E poi la passione, quella sporca e divertente. Un pomeriggio avevamo spinto così tanto da sbattere violentemente contro il comodino. Il letto aveva iniziato a cigolare in modo osceno, ritmico, e lei non era riuscita a trattenersi: era scoppiata a ridere a crepapelle, gli occhi chiusi, le guance rosse. Io avevo perso il ritmo, contagiato dalla sua risata. Ci eravamo baciati così, ridendo contro le reciproche labbra, i petti sudati incollati. Poi avevo ripreso a muovermi dentro di lei. Ricordavo la sensazione esatta della sua figa che mi stringeva, calda, bagnata, accogliente; la resistenza morbida della sua carne contro ogni mia spinta. I suoi gemiti che cambiavano tono, diventando profondi, spezzati, mentre le mie mani le afferravano i fianchi per spingerla più a fondo, per farla venire. Era sesso fatto di pura complicità, non una stupida performance per impressionarsi a vicenda.
E il dopo. Il colpo di grazia. Lei con la testa abbandonata sul mio petto, il respiro che si calmava lentamente. Io che le passavo una mano lungo la spina dorsale, accarezzandole la schiena liscia. Lei che diceva una cazzata qualunque su cosa avremmo mangiato per cena. Rimanere nudi, vulnerabili, senza mai sentirsi esposti. La perfezione della naturalezza.
Mi fermai. Il respiro mi si incastrò in gola. La mano si bloccò, perdendo tutta l'urgenza di un istante prima. Aprii gli occhi, fissando il soffitto opaco della mia stanza. Sullo schermo del telefono, abbandonato accanto a me, il porno continuava ad andare avanti, ridicolo, grottesco, infinitamente lontano. Non riuscivo a venire. Non era che non la desiderasse più. Era che desiderarla, ormai, significava ricordarsi con una violenza inaudita che non poteva più toccarla. Il problema dei ricordi felici è che non restano ricordi. A volte tornano addosso con la precisione chirurgica delle mani.
Chiusi l'app con un gesto stizzito. Lanciai il telefono in fondo al materasso. Mi alzai di scatto e mi infilai una maglietta e un paio di pantaloni della tuta, muovendomi a scatti. Mi sentivo sporco. Non per la masturbazione in sé, non per il sesso, ma per la tristezza vischiosa che mi ricopriva come catrame.
Mi sedetti sul bordo del letto, le braccia appoggiate alle ginocchia. Il silenzio della casa, vuota e assolata, mi crollò addosso in un blocco unico. Non piansi. Gli occhi rimasero asciutti, sbarrati verso il pavimento. Fu peggio. Semplicemente, mi spensi.
Il resto della giornata fu un esercizio di sopravvivenza al vuoto. Con mia madre via per tutta la settimana, la casa era sprofondata in un silenzio tombale, rotto solo dal ronzio stanco del frigorifero in cucina. E quel silenzio, dopo quello che era successo sul letto, sembrava amplificare ogni singola mancanza. La casa era troppo grande per una persona sola e troppo piccola per tutti i pensieri che avevo dentro.
Mangiai malissimo, mettendo insieme un pranzo a base di cracker, mezza scatoletta di tonno e un pomodoro sbiadito mangiato in piedi davanti al lavandino. Passai il pomeriggio trascinandomi da una stanza all'altra come un'anima in pena. Aprii lo sportello del frigo almeno quattro volte, sperando inconsciamente che si fosse materializzato del cibo vero nel giro di venti minuti. Mi buttai sul divano e feci partire un video su YouTube di cui non seguii nemmeno una parola; misi su un episodio di un anime che avevo già visto, ma lo misi in pausa dopo cinque minuti netti. Accesi la console, ma rimasi per mezz'ora a fissare la schermata del menu principale, ascoltando la musichetta in loop finché non mi venne la nausea.
Guardavo il telefono in continuazione, ma non scrivevo a nessuno. Provai a pensare ad Angela, a concentrarmi sul suo top sportivo, sui suoi fianchi, sulla sua risata nella sala pesi. Volevo disperatamente che funzionasse di nuovo. Ma Elena copriva tutto. Copriva le pareti, i cuscini, l'odore dell'aria. I ricordi "colorati" della nostra intimità, la sua pelle bagnata di sudore, le sue labbra carnose che mi baciavano il collo, il modo in cui mi stringeva forte i capelli mentre venivamo insieme... tutte quelle cose bellissime ora erano diventate grigie, tossiche. Mi toglievano l'aria. Pensai a Lulu per un secondo. A quel nostro momento sul muretto. Ma non ci diedi peso, archiviandolo come una parentesi strana in un periodo strano.
Alle sette di sera, lo schermo del telefono si illuminò. Gruppo WhatsApp. Fede: Stasera? Fissai il messaggio. Non avevo la minima voglia di uscire, di sorridere, di bere birra calda e fare il morto vivente. Ma non avevo nemmeno la forza di restare un minuto di più in quel mausoleo. Andrea: boh vediamo
Alle otto decisi che stare in casa era diventato fisicamente intollerabile. Mi misi le scarpe ed uscii, non per guarire o per cercare distrazioni nobili, ma per il puro e semplice istinto di allontanarmi da quelle quattro mura. Finii al minimarket aperto fino a tardi dietro l'angolo. Le luci al neon bianche e ronzanti mi fecero strizzare gli occhi. Girai tra le corsie con un cestino rosso appeso al braccio, infilandoci dentro roba a caso, guidato da un nichilismo alimentare assoluto.
