Lulu

Capitolo 1 - Non Chiamarmi Lulu

Dopo un’estate passata a cercare corpi per dimenticare Elena, Andrea esce per una ragazza appena sfiorata e incontra Luciana.
Tra fumo, ansia e battute sbagliate, una notte qualunque diventa il primo momento in cui sentirsi meno soli.

A
ale🍻

2 ore fa

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Facevo schifo, e lo specchio del mio bagno, macchiato di schizzi di dentifricio e calcare, non faceva assolutamente nulla per nasconderlo.

Fuori dalla finestra aperta c'era quel caldo umido e appiccicoso di inizio settembre, quello che ti toglie il respiro e ti fa sudare anche se stai fermo immobile. Avevo il ventilatore acceso al massimo, puntato dritto sul letto sfatto, ma serviva solo a spostare aria calda in una stanza che odorava di chiuso, di lenzuola stropicciate e di pura e semplice ansia.

Ero al terzo cambio di maglietta. Ne avevo già buttate due sul materasso, abbandonate in mezzo a un groviglio di coperte. Non mi sto preparando per lei, mi ripetevo mentalmente, cercando di crederci. È solo una birra al solito posto. Esco per una fottuta birra.

Eppure, avevo appena fatto lo sbaglio madornale di spruzzarmi il profumo buono. Due spruzzi sul collo. Uno di troppo. Mi annusai, storcendo il naso, e imprecai a mezza voce: sapevo di appuntamento galante, sapevo di disperazione e di aspettative. Era decisamente troppo. Cercai di strofinare la pelle con l'asciugamano ruvido per smorzarne l'intensità, sentendomi incredibilmente patetico.

Sul letto, lo schermo del telefono si illuminò. Lo fissai per un istante da lontano, il cuore che perdeva un battito infantile nel petto: Magari Angela ha visto la mia storia. Mi odiai istantaneamente per quel pensiero, per averlo anche solo concepito. Presi il telefono. Nessuna notifica di Instagram, ovviamente. Solo il gruppo WhatsApp che esplodeva.

Fede: Stasera bar? Marco: Ci sta Angela forse. Fede: Andre svegliati.

Digitai velocemente, i polpastrelli un po' scivolosi di sudore sullo schermo.

Andrea: ma che cazzo volete Marco: ti sei già lavato? Andrea: vi odio

Lanciai il telefono sulle coperte. Ma mentre lo facevo, non potei fare a meno di sorridere. Un sorriso piccolo, tirato, ma reale. Ero ridicolo, me ne rendevo conto. Dopo tre mesi passati a trascinarmi per casa come un fantasma, bastava l'idea, il vago "forse c'è Angela", per farmi agitare. Non avevamo scambiato più di dieci frasi in totale. Non era innamoramento, era solo curiosità, una scossa elettrica di fantasia pura in mezzo al torpore di quell'estate di merda. Eppure, mi faceva sentire vivo.

Tornai davanti all'armadio aperto. Presi una maglia nera, la più semplice che avevo. Me la infilai, tirandola giù sui fianchi, il cotone contro la pelle accaldata. Mi guardai nello specchio e mi passai una mano tra i capelli. Mi stava bene. Era pulita. Per sicurezza, infilai il naso nel colletto, paranoico, per assicurarmi che non sapesse di cassetto chiuso. Tutto a posto.

Poi, dal nulla, la sua voce. Così sembri un cameriere triste, Andre.

Mi bloccai. Le mie mani rimasero a mezz'aria, aggrappate al bordo inferiore della maglia nera. Fissai il mio riflesso, ma per un secondo vidi Elena seduta sul mio letto, con le ginocchia al petto, che mi prendeva in giro con quel sorriso storto che per anni era stato la mia casa. Lasciai andare la stoffa. Feci un respiro profondo, l'aria calda della stanza che mi riempiva i polmoni senza darmi sollievo. Non era nemmeno un ricordo importante. Era un dettaglio insignificante, una battuta stupida detta un martedì qualunque mentre mi vestivo. Ed era proprio quello il problema.

L'aria condizionata della mia Punto era rotta da settimane, ma quella sera di fine giugno, parcheggiati sotto casa sua, non faceva alcuna differenza. L'abitacolo era un forno crematorio, l'aria era densa e irrespirabile, eppure io avevo i brividi.

Avevamo parlato per ore. O meglio, avevamo girato in tondo, sbattendo contro gli stessi muri, esaurendo le parole, i rimproveri, fino a ridurci a due gusci vuoti. Non c'erano state urla o piatti rotti. C'era solo quella stanchezza densa, spossante, quella che ti fa pesare la testa sul collo.

Elena era seduta al posto del passeggero. Si torturava una pellicina del pollice, il viso illuminato a metà dalla luce giallognola e malata del lampione fuori dal finestrino. I suoi occhi erano gonfi, lucidi di lacrime silenziose che continuavano a scendere senza singhiozzi. Io mi aggrappavo al volante con entrambe le mani, le nocche bianche, sperando con tutto me stesso che quel pianto silenzioso fosse un ponte, un modo per dirmi fermiamo tutto, ho paura, rimango con te. Ma non lo era.

«Non è che non ti voglio bene, Andre,» sussurrò. La sua voce era morbida, dolce. Comprensiva. Mi fece venire voglia di prendere a pugni il cruscotto finché non mi fossi spaccato le mani. «E allora che cazzo significa?» sbottai. Non volevo alzare la voce, ma la frustrazione mi graffiava la gola. Un lampo di rabbia sorda, impotente. Elena voltò il viso, guardando fuori dal finestrino, verso il portone scuro del suo condominio. «Significa che non sono più quella di prima.» «Ma che vuol dire?» La mia voce si incrinò. Odiavo sentirmi così fragile, così disperatamente aggrappato a lei. «Che non riesco più a stare dentro questa cosa come ci stavi tu.»

