Salimmo da me che erano quasi le undici. Averla dentro casa per una cena improvvisata, senza la fretta della notte o il filtro dei locali, aveva un peso tutto diverso. Appena entrammo in cucina, Angela andò dritta al frigorifero e lo aprì.Rimase ferma a fissare i ripiani illuminati per tre secondi. «Andrea.» «Che?» «Hai tre Monster, una mozzarella e mezzo limone.» Mi appoggiai allo stipite. «La mozzarella è cibo.» «Il limone?» «Vitamina C.» Chiuse il frigo scuotendo la testa.«Morirai giovane.»
Tirai fuori la pasta e una padella dalla credenza. Angela si offrì di occuparsi del condimento sostenendo con grande sicurezza di saper cucinare, un'affermazione che crollò miseramente nel giro di quattro minuti. Mi avvicinai ai fornelli guardando dentro la padella. «Abbassa il fuoco.» «So cucinare,» ribatté lei senza spostarsi. «Sta bruciando l'aglio.» «È caramellizzazione.» «È nero.» Angela prese lo strofinaccio dal bancone e me lo lanciò contro il petto ridendo. Era una scena banale, quasi stupida nella sua normalità domestica, eppure mentre scolavo la pasta in quella cucina disordinata sentii che c'era una bellezza precisa nel modo in cui occupava il mio spazio.
La fisicità tra noi era già lì, naturale e continua. Aveva ancora addosso il calore dell'allenamento e ogni volta che passavo dietro di lei tra il tavolo e i fornelli la mia mano le cercava automaticamente il fianco, trovando la curva morbida sopra i leggings, mentre lei mi si appoggiava contro la spalla per guardare cosa facevo. Quando ci sedemmo a mangiare, non passarono due minuti prima che la sua forchetta invadesse il mio piatto. «Hai un problema serio col mio cibo,» le dissi,seguendo la sua mano. «Il tuo è più buono.» «È la stessa pasta.» «Principio psicologico.»
Mangiammo tutto, spazzolando anche l'aglio mezzo carbonizzato. Poi, quando i piatti furono vuoti, nella cucina scese un silenzio più lungo degli altri. Il ronzio del frigorifero tornò a sentirsi chiaro. Angela faceva girare piano la forchetta tra le dita, guardando i rebbi metallici. «Quindi,» disse a voce bassa. Sapevo perfettamente dove eravamo arrivati. «Quindi.» Alzò gli occhi scuri su di me. «Lo facciamo?» «Il discorso?» «No Andrea, le tasse.»
Appoggiai gli avambracci sul tavolo. Avevo il cuore che batteva lento e pesante contro le costole. Tutte le frasi ragionate che avrei voluto preparare si sgretolarono prima ancora di arrivare alla bocca. «Io... non so bene come dirlo,» ammisi.Angela posò la forchetta accanto al piatto e mi guardò senza schermi. «Prova male.»
Mi tornarono in mente le parole di Lulu in macchina, poche ore prima. Non cercare la frase perfetta. Presi fiato e ci provai male, nel modo più onesto e scomodo che avevo. «Elena mi manca ancora.» Vidi le spalle di Angela irrigidirsi appena sotto il tessuto della canotta. Non distolse lo sguardo, ma la sua voce si fece più ferma. «Okay.» «Lo so che suona una merda.» «Abbastanza.»
Non abbassai gli occhi e non cercai di indorare la pillola per codardia. «Non passo le giornate sperando che torni,» le spiegai, cercando le parole una per una. «Però mi manca. Mi manca la normalità che c'era, sapere automaticamente a chi scrivere appena succede una cazzata durante il giorno, le abitudini, tutta la storia che avevamo in comune. Mi manca il futuro che credevo di avere già pronto e la ragazza che era prima che tutto cambiasse.» Mi fermai un secondo, guardando le mie mani sul tavolo. «A volte non so nemmeno se mi manca davvero lei o la vita che avevo con lei.» Angela ascoltava in silenzio, immobile. Rialzai lo sguardo. «E questa cosa non sparisce da un giorno all'altro solo perché mi piace un'altra persona.» Feci una pausa. «Tu.»
Rimase zitta, ma vidi qualcosa muoversi nei suoi occhi. «Però tu non sei il modo in cui provo a riempire quel buco,» continuai con voce chiara, senza lasciare spazio a nessun equivoco. «Non sei qui perché Elena non c'è.» Cercai le cose vere, quelle che toccavo con mano ogni giorno da quando era entrata nella mia settimana. «Mi piace svegliarmi e trovarti sul telefono. Mi piace venirti a prendere fuori di qui. Mi piace fare colazione con te al mattino. Mi piace quando mi racconti la danza per mezz'ora e io capisco il trenta per cento.» L'angolo della sua bocca si mosse appena. «Generoso.» «Mi piace quando sei distrutta come adesso.» Angela si toccò istintivamente una ciocca ribelle uscita dalla coda. «Questo era poco elegante.» «Era il punto,» dissi piano. E poi aggiunsi la cosa più vera di tutte: «Mi piace stare con te anche quando non succede niente.»
