondo. «Ah sì?» chiesi, cercando di mantenere il controllo. «Sì. Forse.» «Forse è una parola importante.» Angela passò la cinghia del borsone sulla spalla. Il suo sorriso si fece appena più malizioso. «Dipende da chi la ascolta.»
Mi diede le spalle e si allontanò verso la sala pesi liberi, con quella sua camminata calma e sinuosa. Rimasi lì, con il cavo ancora in mano, a guardarla sparire tra le macchine. Quando finalmente andai verso gli spogliatoi per farmi la doccia, avevo l'autostima aumentata del duecento per cento e un sorriso da ebete stampato in faccia che non riuscivo a cancellare.
Il tragitto verso casa fu diverso. Guidai con il finestrino completamente abbassato, l'aria tiepida di fine mattinata che mi scompigliava i capelli ancora umidi di sudore. Accesi lo stereo, lasciando che una playlist a caso riempisse l'abitacolo. Quando mi fermai a un semaforo rosso, alzai gli occhi e incrociai il mio sguardo nello specchietto retrovisore. Per la prima volta da giugno, non mi odiai. Non sembravo un fantasma o un disperato; sembravo solo un ragazzo di vent'anni che tornava dalla palestra.
Mentre ripartivo, la voce di Angela mi risuonava in testa, nitida. Allora magari ci becchiamo. Era una frase da niente, ma me la rigirai tra i pensieri decine di volte, assaporandone il sottotesto, la malizia svogliata con cui l'aveva pronunciata. Pensai persino di scriverle, di cercare il suo profilo su Instagram. Mi sentivo stupido, infantile, ma innegabilmente meno morto. Per quasi quaranta minuti, Elena non fu al centro della stanza. Non era sparita, ovviamente. Era solo seduta un po' più lontano.
Arrivato a casa, buttai il borsone in corridoio e mi infilai subito in doccia. Questa volta fu diverso. L'acqua calda mi scioglieva i muscoli, ma la mia mente era ancora incastrata tra i macchinari della sala pesi. Pensavo ad Angela. Al modo in cui il top sportivo le fasciava il seno, alla curva morbida dei suoi fianchi quando si era chinata a prendere la borraccia, al profumo dolciastro e vivo che mi aveva investito quando le nostre mani si erano sfiorate sul perno di metallo. Pensai alla sua risata. Una risata vera, aperta, che mi aveva fatto sentire improvvisamente capace di piacere a qualcuno.
Chiusi l'acqua, mi avvolsi un asciugamano in vita e presi il telefono dal lavandino, asciugandomi la mano libera sui pantaloncini. Volevo scriverle. Dovevo scriverle, battere il ferro finché era caldo. Aprii Instagram e andai sulla sua chat, vuota. Fissai la tastiera.
Oh comunque bella coincidenza oggi in palestra Rilessi la frase. Sembrava finta, costruita. La cancellai.
Riprovai. Ci sei sabato al bar? Troppo diretto. E se mi avesse detto di no? Cancellai.
Digitai solo due lettere. Ehi Lo guardai per tre secondi interi, poi cancellai anche quello. Ehi era da maniaco senza fantasia, da disperato che non sa come attaccare bottone.
Bloccai lo schermo con un sospiro pesante, appoggiando la fronte contro lo specchio appannato. Il problema non era Angela. Il problema era immaginare me stesso abbastanza interessante da non rovinarle la giornata con una notifica. La mia autostima era un castello di carte, e l'idea di essere rifiutato mi terrorizzava al punto da paralizzarmi.
Mia madre era via per qualche giorno, ospite da mia zia. La casa era completamente vuota, silenziosa, immersa in quel caldo statico e opprimente del primo pomeriggio. Mi buttai sul letto sfatto, ancora in mutande, la pelle che si appiccicava alle lenzuola stropicciate. Volevo spegnere la testa. Il desiderio per Angela aveva risvegliato un bisogno fisico, ruvido e urgente, ma non avevo la forza di inseguire fantasie nuove. Avevo solo bisogno di scaricare la tensione.