Non mi guardò mentre lo diceva. Era una constatazione, nuda e cruda. Nessuna accusa, nessuna colpa da addossarmi. Solo la geometria sballata del nostro rapporto che non combaciava più. Spostò la mano dal suo grembo e, con un automatismo crudele, mi sfiorò il braccio. Le sue dita calde sul mio bicipite, come aveva fatto mille altre volte mentre guidavo. Il mio corpo reagì prima della mia mente: un brivido caldo, un guizzo di speranza violenta che mi squarciò il petto. Mi sta toccando. È come prima. Possiamo rimettere tutto a posto. Poi ritirò la mano, asciugandosi in fretta una lacrima con il dorso, e la realtà mi crollò addosso. Era solo un'abitudine. Il suo corpo ricordava la forma del mio, ma lei era già altrove, chilometri lontana da quell'abitacolo rovente.

«Devo salire,» mormorò. Si sporse verso di me per salutami. I nostri movimenti furono goffi, scoordinati, un disastro di tempismo e dolore. Io alzai il viso, le labbra dischiuse, un bisogno umiliante e feroce di baciarla un'ultima volta, di costringerla a sentire qualcosa. Ma mi bloccai a un millimetro dalla sua bocca, paralizzato, incapace di forzarla. Lei esitò, poi mi strinse in un mezzo abbraccio rigido, premendo le labbra sulla mia guancia. Un bacio bagnato di lacrime, freddo. Un bacio che sapeva di chiusura definitiva.

Sentii la portiera aprirsi, l'aria notturna che entrava di colpo nell'abitacolo. Non mi voltai a guardarla mentre si allontanava e spariva nel portone. Rimasi lì, a fissare il volante vuoto.

In quel momento lo capii, con una lucidità che mi fece mancare l'aria. La cosa peggiore non era che Elena fosse diventata cattiva. Se mi avesse tradito, se mi avesse urlato contro che mi odiava, avrei avuto qualcosa da combattere, un mostro da odiare a mia volta per andare avanti. La cosa peggiore era che non lo era per niente. Era rimasta la ragazza dolce, imperfetta e meravigliosa di sempre. Solo che non era più la mia.

L'estate scivolò via così, storta e disordinata. Mesi che passavano senza farmi guarire di un singolo millimetro, un tempo denso in cui provavo a vivere ma lo facevo male, inciampando in continuazione. I miei amici ci provavano, a modo loro. Ci provavano in quel modo goffo e maldestro di chi ti vuole bene ma non ha la minima idea di come si rimetta in sesto uno che è stato lasciato dopo tre anni.

«Frate, devi uscire,» mi ripeteva Fede, appoggiato al bancone del bar con la sua mezza chiara in mano. «Sono uscito ieri.» «Sì, ma eri morto.» «Sempre uscito è.»

E allora uscivo. Per inerzia, per non stare a fissare il soffitto. Le serate si scioglievano in una provincia umida e sempre uguale a se stessa: il muretto di mattoni del parchetto, il neon bianco del distributore automatico aperto h24, la ricerca disperata di un cornetto caldo alle tre del mattino in qualche panificio di periferia. Eravamo costantemente in cinque, compressi in una macchina a girare a vuoto, con i finestrini abbassati e qualcuno sul sedile posteriore che rollava malissimo facendo cadere il tabacco sui sedili. Un accendino perso sotto i tappetini, sorsi di birra ormai calda comprata all'alimentari, mezz'ore intere passate a fissare la strada senza riuscire a decidere dove andare. «Andiamo al mare?» proponeva ciclicamente Marco, alle due di notte. Non ci siamo mai andati. Conobbi anche una ragazza, una sera. Il suo nome mi scivolò dalla testa la mattina successiva, evaporato insieme ai fumi del gin.

La solitudine era subdola. Non era una tristezza continua e lineare, era fatta di picchi, voragini e contraddizioni. A luglio, una sera, seduto sui gradini di una piazza, avevo riso fino a piegarmi in due per una cazzata di Fede. Avevo riso tantissimo, con le lacrime agli occhi. E improvvisamente, mentre tornavo a casa da solo camminando lungo i marciapiedi vuoti, mi ero sentito terrorizzato. Perché se riuscivo a ridere in quel modo, se i polmoni potevano ancora riempirsi d'aria per una battuta, allora forse non ero completamente distrutto. E se non ero distrutto, perché mi faceva ancora così fottutamente male?

In mezzo a quel caos vuoto c'era stata anche Flavia. Due notti a luglio. Non abbastanza per chiamarla una storia, decisamente troppo per fingere che non fosse successo niente.

Flavia aveva un fascino molto minuto, nervoso, quasi felino. Il suo fisico era asciutto, stretto, con spalle sottili, braccia fini e una struttura complessivamente leggera. Non dava l'idea di una ragazza formosa o morbida, ma di una presenza magra, compatta, spigolosa nel modo giusto, con una sensualità più tagliente che abbondante. La sua forza stava proprio lì: sembrava piccola, quasi fragile, però nello sguardo e nella posa c’era un’aria sicura, provocatoria, tipica di una persona che sa perfettamente che effetto fa. Il suo viso era un palcoscenico: occhi scuri e allungati, sopracciglia marcate, un trucco netto con l'eyeliner tirato e labbra piene e lucide che risaltavano in modo prepotente. Lineamenti mediterranei, intensi, e un'espressione spesso seria, un po’ altezzosa, come se guardasse il mondo dall’alto al basso. I capelli scuri, mossi e voluminosi, le davano un’aria selvaggia e disordinata. Indossava sempre top aderenti che valorizzavano un seno contenuto e proporzionato, un dettaglio elegante e compatto. La sua era una sensualità notturna, ruvida, un po' strafottente. L'aria da "brava a sembrare cattiva". Messaggi alle tre del mattino, nessuna richiesta di spiegazioni, nessuna pretesa di dolcezza. Sembrava sempre che stesse scappando da qualcosa.

