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Erotika
Lulu · Cap. 6
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Capitolo 6 di 8 38 min di lettura

La Prima Scopata da Quasi Fidanzati

Andrea attraversa una giornata che comincia nella leggerezza e finisce costringendolo a dare finalmente un nome a ciò che prova.
Tra vecchie paure e nuove intimità, alcune distanze diventano improvvisamente molto più difficili da mantenere.

ale🍻
12 ore fa · 22 letture · 0

Il sorriso di Angela si aprì lentamente, trionfante e insopportabile. «Wow.» «Non iniziare.» «L'ha detto.» «Angela.» «Ci stiamo frequentando,» ripeté scandendo le sillabe con finta solennità. «Ti odio.» Lei rise piano, poi strinse leggermente gli occhi. «E tu stai vedendo qualcun'altra?» «No.» «Vorresti?» «No.» La guardai. «Tu?» «No.» «Vorresti?» «No.» Angela annuì con soddisfazione. «Quindi ci stiamo frequentando in esclusiva.» «Sembra una tariffa telefonica.» «Sempre meglio di più o meno,» chiuse lei.

Una volta svuotato il tavolo dal peso di tutto quello che non ci eravamo detti per giorni, la tensione nella cucina si sciolse di colpo, lasciando spazio a una stanchezza improvvisa. Lasciammo i piatti nel lavello senza troppa cerimonia e ci spostammo in salotto, buttandoci sul divano.

Angela si strinse nelle spalle, passandosi le mani sulle braccia scoperte. Aveva ancora addosso la canotta dell’allenamento, umida di sudore ormai asciutto, e l'aria della notte che entrava dalla finestra socchiusa l'aveva raffreddata. Mi alzai, andai a prendere una mia felpa grigia lasciata sulla sedia della scrivania e gliela lanciai. Lei la prese al volo e se la infilò dalla testa, facendo spuntare fuori i ricci disordinati dal colletto. Le stava enorme: le cuciture delle spalle le cadevano quasi a metà braccio e le maniche lunghe le coprivano buona parte delle mani, lasciando fuori solo la punta delle dita. Si raggomitolò contro i cuscini, tirandosi le ginocchia verso il petto.

Rimasi a guardarla per un secondo, fermo sul posto prima di risedermi accanto a lei. Angela inclinò la testa e strinse gli occhi. «Hai fatto la faccia.» Mi lasciai cadere sul divano. «Quale faccia?» «Quella di oggi.» Accennai un mezzo sorriso,senza nemmeno collegare consapevolmente quella frase a quello che mi aveva detto Lulu qualche ora prima. «Non sai nemmeno cosa significa.» «Ma la fai,» ribatté lei, sistemandosi meglio la stoffa troppo larga addosso.

Allungò le gambe sul divano e si avvicinò, azzerando lo spazio tra noi. Senza dire niente mi prese una mano e la guidò sotto il bordo inferiore della felpa, appoggiandomi il palmo direttamente contro la pelle nuda del suo ventre. Era caldissima. Non c'era nessuna fretta sessuale in quel movimento, nessuna provocazione studiata: voleva soltanto sentirmi lì. Le nostre dita si intrecciarono al buio sotto il cotone pesante, muovendosi appena contro la sua pancia che si alzava e si abbassava a ogni respiro.

Restammo in silenzio per un po', ascoltando il rumore lontano di una macchina che passava sulla strada sotto casa. Poi Angela abbassò lo sguardo sul punto in cui il mio braccio spariva sotto la sua maglia. «Hai ancora paura?» mi chiese piano. Avrei potuto mentire, fare il brillante o liquidarla con una battuta per rassicurarla. Non lo feci. «Sì.» Lei rialzò gli occhi nei miei e strinse più forte le mie dita contro la sua pelle. «Anch'io.»

Quella parola, detta così, senza difese, ci mise improvvisamente sullo stesso identico piano. Non ero più io quello rotto che doveva farsi perdonare i propri fantasmi, e non era più lei quella sicura di sé che doveva aspettarmi sulla soglia.Eravamo semplicemente due persone di ventidue anni sedute su un divano, spaventate dalla stessa cosa.

Angela liberò una mano e la sollevò per accarezzarmi il viso, sfiorandomi la mascella con il pollice. Mi sporsi in avanti e la baciai. Fu un bacio lentissimo, completamente diverso da tutti quelli che ci eravamo dati fino a quel momento. Non c'era la fame giocosa del parcheggio del Mc, non c'era l'adrenalina compressa della cabina fotografica e non c'era la fretta di dimostrare qualcosa. Ci eravamo appena mostrati a vicenda la parte più scomoda, quella che entrambi temevamo avrebbe fatto scappare l'altro, e invece eravamo ancora lì. Le nostre labbra si aprirono con calma, cercandosi con una profondità nuova, un crescendo lento che partiva adagio per trasformarsi, respiro dopo respiro, in un bisogno fisico sempre più denso. Angela si mosse sul divano per avvicinarsi ancora, premendo il petto contro il mio mentre la sua lingua sfiorava la mia come per conoscermi di nuovo.