Presi il telefono, aprii una pagina in incognito e avviai un porno a caso. Iniziai meccanicamente. La luce dello schermo mi illuminava la faccia in penombra, i gemiti finti e ritmati riempivano il silenzio della stanza. Non era romanticismo, non era amore, e non era nemmeno tristezza. Era solo il modo più rapido che conoscevo per zittire il corpo e, con un po' di fortuna, anche la testa.
All'inizio funzionò. Il mio corpo rispondeva, il respiro si faceva più pesante. Ma poi, come un veleno lento, la testa mi tradì. Il video sullo schermo sfumò, perdendo di significato, mentre un'altra immagine, prepotente e vivida, si faceva spazio dietro le mie palpebre chiuse.
Elena. Non la Elena che piangeva in macchina. La mia Elena. Mi tornò in mente una delle prime volte in cui avevamo smesso di essere impacciati. Eravamo proprio su questo letto. Fuori pioveva. Lei era sopra di me, nuda, e io la guardavo con un'intensità che la metteva in imbarazzo. Mi aveva messo le mani sul viso, ridendo. "Smettila di fare il serio," mi aveva detto, baciandomi. Ci eravamo cercati con una confidenza nuova, la sensazione viscerale che il corpo dell'altro fosse diventato improvvisamente casa.
La mia mano continuava a muoversi, ma ora non stavo più guardando lo schermo. Stavo ricordando il suo seno. Ricordavo il sapore della sua pelle, il modo in cui mi chinavo a baciarle il collo e poi scendevo a succhiarle i capezzoli. A volte lo facevo apposta per farle il solletico, e lei scoppiava a ridere, una risata di gola, inarcando la schiena e stringendomi i capelli tra le dita per tenermi lì. Conoscevo ogni singolo millimetro delle sue reazioni, sapevo esattamente quanta pressione usare, come farle mancare il respiro. Era una familiarità assoluta, la mappa di un corpo amato per anni.
E poi la passione, quella sporca e divertente. Un pomeriggio avevamo spinto così tanto da sbattere violentemente contro il comodino. Il letto aveva iniziato a cigolare in modo osceno, ritmico, e lei non era riuscita a trattenersi: era scoppiata a ridere a crepapelle, gli occhi chiusi, le guance rosse. Io avevo perso il ritmo, contagiato dalla sua risata. Ci eravamo baciati così, ridendo contro le reciproche labbra, i petti sudati incollati. Poi avevo ripreso a muovermi dentro di lei. Ricordavo la sensazione esatta della sua figa che mi stringeva, calda, bagnata, accogliente; la resistenza morbida della sua carne contro ogni mia spinta. I suoi gemiti che cambiavano tono, diventando profondi, spezzati, mentre le mie mani le afferravano i fianchi per spingerla più a fondo, per farla venire. Era sesso fatto di pura complicità, non una stupida performance per impressionarsi a vicenda.
E il dopo. Il colpo di grazia. Lei con la testa abbandonata sul mio petto, il respiro che si calmava lentamente. Io che le passavo una mano lungo la spina dorsale, accarezzandole la schiena liscia. Lei che diceva una cazzata qualunque su cosa avremmo mangiato per cena. Rimanere nudi, vulnerabili, senza mai sentirsi esposti. La perfezione della naturalezza.
Mi fermai. Il respiro mi si incastrò in gola. La mano si bloccò, perdendo tutta l'urgenza di un istante prima. Aprii gli occhi, fissando il soffitto opaco della mia stanza. Sullo schermo del telefono, abbandonato accanto a me, il porno continuava ad andare avanti, ridicolo, grottesco, infinitamente lontano. Non riuscivo a venire. Non era che non la desiderasse più. Era che desiderarla, ormai, significava ricordarsi con una violenza inaudita che non poteva più toccarla. Il problema dei ricordi felici è che non restano ricordi. A volte tornano addosso con la precisione chirurgica delle mani.
