«Tu perché cammini?» le chiesi, dopo aver superato la zona dell'area cani. «Perché se resto in casa mi parte il cervello.» «Ah,» annuii, «quindi anche tu hai il pacchetto premium.» «Ansia, insonnia e pensieri intrusivi. Tutto incluso.» «Bell'abbonamento.» «Non riesco a disdirlo.»
Ridemmo amaro. Era questo il nostro linguaggio: dolore reale, risposta ironica. Parlammo di università, del terrore puro che ci prendeva guardando i nostri coetanei che sembravano avere una vita perfettamente organizzata, con esami dati in tempo, vacanze di gruppo e relazioni stabili. Parlammo del fatto che entrambi, in mezzo agli altri, ci sentivamo come pezzi di un puzzle di un'altra scatola. Essere adulti a metà era una sensazione intrisa di cringe costante.
Eravamo arrivati nella parte più buia del vialetto principale. Io stavo parlando del fatto che, secondo me, mangiare i noodles a mezzanotte fosse un diritto inalienabile, quando Luciana fece una mossa imprevedibile. Senza dire una parola, allungò una mano e si tuffò letteralmente nella mia busta della spesa per rubarmi una Monster.
«Ehi!» sbottai, provando a tirare indietro la busta. Lei l'aveva già afferrata. Fece un passo indietro ridendo, un suono di gola, vittorioso. Ma nel farlo, il tallone del suo stivaletto calcolò male la distanza dal bordo di cemento dell'aiuola. Inciampò all'indietro, perdendo l'equilibrio.
Il mio corpo reagì prima del cervello. Feci uno scatto in avanti, allungando le braccia libere. Le mie mani le afferrarono i fianchi un istante prima che cadesse. L'impatto fu morbido ma deciso. Luciana finì praticamente contro di me. Per un istante, la felpa grigia si sollevò appena sotto la pressione delle mie dita, e io sentii il calore bruciante della sua pelle attraverso il tessuto leggero dei leggings. Il suo respiro mi sfiorò il collo. Percepì fisicamente la sua morbidezza assoluta: il peso naturale del suo corpo contro il mio, il suo seno pieno che si schiacciò inavvertitamente contro il mio braccio, solido e caldo. Fu un lampo di fisicità densa, improvvisa.
Si staccò quasi subito, sgranando gli occhi. «Madonna, mi hai quasi uccisa,» sbuffò, sistemandosi la felpa. «Ti ho salvata,» replicai, cercando di ignorare il formicolio sui polpastrelli. «Con quella presa sembravi un buttafuori ansioso.» «Prego, comunque.» Lei alzò il mento, spavalda. «Ridammi la Monster.» «L'hai rubata tu.» «Era una tassa.»
Riprendemmo a camminare. Era stato un momento goffo, quasi comico. Non l'avevo guardata con desiderio predatorio, né ci eravamo fissati in un silenzio carico di tensione. Eppure, il mio cervello lo aveva registrato. Il contatto durò meno di due secondi, troppo poco per diventare qualcosa e abbastanza per restargli addosso senza motivo.
Non parlammo dell'incidente. Scivolammo di nuovo nelle battute, il modo più sicuro per ristabilire le distanze. A un certo punto, Lulu prese il filo delle cuffie che aveva attorno al collo e me ne porse una. «Senti questa.» La presi con sospetto. «Se piango ti denuncio.» «Piangi in silenzio, almeno.»
Infilai la cuffia nell'orecchio. Era una traccia lenta, malinconica, una di quelle canzoni perfette per guardare fuori dal finestrino in una giornata di pioggia. Camminammo così, affiancati, uniti da un cavo bianco sottilissimo che ci costringeva a mantenere la stessa identica andatura per non farlo strappare. Era un'intimità strana, pacifica. Non sessuale, ma profonda. Non stavo bene. Non davvero. Però camminare accanto a Lulu, con una busta di schifezze in mano e una canzone triste in un orecchio, era meglio che marcire in camera mia a fissare il soffitto.
Tornammo sotto i nostri palazzi. La luce gialla dell'androne di Luciana era accesa, come un faro nella notte di provincia. Mi fermai davanti al mio cancello. «Comunque la tua spesa resta vergognosa,» sentenziò lei. «La tua playlist pure.» «La mia playlist ha valore artistico.» «La mia Monster ha valore energetico.»
Luciana rigirò la lattina verde tra le mani. Non fece il gesto di rimettermela nella busta. «Questa la prendo io.» «Quindi mi hai rapinato.» «Considerala beneficenza emotiva.» Fece un mezzo sorriso, di quelli che le piegavano un solo angolo della bocca carnosa. «Notte, Andre.» «Notte, Lulu.» Entrai nel mio portone. Mentre chiamavo l'ascensore, mi resi conto che il silenzio della casa, quello che mi aveva terrorizzato tutto il pomeriggio, era ancora lì. Ma era meno feroce.
