Facevo schifo, e lo specchio del mio bagno, macchiato di schizzi di dentifricio e calcare, non faceva assolutamente nulla per nasconderlo.
Fuori dalla finestra aperta c'era quel caldo umido e appiccicoso di inizio settembre, quello che ti toglie il respiro e ti fa sudare anche se stai fermo immobile. Avevo il ventilatore acceso al massimo, puntato dritto sul letto sfatto, ma serviva solo a spostare aria calda in una stanza che odorava di chiuso, di lenzuola stropicciate e di pura e semplice ansia.
Ero al terzo cambio di maglietta. Ne avevo già buttate due sul materasso, abbandonate in mezzo a un groviglio di coperte. Non mi sto preparando per lei, mi ripetevo mentalmente, cercando di crederci. È solo una birra al solito posto. Esco per una fottuta birra.
Eppure, avevo appena fatto lo sbaglio madornale di spruzzarmi il profumo buono. Due spruzzi sul collo. Uno di troppo. Mi annusai, storcendo il naso, e imprecai a mezza voce: sapevo di appuntamento galante, sapevo di disperazione e di aspettative. Era decisamente troppo. Cercai di strofinare la pelle con l'asciugamano ruvido per smorzarne l'intensità, sentendomi incredibilmente patetico.
Sul letto, lo schermo del telefono si illuminò. Lo fissai per un istante da lontano, il cuore che perdeva un battito infantile nel petto: Magari Angela ha visto la mia storia. Mi odiai istantaneamente per quel pensiero, per averlo anche solo concepito. Presi il telefono. Nessuna notifica di Instagram, ovviamente. Solo il gruppo WhatsApp che esplodeva.
Fede: Stasera bar? Marco: Ci sta Angela forse. Fede: Andre svegliati.
Digitai velocemente, i polpastrelli un po' scivolosi di sudore sullo schermo.
Andrea: ma che cazzo volete Marco: ti sei già lavato? Andrea: vi odio
Lanciai il telefono sulle coperte. Ma mentre lo facevo, non potei fare a meno di sorridere. Un sorriso piccolo, tirato, ma reale. Ero ridicolo, me ne rendevo conto. Dopo tre mesi passati a trascinarmi per casa come un fantasma, bastava l'idea, il vago "forse c'è Angela", per farmi agitare. Non avevamo scambiato più di dieci frasi in totale. Non era innamoramento, era solo curiosità, una scossa elettrica di fantasia pura in mezzo al torpore di quell'estate di merda. Eppure, mi faceva sentire vivo.
Tornai davanti all'armadio aperto. Presi una maglia nera, la più semplice che avevo. Me la infilai, tirandola giù sui fianchi, il cotone contro la pelle accaldata. Mi guardai nello specchio e mi passai una mano tra i capelli. Mi stava bene. Era pulita. Per sicurezza, infilai il naso nel colletto, paranoico, per assicurarmi che non sapesse di cassetto chiuso. Tutto a posto.
Poi, dal nulla, la sua voce. Così sembri un cameriere triste, Andre.
Mi bloccai. Le mie mani rimasero a mezz'aria, aggrappate al bordo inferiore della maglia nera. Fissai il mio riflesso, ma per un secondo vidi Elena seduta sul mio letto, con le ginocchia al petto, che mi prendeva in giro con quel sorriso storto che per anni era stato la mia casa. Lasciai andare la stoffa. Feci un respiro profondo, l'aria calda della stanza che mi riempiva i polmoni senza darmi sollievo. Non era nemmeno un ricordo importante. Era un dettaglio insignificante, una battuta stupida detta un martedì qualunque mentre mi vestivo. Ed era proprio quello il problema.
L'aria condizionata della mia Punto era rotta da settimane, ma quella sera di fine giugno, parcheggiati sotto casa sua, non faceva alcuna differenza. L'abitacolo era un forno crematorio, l'aria era densa e irrespirabile, eppure io avevo i brividi.
Avevamo parlato per ore. O meglio, avevamo girato in tondo, sbattendo contro gli stessi muri, esaurendo le parole, i rimproveri, fino a ridurci a due gusci vuoti. Non c'erano state urla o piatti rotti. C'era solo quella stanchezza densa, spossante, quella che ti fa pesare la testa sul collo.
Elena era seduta al posto del passeggero. Si torturava una pellicina del pollice, il viso illuminato a metà dalla luce giallognola e malata del lampione fuori dal finestrino. I suoi occhi erano gonfi, lucidi di lacrime silenziose che continuavano a scendere senza singhiozzi. Io mi aggrappavo al volante con entrambe le mani, le nocche bianche, sperando con tutto me stesso che quel pianto silenzioso fosse un ponte, un modo per dirmi fermiamo tutto, ho paura, rimango con te. Ma non lo era.