Chiusi l'app con un gesto stizzito. Lanciai il telefono in fondo al materasso. Mi alzai di scatto e mi infilai una maglietta e un paio di pantaloni della tuta, muovendomi a scatti. Mi sentivo sporco. Non per la masturbazione in sé, non per il sesso, ma per la tristezza vischiosa che mi ricopriva come catrame.
Mi sedetti sul bordo del letto, le braccia appoggiate alle ginocchia. Il silenzio della casa, vuota e assolata, mi crollò addosso in un blocco unico. Non piansi. Gli occhi rimasero asciutti, sbarrati verso il pavimento. Fu peggio. Semplicemente, mi spensi.
Il resto della giornata fu un esercizio di sopravvivenza al vuoto. Con mia madre via per tutta la settimana, la casa era sprofondata in un silenzio tombale, rotto solo dal ronzio stanco del frigorifero in cucina. E quel silenzio, dopo quello che era successo sul letto, sembrava amplificare ogni singola mancanza. La casa era troppo grande per una persona sola e troppo piccola per tutti i pensieri che avevo dentro.
Mangiai malissimo, mettendo insieme un pranzo a base di cracker, mezza scatoletta di tonno e un pomodoro sbiadito mangiato in piedi davanti al lavandino. Passai il pomeriggio trascinandomi da una stanza all'altra come un'anima in pena. Aprii lo sportello del frigo almeno quattro volte, sperando inconsciamente che si fosse materializzato del cibo vero nel giro di venti minuti. Mi buttai sul divano e feci partire un video su YouTube di cui non seguii nemmeno una parola; misi su un episodio di un anime che avevo già visto, ma lo misi in pausa dopo cinque minuti netti. Accesi la console, ma rimasi per mezz'ora a fissare la schermata del menu principale, ascoltando la musichetta in loop finché non mi venne la nausea.
Guardavo il telefono in continuazione, ma non scrivevo a nessuno. Provai a pensare ad Angela, a concentrarmi sul suo top sportivo, sui suoi fianchi, sulla sua risata nella sala pesi. Volevo disperatamente che funzionasse di nuovo. Ma Elena copriva tutto. Copriva le pareti, i cuscini, l'odore dell'aria. I ricordi "colorati" della nostra intimità, la sua pelle bagnata di sudore, le sue labbra carnose che mi baciavano il collo, il modo in cui mi stringeva forte i capelli mentre venivamo insieme... tutte quelle cose bellissime ora erano diventate grigie, tossiche. Mi toglievano l'aria. Pensai a Lulu per un secondo. A quel nostro momento sul muretto. Ma non ci diedi peso, archiviandolo come una parentesi strana in un periodo strano.
Alle sette di sera, lo schermo del telefono si illuminò. Gruppo WhatsApp. Fede: Stasera? Fissai il messaggio. Non avevo la minima voglia di uscire, di sorridere, di bere birra calda e fare il morto vivente. Ma non avevo nemmeno la forza di restare un minuto di più in quel mausoleo. Andrea: boh vediamo
Alle otto decisi che stare in casa era diventato fisicamente intollerabile. Mi misi le scarpe ed uscii, non per guarire o per cercare distrazioni nobili, ma per il puro e semplice istinto di allontanarmi da quelle quattro mura. Finii al minimarket aperto fino a tardi dietro l'angolo. Le luci al neon bianche e ronzanti mi fecero strizzare gli occhi. Girai tra le corsie con un cestino rosso appeso al braccio, infilandoci dentro roba a caso, guidato da un nichilismo alimentare assoluto.