Una notte calda di fine luglio, eravamo parcheggiati con la mia macchina dietro al palazzetto dello sport. Io provavo ad accendermi una sigaretta, ma le mani mi tremavano per la stanchezza e finii per tossire malamente dopo il primo tiro. Flavia scoppiò in una risata storta, mi tolse la sigaretta di bocca e la buttò fuori dal finestrino. Poi mi baciò. Un bacio che sapeva di fumo e di un'urgenza disordinata. L'abitacolo era un inferno, il sedile era tirato indietro male e la cintura mi segava il fianco. Flavia rise di nuovo, un suono basso contro la mia bocca, quando sbattei forte il ginocchio contro la leva del cambio nel tentativo di avvicinarmi a lei. Poi mi prese il viso tra le mani, stringendomi le guance, e smise di ridere. I suoi occhi si scurirono.

La tirai su di me, in grembo, il caldo soffocante che faceva appiccicare i vestiti alla pelle. Le mie mani scivolarono sotto il suo top, trovando la pelle calda e nuda della sua schiena, sentendo le vertebre sotto i polpastrelli. Lei inarcò la schiena con un gemito basso, premendosi contro di me, la sua bocca affamata, i denti che mi sfioravano il labbro inferiore. Per qualche minuto, il corpo fu una cosa incredibilmente semplice. Solo pelle, fiato corto, l'umidità dell'aria e il mondo chiuso fuori dai vetri appannati della Punto. Per un attimo brevissimo, bruciante, mi sentii vivo.

Poi finì. Flavia si staccò, il respiro ancora un po' corto. Si tirò giù la maglia con un gesto brusco, si sistemò i capelli guardandosi frettolosamente nello specchietto retrovisore e disse una cazzata, qualcosa sull'umidità, che nemmeno registrai. Io annuii, guardando il cruscotto impolverato, e in quel preciso istante capii che il sesso, la pelle di un'altra persona, poteva spegnere il dolore solo finché durava. Subito dopo, il vuoto si spalancava di nuovo, identico a prima.

Torniamo a settembre. Alla mia stanza, alla maglia nera e al ventilatore. Presi le chiavi dal comodino, me le infilai in tasca ed uscii chiudendomi la porta alle spalle. Scesi le scale un po' di fretta, i gradini consumati sotto le suole. Passando per il primo piano, sentii mia madre che mi urlava qualcosa dalla cucina a proposito delle zanzariere, ma finsi di non aver sentito e tirai dritto.

L'androne del palazzo mi accolse con il suo perenne, pungente odore di detersivo per i pavimenti al limone. Spinsi il pesante portone di ferro e vetro, che rispose con il solito stridio metallico a cui ormai ero assuefatto. L'aria della sera mi investì il viso; faceva ancora caldo, ma almeno non era l'aria viziata della mia camera. Sul marciapiede davanti casa regnava il solito disordine: la Yaris grigia del signor Nardi parcheggiata talmente storta da invadere metà del passaggio pedonale, e un motorino scarburato lasciato in bilico sul cavalletto.

Mi fermai sul bordo della strada per accendermi una sigaretta. Mentre schermavo la fiamma dell'accendino con la mano, alzai lo sguardo. Dall’altra parte della strada, nel palazzo quasi di fronte al mio, c'era una luce accesa dietro le tapparelle del secondo piano. Lì ci abitava Luciana. Lucy per tutti. Lo sapevo da anni, le avrò incrociato lo sguardo un centinaio di volte sulle scale o al supermercato, ma non ci avevo mai pensato davvero. In provincia certe persone fanno parte del paesaggio prima ancora di diventare persone.

Il piazzale davanti al bar era esattamente come lo avevo lasciato, come se l'intera estate non fosse mai passata. La solita bolla di provincia, rassicurante e asfissiante allo stesso tempo. C'erano i tavolini di plastica sparsi senza un vero ordine, i motorini parcheggiati male in doppia fila, gruppetti di ragazzi appoggiati alle fiancate delle macchine con le portiere aperte per far uscire la musica distorta da qualche cassa Bluetooth. L'aria sapeva di asfalto caldo, fumo e birre economiche. C'era sempre qualcuno che sbracciava per salutare da lontano, qualcuno che chiedeva in prestito una cartina, e il classico gruppo che ripeteva "vabbè, mo ce ne andiamo" per poi rimanere piantato lì un'altra ora abbondante.

Mi avvicinai al nostro solito tavolo. Cercai Angela con lo sguardo, spazzando la folla con finta noncuranza, ma non c'era. «Eccolo, il vedovo,» esordì Fede, alzando la sua mezza chiara in segno di saluto. Mi sedetti, tirando indietro la sedia di plastica che stridette sull'asfalto. «Vi fa proprio schifo essere normali?» Marco ghignò, accendendosi una sigaretta. «Angela ancora non è arrivata.» «Io non sono venuto per Angela,» mentii, guardando un punto indefinito oltre la sua spalla. «No, infatti ti sei messo il profumo per il barista,» ribatté Fede, inesorabile.

Li mandai a quel paese con un gesto della mano, ma sentii il calore salirmi alle guance. Angela comparve circa venti minuti dopo. Stava andando verso l'ingresso del bar con un'amica. Passò vicino al nostro tavolo. Mi preparai mentalmente, sentendo quello stupido formicolio allo stomaco. Lei si voltò appena. «Ciao.» «Ciao,» risposi. «Tutto bene?» mi chiese, rallentando un millimetro il passo, ma senza fermarsi davvero. «Sì, tu?» «Sì.» E se ne andò. Fine della grande interazione. Eppure, mi restò addosso come una macchia. Mentre i miei amici riprendevano a parlare, io mi incantai a fissare il fondo del mio bicchiere, torturandomi. Avevo detto quel sì in un modo stranissimo. La voce mi era uscita un tono più alta del normale, quasi strozzata. Ero suonato finto, bisognoso, scemo. Un'inadeguatezza reale, fisica, che mi faceva sentire un adolescente sfigato alla sua prima uscita.