La mia idea di sopravvivenza adulta fu comprare due Monster, una scatola di biscotti al cioccolato, un sacchetto gigante di patatine alla paprika, due confezioni di noodles liofilizzati e qualcosa di surgelato che poteva essere considerato cena solo da un tribunale molto comprensivo. E una scatola di cereali colorati, totalmente inutili, perché mi ricordavano quando avevo dodici anni e nessun problema al mondo. Pagai alla cassa automatica, uscii con la mia busta di plastica pesante e mezza strappata, e solo in quel momento mi resi conto di essermi dimenticato di comprare l'acqua. Ottimo. Avrei cenato a noodles secchi e Monster Energy. Un genio.
Svoltai l'angolo della mia via, trascinando i piedi sul marciapiede sbeccato. Stavo infilando la mano in tasca per cercare le chiavi del portone quando la vidi. Arrivava dal lato del parco, camminando a testa bassa. Era vestita nel modo più comodo e disinteressato possibile: una felpa grigia troppo larga, un paio di leggings neri, i capelli raccolti in uno chignon disordinato sulla nuca. Zero trucco. Aveva le cuffie bianche infilate nelle orecchie e l'aria inconfondibile di una che era uscita a camminare solo per stancare il corpo e spegnere la testa.
Mi fermai con le chiavi a mezz'aria. «Lulu,» dissi. Lei si bloccò. Alzò lo sguardo, mi vide, e la sua espressione si contrasse in una smorfia infastidita. Si tolse una cuffia. «Ti avevo dato un'unica regola,» esordì, senza nemmeno salutarmi. «Non seguirla?» «Non chiamarmi così.» «Ah.» Si avvicinò, fermandosi a un metro da me. I suoi occhi scuri scesero subito sulla busta di plastica sformata che mi pendeva dalla mano. «Che hai comprato?» «Cibo.» Luciana assottigliò lo sguardo. «Quella è una richiesta d'aiuto in plastica.»
Non lo dissi ad alta voce, ma un'ondata di sollievo puro mi lavò via dal petto un po' di quell'angoscia pomeridiana. Fino a un minuto prima stavo soffocando nel mio stesso silenzio. Ora c'era qualcuno che mi rompeva il cazzo. Ed era bellissimo.
Lulu si sporse in avanti, allargando i lembi della busta con due dita per ispezionarne il contenuto, come un medico legale davanti a un cadavere. Il suo profumo, qualcosa di dolce e leggermente aspro, coprì per un attimo l'odore dell'asfalto. «Monster, biscotti, patatine…» Elencò la spesa con un tono di voce piatto. Alzò gli occhi su di me, inarcando un sopracciglio. «Andrea, hai ventidue anni o sei un ragazzino lasciato solo nel reparto snack?» «Entrambe le cose,» risposi, serissimo. «Questo spiega molto.»
Spostai l'attenzione sulle cuffie che le pendevano dal collo della felpa. Il filo bianco scompariva nella tasca. «Che ascoltavi?» chiesi. «Niente.» «Niente è sempre colpevole.» Lulu sbuffò, infilando le mani nelle tasche. «Una playlist.» «Che playlist?» «Non giudicarmi.» «Ti giudico da prima di nascere, Lulu. Spara.» Lei si morse l'interno della guancia, come se stesse valutando se mentire o meno. Poi cedette, alzando gli occhi al cielo. «Olivia Rodrigo.» «Ah.» Luciana si mise subito sulla difensiva. «Non fare quella faccia.» «Che faccia?» «Da maschio che finge di essere superiore. Quella faccia da io ascolto solo indie rock ricercato e disprezzo il pop per adolescenti.» Scossi la testa, appoggiando la schiena contro il muro freddo del mio palazzo. «Io sono fan.» Lei mi guardò, spiazzata. «Tu?» «Io ho sofferto, Lulu,» le dissi, portandomi una mano al petto con finta solennità. «Ho il curriculum.»
Lulu scoppiò a ridere. Era una risata liberatoria, che le fece increspare il naso e sciogliere la tensione delle spalle. Ridemmo entrambi, lì, in piedi sul marciapiede mezzo buio. Stavamo scherzando, ci stavamo prendendo in giro, ma il sottotesto era cristallino. Sapevamo benissimo perché si ascoltano certe canzoni: per il cuore rotto, per la tristezza viscida che ti prende la sera, perché eravamo due ventenni che non sapevano minimamente stare al mondo e trovavano conforto in testi su umiliazioni e cuori calpestati. Era un ponte. Una strana, inaspettata connessione.
Lei mi guardò, ancora sorridente, gli occhi neri lucidi nella penombra. «Quale canzone?» mi sfidò. Ci pensai su un secondo, stringendo il manico della busta. «Dipende dal livello di umiliazione emotiva.» Luciana annuì lentamente, l'ombra del sorriso ancora sulle labbra carnose. «Risposta corretta.»
Rimasi lì, con la busta di plastica che mi segava le dita, a guardarla riporre le cuffie. «Dove vai?» le chiesi. «A camminare.» «Alle dieci e mezza?» Luciana fece spallucce, stringendosi nella felpa. «La sanità mentale non ha orari.» «Ti accompagno.» Lei abbassò lo sguardo sulla mia mano. «Con le patatine?» «Sono supporto logistico.»
Iniziammo a camminare verso il parco del quartiere. L'atmosfera era quella tipica delle sere di fine estate in provincia: le famiglie e i bambini erano ormai spariti, inghiottiti dai palazzi, e i vialetti erano illuminati da luci basse e giallognole. C'era solo qualche coppietta isolata sulle panchine più buie, il frinire ostinato delle cicale nell'erba secca e il rumore sordo e lontano delle auto sulla tangenziale. L'unico suono costante vicino a noi era il fruscio ridicolo della mia busta della spesa a ogni passo.