La mia idea di sopravvivenza adulta fu comprare due Monster, una scatola di biscotti al cioccolato, un sacchetto gigante di patatine alla paprika, due confezioni di noodles liofilizzati e qualcosa di surgelato che poteva essere considerato cena solo da un tribunale molto comprensivo. E una scatola di cereali colorati, totalmente inutili, perché mi ricordavano quando avevo dodici anni e nessun problema al mondo. Pagai alla cassa automatica, uscii con la mia busta di plastica pesante e mezza strappata, e solo in quel momento mi resi conto di essermi dimenticato di comprare l'acqua. Ottimo. Avrei cenato a noodles secchi e Monster Energy. Un genio.
Svoltai l'angolo della mia via, trascinando i piedi sul marciapiede sbeccato. Stavo infilando la mano in tasca per cercare le chiavi del portone quando la vidi. Arrivava dal lato del parco, camminando a testa bassa. Era vestita nel modo più comodo e disinteressato possibile: una felpa grigia troppo larga, un paio di leggings neri, i capelli raccolti in uno chignon disordinato sulla nuca. Zero trucco. Aveva le cuffie bianche infilate nelle orecchie e l'aria inconfondibile di una che era uscita a camminare solo per stancare il corpo e spegnere la testa.
Mi fermai con le chiavi a mezz'aria. «Lulu,» dissi. Lei si bloccò. Alzò lo sguardo, mi vide, e la sua espressione si contrasse in una smorfia infastidita. Si tolse una cuffia. «Ti avevo dato un'unica regola,» esordì, senza nemmeno salutarmi. «Non seguirla?» «Non chiamarmi così.» «Ah.» Si avvicinò, fermandosi a un metro da me. I suoi occhi scuri scesero subito sulla busta di plastica sformata che mi pendeva dalla mano. «Che hai comprato?» «Cibo.» Luciana assottigliò lo sguardo. «Quella è una richiesta d'aiuto in plastica.»
Non lo dissi ad alta voce, ma un'ondata di sollievo puro mi lavò via dal petto un po' di quell'angoscia pomeridiana. Fino a un minuto prima stavo soffocando nel mio stesso silenzio. Ora c'era qualcuno che mi rompeva il cazzo. Ed era bellissimo.
Lulu si sporse in avanti, allargando i lembi della busta con due dita per ispezionarne il contenuto, come un medico legale davanti a un cadavere. Il suo profumo, qualcosa di dolce e leggermente aspro, coprì per un attimo l'odore dell'asfalto. «Monster, biscotti, patatine…» Elencò la spesa con un tono di voce piatto. Alzò gli occhi su di me, inarcando un sopracciglio. «Andrea, hai ventidue anni o sei un ragazzino lasciato solo nel reparto snack?» «Entrambe le cose,» risposi, serissimo. «Questo spiega molto.»
Spostai l'attenzione sulle cuffie che le pendevano dal collo della felpa. Il filo bianco scompariva nella tasca. «Che ascoltavi?» chiesi. «Niente.» «Niente è sempre colpevole.» Lulu sbuffò, infilando le mani nelle tasche. «Una playlist.» «Che playlist?» «Non giudicarmi.» «Ti giudico da prima di nascere, Lulu. Spara.» Lei si morse l'interno della guancia, come se stesse valutando se mentire o meno. Poi cedette, alzando gli occhi al cielo. «Olivia Rodrigo.» «Ah.» Luciana si mise subito sulla difensiva. «Non fare quella faccia.» «Che faccia?» «Da maschio che finge di essere superiore. Quella faccia da io ascolto solo indie rock ricercato e disprezzo il pop per adolescenti.» Scossi la testa, appoggiando la schiena contro il muro freddo del mio palazzo. «Io sono fan.» Lei mi guardò, spiazzata. «Tu?» «Io ho sofferto, Lulu,» le dissi, portandomi una mano al petto con finta solennità. «Ho il curriculum.»
