Vai al contenuto
Erotika
Lulu · Cap. 2
Aa
Dimensione testo
Tema
Salva
Capitolo 2 di 5 28 min di lettura

Quando Non Sono Venuto Pensando a Te

Dopo un sogno troppo bello per essere vero, Andrea attraversa una giornata in cui il desiderio prova a salvarlo e il passato continua a riprenderselo. Tra palestra, solitudine e una passeggiata notturna, qualcosa di piccolo comincia a infilarsi dove prima c’era solo Elena.

ale🍻
20 giorni fa · 373 letture · 3

Eravamo di nuovo in macchina, parcheggiati sotto casa sua, ma l'aria non era pesante come quella sera di giugno. C'era una luce morbida, quasi dorata, che filtrava dai finestrini abbassati. L'abitacolo profumava di lei, quel sentore inconfondibile di crema idratante e vestiti puliti che mi aveva fatto da casa per tre anni.

Elena era seduta al posto del passeggero. Non guardava fuori dal finestrino, guardava me. Aveva i capelli sciolti, un po' spettinati, e mi sorrideva con la stessa identica dolcezza di un tempo. Era tornata. Era di nuovo "quella di prima", la mia Elena, senza ombre, senza muri alzati tra noi.

«Sono stata una stronza, Andre,» mi disse, la voce limpida, priva di qualsiasi dramma teatrale. Scossi la testa, sentendo un nodo sciogliersi nel petto. «No.» «Sì.» Fece scivolare la mano sul sedile fino a sfiorare la mia. Le sue dita erano calde. «Non perché ti ho lasciato. Per come ti ho fatto sentire mentre smettevo di esserci.»

Non riuscii a rispondere. Avevo la gola stretta in una morsa di sollievo puro, assoluto. Mi prese la mano, intrecciando le dita alle mie con quella naturalezza che pensavo di aver perso per sempre. «Mi sei mancato,» sussurrò. La guardai negli occhi, terrorizzato all'idea che potesse svanire. «Non dirlo se non è vero.» «È vero.»

Si sporse verso di me, appoggiando la testa sulla mia spalla. Sentii il peso leggero del suo corpo contro il mio, il solletico dei suoi capelli sul collo, e le passai un braccio attorno alla vita, stringendola. Usò quel mio vecchio soprannome, quello stupido che mi faceva sempre fingere di arrabbiarmi, e poi rise di una battuta che non avevo nemmeno bisogno di pronunciare. Chiusi gli occhi, respirandola a pieni polmoni. Era tutto perfetto. Per un momento, ebbi la sensazione assurda, meravigliosa, che quei tre mesi di vuoto fossero stati solo una parentesi. Una febbre cattiva, un incubo vivido, una cosa brutta da raccontarsi più avanti, magari ridendoci su con una birra in mano. Voleva riprovarci. Eravamo salvi. Provai una felicità quasi infantile, ridicola, totale.

Poi, aprii gli occhi.

La luce aggressiva del mattino mi colpì le palpebre. Ero a pancia in su, le lenzuola aggrovigliate attorno alle gambe. Il ventilatore girava a vuoto in un angolo della stanza, spostando aria già calda. Ero ancora mezzo addormentato e, per una frazione di secondo, sorrisi. Allungai pigramente la mano verso il comodino, tastando alla cieca per cercare il telefono. Volevo scriverle. Volevo dirle del sogno, o forse volevo solo continuare la conversazione di quella notte. Nella mia testa risuonava ancora la sua voce: Non perché ti ho lasciato. Per come ti ho fatto sentire... Allora è successo davvero, pensai, con il cuore che batteva calmo e rassicurato.

Afferrai il telefono. Lo schermo si illuminò. Nessuna notifica. L'orario segnava le 09:14. Lo sfondo era quello standard. Mi voltai lentamente verso la stanza. La maglietta nera della sera prima era buttata malamente sulla sedia. Le pareti erano mute. Non c'era nessun profumo. Non c'era nessuna Elena. Non c'era nessun messaggio. Solo il silenzio ronzante della mia camera.

