Lulu

Capitolo 3 - La Notte in Cui Lulu Salì da Me

Tra una tradizione notturna appena nata e una serata afosa in provincia, Andrea prova a inseguire una nuova possibilità. Ma quando la notte si sposta dentro casa, qualcosa di imprevisto rende tutto più ambiguo.

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ale🍻

1 ora fa

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L'asfalto del marciapiede continuava a sputare fuori tutto il calore accumulato durante la giornata, un respiro denso e appiccicoso che ti si incollava alla pelle non appena uscivi dal portone. Era passata la mezzanotte, ma l'aria era ancora immobile, pesante. Il lampione all'angolo, con la sua solita luce giallognola e mezza fulminata, ronzava come un insetto gigante sopra le nostre teste, attirando una nuvola di zanzare fameliche.

Ero seduto sul muretto di cemento grezzo che separava i nostri palazzi dalla strada, le gambe a penzoloni. Accanto a me c'erano un pacchetto di patatine aperto, una lattina di Monster mezza vuota e, a una distanza perfettamente normale e per nulla romantica, Luciana. Indossava un paio di pantaloncini di tuta neri, sfilacciati sull'orlo, e una canottiera bianca a costine, aderente, che lasciava poco all'immaginazione e molto alla forza di gravità. Le spalline sottili le segnavano la pelle nuda delle spalle, e ogni volta che si muoveva, il tessuto si tendeva sulle curve piene e morbide del suo seno, assecondandone il peso naturale. Non potevo fare a meno di notarlo, di registrare quella presenza fisica così ingombrante e viva a pochi centimetri da me. Ma tenevo lo sguardo dritto, concentrato sulla notte di provincia.

«Seconda sera di fila,» disse lei all'improvviso, rompendo il silenzio. Aveva la voce impastata dalla stanchezza, ruvida al punto giusto. Feci un sorso di Monster, sentendo il sapore chimico e dolciastro scendermi in gola. «Non montarti la testa, Lulu.» Lei si voltò verso di me. I capelli scuri e disordinati le ricadevano su un occhio. «Io? Sei tu che eri già seduto qui come un tossico triste quando sono scesa.» «Aspettavo il fresco,» mentii, guardando dritto davanti a me. Luciana sbuffò una mezza risata dal naso. «Non c’è fresco.» «Infatti sto ancora aspettando.»

Lei scosse la testa, poi si portò alle labbra carnose la canna che aveva appena finito di girare. L'accendino fece scoccare una scintilla nel buio, illuminando per un istante i suoi lineamenti dolci e quell'ombra perennemente stanca che le velava lo sguardo. Aspirò profondamente, le guance che si scavavano appena. Poi, si piegò in avanti, tossendo in modo convulso. Il movimento improvviso le fece sussultare il petto sotto la canottiera, una morbidezza cruda e ipnotica che mi costrinse a distogliere lo sguardo per non sembrare un maniaco.

«Madonna, questa brucia,» imprecò, battendosi un pugno leggero sullo sterno, la voce raschiata dal fumo. «L’hai rollata tu?» chiesi, spietato. «Sì.» «Allora è una confessione.» Lulu si raddrizzò, passandosi il dorso della mano sugli occhi lucidi, e mi lanciò un'occhiata di pura strafottenza. «La colpa è un concetto borghese.»

Sorrisi, scuotendo la testa. Era esattamente quello il nostro equilibrio. La nostra malinconia passava sempre dalla comicità, da battute taglienti che ci lanciavamo addosso per non dover ammettere ad alta voce che eravamo scesi entrambi in strada perché le nostre camere da letto ci stavano soffocando. Stava diventando una routine, una piccola abitudine clandestina che nessuno dei due aveva intenzione di riconoscere ufficialmente.

Il silenzio tornò per qualche minuto, interrotto solo dal frinire delle cicale e da un motorino lontano. Poi, Luciana tirò fuori il telefono dalla tasca dei pantaloncini. Lo schermo le illuminò il viso dal basso, accendendo bagliori scuri nei suoi occhi neri. Smandruppò per qualche secondo sullo schermo, concentrata.