Lulu scoppiò a ridere. Era una risata liberatoria, che le fece increspare il naso e sciogliere la tensione delle spalle. Ridemmo entrambi, lì, in piedi sul marciapiede mezzo buio. Stavamo scherzando, ci stavamo prendendo in giro, ma il sottotesto era cristallino. Sapevamo benissimo perché si ascoltano certe canzoni: per il cuore rotto, per la tristezza viscida che ti prende la sera, perché eravamo due ventenni che non sapevano minimamente stare al mondo e trovavano conforto in testi su umiliazioni e cuori calpestati. Era un ponte. Una strana, inaspettata connessione.
Lei mi guardò, ancora sorridente, gli occhi neri lucidi nella penombra. «Quale canzone?» mi sfidò. Ci pensai su un secondo, stringendo il manico della busta. «Dipende dal livello di umiliazione emotiva.» Luciana annuì lentamente, l'ombra del sorriso ancora sulle labbra carnose. «Risposta corretta.»
Rimasi lì, con la busta di plastica che mi segava le dita, a guardarla riporre le cuffie. «Dove vai?» le chiesi. «A camminare.» «Alle dieci e mezza?» Luciana fece spallucce, stringendosi nella felpa. «La sanità mentale non ha orari.» «Ti accompagno.» Lei abbassò lo sguardo sulla mia mano. «Con le patatine?» «Sono supporto logistico.»
Iniziammo a camminare verso il parco del quartiere. L'atmosfera era quella tipica delle sere di fine estate in provincia: le famiglie e i bambini erano ormai spariti, inghiottiti dai palazzi, e i vialetti erano illuminati da luci basse e giallognole. C'era solo qualche coppietta isolata sulle panchine più buie, il frinire ostinato delle cicale nell'erba secca e il rumore sordo e lontano delle auto sulla tangenziale. L'unico suono costante vicino a noi era il fruscio ridicolo della mia busta della spesa a ogni passo.
«Tu perché cammini?» le chiesi, dopo aver superato la zona dell'area cani. «Perché se resto in casa mi parte il cervello.» «Ah,» annuii, «quindi anche tu hai il pacchetto premium.» «Ansia, insonnia e pensieri intrusivi. Tutto incluso.» «Bell'abbonamento.» «Non riesco a disdirlo.»
Ridemmo amaro. Era questo il nostro linguaggio: dolore reale, risposta ironica. Parlammo di università, del terrore puro che ci prendeva guardando i nostri coetanei che sembravano avere una vita perfettamente organizzata, con esami dati in tempo, vacanze di gruppo e relazioni stabili. Parlammo del fatto che entrambi, in mezzo agli altri, ci sentivamo come pezzi di un puzzle di un'altra scatola. Essere adulti a metà era una sensazione intrisa di cringe costante.
Eravamo arrivati nella parte più buia del vialetto principale. Io stavo parlando del fatto che, secondo me, mangiare i noodles a mezzanotte fosse un diritto inalienabile, quando Luciana fece una mossa imprevedibile. Senza dire una parola, allungò una mano e si tuffò letteralmente nella mia busta della spesa per rubarmi una Monster.
«Ehi!» sbottai, provando a tirare indietro la busta. Lei l'aveva già afferrata. Fece un passo indietro ridendo, un suono di gola, vittorioso. Ma nel farlo, il tallone del suo stivaletto calcolò male la distanza dal bordo di cemento dell'aiuola. Inciampò all'indietro, perdendo l'equilibrio.
Il mio corpo reagì prima del cervello. Feci uno scatto in avanti, allungando le braccia libere. Le mie mani le afferrarono i fianchi un istante prima che cadesse. L'impatto fu morbido ma deciso. Luciana finì praticamente contro di me. Per un istante, la felpa grigia si sollevò appena sotto la pressione delle mie dita, e io sentii il calore bruciante della sua pelle attraverso il tessuto leggero dei leggings. Il suo respiro mi sfiorò il collo. Percepì fisicamente la sua morbidezza assoluta: il peso naturale del suo corpo contro il mio, il suo seno pieno che si schiacciò inavvertitamente contro il mio braccio, solido e caldo. Fu un lampo di fisicità densa, improvvisa.