Quelle parole le arrivarono addosso per intero; vidi il suo respiro farsi più profondo, le dita allentare la tensione sul bordo del tavolo. «E mi fai paura,» confessai. Angela abbozzò una mezza risata, quasi incredula. «Grazie.» «No. Sul serio.» Abbassai lo sguardo per un istante sul legno tra noi. «Più sto bene con te, più tutto questo diventa reale. E più diventa reale, più mi sembra di chiudere definitivamente quella cosa.» «Elena,» mormorò lei. «Sì.» Tornai a guardarla dritta negli occhi, togliendomi di dosso l'ultimo strato di difesa. «Credo di avere paura che stare bene con te significhi accettare davvero che con lei è finita.»
Angela non allungò la mano per consolarmi e non fece battute per alleggerire l'aria. Rimase semplicemente a guardarmi,come se per la prima volta mi stesse vedendo per intero, senza le pose da bar e senza le battute di scudo. «Credo di capirlo,» disse dopo qualche secondo. Poi fece una pausa onesta, necessaria. «Non tutto. Perché io non sono dalla tua parte, Andrea. Sono dalla mia.»
Si appoggiò allo schienale della sedia, e nella sua voce entrò una fragilità limpida che non le avevo ancora mai sentito usare. «Sabato mi hai fatto sentire una cogliona.» «Lo so.» «No. Adesso forse lo sai,» mi corresse senza alzare il tono.«Perché quando siamo soli mi baci, mi cerchi continuamente, vuoi vedermi, mi scrivi e mi guardi come se fossi l'unica persona nella stanza. Poi arriva Sara davanti a tutti e te ne esci con ci stiamo conoscendo.» I suoi occhi scuri mi tennero fermo. «Mi sono chiesta se per te fosse solo una cosa bella finché nessuno la vedeva.» «Non lo è,» dissi subito. Angela annuì piano. «Adesso ti credo più di prima.» Esitò un istante, quasi le costasse ammetterlo ad alta voce: «Anche perché mi piaci parecchio.» «Parecchio quanto?» «Più di quanto volevo.»
Fece un sospiro corto, ritrovando quel suo modo diretto e privo di fronzoli che mi aveva fregato fin dalla prima sera.«All'inizio pensavo: vabbè, carino, mi diverto, magari ci scappa pure qualcosa.» «Piano ambizioso.» «Era un piano perfetto,» ribatté lei, ma il sorriso le si spense quasi subito sulle labbra, lasciando spazio a una serietà nuda. «Adesso se sparissi mi farebbe male.»
Non c'era nessuna poesia costruita in quella frase, ed era proprio per questo che mi arrivò dritta in pieno petto. «Non voglio essere quella che hai trovato nel momento giusto,» aggiunse Angela, tenendo la voce ferma. «Quella che tra due settimane ti rendi conto che era soltanto una distrazione.» Allungai una mano sul tavolo, fermandomi a pochi centimetri dalla sua. «Non sei capitata,» le dissi. Lei alzò gli occhi sui miei. «Ti sto scegliendo.»
In cucina scese un silenzio denso, sospeso, in cui nessuno dei due provò a infilare una battuta. Angela guardò la mia mano, poi il mio viso, lasciando che quelle tre parole si posassero davvero tra noi. Ma prima di lasciare andare del tutto il freno aveva bisogno di fare l'ultima domanda, quella più scomoda. «Se domani Elena ti scrivesse dicendo che vuole tornare con te?»
La domanda mi colpì allo stomaco con la precisione di un pugno. Non risposi subito; far finta di non doverci nemmeno pensare sarebbe stata una bugia, e lei se ne sarebbe accorta in mezzo secondo. «Non so cosa proverei,» dissi sinceramente. Angela abbassò gli occhi verso il tavolo. Non era la risposta che avrebbe voluto sentirsi dire. «Ma so che non voglio aspettare che succeda,» continuai senza lasciarla scivolare via. «E non smetterei di volere te solo perché lei ricompare.» Angela rialzò lo sguardo lentamente, studiandomi. «Non è proprio la risposta da film.» «Non sono bravo nei film.» Restò in silenzio ancora un attimo, poi le sue spalle scesero definitivamente. «Però almeno è vera.»
Appoggiò il mento sul palmo della mano, inclinando la testa con un'ombra di quel sorriso sfacciato che stava tornando a galla. «Quindi cosa siamo?» In quella cucina piccola, con i piatti sporchi nel lavandino e la finestra socchiusa sulla notte,non c'era Sara, non c'erano i tavolini uniti del bar, non c'era nessuno a guardarci. C'era solo lei. Feci una breve pausa, poi glielo dissi senza tremare. «Ci stiamo frequentando.»