Mentre ero perso a compatirmi, la vidi. Luciana. Non l'avevo notata arrivare. Si era semplicemente aggregata a un gruppo vicino all'ingresso, materializzandosi dal nulla con quella sua presenza che non passava mai inosservata. Vederla mi fece uno strano effetto. Un tonfo sordo, dritto al petto. Non era desiderio immediato, era una scossa emotiva. Luciana era una persona del mondo di Elena. Era un frammento della mia vita passata, una presenza legata a doppio filo alla relazione appena finita. Per me era quasi intoccabile, non dal punto di vista erotico, ma da quello emotivo. Era il fantasma del periodo in cui Elena era ancora la mia casa.

Eppure, era impossibile non guardarla. Luciana aveva una bellezza intensamente fisica, morbida e magnetica. Fisicamente ti dava subito l'idea di una ragazza curvy, ma in modo del tutto armonioso: busto pieno, spalle morbide, braccia naturali, una vita non troppo stretta ma spiccatamente femminile. Il suo corpo comunicava calore, carne, presenza. Indossava una giacca di pelle nera lasciata aperta su un top scuro e scollato, che valorizzava in modo prepotente il suo punto più evidente: un seno abbondante, pieno, pesante nel modo giusto. Non c'era nulla di rigido o artificiale in lei, solo una morbidezza carnale che rendeva la sua figura profondamente sensuale, perfino mentre se ne stava lì, curva e stanca, senza mettersi in posa.

Il suo viso era un contrasto perfetto con quel corpo dirompente. Era dolce, ma attraversato da un'ombra malinconica, quasi cupa. Aveva occhi scuri, con uno sguardo diretto ma un po' stanco, sfuggente; labbra carnose e morbide, chiuse in un'espressione seria, come se fosse perennemente annoiata o persa nei suoi pensieri. I capelli neri, lunghi, voluminosi e un po' spettinati, le incorniciavano il volto dandole quell'aria da ragazza introversa, sfacciata, urbana. Con quella sigaretta stretta tra le dita e la giacca scura, aveva un fascino decadente e disordinato: una ragazza dal corpo pieno, tenera, ma con un lato notturno e complicato. Una fragilità che rendeva la sua sensualità cruda, vera, per nulla patinata.

Decisi di avvicinarmi prima che il mio cervello potesse suggerirmi di non farlo. Mi staccai dal tavolo e la raggiunsi. Lei mi dava mezza schiena.

«Lulu,» dissi, abbastanza forte da farmi sentire sopra la musica. Sapevo che odiava quel soprannome. Tutti la chiamavano Lucy. Solo io la chiamavo Lulu, apposta, per il puro gusto di vederla sbuffare. Luciana si girò, l'espressione già infastidita, soffiando fuori una nuvola di fumo. «Non mi chiamare Lulu.» «Scusa, Lucy.» Mi squadrò da capo a piedi. I suoi occhi scuri indugiarono un secondo di troppo sul mio viso. «Mi stai prendendo per il culo?» «Un poco.» Un angolo della sua bocca carnosa si piegò in un mezzo sorriso amaro. «Vedo che la sofferenza non ti ha migliorato.» «Era difficile migliorarmi,» replicai, infilando le mani in tasca per non farle vedere che ero teso. «Infatti sei peggiorato.»

Luciana era stata per tre anni una di quelle persone che vedevo senza guardare davvero. Era amica di Elena, certo, ma non una di quelle sorelle di sangue inseparabili. Era semplicemente presente. Ai compleanni, alle serate nei pub con i tavoli troppo lunghi in cui finivi per non parlare con nessuno, alle giornate al mare in cui inevitabilmente qualcuno dimenticava il pallone o la crema solare. Con lei avevo sempre avuto una simpatia facile, superficiale. Era fatta di battute taglienti, mezze conversazioni appoggiati alle ringhiere dei balconi mentre gli altri ballavano in salotto, e insulti gratuiti tirati lì per sorridere. Tra noi non era mai successo assolutamente niente. E la cosa bella era che non era successo niente non perché ci fossimo trattenuti a stento, lottando contro un'attrazione segreta. Non era successo niente perché non c’era mai stato niente da trattenere. Eravamo neutri. O almeno, lo eravamo stati fino a quel momento.

Parlarci, adesso, era strano. C'era un imbarazzo sottile, un'elettricità scomoda nell'aria. Io provavo a fare lo spigliato, a mantenere la nostra solita dinamica fatta di frecciatine, ma sotto schiumava una tensione sociale asfissiante. Lei era l'amica di Elena. Io non sapevo come comportarmi. Avevo il terrore che mi stesse giudicando, che mi stesse compatendo, che mi leggesse in fronte l'etichetta dell'ex fidanzato distrutto e patetico. Ma, guardandola negli occhi, mi resi conto che anche Luciana non sapeva bene dove mettere le mani. Anche lei sembrava incastrata, come se non sapesse quanto potesse accorciare le distanze senza invadere un campo minato. Anche lei, a modo suo, aveva il suo periodo nero.

Fece un altro tiro di sigaretta, spostando il peso da una gamba all'altra. Il movimento fece muovere dolcemente il seno sotto il tessuto del top. «Comunque sei vivo,» disse, abbassando un po' la voce. «A tratti,» risposi. «Pensavo peggio.» «Molto umano da parte tua.» Luciana sospirò, l'espressione di colpo meno spavalda. Le sue spalle morbide si curvarono leggermente in avanti. «No, cioè…» Si fermò, perdendo per un attimo quella sua aria da dura intoccabile. Per una volta, le mancava la battuta pronta. «Volevo dire che non ti vedevo da un po'.» Io deglutii. «Sì. Sono stato… boh.» Lei mi guardò, e per un secondo vidi tutta la sua stanchezza incrociarsi perfettamente con la mia. «Boh è una località bellissima,» mormorò, facendo spallucce e accennando un sorriso sghembo. «Ci vado spesso pure io.»

