Abbassai lo sguardo sul palmo della mano. Era un portachiavi di gomma e metallo di un anime su cui ci eravamo sfidati la settimana prima sul muretto, uno dei miei personaggi preferiti. Una cazzata da cinque euro, leggera e colorata, che però mi lasciò fermo in mezzo al corridoio per un secondo di troppo. Alzai gli occhi su di lei. «Hai comprato una cosa per me?» Lulu si irrigidì all'istante, alzando tutte le sue difese. «Non farla diventare una cosa.» «È letteralmente una cosa.» Allungò una mano a palmo aperto. «Ridammelo.» Chiusi subito il portachiavi nel pugno, stringendolo forte. «Mai.» Lei mi diede una spinta sulla spalla con l'aria infastidita di chi è stato scoperto a fare un gesto gentile, ma non riuscì a trattenere del tutto un mezzo sorriso. Io, senza dire altro, tirai fuori dalla tasca le chiavi della Punto e infilai l'anellino di metallo insieme agli altri.
Prima di riprendere la macchina ci fermammo a un chiosco esterno a prendere due panini e due lattine fredde, sedendoci su una delle panchine all'ombra del piazzale. Con lo stomaco pieno e il sole che iniziava a calare dietro i tetti dei capannoni, l'euforia elettrica che aveva tenuto su Lulu per tutto il pomeriggio iniziò lentamente a scendere, lasciando spazio a una quiete stanca. Fece girare la linguetta della sua lattina, guardando davanti a sé. «Comunque grazie.» Mi girai verso di lei con un pezzo di carta del panino in mano. «Per la Barbie?» «Per favore, non rovinare tutto.» Fece una piccola pausa, tenendo gli occhi fissi sull'asfalto. «Ieri sera stavo seriamente pensando di non presentarmi.» Smisi di masticare.Non me n'ero accorto, o almeno non fino a quel punto. «Che cazzo dici?» «Mi sentivo impreparata,» disse piano,stringendo la lattina tra le dita. «Ero chiusa in camera a fissare il muro e pensavo: tanto vado lì e faccio una figura di merda, che senso ha?» Alzò finalmente il viso verso di me. «Quando mi hai scritto stamattina presto mi sono detta: vabbè,ormai questo mi ha rotto il cazzo per una settimana intera, almeno entro nell'aula.» Accennai un sorriso. «Romantico.» «Non rovinare,» mi avvertì, ma la sua voce non aveva spigoli. Rimase un secondo in silenzio, poi aggiunse: «Hai fatto bene a esserci.» Feci spallucce, quasi a disagio. «Non ho fatto niente, Lulu.» Lei scosse la testa con fermezza,impedendomi di buttarla via come facevo sempre. «Non hai studiato al posto mio. Lo so. Però mi sei stato vicino. È diverso.»
Non trovai una battuta pronta per difendermi, e prima che potessi cercarne una Lulu si sporse sulla panchina e mi abbracciò. Non era l'abbraccio disperato e stremato del giorno prima in camera sua, e non c'era nessuna crisi da tamponare. Mi stava abbracciando semplicemente perché era felice. Ricambiai stringendola per le spalle, sentendo contro il viso l'odore pulito del suo shampoo mescolato a quello del caffè e al tessuto di cotone della maglietta. Quando si scostò,presa ancora dal momento, mi stampò un bacio veloce sulla guancia. Si rese conto di quello che aveva fatto mezzo secondo dopo. Si bloccò a pochi centimetri da me, mentre io la guardavo in silenzio. «Accademico,» disse subito,raddrizzando la schiena. «Certo.» «Non fare quella faccia.» «Quale faccia?» «Quella.»
Prima di uscire definitivamente dal centro commerciale passammo davanti a un ultimo negozio di abbigliamento. Appesa a uno stand vicino all'entrata c'era una giacca corta dal taglio improbabile, di un colore che avevo additato due minuti prima come un crimine visivo. Le feci un cenno col mento. «Provala.» Lulu la squadrò. «Fa schifo.» «Appunto.»
Scosse la testa, ma la staccò dalla gruccia per puro spirito di sfida e sparì nel camerino. Quando aprì la tenda e uscì, un paio di minuti dopo, si era tolta l'elastico dai capelli, lasciandoli cadere sciolti e mossi sulle spalle. E quella giacca assurda, contro ogni logica, addosso a lei stava bene. Le segnava la vita sopra i pantaloni comodi, e con i capelli sciolti attorno al viso stanco ma disteso ebbe l'effetto di farmi fermare in mezzo alla corsia. Per un attimo la guardai e basta. Non fu un lampo di fame fisica, né qualcosa di costruito. Fu una constatazione semplice, quasi banale nella sua chiarezza: ah. Lulu è proprio bella. Lei si accorse che non stavo dicendo niente e incrociò le braccia. «Che c'è?» Mi schiarii la voce,distogliendo gli occhi. «Pensavo facesse più schifo.» «Wow. Grazie.» Tornò dentro il camerino a togliersela e, appena uscì, cambiai immediatamente discorso chiedendole se avesse lasciato il biglietto del parcheggio in macchina, buttandomi quella sensazione dietro le spalle senza darle il tempo di mettere radici.