«Indovina,» disse, autoritaria. Fece partire l'audio dal telefono. Una chitarra elettrica frenetica, un ritmo giapponese sparato a mille. Lo interruppe di colpo dopo tre secondi netti. «Fammi almeno arrivare alla batteria,» protestai, sporgendomi verso di lei. «Tre secondi bastano ai veri uomini,» sentenziò, guardandomi dall'alto in basso con un sopracciglio inarcato. La guardai in faccia. «Lulu, questa frase ha appena distrutto il femminismo.» Lei scoppiò a ridere. Una risata vera, aperta, che le fece buttare la testa all'indietro e mi scoprì la linea chiara del collo. Il suono di quella risata mi colpì lo stomaco, esattamente come era successo il giorno prima. Era contagiosa. «Rispondi,» mi intimò, puntandomi contro l'angolo del telefono. Ci pensai su un secondo. L'avevo riconosciuta subito. «Bleach. Asterisk. Prima opening.» Luciana sbuffò, visibilmente delusa. «Troppo facile.» «L’hai scelta tu.» «Speravo fossi più scarso.» Mi allungò il telefono, sfiorandomi le dita. Il contatto fu brevissimo, ma la sua pelle era calda, e un brivido minuscolo mi risalì lungo l'avambraccio. «Tocca a te. E vedi di non fare il fenomeno.»

Presi il telefono. Essere vicini in quel modo, spalla a spalla, con il calore del suo corpo che mi irradiava il fianco e il suo profumo di pelle pulita e fumo che mi entrava nei polmoni, mi stava facendo uno strano effetto. Era un'intimità goffa ma profondamente fisica. Non c'era Elena in quel momento. Non c'era l'angoscia del passato. C'era solo Lulu, la luce del lampione e la voglia di batterla a un gioco stupido.

Scorsi velocemente la sua app di Spotify. Volevo qualcosa di iconico ma non banale. Trovai la traccia, alzai il volume e feci partire l'audio, stoppandolo implacabilmente dopo tre secondi di un coro gregoriano cupo e ansiogeno. Luciana sgranò gli occhi, stringendo le labbra piene in una linea pensierosa. «Questa è impossibile.» «È la regola dei tre secondi,» le ricordai con un ghigno. «Se non la sai, bevi la Monster o fai un tiro.» Lei incrociò le braccia sotto il seno, un gesto che ne sollevò involontariamente la pienezza, rendendola ancora più evidente sotto il cotone sottile della canottiera. Deglutii a vuoto, imponendomi di fissarle gli occhi. «Se è una roba tua da maschio depresso con spadoni e monologhi interminabili, me ne vado,» mi avvertì. Risi di gusto. «Quindi tutti gli anime belli?» Lulu mi puntò un dito contro. «Appunto.»

Alla fine dovette cedere e prese la lattina per fare una sorsata punitiva, ammettendo la sconfitta. E mentre la guardavo bere, con il collo piegato all'indietro e l'aria ancora offesa per aver perso il turno, mi resi conto di una cosa importante. Il nostro rapporto non si stava basando solo sulla condivisione di un dolore sordo e muto. Noi ci divertivamo. Ci sfidavamo, ci prendevamo in giro, ci capivamo su cazzate precise e minuscole che ad altri sarebbero sembrate incomprensibili. E per un ragazzo che aveva passato gli ultimi tre mesi convinto che non avrebbe mai più riso senza sentirsi in colpa, quella era la sensazione più eccitante e pericolosa del mondo.

Dopo aver archiviato la mia sconfitta a Guess the Anime, il silenzio si era ripreso il suo spazio. Ma non era più un silenzio denso e difensivo. Era diventato innocuo. Tirai di nuovo fuori il telefono dalla tasca, sbloccando lo schermo per l'ennesima volta. Fissavo l'icona di Instagram, poi quella di WhatsApp, aprendo e chiudendo le app con una nevrosi che cercavo di mascherare malissimo. Stavo pensando ad Angela, al suo top aderente, a quella frase lasciata a metà tra i macchinari.