Sorrisi anch'io, guardando l'asfalto. Lei stava per dire una cosa seria, una cosa forse troppo intima, si era sentita esposta e aveva sentito il bisogno di coprirla subito con una battuta per proteggersi. Non ci fu bisogno di dirselo ad alta voce. Lo capii perfettamente. In quel momento, l'ombra di Elena sparì, e vidi solo Luciana. Una ragazza incasinata, morbida e bellissima, in piedi davanti a un bar, che cercava di restare a galla esattamente come me.

Rimanemmo lì, in quel limbo strano, a fissare il traffico inesistente sulla strada principale mentre la musica del bar ci martellava alle spalle. A un certo punto, con la coda dell'occhio, vidi un movimento. Era Angela. Stava uscendo dal locale con la sua amica, probabilmente per spostarsi da qualche altra parte o per tornare a casa. Passò a un paio di metri da noi. Incrociò il mio sguardo.

«Ciao, Andrea,» disse, senza rallentare troppo il passo. «Ciao,» risposi io, cercando di mantenere un tono neutro, normale. «Tutto a posto?» «Sì. Tu?» «Sì, dai. Ci vediamo.»

Tutto qui. Luciana, di fianco a me, si era appena accesa un'altra sigaretta e stava guardando un cane randagio dall'altra parte della strada. Non aveva fatto una piega, non aveva collegato nulla, non aveva nemmeno registrato l'esistenza di Angela. Non aveva motivo di farlo. Ma io, all'improvviso, mi sentii un idiota totale. Un ragazzino goffo e patetico. Ero venuto lì stasera, mi ero cambiato tre volte la maglietta sudando per l'ansia, mi ero spruzzato quel maledetto profumo sperando di incrociare Angela, di imbastire chissà quale gioco di sguardi o di frasi a metà. E poi? Poi mi ero ritrovato a parlare con Lulu, e la cosa mi sembrava infinitamente più complicata di quanto avrebbe dovuto essere.

C'era uno spessore in Luciana, una gravità che Angela non aveva. C'era carne, c'era passato. E il fatto stesso di fare pensieri su un'altra ragazza – una cotta estiva, una distrazione – mentre ero in piedi accanto a un pezzo così ingombrante della mia vita di prima, accanto a lei, mi faceva sentire fuori posto. Come se stessi barando. Era un disagio basso, sotterraneo, un ronzio fastidioso sotto la pelle che mi faceva abbassare lo sguardo sulle mie stesse scarpe. Ero venuto per una ragazza leggera, e mi ritrovavo invischiato nel campo magnetico di una ragazza densa, scura, che mi guardava come se sapesse esattamente quanto fossi rotto dentro.

La serata, come tutte le serate di provincia che si rispettino, cominciò inesorabilmente a sfilacciarsi. Da noi non c'è mai una vera fine, un momento catartico in cui tutti dicono "buonanotte" e se ne vanno. C'è solo un lento, agonizzante logoramento delle opzioni e della pazienza. Dopo un'oretta, i nostri gruppetti si erano fusi in un unico, grande ammasso di indecisione ronzante attorno alla macchina di Marco.

«Andiamo al forno di San Vito a prenderci un cornetto?» buttò lì Fede, illuminandosi il viso con lo schermo del cellulare. Erano quasi le due. «A me va bene,» rispose Marco, appoggiato al cofano, «ma qualcuno deve allungare dieci euro per la benzina, sto in riserva sparata e il bancomat non mi va.» «Ma che palle, mo ce ne andiamo fino a lì per un cornetto di gomma? Restiamo qua, prendiamo un'altra birra,» si lamentò un altro dal sedile posteriore, con lo sportello aperto. E via così. Il solito, estenuante disco rotto.

Luciana sbuffò. Spostò il peso da una gamba all'altra, visibilmente insofferente, e con un gesto stanco si strinse leggermente la giacca di pelle nera sul petto. Il movimento schiacciò appena i suoi seni pieni e morbidi contro il bordo del top scollato. Fu un dettaglio puramente fisico, carnale, che la stoffa tesa mise in risalto con una naturalezza disarmante. Mi catturò lo sguardo per una frazione di secondo di troppo, prima che mi sforzassi di riportarlo sul suo viso. Sembrava esausta, un'ombra scura le segnava lo sguardo basso e intenso.

«Io mollo il colpo,» annunciò, con la sua voce un po' roca che tagliò il chiacchiericcio. «Domani mattina devo alzarmi presto. Me ne torno a casa.» «A piedi?» le chiese Marco, sporgendosi dal cofano. Lei fece spallucce, tirando su il bavero della giacca. «E come ci vado, volando? Sono dieci minuti di camminata.»

Fu a quel punto che Fede, con la solita mancanza di filtri che lo contraddistingueva, si intromise. Si girò verso di me, illuminato dall'idea più banale, logica e al contempo destabilizzante del mondo. «Andre, accompagnala tu, no?» disse, indicandomi con una mezza birra. «Tanto state praticamente nello stesso palazzo, la strada è quella.»

Il silenzio cadde per un istante sul nostro pezzo di marciapiede, coperto solo dal basso rimbombante della cassa del bar. Io e Luciana ci guardammo. Fu uno sguardo strano. Da un lato, era la cosa più pacifica e ovvia del mondo: abitavamo a venti metri di distanza, la strada per tornare era buia e isolata, aveva perfettamente senso che facessimo il tragitto insieme. Dall'altro lato, c'era un peso improvviso, inaspettato, in quell'idea. Camminare da soli, nel cuore della notte, staccandoci dal gruppo. Toglierci di dosso il rumore di fondo degli altri per rimanere solo noi due, il silenzio, e tutto quello che non ci stavamo dicendo.