Sentii il calore salirmi lungo il collo e la schiena, ma prima che il corpo prendesse definitivamente il sopravvento mi costringessi a staccarmi di qualche centimetro. «Aspetta,» mormorai contro le sue labbra. Angela aprì gli occhi, il respiro già leggermente spezzato. «Che c'è?» La guardai dritta in faccia, tenendole ancora una mano sul fianco sotto la felpa.«Non voglio che questa cosa succeda perché abbiamo appena fatto un discorso pesante.» Lei mi fissò per un secondo,capendo al volo cosa intendessi. «Nemmeno io.» Fece una piccola pausa, passandosi la punta della lingua sul labbro inferiore, e negli occhi le tornò un lampo della sua solita sfacciataggine. «Voglio che succeda perché è da un po' che voglio farlo.» Mi scappò un sorriso. «Molto romantico.» «Vuoi una poesia?» «No.»

La baciai di nuovo, e questa volta nessuno dei due tenne il freno tirato. Le mani scivolarono con più decisione sotto i vestiti, stringendo la carne calda, finché il divano non ci sembrò improvvisamente troppo stretto e scomodo. Ci alzammo senza staccare le bocche, cercando di raggiungere il corridoio alla cieca. Nel fare il primo passo, Angela agganciò con il piede la tracolla del suo borsone lasciato a terra, perdendo l'equilibrio; per tenerla su, io feci un passo falso all'indietro e presi in pieno lo stipite della porta con la spalla. Il rumore sordo del colpo rimbombò nel corridoio. Angela si staccò dalla mia bocca e scoppiò a ridere, tenendosi alle mie braccia. «Sei molto seducente,» mi prese in giro. Mi massaggiai la spalla con una smorfia. «Sto creando atmosfera.»

Arrivammo in camera mia ridendo, ed era esattamente quello che ci serviva per togliere di mezzo qualsiasi solennità artificiale. Ma non appena fummo fermi accanto al letto, nel silenzio della stanza illuminata solo dal riverbero arancione del lampione fuori dalla finestra, l'aria cambiò di nuovo. Quando iniziammo a spogliarci davvero, i movimenti di entrambi rallentarono. Guardarsi vestiti, o toccarsi al buio in macchina, era una cosa; restare nudi uno davanti all'altra per la prima volta, con tutto il tempo di vedersi, era un'altra storia. Le tolsi la mia felpa sfilandogliela piano dalle braccia, poi la canotta. Io mi tolsi la maglietta e slacciai i pantaloni, cercando di fare gesti normali per non sembrare teso. Angela rimase in intimo davanti a me, le mani ferme lungo i fianchi, e mi studiò nella penombra. «Sei agitato?» mi chiese a voce bassa.«No,» risposi d'istinto. Lei continuò a guardarmi in silenzio, senza bere la bugia nemmeno per mezzo secondo. Sospirai piano. «Sì.» Angela abbozzò un sorriso minuscolo, quasi sollevato. «Anch'io.»

Si sedette sul bordo del materasso e io mi abbassai davanti a lei, posandole le mani sulle ginocchia prima di farle scivolare lungo le cosce per aiutarla a sfilarsi i leggings. Lei mi guardò dall'alto, passandomi le dita tra i capelli. «Sai cosa mi mette ansia?» sussurrò. Alzai il viso verso il suo. «Cosa?» «Il dopo.» Per una frazione di secondo sentii uno spiffero freddo nello stomaco, pensando che intendesse il pentimento, la sensazione di aver corso troppo. Poi Angela aggiunse: «Che magari dopo mi piaci ancora di più.» Rimasi a guardarla, colpito dalla semplicità disarmante con cui riusciva sempre a dire la verità. «È un po' quello che spaventa anche me,» ammisi. Non era il sesso a metterci paura; sapevamo entrambi che i nostri corpi si cercavano dal primo giorno. Era il peso di quello che avrebbe significato una volta fatto.

Le sfilai gli slip e mi tolsi i boxer, poi salii sul letto sopra di lei, reggendomi sulle braccia per guardarla negli occhi prima di andare oltre. Il calore della sua pelle nuda contro la mia era quasi stordente. «Sei sicura?» le chiesi piano. Angela annuì, accarezzandomi il fianco. «Sì.» Poi tenne fermo lo sguardo nel mio. «Tu?» «Sì.»

Ci baciammo di nuovo, i corpi che finalmente aderivano per intero senza stoffa in mezzo, il mio cazzo già duro che premeva contro il suo ventre e l'interno della sua coscia. Le baciai il collo, scendendo lungo la gola fino al seno, sentendo il suo respiro accelerare sotto le mie labbra. Stavo per allungare il braccio verso il comodino quando Angela mi fermò con una mano sulla spalla. «Hai un preservativo?» «Sì.» Lei inarcò un sopracciglio nella penombra. «Da quando?» «Non fare domande.» Aprì la bocca, realizzando all'istante, e negli occhi le passò un lampo divertito. «Aspetta. Era quello dell'altra volta?» «Angela.» Scoppiò a ridere contro il mio collo, facendo vibrare tutto il materasso. «Ottimista.» «Preparato,» mi difesi, sporgendomi verso il cassetto del comodino.

Nel tirare la maniglia un po' troppo alla cieca, calcolai male le distanze e diedi una gomitata secca contro lo spigolo di legno del mobile. «Ahi, cazzo.» Angela rise ancora più forte, coprendosi il viso con una mano. «Tutto bene?» Mi massaggiai il gomito stringendo la bustina argentata tra le dita. «Sto benissimo.» «Hai quasi sfondato il mobile.» «È colpa tua.» «Naturalmente.»

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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