Con la coda dell'occhio, vidi Luciana girarsi verso di me. Sospirò, espirando una nuvola sottile di fumo grigio che andò a perdersi verso il lampione. «Aspetti una chiamata dal Quirinale?» mi chiese, la voce piatta. Bloccai il telefono e me lo infilai in tasca, cercando di fare la faccia di uno che stava solo controllando l'ora. «No.» «Allora perché guardi il telefono come se dovesse uscirci una sentenza?» «Niente, guardavo una cosa.» Lulu inarcò un sopracciglio, appoggiando le mani sul cemento ruvido del muretto ai lati delle cosce. «Niente è sempre femmina.»

Feci finta di niente per circa tre secondi, ma il suo sguardo era un trapano. Mi stava leggendo dentro con una facilità disarmante. E la cosa assurda era che, invece di sentirmi violato o in imbarazzo, provai un moto di sollievo. Cedere era molto più facile che fingere. «Forse sabato vedo Angela,» confessai, grattandomi la nuca. Lulu strizzò gli occhi. «Angela palestra?» «Non si chiama Angela palestra.» «Per me sì, finché non porta un certificato di identità.»

Fece spallucce, per nulla turbata. Non c'era la minima ombra di gelosia nel suo tono, solo una sana, cinica curiosità. La nostra intimità cresceva in modo spontaneo ma non scontato, un gioco fatto di preliminari arguti e di un'attrazione sottile che viaggiava proprio attraverso le battute. «Quindi hai fatto progressi,» riprese lei, dandosi una spinta col tallone contro il muro. «Abbiamo parlato.» «Porca puttana.» Il sarcasmo le colava da tutte le sillabe. «Ha riso,» aggiunsi, sentendomi sulla difensiva. Lulu spalancò gli occhi con finta devozione. «Matrimonio a giugno.» «Sei insopportabile.» «Eppure sei qui.»

Aveva ragione. Ero lì. Ed era in quel momento che mi resi conto di una cosa fondamentale: Lulu stava diventando la discarica delle mie ansie peggiori, il posto sicuro dove potevo raccontare anche le cose più imbarazzanti e patetiche senza il terrore di essere guardato con pena.

Eppure, un attimo dopo, lo stomaco mi si strinse. Il fantasma della mattina tornò a farsi sentire, silenzioso ma ingombrante. Mi passai le mani sulle ginocchia, abbassando lo sguardo sulle mie scarpe da ginnastica. «Comunque mi fa strano dirtelo,» mormorai. Lulu si voltò, stavolta perdendo un po' di quella spavalderia. «Perché?» «Per Elena.»

Il nome rimase sospeso nell'aria calda per qualche secondo. Mi aspettai che Luciana si irrigidisse, che cambiasse espressione, che mi ricordasse il suo ruolo in tutta quella storia. Invece non si offese. Fece un ultimo tiro, buttò il mozzicone a terra e lo schiacciò accuratamente con la punta dello stivaletto. «Andre,» disse, con una voce insolitamente morbida, «io ed Elena non siamo più così attaccate da un po'.» Alzai la testa. «Ah.» «Non è successo niente di epico,» continuò lei, giocherellando con la linguetta metallica della sua lattina. «Nessun litigio, nessuna tragedia. Solo… la gente cambia giro, cambia testa, cambia modo di rispondere ai messaggi.» «Vi sentite?» «Ogni tanto. Storie su Instagram, auguri ai compleanni, quelle cose lì.» Alzò lo sguardo su di me, gli occhi neri e fermi. «Però non sono la sua ambasciatrice.»

Quella frase. Non sono la sua ambasciatrice. Fu come se avesse preso un ago e avesse bucato il palloncino di ansia e sensi di colpa che mi portavo nel petto da quando avevo incrociato il suo sguardo al bar. Luciana mi stava dando il permesso esplicito di esistere fuori dalla giurisdizione del mio passato. Mi stava dicendo: siamo solo io e te su questo muretto.

«Scrivile,» mi ordinò improvvisamente, spezzando il momento di serietà e indicando la mia tasca con il mento. «No.» «Perché?» «Perché sono ostaggio della mia ansia.» Lulu mi guardò con un mezzo sorriso storto e carnoso, un'espressione che le illuminò il viso in modo quasi crudele e bellissimo insieme. «Allora scrivile da prigioniero.»