«Non è che non ti voglio bene, Andre,» sussurrò. La sua voce era morbida, dolce. Comprensiva. Mi fece venire voglia di prendere a pugni il cruscotto finché non mi fossi spaccato le mani. «E allora che cazzo significa?» sbottai. Non volevo alzare la voce, ma la frustrazione mi graffiava la gola. Un lampo di rabbia sorda, impotente. Elena voltò il viso, guardando fuori dal finestrino, verso il portone scuro del suo condominio. «Significa che non sono più quella di prima.» «Ma che vuol dire?» La mia voce si incrinò. Odiavo sentirmi così fragile, così disperatamente aggrappato a lei. «Che non riesco più a stare dentro questa cosa come ci stavi tu.»
Non mi guardò mentre lo diceva. Era una constatazione, nuda e cruda. Nessuna accusa, nessuna colpa da addossarmi. Solo la geometria sballata del nostro rapporto che non combaciava più. Spostò la mano dal suo grembo e, con un automatismo crudele, mi sfiorò il braccio. Le sue dita calde sul mio bicipite, come aveva fatto mille altre volte mentre guidavo. Il mio corpo reagì prima della mia mente: un brivido caldo, un guizzo di speranza violenta che mi squarciò il petto. Mi sta toccando. È come prima. Possiamo rimettere tutto a posto. Poi ritirò la mano, asciugandosi in fretta una lacrima con il dorso, e la realtà mi crollò addosso. Era solo un'abitudine. Il suo corpo ricordava la forma del mio, ma lei era già altrove, chilometri lontana da quell'abitacolo rovente.
«Devo salire,» mormorò. Si sporse verso di me per salutami. I nostri movimenti furono goffi, scoordinati, un disastro di tempismo e dolore. Io alzai il viso, le labbra dischiuse, un bisogno umiliante e feroce di baciarla un'ultima volta, di costringerla a sentire qualcosa. Ma mi bloccai a un millimetro dalla sua bocca, paralizzato, incapace di forzarla. Lei esitò, poi mi strinse in un mezzo abbraccio rigido, premendo le labbra sulla mia guancia. Un bacio bagnato di lacrime, freddo. Un bacio che sapeva di chiusura definitiva.
Sentii la portiera aprirsi, l'aria notturna che entrava di colpo nell'abitacolo. Non mi voltai a guardarla mentre si allontanava e spariva nel portone. Rimasi lì, a fissare il volante vuoto.
In quel momento lo capii, con una lucidità che mi fece mancare l'aria. La cosa peggiore non era che Elena fosse diventata cattiva. Se mi avesse tradito, se mi avesse urlato contro che mi odiava, avrei avuto qualcosa da combattere, un mostro da odiare a mia volta per andare avanti. La cosa peggiore era che non lo era per niente. Era rimasta la ragazza dolce, imperfetta e meravigliosa di sempre. Solo che non era più la mia.
L'estate scivolò via così, storta e disordinata. Mesi che passavano senza farmi guarire di un singolo millimetro, un tempo denso in cui provavo a vivere ma lo facevo male, inciampando in continuazione. I miei amici ci provavano, a modo loro. Ci provavano in quel modo goffo e maldestro di chi ti vuole bene ma non ha la minima idea di come si rimetta in sesto uno che è stato lasciato dopo tre anni.
«Frate, devi uscire,» mi ripeteva Fede, appoggiato al bancone del bar con la sua mezza chiara in mano. «Sono uscito ieri.» «Sì, ma eri morto.» «Sempre uscito è.»
E allora uscivo. Per inerzia, per non stare a fissare il soffitto. Le serate si scioglievano in una provincia umida e sempre uguale a se stessa: il muretto di mattoni del parchetto, il neon bianco del distributore automatico aperto h24, la ricerca disperata di un cornetto caldo alle tre del mattino in qualche panificio di periferia. Eravamo costantemente in cinque, compressi in una macchina a girare a vuoto, con i finestrini abbassati e qualcuno sul sedile posteriore che rollava malissimo facendo cadere il tabacco sui sedili. Un accendino perso sotto i tappetini, sorsi di birra ormai calda comprata all'alimentari, mezz'ore intere passate a fissare la strada senza riuscire a decidere dove andare. «Andiamo al mare?» proponeva ciclicamente Marco, alle due di notte. Non ci siamo mai andati. Conobbi anche una ragazza, una sera. Il suo nome mi scivolò dalla testa la mattina successiva, evaporato insieme ai fumi del gin.