Si staccò quasi subito, sgranando gli occhi. «Madonna, mi hai quasi uccisa,» sbuffò, sistemandosi la felpa. «Ti ho salvata,» replicai, cercando di ignorare il formicolio sui polpastrelli. «Con quella presa sembravi un buttafuori ansioso.» «Prego, comunque.» Lei alzò il mento, spavalda. «Ridammi la Monster.» «L'hai rubata tu.» «Era una tassa.»
Riprendemmo a camminare. Era stato un momento goffo, quasi comico. Non l'avevo guardata con desiderio predatorio, né ci eravamo fissati in un silenzio carico di tensione. Eppure, il mio cervello lo aveva registrato. Il contatto durò meno di due secondi, troppo poco per diventare qualcosa e abbastanza per restargli addosso senza motivo.
Non parlammo dell'incidente. Scivolammo di nuovo nelle battute, il modo più sicuro per ristabilire le distanze. A un certo punto, Lulu prese il filo delle cuffie che aveva attorno al collo e me ne porse una. «Senti questa.» La presi con sospetto. «Se piango ti denuncio.» «Piangi in silenzio, almeno.»
Infilai la cuffia nell'orecchio. Era una traccia lenta, malinconica, una di quelle canzoni perfette per guardare fuori dal finestrino in una giornata di pioggia. Camminammo così, affiancati, uniti da un cavo bianco sottilissimo che ci costringeva a mantenere la stessa identica andatura per non farlo strappare. Era un'intimità strana, pacifica. Non sessuale, ma profonda. Non stavo bene. Non davvero. Però camminare accanto a Lulu, con una busta di schifezze in mano e una canzone triste in un orecchio, era meglio che marcire in camera mia a fissare il soffitto.
Tornammo sotto i nostri palazzi. La luce gialla dell'androne di Luciana era accesa, come un faro nella notte di provincia. Mi fermai davanti al mio cancello. «Comunque la tua spesa resta vergognosa,» sentenziò lei. «La tua playlist pure.» «La mia playlist ha valore artistico.» «La mia Monster ha valore energetico.»
Luciana rigirò la lattina verde tra le mani. Non fece il gesto di rimettermela nella busta. «Questa la prendo io.» «Quindi mi hai rapinato.» «Considerala beneficenza emotiva.» Fece un mezzo sorriso, di quelli che le piegavano un solo angolo della bocca carnosa. «Notte, Andre.» «Notte, Lulu.» Entrai nel mio portone. Mentre chiamavo l'ascensore, mi resi conto che il silenzio della casa, quello che mi aveva terrorizzato tutto il pomeriggio, era ancora lì. Ma era meno feroce.
La casa era immersa nell’oscurità. Non accesi la luce grande della camera, solo l’abat-jour sul comodino, quella con la lampadina troppo calda che faceva sembrare tutto più vecchio e più triste. Appoggiai la busta sulla scrivania. Le patatine fecero un rumore stupido, fuori posto, quasi comico in mezzo a tutto quel silenzio.
Mi buttai sul letto a pancia in su.
Per qualche minuto non feci niente. Guardai il soffitto. Poi presi il telefono, aprii TikTok, chiusi TikTok, aprii Instagram, lo richiusi prima ancora di capire cosa stessi cercando. Il corpo, però, era ancora sveglio. La testa no. La testa era stanca, sporca di ricordi, piena di immagini che non sapevo più dove mettere.
Non avevo davvero voglia. O forse sì. Non capivo più la differenza.
Alla fine scivolai dentro quel gesto automatico, quasi per inerzia. Non per fare qualcosa di bello. Più per abbassare il volume. Per vedere se almeno il corpo riusciva a finire una cosa che la testa continuava a rovinare.