Per tre secondi fui felice. Tre secondi interi. Poi la realtà rientrò nella stanza, e non fece alcun rumore.

Non piansi. Sarebbe stato quasi catartico piangere, ma non ci riuscii. Mi misi seduto sul bordo del letto, sentendo i muscoli di colpo pesanti, inutili. Sbloccai il telefono, aprii WhatsApp. Cercai la chat di Elena. Il suo ultimo accesso era nascosto. Fissai la foto profilo, le nostre vecchie conversazioni interrotte mesi prima. Non scrissi nulla. Bloccai lo schermo e lo lanciai sulle coperte. Mi passai entrambe le mani sul viso, strofinando forte gli occhi. Lo stomaco si era chiuso in un pugno strettissimo, duro come il marmo. Avevo la gola secca, arida, e un peso opprimente al centro del petto che mi impediva di fare respiri profondi. Le mie mani non avevano forza. Rimasi lì, seduto sul bordo del materasso, con i gomiti appoggiati alle ginocchia, a fissare un punto vuoto sul pavimento di graniglia per un tempo che mi parve infinito.

Mi alzai per andare in bagno e, per un secondo, non ricordai perché mi fossi alzato.

Quella giornata iniziò come una condanna. Fu una di quelle mattine in cui Elena tornava ovunque, infestando ogni minimo frammento della mia routine. Non era un pensiero astratto, romantico; era un loop ossessivo, chirurgico. Presi il telefono mentre l'acqua per il caffè gorgogliava nella moka. Aprii Instagram. Feci tap sulla barra di ricerca, digitai "Ele...", mi fermai. Cancellai. Chiusi l'app. Mentre versavo il caffè nella tazzina, mi venne spontaneo cercare il latte in frigo per macchiarlo freddo, esattamente come piaceva a lei. Mi fermai con la mano sulla maniglia. Io il caffè lo bevevo nero.

Tornai in camera. Spotify fece partire in riproduzione casuale una canzone dei The National. La skippai dopo il primo accordo. Mi sedetti alla scrivania e, tradito dalla mia stessa memoria fisica, mi tornò in mente un dettaglio intimo: il modo in cui la sua schiena si inarcava, la curva morbida dei suoi fianchi sotto le mie mani, la sua pelle calda, il suo respiro corto contro il mio collo. Fu un flash violento, vivido e carnale. Lo scacciai scuotendo la testa, sentendomi sporco e disperato al tempo stesso.

Volevo parlarne con qualcuno. Ne avevo un bisogno fisico, bruciante. Aprii il gruppo WhatsApp. Fede e Marco erano già attivi, parlavano di calcio e di dove andare la sera. Loro mi volevano bene, lo sapevo. Ma sapevo anche che erano saturi. Non potevano più ascoltare l'eco della stessa, identica ferita all'infinito. Non perché fossero insensibili, ma perché non avevano letteralmente più gli strumenti per gestirmi.

Digitai sulla tastiera: Raga oggi mi sono svegliato malissimo. Rilessi. Cancellai.

Riprovai: Ho sognato Elena. Fissai il cursore lampeggiare. Cancellai.

Feci un ultimo tentativo, cercando le parole disperate: Vi è mai capitato di svegliarvi convinti che una cosa fosse tornata?Cancellai tutto, di nuovo.

Sapevo già esattamente cosa mi avrebbero risposto. Frate, devi andare avanti. Non la guardare più sui social. Esci, distraiti, stasera ci prendiamo una birra e non ci pensi. Erano tutte cose giuste. Razionali. Sensate. E tutte drammaticamente inutili.

Chiusi WhatsApp e buttai il telefono sulla scrivania. Il problema non era che i miei amici non mi volessero bene. Il problema era che nessuno poteva entrare nel sogno con me e vedere quanto era sembrato vero.

