Vai al contenuto
Erotika
Lulu · Cap. 8
Aa
Dimensione testo
Tema
Salva
Capitolo 8 di 8 58 min di lettura

Ho Vomitato su Eren, Poi Mi Sono Scopato Mikasa

Halloween dovrebbe essere soltanto costumi, alcool e una promessa piccante con Angela, ma vecchie paure trasformano la notte di Andrea in un crollo che non riesce più a nascondere.
Quando arriva il mattino, scopre che mostrarsi nel momento peggiore non significa necessariamente essere meno desiderato o meno amato.

ale🍻
10 ore fa · 9 letture · 0

Nelle due settimane che seguirono quella notte in discoteca, le cose intorno a me presero una forma nuova quasi senza fare rumore. Davide smise di essere il ragazzo conosciuto a metà pista sotto le luci blu e diventò una presenza concreta nelle giornate di Lulu: un nome che spuntava fuori con naturalezza mentre parlavamo, un passaggio all'università la mattina, una cena improvvisata fuori. Nello stesso identico modo, senza bisogno di annunci ufficiali, Angela era ormai diventata per chiunque "la ragazza di Andrea". E per i primi giorni la cosa mi fece stare bene, in un equilibrio calmo che non provavo da mesi.

Poi, un po' alla volta, iniziarono le piccole variazioni. Niente di tragico, nessun dramma dichiarato; solo il ritmo normale delle vite degli altri che si spostava di qualche grado. Un martedì sera, tornato a casa dopo cena, presi il telefono e scrissi sul gruppo storico con i ragazzi.

Andrea: stasera?

Le risposte arrivarono a scaglioni nel giro di dieci minuti.

Fede: sono con MartinaMarco: io ho promesso a Chiara che usciamoAle: io pure occupato

Fissai lo schermo per un secondo, poi buttai lì una battuta.

Andrea: bella ormai per vedervi devo prenotare con SPID

Arrivarono le solite faccine che ridevano, un paio di insulti affettuosi e la promessa di recuperare nel weekend. Nessuno mi stava escludendo, non c'era cattiveria né distanza. Eppure, quando bloccai il telefono, rimasi in salotto con le scarpe ancora ai piedi e nessun posto dove andare. La sera dopo successe qualcosa di molto simile, e poi di nuovo il giovedì.Non capitava tutte le sere, ma succedeva abbastanza spesso da costringermi a notare una cosa a cui non avevo mai dovuto fare caso: il gruppo non era più automaticamente lì ad aspettare che scendessi in strada.

Fino a qualche settimana prima, quando i ragazzi sparivano per i fatti loro, la mia risposta era talmente automatica che non ci dovevo nemmeno pensare. Mi bastava affacciarmi alla finestra o mandare una parola sola per finire seduto sul muretto sotto il lampione. Quel giovedì sera feci lo stesso. Presi il cellulare e aprii la chat con Lulu.

Andrea: scendi?

Passarono cinque minuti prima che comparisse la notifica.

Lulu: stasera noooLulu: sono con davide

Guardai le due righe verdi sullo schermo. Digitai subito, tenendo il tono di sempre.

Andrea: sei diventata una persona orribileLulu: piangi

Le mandai l'emoji del dito medio e posai il telefono sul materasso. Era tutto normalissimo, non c'era niente di strano. Mi buttai sulla schiena sul letto, con la televisione accesa a volume basso sulla parete di fronte e la luce del corridoio che tagliava la stanza a metà. Nel silenzio della camera mi arrivò addosso per la prima volta una domanda semplicissima,quasi stupida: che cazzo faccio stasera? Non mi passò per la testa che Davide me la stesse portando via; era troppo presto e non aveva senso metterla su quel piano. Era una constatazione molto più banale e spiazzante: fino a ieri Lulu c'era quasi sempre. Adesso aveva anche altro.

Il giorno dopo decisi che se avevo tutto quel tempo libero tanto valeva usarlo per fare quello che rimandavo da settimane:mettermi sotto per l'esame della sessione invernale. Nel pomeriggio feci le cose sul serio. Pulii la scrivania, aprii il manuale, piazzai il codice a portata di mano, misi in fila due evidenziatori e accesi il computer per gli schemi. Presi persino il telefono e lo andai a poggiare sul comodino dall'altra parte della stanza, con lo schermo rivolto verso il basso,per non avere tentazioni.

Mi sedetti e iniziai a leggere il primo capitolo. Arrivai in fondo alla prima pagina, fino all'ultima riga sopra il numero, e mi resi conto di non ricordare assolutamente nulla di quello che avevo appena letto. I miei occhi avevano seguito le parole dalla prima all'ultima, ma il cervello era rimasto completamente impermeabile. Sbuffai, tornai all'inizio del paragrafo e ricominciai più lentamente. A metà pagina mi incagliai su una frase subordinata di sei righe. La lessi una volta. La lessi due volte. La lessi una terza volta scandendo le parole a bassa voce. Non mi entrava. Era italiano, conoscevo il significato di ogni singolo termine, ma messi in fila in quel modo non volevano dire niente per me.

