Mercoledì mattina ero in piedi davanti al frigorifero aperto da almeno due minuti, con una mano appoggiata allo sportello e gli occhi ancora impastati di sonno, impegnato a fissare un vasetto di yogurt scaduto come se potesse rivelarmi il senso della giornata. Faceva già caldo, la casa era immersa in quel silenzio piatto delle nove e mezza e il mio cervello viaggiava al minimo sindacale.
Il telefono vibrò sul tavolo della cucina, grattando contro il legno. Lo presi senza chiudere il frigo, strizzando gli occhi contro la luminosità dello schermo.
Lulu: 23 PORCA PUTTANA
Rimasi completamente immobile, con l'aria fredda del frigo che mi batteva sulle gambe nude. Rilessi quelle due parole e il numero davanti, poi sentii la bocca allargarsi da sola in un sorriso idiota. Chiusi lo sportello con un colpo d'anca e iniziai a digitare con entrambi i pollici.
Andrea: NO VABBÈ AHAHAHAHAHAHA
Andrea: TE L’AVEVO DETTO
Andrea: VENTITRÉ È LA MALEDIZIONE
La risposta arrivò in meno di tre secondi.
Lulu: SONO LIBERA
Fissai quella scritta tutta in maiuscolo e mi scappò una risata vera, nel mezzo della cucina vuota. Da giorni Lulu era esistita quasi soltanto sotto forma di manuali consumati, evidenziatori scarichi, tazze di caffè lasciate a metà, crisi d'ansia sul muretto e variazioni sul tema del non so un cazzo e rimando tutto a settembre. Vederla scrivere sono libera mi diede un sollievo fisico, come se quell'esame l'avessi dato anch'io.
Tenni premuto il microfono e usai il tono più pomposo e insopportabile del mio repertorio: «Complimenti alla dottoressa ventitré.» Un secondo dopo comparve il suo vocale di risposta, un secondo e mezzo di voce roca e ancora carica di adrenalina: «Ti blocco.»
Posai il telefono sul tavolo e preparai il caffè, ma mentre la moka iniziava a borbottare lo sguardo mi tornò inevitabilmente sullo schermo. Pochi centimetri sotto la chat di Lulu c'era quella di Angela. Tra sabato notte e quel mercoledì mattina non avevamo mai smesso di sentirci. Non c'era stato nessun litigio, nessun silenzio punitivo. Anzi,avevamo continuato esattamente come prima: i messaggi del buongiorno, i meme stupidi inoltrati a metà pomeriggio, i vocali lunghi in macchina, le sue foto allo specchio dello spogliatoio dopo danza, le battute e quella vena costante di flirt che si accendeva appena faceva buio. Eppure, nessuno dei due aveva tirato fuori quello che era successo sabato sera al tavolo con Sara, né le foto strappate a metà fuori dalla cabina. Era rimasto lì, un elefante invisibile accucciato tra una faccina e una battuta, finché martedì sera non mi ero deciso a scriverle.
Andrea: comunque dobbiamo parlare di sabato
Angela: lo so
Andrea: non per chat però
Angela: grazie a dio
Eravamo rimasti d'accordo che sarei passato a prenderla quel mercoledì sera, direttamente fuori dalla palestra dopo il suo allenamento. Sapere che a fine giornata sarebbe arrivato quel momento mi teneva addosso un filo sottile di tensione sin dal mattino, una corrente bassa che mi scorreva sotto la pelle anche mentre bevevo il caffè.
Nel primo pomeriggio, però, a distrarmi dall'attesa ci pensò Mathi. Avevo una commissione da fare per lei, nata da un vocale di quasi due minuti che mi aveva mandato dal telefono di mia madre, in cui mi spiegava con estrema urgenza cosa dovevo comprarle prima del weekend: una Barbie ben precisa e una scatola di pennarelli nuovi per l'album che stavamo colorando insieme. Appoggiato al lavandino, feci partire l'audio per la terza volta.
«Però non quella col vestito rosa perché quella ce l'ho già,» diceva la vocina squillante di Mathi, intervallata da respiri profondi. «Quella con il cane. Ma il cane deve essere marrone, non quello bianco.»
Fissai il vuoto. L'avevo riascoltato tre volte di fila e continuavo a non capirci un cazzo. Aprii la chat di mia madre.
Andrea: ma che vuole?
Mamma: Chiedilo a lei.
Un tradimento familiare in piena regola. Mi infilai le scarpe rassegnato all'idea di vagare da solo tra gli scaffali di un negozio di giocattoli, ma mentre chiudevo la porta di casa mi venne in mente che dall'altra parte della strada c'era una persona che per la prima volta dopo settimane non aveva un manuale di seicento pagine davanti alla faccia. Tirai fuori il telefono mentre scendevo le scale.
Andrea: sto andando a fare una missione suicida per Mathi
Lulu: condoglianze
Andrea: vieni
Lulu: dove?