Sentii lo stomaco contrarsi in un misto di ansia e di un'attrazione sottile che non volevo ammettere. «Sì,» dissi alla fine, schiarendomi la voce che minacciava di uscire di nuovo troppo acuta. Feci un passo verso di lei, mettendomi le mani in tasca. «Sì, certo. Andiamo.»

Luciana non fece battute sarcastiche. Non mi prese in giro. Mi guardò con quegli occhi neri, insondabili, fermandosi un secondo di più sul mio viso. Poi fece un piccolo cenno con la testa, le labbra carnose piegate in un'espressione indecifrabile. «Andiamo.»

Camminammo in silenzio per i primi duecento metri, lasciandoci alle spalle il basso rimbombante del bar e immergendoci nella quiete afosa e rotta della zona residenziale. Nessuno dei due aveva davvero voglia di salire a casa. Sapevamo entrambi, senza bisogno di dirlo, che dietro i nostri rispettivi portoni c'era solo un silenzio troppo denso ad aspettarci.

Finimmo quasi per inerzia al parchetto di cemento dietro i palazzi, uno spiazzo anonimo circondato da panchine scrostate e da un muretto basso che odorava di umidità e asfalto ancora caldo. La luce del lampione sopra di noi era di un giallo malato, intermittente, che gettava ombre spigolose sui nostri visi. In lontananza, un cane abbaiava a intervalli regolari, e il rombo di un motorino scarburato squarciò l'aria per qualche secondo prima di perdersi nella notte. Ai nostri piedi, un paio di cartacce mosse da un alito di vento inesistente.

Ci sedemmo sul muretto. A distanza normale. Non appiccicati, non lontani. Il giusto spazio vitale tra due persone che si conoscono da anni ma che non sono mai state da sole al buio. Luciana tirò fuori dal giubbotto di pelle un accendino e qualcosa di già rollato, storto e malconcio. Odore di erba economica, tabacco e benzina inziò a mescolarsi con quello delle zanzare che ci ronzavano attorno.

«Questa è l’ultima e poi salgo,» annunciò, accendendosi la punta con un gesto rapido. La guardai, inarcando un sopracciglio. «È mezza canna, Lulu.» «Non sminuire i miei averi.» «L’hai rollata tu?» «Sì.» «Si vede.» «Ti odio.»

Luciana fece il primo tiro. Aspirò profondamente, ma qualcosa andò storto: il fumo le graffiò la gola e lei scoppiò in un colpo di tosse improvviso, aspro, piegandosi in avanti e battendosi una mano sul petto, mentre il seno morbido e pesante sussultava sotto il top scuro. «Madonna,» gracchiò, con gli occhi lucidi e la voce impastata. «Brava, Snoop Dogg,» la presi in giro, allungando la mano per prendere il mozzicone incandescente. Lei me lo passò, asciugandosi una lacrima all'angolo dell'occhio col dorso della mano. «Parla quello che tossisce anche col vapore della doccia.» Volevo fare lo spavaldo. Feci un tiro lungo, profondo, aspirando l'aria calda della notte insieme al fumo denso. Sentii il bruciore esplodermi nei polmoni un secondo dopo. Iniziai a tossire malamente anch'io, in modo convulso e per niente affascinante, sputacchiando fumo e piegandomi sulle ginocchia. Eravamo ridicoli. Due ventenni goffi, sudati e imbarazzanti, lontanissimi da qualsiasi immagine cinematografica o patinata.

Luciana mi guardò tossire, le labbra carnose piegate in un mezzo sorriso. «Stai morendo?» «No,» annaspai, schiarendomi la gola e passandomi una mano tra i capelli. «Sto maturando.» «Secondo me ti manca poco.»

Ridemmo entrambi, una risata breve e raschiata che sciolse un po' della tensione. Il silenzio che seguì fu meno rigido. Era un silenzio stanco, abitato da problemi che sembravano minuscoli visti da fuori, ma che per noi pesavano come macigni.

«Tu che stai facendo mo?» le chiesi a un certo punto, passandole di nuovo la canna. Luciana sospirò, incrociando le gambe e guardando il fumo disperdersi nell'aria giallognola del lampione. «Bella domanda.» «Risposta tragica.» «Università, teoricamente.» «Teoricamente è il mio corso preferito.» Lei fece un altro tiro, stavolta senza tossire. «Sto in quella fase in cui dico che sto studiando, ma in realtà sto solo accumulando sensi di colpa in formato PDF.» Non riuscii a trattenermi e scoppiai a ridere. Era esattamente la mia vita. Era il peso di sentirsi perennemente indietro, sbagliati, inadeguati persino mentre i tuoi amici fanno battute al bar e tu fingi di divertirti. «Io apro i libri e mi viene sonno preventivo,» confessai. «Preventivo?» «Sì, il corpo capisce prima di me che sto per fallire.»

Luciana sorrise, un sorriso vero, che le illuminò il viso togliendole per un attimo quell'ombra cupa dagli occhi. Era confortante. Non ci stavamo confessando drammi epocali, stavamo solo mettendo in comune le nostre piccole, stupide vergogne quotidiane. Le nostre paralisi. «Comunque io, quando sto così, faccio la cosa più adulta possibile,» continuai, appoggiando i gomiti alle ginocchia. «Cioè?» «Mi rivedo episodi di anime che ho già visto tre volte.» «Ah, terapia seria.» «Altro che psicologo.» «Dipende dall’anime,» precisò lei, guardandomi di sottecchi. «Non giudicarmi.» «Troppo tardi.»