E fu esattamente in quel punto che la mia testa iniziò a fare il lavoro che sapeva fare meglio.Non la capisco, pensai,fissando il nero della stampa. Un secondo dopo arrivò il gradino successivo: perché non la capisco? Strinsi l'evidenziatore tra le dita mentre lo stomaco iniziava a chiudersi impercettibilmente. Forse non sono abbastanza intelligente per questa roba. Il pensiero scivolò ancora più giù, trovando un terreno che conoscevo già a memoria: forse Giurisprudenza non fa per me. Forse ho sbagliato di nuovo. Nel giro di dieci minuti avevo smesso del tutto di leggere. Ero seduto composto sulla sedia, con i gomiti poggiati sul legno della scrivania e l'evidenziatore aperto che si asciugava all'aria, impegnato semplicemente a fissare una pagina bianca e nera come se fosse un muro.

Il ronzio del telefono sul comodino spezzò il silenzio della camera. Mi alzai con le gambe pesanti e andai a prenderlo.

Angela: come va?

Alzai gli occhi sull'orologio digitale nell'angolo dello schermo. Erano passate due ore intere da quando mi ero seduto alla scrivania. Avevo girato sì e no quattro pagine, e di quelle quattro non avrei saputo ripetere un concetto. Appoggiai i pollici sulla tastiera e scrissi: bene. Rimasi a guardare quelle quattro lettere per qualche secondo, poi premetti il tasto per cancellarle una per una. Riscrissi.

Andrea: lento ma sto andando

La risposta di Angela arrivò subito, leggera e piena di affetto.

Angela: bravo ❤️Angela: quando finisci chiamami

Quella notifica avrebbe dovuto farmi sorridere, o almeno sciogliermi un po' i nervi. Invece, mentre rimettevo il cellulare sul comodino, sentii una patina opaca scendermi sul petto. Le avevo appena detto una mezza bugia. Era minuscola,innocua, detta quasi per inerzia, ma la sensazione acida che mi lasciò in fondo alla gola la riconobbi all'istante.

Nei giorni successivi quella mezza bugia iniziò a fare spazio a tutto il resto, allargandosi come una macchia d'olio. Dato che mi sentivo indietro col programma, cominciai a tagliare il resto per "recuperare". Il lunedì pomeriggio Angela mi chiamò mentre tornava a casa. «Ci vediamo stasera? Anche solo un'oretta dopo cena.» Guardai la pila di libri chiusi sulla scrivania. «Meglio domani, devo portarmi avanti col terzo capitolo.» Dall'altra parte del filo non ci fu mezza protesta, solo il suo solito tono comprensivo. «Okay, studia. Ci vediamo domani allora.»

Rimasi a casa. Cenai in fretta, mi chiusi in camera alle nove, aprii il libro alla pagina col segno e rimasi lì. Lessi due paragrafi, controllai il soffitto, sottolineai mezza pagina a caso, mi alzai a bere, tornai a sedermi con un nodo d'ansia sempre più stretto alla bocca dello stomaco. Quando alle undici e mezza chiusi finalmente il manuale, feci il bilancio della serata: non avevo visto Angela, non avevo combinato un cazzo con lo studio, non mi ero nemmeno riposato sul divano e avevo passato tre ore filate sulla sedia a sentirmi un fallito. Così il mattino dopo mi svegliai con il doppio dell'ansia del giorno prima, pronto a ricominciare il giro.

Quando finalmente ci vedemmo il mercoledì sera, seduti al tavolino di un locale a bere qualcosa, Angela aveva addosso tutta l'energia di una settimana piena. Mentre giocava con il sottobicchiere di cartone, mi raccontò di un nuovo progetto che stavano montando a scuola di danza, di un'esibizione prevista per la fine dell'inverno e di una ragazza fortissima arrivata da poco nel corso avanzato con cui stava provando dei passi a due. Parlò anche, quasi sovrappensiero, di un paio di stage fuori regione che voleva provare a fare l'anno successivo per capire se quella strada potesse diventare un lavoro vero. Non se la stava tirando e non faceva la donna in carriera; aveva semplicemente ventidue anni e una cosa tra le mani in cui si riconosceva completamente.

Io la guardavo parlare, seguendo il movimento delle sue mani e la luce che aveva negli occhi scuri ogni volta che spiegava un passaggio, e invece di essere solo contento per lei sentii un'onda fredda salirmi da dentro.Lei sa chi è, pensai,immobile sulla sedia. Subito dopo arrivò il resto, implacabile: io no. Non ne ho la più pallida idea. E infine la domanda più bastarda di tutte, quella che si infilava sempre sotto le costole quando ti sentivi piccolo: perché cazzo una così dovrebbe stare con me?

Angela si interruppe a metà di una frase, abbassando il bicchiere. Mi guardò in faccia, inclinando appena la testa. «Ti sei spento,» disse piano. Mi passai una mano sulla nuca, sforzandomi di tirare su gli angoli della bocca. «Sono solo stanco.» Un'altra mezza verità. Lei mi studiò per un secondo, non del tutto convinta, ma mi allungò una mano sul tavolo per stringermi le dita senza farmi il terzo grado.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
Pagina 2 senza votare
Indice dei capitoli

Commenti

CallMeHot
Salva in una lista