La casa era immersa nell’oscurità. Non accesi la luce grande della camera, solo l’abat-jour sul comodino, quella con la lampadina troppo calda che faceva sembrare tutto più vecchio e più triste. Appoggiai la busta sulla scrivania. Le patatine fecero un rumore stupido, fuori posto, quasi comico in mezzo a tutto quel silenzio.
Mi buttai sul letto a pancia in su.
Per qualche minuto non feci niente. Guardai il soffitto. Poi presi il telefono, aprii TikTok, chiusi TikTok, aprii Instagram, lo richiusi prima ancora di capire cosa stessi cercando. Il corpo, però, era ancora sveglio. La testa no. La testa era stanca, sporca di ricordi, piena di immagini che non sapevo più dove mettere.
Non avevo davvero voglia. O forse sì. Non capivo più la differenza.
Alla fine scivolai dentro quel gesto automatico, quasi per inerzia. Non per fare qualcosa di bello. Più per abbassare il volume. Per vedere se almeno il corpo riusciva a finire una cosa che la testa continuava a rovinare.
All’inizio pensai ad Angela. Era facile, in teoria. Angela era nuova. Pulita. Non nel senso morale, ma nel senso che non aveva ancora fatto in tempo a diventare dolore. Mi tornò in mente la palestra: il top sportivo scuro, il sudore sul collo, la mano sfiorata sul perno del macchinario, il sorriso appena malizioso quando aveva detto che sabato forse sarebbe tornata al bar.
Il desiderio rispose.
Per qualche secondo funzionò davvero.
Poi Elena tornò.
Non bussò nemmeno. Entrò e basta, come faceva sempre. Il suo seno sotto la mia bocca, la sua risata sul cuscino, il letto che cigolava mentre lei cercava di non ridere e rideva comunque. La sua mano tra i miei capelli. Il modo in cui il suo corpo mi conosceva senza bisogno di istruzioni. Il dopo, soprattutto. Lei nuda contro di me, tranquilla, come se restare lì fosse la cosa più naturale del mondo.
Mi si chiuse qualcosa nel petto.
Per un attimo pensai che sarebbe successo di nuovo. Che mi sarei fermato, che avrei lanciato il telefono, che sarei rimasto lì con addosso quella vergogna triste e appiccicosa della mattina. Elena aveva ancora quel potere assurdo: trasformare perfino il piacere in mancanza.
Poi, senza che lo cercassi, arrivò un’altra immagine.
Lulu che inciampava.
Non era nemmeno un’immagine sexy, non davvero. Era lei che rideva con la Monster in mano, la felpa grigia sollevata male, gli occhi spalancati per la sorpresa, il corpo finito contro il mio per meno di due secondi. Le mie mani sui suoi fianchi. Il calore improvviso della sua pelle sotto la stoffa. Il suo seno premuto per sbaglio contro il mio braccio. E subito dopo la sua voce, roca e scema, che mi accusava di averla quasi uccisa.
Mi venne quasi da ridere.
Ed era quella la cosa assurda. Non il contatto. Non il corpo. Il fatto che, in mezzo a quel casino, quel ricordo non mi chiedesse di soffrire. Non pretendeva niente. Non aveva tre anni addosso. Non aveva promesse, stanze, anniversari, foto, frasi dette e poi marcite. Era solo una cosa successa poche ore prima, una cazzata al parco, una ragazza con la felpa larga che mi aveva rubato una Monster e mi aveva fatto camminare quando io sarei rimasto a marcire in camera.
Elena tornò ancora, perché tornava sempre.
Ma stavolta non riuscì a prendersi tutto.
Il piacere salì in modo confuso, quasi colpevole. Angela, Elena, Lulu, la palestra, il letto di prima, la cuffia divisa nel parco, la voce di Elena nel sogno, la risata di Lulu nel buio. Era tutto mischiato. Troppo. Sbagliato forse. Umano, sicuramente.
Alla fine venni con un respiro spezzato, più stanco che soddisfatto.
Rimasi immobile, gli occhi aperti verso il soffitto. Non fu una vittoria. Non fu liberatorio come nei film, né sporco nel modo semplice in cui avrei voluto. Era successo e basta.
Stavolta non mi ero fermato.
Non sapevo se fosse una cosa bella o una cosa triste.
Però, per la prima volta da mesi, dentro quel punto esatto in cui Elena mi faceva sempre male, era entrato qualcos’altro.
Lo schermo del telefono si illuminò sul materasso. Allungai un braccio stanco e lo presi.
Luciana: la Monster faceva schifo comunque Sorrisi nel buio. Andrea: l’hai rubata tu Luciana: evidentemente rubo male
Andrea rise piano, col telefono appoggiato sul petto. Elena era ancora lì, da qualche parte. Ma per la prima volta da mesi, non occupava tutto lo spazio.
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sono alle prime armi con i racconti erotici e spero possiate apprezzare quello che pubblico.
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