Iniziammo a parlare di personaggi rotti. Di quelli che fingono di avere tutto sotto controllo, che fanno gli sbruffoni, ma che dentro sono un cumulo di macerie. Parlare di loro era un modo sicuro per parlare di noi, senza esporsi troppo, aggirando il muro dell'imbarazzo. «Sai quei personaggi che fanno i coglioni tutto il tempo e poi scopri che stanno messi una merda?» disse Luciana, voltandosi a guardarmi. I suoi occhi neri erano piantati nei miei. «Stai parlando di me?» chiesi, a mezza voce. «Un poco sì.» Sostenni il suo sguardo per un secondo, sentendomi stranamente nudo, disarmato. Poi accennai un sorriso amaro. «Allora vaffanculo, ma con precisione.»

Lei ridacchiò, un suono basso, gutturale. Poi la risata si spense lentamente. Il silenzio tornò, ma stavolta era più denso. Il mozzicone di canna era ormai finito. Luciana se lo rigirava tra le dita, guardando un punto indefinito oltre il marciapiede. Sapevo che ci stavamo girando intorno.

«Comunque mi fa strano parlarti così,» disse all'improvviso, la voce un po' più roca. «Così come?» «Boh. Così.» Il mio stomaco si contrasse. Avevo capito. Non del tutto, ma l'elefante era entrato nella stanza e occupava tutto lo spazio tra noi. «Per Elena?» chiesi. Il nome mi uscì dalla bocca lasciando il solito sapore di cenere e rimpianto. Luciana non rispose subito. Portò la canna alle labbra e tirò, ma si era già spenta a metà. La buttò a terra e la schiacciò con la punta della scarpa. «Pure.»

Si passò una mano tra i capelli lunghi e mossi, sistemandosi la giacca sulle spalle. Non mi stava attaccando, e me ne rendevo conto. Il suo era un muoversi cauto in un campo minato. «Io non voglio fare quella che parla della tua ex,» chiarì, abbassando il tono della voce. «Lo so.» «Anche perché non sono manco la sua migliore amica. Però… boh. C’ero.» «Sì.» «Vi ho visti parecchio felici.»

Quella frase mi colpì con la violenza di un pugno nello stomaco. Mi tolse il respiro. Non era una pugnalata contro Elena, non era un giudizio. Era la semplice, pura validazione di quello che era stato. Una conferma che non mi ero inventato niente, che eravamo stati felici davvero, sotto gli occhi di tutti. «È quello il problema,» mormorai, sentendo la gola stringersi. «Che eravate felici?» «Sì.» Lo dissi troppo in fretta. Distolsi lo sguardo, fissando l'asfalto sbeccato sotto le mie scarpe. Sentivo gli occhi pizzicare e odiavo me stesso per quella fragilità. «Cioè, no. Non lo so.»

Luciana non mi pressò. Non fece la psicologa da quattro soldi. Rimase semplicemente lì, ferma, massiccia e presente, lasciandomi il tempo di respirare il mio stesso casino. Ripresi il controllo, deglutendo a fatica. «Mi fa incazzare che non riesco a pensare male di lei,» confessai, la voce che mi tremava appena. «Perché dovresti?» «Perché sarebbe più facile.» Avere un nemico era sempre più facile. Se fosse stata una stronza, se mi avesse fatto del male di proposito, avrei avuto qualcosa a cui appigliarmi per odiarla. «Sì,» convenne Luciana. «Però sarebbe pure una cazzata.» Non potei fare a meno di ridere piano, un suono disperato e stanco. «Grazie, Lulu. Sempre delicata.» «Prego,» rispose lei, imperturbabile. «Offro traumi realistici.»

Mi voltai a guardarla. Il suo viso era a pochi centimetri dal mio, dolce, stanco, incorniciato dai capelli neri e disordinati. La giacca aperta rivelava la pelle chiara del décolleté, una morbidezza calda e viva che contrastava con il gelo che avevo dentro. E improvvisamente mi sentii addosso una stanchezza infinita, il bisogno di dire la verità ad alta voce, almeno per una volta. Abbassai la voce, quasi vergognandomi di quello che stavo per ammettere. «A me manca una che forse non esiste più.»

Luciana rimase in silenzio. Mi guardò negli occhi, e per un lunghissimo momento l'unico suono fu il ronzio del lampione sopra le nostre teste e il frinire lontano dei grilli. Il suo sguardo non esprimeva pietà, ma una comprensione dura, concreta. «Forse esiste,» disse alla fine, con una voce così calma da sembrare una carezza. «Solo che non è più quella che stava con te.»

Lasciai che il silenzio si depositasse tra noi, denso ma improvvisamente meno ostile. Guardai Luciana. Era lì, seduta sul muretto scrostato, con la sua giacca di pelle e i capelli disordinati, a fissare un frammento di vetro sull'asfalto che rifletteva la luce gialla del lampione. «Tu invece?» le chiesi, spezzando la quiete. «Sempre tutto bene?» Lei voltò appena il viso verso di me, inarcando un sopracciglio con espressione teatrale. «Certo. Io sono un esempio di stabilità emotiva.» «Quindi stai una merda.» «Più o meno.» Fece oscillare le gambe, i tacchi degli stivaletti che sbattevano piano contro il cemento del muretto. Sembrò ponderare per un attimo quanto esporsi. Poi, senza guardarmi, lasciò cadere una frase sottile, come se fosse polvere. «Io ho avuto uno che mi ha fatto passare la voglia di spiegare come sto.»

