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Erotika
Lulu · Cap. 2
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Capitolo 2 di 5 28 min di lettura

Quando Non Sono Venuto Pensando a Te

Dopo un sogno troppo bello per essere vero, Andrea attraversa una giornata in cui il desiderio prova a salvarlo e il passato continua a riprenderselo. Tra palestra, solitudine e una passeggiata notturna, qualcosa di piccolo comincia a infilarsi dove prima c’era solo Elena.

ale🍻
20 giorni fa · 373 letture · 3

Il viso era dolce ma reso particolare da quegli occhiali scuri dietro i quali mi osservava con un'espressione un po' distaccata, quasi annoiata. I capelli ricci, scuri e voluminosi erano legati in una coda disordinata, con qualche ciocca ribelle che le cadeva sul collo sudato. Mi vide. E, contro ogni mia aspettativa, si fermò.

«Andrea, giusto?» mi disse, abbassando un manubrio. Rimasi interdetto per un secondo. Quasi mi sorprese che sapesse il mio nome. «Sì,» risposi, avvicinandomi, cercando di sembrare rilassato. «Angela, no?» Un angolo della sua bocca carnosa si piegò in un mezzo sorriso. «Sì.» «Lo sapevo.» «Wow, memoria incredibile.» La sua ironia era asciutta, diretta. Già quello mi fece sentire un gradino sopra la miseria: si ricordava il mio nome, mi stava parlando. Provai a rispondere a tono, ma l'imbarazzo prese il sopravvento. Iniziai a parlare un po' troppo in fretta, gesticolando verso le macchine, mi corressi su una frase stupida sui pesi, guardai il soffitto per non fissarle troppo le forme. Poi mi accorsi che stavo guardando altrove in modo plateale e finii per sentirmi ancora più scemo.

Ero diretto alla polifunzionale con i cavi per fare le braccia. Angela, asciugamano alla mano, stava puntando esattamente alla stessa macchina. «Devi usare questa?» le chiesi, fermandomi a un passo da lei. «Sì, ma tranquilla,» rispose lei, facendo per fare un passo indietro. «Possiamo alternarci, se vuoi.» Lei mi guardò da dietro le lenti, valutando l'offerta. «Sì, certo.»

Iniziammo ad alternarci. Le serie scorrevano, scandite dal rumore dei pesi e da chiacchiere brevi. Tra un set e l'altro, i miei sensi, intorpiditi da mesi di apatia, sembrarono riattivarsi, uno alla volta. Era un desiderio semplice, lineare. Non c'era angoscia, non c'era dolore. C'era solo l'attrazione fisica per la ragazza davanti a me. La guardavo mentre tirava il cavo. Il respiro si faceva un po' più corto, sollevando il seno in modo ritmico. Il sudore le faceva aderire il top alla pelle, e quando si fermava per asciugarsi il collo con l'asciugamano, i capelli raccolti lasciavano scoperta la linea pulita e chiara della nuca. Facevo del mio meglio per non fissarla in modo inquietante, ma era difficile. Emanava una sensualità svogliata che mi faceva impazzire.

A un certo punto, finita la sua serie, dovevo abbassare il perno del cavo per il mio esercizio. «Me lo abbassi un secondo? Non ci arrivo,» mi chiese lei poco dopo, quando fu il suo turno di rialzarlo per un altro movimento, indicando il gancio in alto. «Faccio io.» Mi avvicinai. Lo spazio tra noi si azzerò. Sentivo il calore del suo corpo, un profumo buono di shampoo alla frutta mescolato al sentore acre e vivo del sudore. Allungammo le mani verso il perno nello stesso momento. Le mie dita sfiorarono le sue. Fu un contatto minimo, ruvido per via della zigrinatura del metallo, ma lo sentii scorrere lungo il braccio fino allo stomaco. Spostò la mano, lasciandomi fare. «Grazie,» disse, appoggiandosi con un fianco alla struttura di ferro. «Io e la coordinazione non siamo esattamente amici.» Feci scattare il perno al suo posto e mi voltai verso di lei. «Tranquilla. Io e la dignità nemmeno.»

Angela scoppiò a ridere. Fu una risata aperta, reale, non il sorrisino di circostanza che si fa per educazione. I suoi occhi profondi si illuminarono per un istante dietro gli occhiali. Sentii una scossa di pura, genuina soddisfazione gonmiarmi il petto. «Vieni spesso?» mi chiese, mentre sistemava il suo asciugamano sulla panca. Mentei con una naturalezza che mi sorprese. «Sì, abbastanza.» In realtà era la seconda volta che mettevo piede lì dentro in due settimane, ma non aveva importanza. «Allora magari ci becchiamo,» disse lei, iniziando la sua serie.

Quella frase. Una frase stupida, banale, buttata lì tra un cavo e l'altro. Per me divenne enorme.

Finito l'esercizio, iniziò a raccogliere le sue cose per spostarsi. Si chinò in avanti per prendere la sua borraccia azzurra appoggiata a terra, proprio accanto alla mia gamba. Il suo fianco morbido mi sfiorò il polpaccio attraverso il tessuto dei pantaloncini. Si rialzò, i nostri visi a pochi centimetri di distanza, il suo seno che sfiorava quasi il mio braccio. Mi guardò, con quello sguardo un po' altezzoso e consapevole, e sorrise. «Comunque, sabato forse torno al bar,» mormorò, la voce appena più bassa del volume della musica di sottofondo. «Ah sì?» chiesi, cercando di mantenere il controllo. «Sì. Forse.» «Forse è una parola importante.» Angela passò la cinghia del borsone sulla spalla. Il suo sorriso si fece appena più malizioso. «Dipende da chi la ascolta.»