Durante il viaggio di ritorno il cielo aveva preso il colore denso del tardo pomeriggio. Controllai l'orologio sul cruscotto:mancavano poche ore alle dieci e mezza, quando Angela sarebbe uscita da danza. Lulu seguì il mio sguardo verso i numeri verdi del display. «Stasera la vedi?» «Sì.» «Finalmente parlate?» «Credo.» Lei annuì piano, guardando fuori dal finestrino. «Bene.» Rimanemmo in silenzio per tutto il rettilineo successivo. Io tenevo le mani sul volante, aspettando che partisse con una delle sue analisi spietate o mi dicesse cosa fare. Ma non arrivò niente. «Tutto qui?» le chiesi alla fine.Lulu girò la testa verso di me. «Che vuoi da me?» «Non lo so.» «Hai ventidue anni, Andre. Parla con la ragazza.» Accusai il colpo sorridendo appena. Aveva ragione: non potevo usarla in eterno come sottotitolo della mia vita emotiva. Eppure,mentre svoltavo nella nostra via, Lulu si voltò di nuovo a guardarmi. «Una cosa.» «Cosa?» «Non provare a dire la cosa perfetta.» Rallentai davanti ai nostri palazzi. «Perché?» «Perché quando provi a essere perfetto diventi insopportabile.»
Parcheggiai sotto il solito lampione, ancora spento, e tirai il freno a mano. Lulu prese la sua tote bag dal tappetino e aprì la portiera, ma prima di scendere si sporse un'ultima volta verso l'interno. «Ventitré.» «Vattene,» le dissi ridendo. Lei rise,poi la sua espressione si fece seria per un solo secondo, limpida e diretta. «Grazie davvero.» «Lo so.» «Coglione.»
La portiera si chiuse. Rimasi seduto al posto di guida mentre lei attraversava il marciapiede, poi abbassai gli occhi sul blocchetto di accensione, dove il nuovo portachiavi dondolava piano contro il metallo delle chiavi. Subito dopo guardai l'ora.
Alle dieci e mezza della sera tutto quello che aveva riempito il pomeriggio, il sole sulle vetrine, le scatole rosa delle Barbie, i manga, la risata di Lulu, sembrava appartenere a un altro giorno. Ero parcheggiato lungo la strada semideserta fuori dalla scuola di danza di Angela, sotto la luce fredda e artificiale di un insegna al neon. Il motore della Punto girava al minimo, la radio era una traccia quasi impercettibile in sottofondo e nello stomaco mi era rimasta solo una morsa d'ansia pulita, ferma. Sapevo che non potevo più rimandare.
Il portone laterale dell'edificio si aprì e Angela uscì sul marciapiede. Non aveva niente della ragazza in camicetta e tacchi alti del martedì precedente, né di quella del sabato sera al bar. Portava un paio di leggings scuri da allenamento, una felpa larga infilata sopra il top, il borsone pesante a tracolla e i capelli tirati su in una coda disordinata da cui scappavano ciocche umide. Aveva il viso stanco e zero voglia di apparire perfetta. Quando riconobbe la mia macchina alzò la testa e mi sorrise. E fu esattamente quel sorriso, stanco e senza difese sotto il neon del marciapiede, a farmi pensare con una nitidezza improvvisa: cazzo. Mi piace davvero.
Aprì la portiera, buttò il borsone dietro e si lasciò cadere sul sedile. «Ciao frequentante non definito.» Appoggiai una mano sul cambio. «Partiamo benissimo.» «Hai fame?» «Da morire.»
Non rimasi fermo nel parcheggio a intavolare un processo. Prima di affrontare tutto il resto avevamo bisogno di ritrovare il nostro passo, di essere semplicemente noi due. Mentre guidavo per le strade mezze vuote, Angela si tolse la felpa rimanendo in canotta e mi raccontò di una ragazza del suo corso che aveva sbagliato tre volte lo stesso ingresso mandando nel panico l'insegnante. Io le raccontai che Lulu aveva preso ventitré all’esame, cosa a cui Angela reagì con un sincero «Grande!» e poi della spedizione punitiva per il regalo di Mathi. Angela si girò sul sedile, divertita. «Sei andato a comprare Barbie?» «Non voglio parlarne.» La sua risata riempì la macchina, sciogliendo un po' il nodo che avevo in gola.
Quando arrivammo in prossimità del centro, Angela guardò fuori dal finestrino e scosse la testa. «Non ho voglia di Mc.» «Ho qualcosa a casa,» proposi. Lei mi lanciò uno sguardo obliquo, carico di malizia nonostante la stanchezza. «Frase pericolosa.» «Parlavo di pasta.» «Per ora.»