Andrea: non lo so nemmeno io
Lulu: dammi 10 minuti
Scese che ne erano passati otto. Era ancora in piena tenuta da sopravvivenza universitaria: pantaloni comodi, una maglietta larga infilata dentro alla meglio, la solita tote bag di tela appesa alla spalla, i capelli un po' distrutti da ore di elastici messi e tolti e due occhiaie scure ancora stampate sotto gli occhi. Però aveva una faccia completamente diversa.Sorrideva, piena di quell'euforia stanca e leggera di chi è appena uscito vivo da una trincea.
Aprì la portiera della Punto, si lasciò cadere sul sedile e mi guardò. «Ventitré.» Infilai la prima. «Se lo dici un'altra volta ti faccio scendere.» «Ventitré.» «Luciana.» «VENTITRÉ.»
Partimmo ridendo, con i finestrini abbassati e l'aria calda delle quattro del pomeriggio che entrava a folate nell'abitacolo.Solo quando fummo fermi al secondo semaforo, in mezzo al traffico vero, col sole che batteva sul cofano grigio e la radio che passava una canzone estiva a volume basso, mi accorsi di una cosa a cui non avevo mai pensato. Era la prima volta che io e Lulu stavamo insieme davvero di giorno. Finora tutto quello che avevamo costruito apparteneva alla mezzanotte,al cono giallo dei lampioni sotto casa, al cemento del muretto, alle lattine di Monster, al fumo delle canne e alle stanze attraversate in punta di piedi mentre il resto del mondo dormiva. Vederla lì, illuminata dalla luce cruda del pomeriggio, tra i clacson e le insegne dei negozi aperti, avrebbe dovuto fare un effetto strano. E invece funzionavamo esattamente allo stesso modo.
Quando arrivammo al centro commerciale, Lulu prese la missione per Mathi con un rigore quasi militare. Seguendola nella corsia infinita delle bambole, tirai giù dal primo scaffale una scatola trasparente e gliela mostrai. «Questa?» Lulu le diede appena un'occhiata. «No.» «Come no? È una Barbie.» «Andrea, quella è una sirena.» Guardai la coda glitterata dentro la confezione. «E quindi?» «Mathi vuole quella col cane.» «Sono entrambe di plastica.» Lulu si fermò in mezzo alla corsia e mi guardò con autentico disgusto. «Tua sorella merita un fratello migliore.» «Compragliela tu allora.»
Rimisi a posto la sirena e continuammo a passare in rassegna lo scaffale finché Lulu non si abbassò verso i ripiani centrali, tirando fuori una confezione con l'aria di chi ha appena risolto un caso giudiziario. «Il cane è marrone,» annunciò, indicando il cucciolo di plastica stampato accanto alla bambola. Tirai fuori il telefono per ricontrollare mentalmente il vocale di Mathi. «Porca puttana, hai ragione.» «Naturalmente.»
Presi la scatola e andammo nel reparto cartoleria a recuperare i pennarelli lavabili. Mentre camminavamo tra gli espositori, Lulu si strinse la tote bag al fianco e mi lanciò un'occhiata laterale. «Quindi quanto spesso la vedi?» «Quando riesco,» risposi, soppesando due confezioni diverse di pennarelli. «Di solito una o due volte a settimana.» «Ti adora,vero?» «Purtroppo.» Lulu abbozzò un mezzo sorriso. «Hai quella faccia.» «Quale faccia?» «Quella da fratello maggiore rincoglionito.» «Non ho nessuna faccia.» «Ce l'hai da quando abbiamo messo piede nel reparto giocattoli.» Scossi la testa,ma finii comunque per raccontarle di come qualche giorno prima Mathi mi avesse riempito mezzo braccio di disegni storti sostendendo che nella mia casa vigesse una dittatura. Non nominai mio padre e lei non fece domande su di lui, ma dal modo in cui mi ascoltava capii che aveva già intuito quanto quella bambina fosse uno dei pochi punti fermi che avevo.
Usciti dal negozio con la busta in mano, stavamo tornando verso la galleria centrale quando Lulu rallentò di colpo davanti a un'insegna luminosa. La fumetteria. Si girò verso di me. «Cinque minuti.» «Assolutamente no.»
Mezz'ora dopo eravamo ancora lì dentro, fermi tra le file di scaffali pieni di volumi fino al soffitto, impegnati a demolire sistematicamente i gusti l'uno dell'altra. Lulu sfilò un manga dalla copertina cupa e me lo mise davanti al petto. «Questo devi leggerlo.» Lo guardai scettico. «La copertina fa schifo.» «Hai letto roba molto peggiore.» Allungai una mano verso lo scaffale alle sue spalle, pescando il volume con il disegno più assurdo e discutibile dell'intera parete, e glielo porsi con estrema serietà. «Questo sembra perfetto per te.» Lulu abbassò lo sguardo sulla copertina. «È un hentai.» «Appunto.» «Muori.»
Mi allontanai di qualche passo per controllare le ultime uscite vicino all'ingresso, lasciandola a spulciare un espositore girevole accanto alla cassa. Quando uscimmo di nuovo nella galleria del centro commerciale, non feci in tempo a fare tre passi che Lulu mi lanciò un oggetto piccolo, che afferrai al volo per puro miracolo. «Tieni.» Aprii le dita. «Cos'è?» «La tua parcella.» «Per?» «Supporto psicologico abusivo pre-esame.»