Fu solo uno spiraglio, una crepa nel suo muro di sarcasmo, ma fu sufficiente per farmi intravedere il buco nero che si portava dentro. Non era il momento di fare domande. «Pesante,» commentai a bassa voce. «Sì,» sospirò lei, passandosi una mano sul viso. «Ma detta così sembra una bio Tumblr del 2016, quindi cambiamo argomento.» Voleva ritirarsi, chiudere la porta che aveva appena socchiuso perché si sentiva ridicola. Non glielo permisi. «Comunque non sembrava una bio Tumblr,» le dissi, guardandola fissa. «No?» «No. Sembrava una bio Tumblr scritta meglio.» Luciana scoppiò a ridere. Una risata genuina, che le fece piegare un po' la testa all'indietro. Era il mio modo di dirle che l'avevo sentita, che avevo registrato il colpo e che non scappavo.

Il silenzio tornò, ma questa volta era un silenzio normale. Niente filtri, niente attese. La canna era ormai morta e sepolta sotto la sua scarpa. In tasca, il mio telefono vibrò due volte. Una notifica, forse il gruppo, forse Fede che cercava di capire dove fossi finito. Non feci nemmeno il gesto di tirarlo fuori. Faceva ancora caldo, ma l'umidità stava iniziando a bagnarci i vestiti. Eppure, Luciana non faceva il minimo accenno a volersene andare.

«A volte mi sembra che tutti sappiano fare le cose normali meglio di me,» disse all'improvviso, la voce piatta, rivolta al buio davanti a noi. La guardai, ma non troppo, per non farla sentire sotto esame. «Tipo?» «Tipo parlare. Uscire. Studiare. Rispondere ai messaggi.» Si strinse nelle spalle, come se volesse occupare meno spazio. «Non sparire. Non sentirmi in colpa se non ho voglia di vedere nessuno. Cose da persone normali.» Sentii quelle parole scivolarmi sotto la pelle, andandosi a incastrare perfettamente nei miei stessi identici buchi. «Secondo me le persone normali mentono meglio,» le risposi. Luciana sorrise, un sorriso amaro e bellissimo. «Questa me la rubo.» «Me la devi citare.» «Nei ringraziamenti della mia depressione.»

Ridemmo di nuovo. Stavolta la risata non serviva a cancellare il dolore, non era un meccanismo di difesa. Era un modo per alleggerirlo, per dividerne il peso. «Comunque è strano,» mormorai, appoggiando le mani sul muretto freddo dietro di me. «Cosa?» «Che certe cose non le dici mai perché pensi che non freghino a nessuno. Che sei tu quello sbagliato. Poi le dici, e magari l'altra persona stava pensando la stessa identica stronzata.» Luciana scosse la testa, fingendo un brivido di disgusto. «Che schifo, l'empatia.» «Sopravvalutata.»

Ci sorridemmo nel buio. E lì, in quel preciso momento, in mezzo alle zanzare, all'odore di spazzatura e di erba scadente, capii che non era successo niente. Non ci eravamo detti niente di enorme, niente di irreparabile. Eravamo rimasti a distanza di sicurezza. Eppure, avevo quella sensazione rara, quasi sconosciuta ultimamente, di non dover tenere su la faccia. Non stavo performando, non stavo cercando di sembrare quello che aveva superato la rottura, e lei non stava cercando di fare la ragazza dura a cui scivola addosso il mondo. Eravamo solo due persone stanche. Meno soli di mezz'ora prima.

Quando finalmente decidemmo di alzarci, l'aria era diventata appiccicosa. Rifacemmo a ritroso la strada verso casa camminando lenti, affiancati ma senza mai sfiorarci. Arrivammo nella nostra via. I nostri due palazzi erano lì, incombenti nel buio, l'uno di fronte all'altro. Il marciapiede era rotto per colpa delle radici di un pino, e una macchina grigia era parcheggiata esattamente a metà strada tra i nostri due portoni. Da una finestra al primo piano proveniva la luce bluastra di un televisore acceso, mischiata al rumore sordo di stoviglie nel lavandino e a un vago, persistente odore di soffritto e cena rimasto incastrato tra i muri. Una notte di provincia, banalmente normale.

Ci fermammo in mezzo alla strada. «Io sto là,» dissi, indicando il mio cancello verde. «Lo so,» rispose lei. «E tu là.» «Lo so pure questo.» Infilai le mani in tasca, fissando le distanze. «Assurdo.» «Cosa?» «Che stiamo a venti metri e ci vediamo sempre altrove.» Luciana si strinse nella giacca. «Forse siamo molto bravi a evitarci.» La guardai negli occhi. «O molto scemi.»

Lei sostenne il mio sguardo. Le sue labbra piene si dischiusero per un momento, ma non aggiunse nulla. Fece un passo indietro verso il suo marciapiede. «Comunque bella serata,» le dissi. Luciana mi guardò, perplessa, con l'ombra di un sorriso. «Non abbiamo fatto un cazzo.» «Appunto.»

Mi girai e andai verso il mio portone. Inserii la chiave nella serratura mentre sentivo i suoi stivaletti allontanarsi. Feci scattare la mandata e mi chiusi il vetro pesante alle spalle, trovandomi immerso nel buio e nel consueto odore di detersivo al limone. Mentre chiamavo l'ascensore, il telefono vibrò in tasca. Lo tirai fuori. Luciana: comunque non chiamarmi Lulu Sorrisi da solo, nel silenzio dell'androne. Andrea: ok Lulu La risposta arrivò un secondo dopo. Luciana: muori

Risi piano. Salii le scale a piedi, ignorando l'ascensore, con addosso l'odore acre del fumo e una stanchezza diversa dal solito. Una stanchezza buona, che mi pesava sui muscoli e non sul petto. Mi spogliai buttando la maglietta nera su una sedia, mi lavai i denti e crollai sul materasso sfatto, accendendo il ventilatore. Solo quando mi svegliai, la mattina dopo, realizzai un dettaglio. Prima di dormire, non avevo aperto il profilo Instagram di Elena per controllare se fosse online. Non se n'era parlato proprio. Non me n'ero accorto nemmeno. Forse era quella, la cosa strana.

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