All’inizio pensai ad Angela. Era facile, in teoria. Angela era nuova. Pulita. Non nel senso morale, ma nel senso che non aveva ancora fatto in tempo a diventare dolore. Mi tornò in mente la palestra: il top sportivo scuro, il sudore sul collo, la mano sfiorata sul perno del macchinario, il sorriso appena malizioso quando aveva detto che sabato forse sarebbe tornata al bar.
Il desiderio rispose.
Per qualche secondo funzionò davvero.
Poi Elena tornò.
Non bussò nemmeno. Entrò e basta, come faceva sempre. Il suo seno sotto la mia bocca, la sua risata sul cuscino, il letto che cigolava mentre lei cercava di non ridere e rideva comunque. La sua mano tra i miei capelli. Il modo in cui il suo corpo mi conosceva senza bisogno di istruzioni. Il dopo, soprattutto. Lei nuda contro di me, tranquilla, come se restare lì fosse la cosa più naturale del mondo.
Mi si chiuse qualcosa nel petto.
Per un attimo pensai che sarebbe successo di nuovo. Che mi sarei fermato, che avrei lanciato il telefono, che sarei rimasto lì con addosso quella vergogna triste e appiccicosa della mattina. Elena aveva ancora quel potere assurdo: trasformare perfino il piacere in mancanza.
Poi, senza che lo cercassi, arrivò un’altra immagine.
Lulu che inciampava.
Non era nemmeno un’immagine sexy, non davvero. Era lei che rideva con la Monster in mano, la felpa grigia sollevata male, gli occhi spalancati per la sorpresa, il corpo finito contro il mio per meno di due secondi. Le mie mani sui suoi fianchi. Il calore improvviso della sua pelle sotto la stoffa. Il suo seno premuto per sbaglio contro il mio braccio. E subito dopo la sua voce, roca e scema, che mi accusava di averla quasi uccisa.
Mi venne quasi da ridere.
Ed era quella la cosa assurda. Non il contatto. Non il corpo. Il fatto che, in mezzo a quel casino, quel ricordo non mi chiedesse di soffrire. Non pretendeva niente. Non aveva tre anni addosso. Non aveva promesse, stanze, anniversari, foto, frasi dette e poi marcite. Era solo una cosa successa poche ore prima, una cazzata al parco, una ragazza con la felpa larga che mi aveva rubato una Monster e mi aveva fatto camminare quando io sarei rimasto a marcire in camera.
Elena tornò ancora, perché tornava sempre.
Ma stavolta non riuscì a prendersi tutto.
Il piacere salì in modo confuso, quasi colpevole. Angela, Elena, Lulu, la palestra, il letto di prima, la cuffia divisa nel parco, la voce di Elena nel sogno, la risata di Lulu nel buio. Era tutto mischiato. Troppo. Sbagliato forse. Umano, sicuramente.
Alla fine venni con un respiro spezzato, più stanco che soddisfatto.
Rimasi immobile, gli occhi aperti verso il soffitto. Non fu una vittoria. Non fu liberatorio come nei film, né sporco nel modo semplice in cui avrei voluto. Era successo e basta.
Stavolta non mi ero fermato.
Non sapevo se fosse una cosa bella o una cosa triste.
Però, per la prima volta da mesi, dentro quel punto esatto in cui Elena mi faceva sempre male, era entrato qualcos’altro.
Lo schermo del telefono si illuminò sul materasso. Allungai un braccio stanco e lo presi.
Luciana: la Monster faceva schifo comunque Sorrisi nel buio. Andrea: l’hai rubata tu Luciana: evidentemente rubo male
Andrea rise piano, col telefono appoggiato sul petto. Elena era ancora lì, da qualche parte. Ma per la prima volta da mesi, non occupava tutto lo spazio.
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