C'era un limite a quanto tempo si potesse passare a fissare il vuoto in una mattina di settembre. Decisi che il mio limite era stato ampiamente superato. Mi alzai e andai dritto in bagno, aprendo l'acqua della doccia senza nemmeno aspettare che andasse in temperatura.

Fu un lavaggio puramente meccanico, quasi punitivo. L'acqua era decisamente troppo calda, mi arrossava la pelle delle spalle, ma ci restai sotto molto più del necessario. Fissavo le fughe ingiallite tra le piastrelle del box, l'acqua che mi scorreva sul viso e mi appiattiva i capelli sul cranio. Mi sentivo ridicolo. Era settembre, l'estate stava finendo, il mondo andava avanti e io ero ancora lì, incastrato in un loop di ricordi e sogni a occhi aperti. Dovevo muovermi. Vado in palestra, mi dissi, spegnendo il getto di colpo. Almeno faccio qualcosa. Almeno muovo un po' di ghisa e smetto di pensare.

Mi asciugai in fretta, la spugna ruvida contro la pelle accaldata. Mi infilai un paio di pantaloncini neri e una maglietta a caso presa dal cassetto. Misi le cuffie, le chiavi e la borraccia d'acqua nel borsone. Ero già sulla soglia della porta quando mi resi conto di aver dimenticato l'asciugamano. Tornai indietro sbuffando, lo recuperai dal bagno e, uscendo, lanciai un'occhiata allo specchio sopra il lavandino. Mi fermai. Avevo la faccia di uno che non aveva dormito bene da mesi, le occhiaie marcate e un'espressione cronicamente stanca. Non potevo cambiare la faccia, purtroppo. Così, con un sospiro rassegnato, mi tolsi la maglietta stropicciata che avevo addosso e ne misi una pulita, che cadeva un po' meglio sulle spalle.Non faceva miracoli, ma era il massimo che potevo concedere alla mia dignità.

La palestra in cui andavo era l'emblema della provincia. Nessun lusso, niente macchinari di ultima generazione. Solo luci al neon fredde e impietose, specchi a coprire intere pareti per dare l'illusione di spazio e un perenne, inconfondibile odore di gomma dei tappetini mischiato a sudore e deodorante spray da discount. In sottofondo, una musica commerciale tenuta troppo bassa per coprire il rumore metallico dei pesi. Mentre entravo, l'istruttore al bancone alzò una mano per salutarmi, un gesto automatico rivolto a chiunque varcasse la soglia. Annuii. C'erano i soliti gruppetti di ragazzi che occupavano le panche per quarti d'ora interi, fissando i video su TikTok tra una serie e l'altra, e i classici habitué che correvano sui tapis roulant consumati fissando il vuoto.

Camminavo verso la zona dei cavi, la testa ancora un po' altrove, perso nei miei pensieri. Poi la vidi.

Angela era lì, vicino alla rastrelliera dei manubri leggeri. Stava finendo una serie. Il mio cervello fece un brusco riavvio, cancellando per un momento le ombre della mattinata. Aveva un fascino estremamente naturale, una bellezza mediterranea che non aveva bisogno di mettersi in posa per farsi notare. Indossava un top sportivo scuro e un paio di leggings neri a vita non troppo alta, che lasciavano scoperta una striscia di pelle. Il suo corpo era morbido, femminile, proporzionato in modo del tutto armonioso. Il busto era pieno, valorizzato dal top aderente senza risultare esagerato o artificiale. Ma il punto forte, quello che mi fece abbassare lo sguardo per un secondo di troppo, era la linea dei fianchi: larghi il giusto, sinuosi, capaci di riempire il tessuto e di dare alla sua figura una presenza fisica, solida, incredibilmente magnetica. L'addome non era scolpito da ore di addominali, era naturale, credibile. Una sensualità calma, quasi pigra.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
Pagina 2 senza votare
Indice dei capitoli
Cap. 3

Commenti

CallMeHot
Salva in una lista