Mi diede le spalle e si allontanò verso la sala pesi liberi, con quella sua camminata calma e sinuosa. Rimasi lì, con il cavo ancora in mano, a guardarla sparire tra le macchine. Quando finalmente andai verso gli spogliatoi per farmi la doccia, avevo l'autostima aumentata del duecento per cento e un sorriso da ebete stampato in faccia che non riuscivo a cancellare.

Il tragitto verso casa fu diverso. Guidai con il finestrino completamente abbassato, l'aria tiepida di fine mattinata che mi scompigliava i capelli ancora umidi di sudore. Accesi lo stereo, lasciando che una playlist a caso riempisse l'abitacolo. Quando mi fermai a un semaforo rosso, alzai gli occhi e incrociai il mio sguardo nello specchietto retrovisore. Per la prima volta da giugno, non mi odiai. Non sembravo un fantasma o un disperato; sembravo solo un ragazzo di vent'anni che tornava dalla palestra.

Mentre ripartivo, la voce di Angela mi risuonava in testa, nitida. Allora magari ci becchiamo. Era una frase da niente, ma me la rigirai tra i pensieri decine di volte, assaporandone il sottotesto, la malizia svogliata con cui l'aveva pronunciata. Pensai persino di scriverle, di cercare il suo profilo su Instagram. Mi sentivo stupido, infantile, ma innegabilmente meno morto. Per quasi quaranta minuti, Elena non fu al centro della stanza. Non era sparita, ovviamente. Era solo seduta un po' più lontano.

Arrivato a casa, buttai il borsone in corridoio e mi infilai subito in doccia. Questa volta fu diverso. L'acqua calda mi scioglieva i muscoli, ma la mia mente era ancora incastrata tra i macchinari della sala pesi. Pensavo ad Angela. Al modo in cui il top sportivo le fasciava il seno, alla curva morbida dei suoi fianchi quando si era chinata a prendere la borraccia, al profumo dolciastro e vivo che mi aveva investito quando le nostre mani si erano sfiorate sul perno di metallo. Pensai alla sua risata. Una risata vera, aperta, che mi aveva fatto sentire improvvisamente capace di piacere a qualcuno.

Chiusi l'acqua, mi avvolsi un asciugamano in vita e presi il telefono dal lavandino, asciugandomi la mano libera sui pantaloncini. Volevo scriverle. Dovevo scriverle, battere il ferro finché era caldo. Aprii Instagram e andai sulla sua chat, vuota. Fissai la tastiera.

Oh comunque bella coincidenza oggi in palestra Rilessi la frase. Sembrava finta, costruita. La cancellai.

Riprovai. Ci sei sabato al bar? Troppo diretto. E se mi avesse detto di no? Cancellai.

Digitai solo due lettere. Ehi Lo guardai per tre secondi interi, poi cancellai anche quello. Ehi era da maniaco senza fantasia, da disperato che non sa come attaccare bottone.

Bloccai lo schermo con un sospiro pesante, appoggiando la fronte contro lo specchio appannato. Il problema non era Angela. Il problema era immaginare me stesso abbastanza interessante da non rovinarle la giornata con una notifica. La mia autostima era un castello di carte, e l'idea di essere rifiutato mi terrorizzava al punto da paralizzarmi.

Mia madre era via per qualche giorno, ospite da mia zia. La casa era completamente vuota, silenziosa, immersa in quel caldo statico e opprimente del primo pomeriggio. Mi buttai sul letto sfatto, ancora in mutande, la pelle che si appiccicava alle lenzuola stropicciate. Volevo spegnere la testa. Il desiderio per Angela aveva risvegliato un bisogno fisico, ruvido e urgente, ma non avevo la forza di inseguire fantasie nuove. Avevo solo bisogno di scaricare la tensione.

Presi il telefono, aprii una pagina in incognito e avviai un porno a caso. Iniziai meccanicamente. La luce dello schermo mi illuminava la faccia in penombra, i gemiti finti e ritmati riempivano il silenzio della stanza. Non era romanticismo, non era amore, e non era nemmeno tristezza. Era solo il modo più rapido che conoscevo per zittire il corpo e, con un po' di fortuna, anche la testa.

All'inizio funzionò. Il mio corpo rispondeva, il respiro si faceva più pesante. Ma poi, come un veleno lento, la testa mi tradì. Il video sullo schermo sfumò, perdendo di significato, mentre un'altra immagine, prepotente e vivida, si faceva spazio dietro le mie palpebre chiuse.

Elena. Non la Elena che piangeva in macchina. La mia Elena. Mi tornò in mente una delle prime volte in cui avevamo smesso di essere impacciati. Eravamo proprio su questo letto. Fuori pioveva. Lei era sopra di me, nuda, e io la guardavo con un'intensità che la metteva in imbarazzo. Mi aveva messo le mani sul viso, ridendo. "Smettila di fare il serio," mi aveva detto, baciandomi. Ci eravamo cercati con una confidenza nuova, la sensazione viscerale che il corpo dell'altro fosse diventato improvvisamente casa.

La mia mano continuava a muoversi, ma ora non stavo più guardando lo schermo. Stavo ricordando il suo seno. Ricordavo il sapore della sua pelle, il modo in cui mi chinavo a baciarle il collo e poi scendevo a succhiarle i capezzoli. A volte lo facevo apposta per farle il solletico, e lei scoppiava a ridere, una risata di gola, inarcando la schiena e stringendomi i capelli tra le dita per tenermi lì. Conoscevo ogni singolo millimetro delle sue reazioni, sapevo esattamente quanta pressione usare, come farle mancare il respiro. Era una familiarità assoluta, la mappa di un corpo amato per anni.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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Cap. 3

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