Risi, scuotendo la testa. Non l'avrei fatto, non quella sera almeno, ma il solo fatto di averne parlato aveva ridotto il peso della questione da un macigno a un semplice sasso. L'aria iniziava a farsi appena più respirabile, o forse eravamo solo noi che ci eravamo abituati al calore. Lulu si sgranchì la schiena, portando le braccia sopra la testa, un movimento che tese di nuovo il tessuto della canottiera sul suo petto e le fece scivolare i capelli mossi lungo la schiena. Feci del mio meglio per guardare il lampione fulminato.

«Vado a dormire,» annunciò, scivolando giù dal muretto con un salto leggero. «Anch'io,» dissi, atterrando sull'asfalto accanto a lei. Ci guardammo per un istante, fermi davanti ai nostri rispettivi portoni, distanti venti metri l'uno dall'altro. Nessuno dei due voleva ammettere ad alta voce quello che stava succedendo, per non romperne la magia grezza e imperfetta. «Comunque questa cosa non deve diventare un'abitudine,» sentenziò lei, con un tono solenne e finto-distaccato. «No,» concordai, infilando le mani in tasca. «Assolutamente.» Feci un passo indietro verso il mio cancello, non riuscendo a trattenere un sorriso. «Domani stessa ora?» Luciana si voltò, aprendo il portone del suo palazzo. Mi lanciò un'ultima occhiata da sopra la spalla. «Porta le cartine decenti.»

Mentre la porta a vetri si chiudeva dietro di lei, capii con una certezza assoluta che lo avrei fatto. Era già un'abitudine, ed era l'unica cosa della mia vita, in quel momento, che avesse perfettamente senso.

Il sabato mattina si aprì con la luce prepotente che filtrava dalle tapparelle e una singola frase che mi rimbombava in testa, pronunciata con la voce raschiata e ironica di Luciana: Allora scrivile da prigioniero.

Ero sdraiato a pancia in su, il lenzuolo aggrovigliato alle caviglie. Il ventilatore continuava a macinare aria calda. Presi il telefono dal comodino, sbloccai lo schermo e andai dritto sulla chat di Angela. Era vuota. La chiusi. La riaprii. Il cursore lampeggiava, un battito cardiaco digitale che sembrava prendermi in giro. Dovevo scriverle. Il problema non era l'azione in sé, era l'abisso di insicurezza in cui stavo annegando. Iniziai a fare delle prove, cancellando ogni volta prima ancora di finire la frase.

Stasera passi al bar? Lo fissai. No, troppo diretto. Sembrava quasi un interrogatorio. Cancellai.

Oh comunque forse ci becchiamo stasera Troppo finto. Troppo costruito. Puzzava di ragazzo che ci ha pensato su due ore per sembrare casuale. Cancellai.

Ciao Angela Mi passai una mano sulla faccia. Ciao Angela? Serio? Sembravo un pensionato che scriveva all'amministratore di condominio. Cancellai di nuovo.

Rimasi a fissare la tastiera per un tempo interminabile. Alla fine, decisi di arrendermi alla mia stessa natura. Se dovevo essere imbarazzante, tanto valeva farlo in modo onesto. Digitai tutto d'un fiato: Andrea: comunque stasera al bar ci sono anch’io, così se vieni posso fare finta che sia una coincidenza

Non rilessi. Premetti invio e bloccai lo schermo con un gesto talmente violento che per poco non feci cadere il telefono a terra. Mi alzai dal letto di scatto. La stanza era improvvisamente troppo stretta. Posai il cellulare sulla scrivania, feci due passi verso la finestra, mi girai e lo ripresi in mano dopo esattamente otto secondi. Controllai se il Wi-Fi era attaccato. Lo era. C'erano le due spunte grigie.

Iniziai a camminare per la casa vuota come un animale in gabbia. Ero convinto di aver scritto troppo. La frase era troppo lunga, troppo pensata. Mi immaginai Angela sdraiata sul letto, che leggeva il messaggio, faceva uno screenshot e lo mandava al gruppo delle sue amiche con la didascalia: guardate questo disperato. Mi venne un crampo allo stomaco. Andai in cucina, mi versai un bicchiere d'acqua del rubinetto, lo bevvi in un sorso solo, poi tornai in camera. Guardai l'orologio. Era passato un minuto e mezzo. Un minuto e mezzo era pochissimo per una persona sana. Per me, per l'Andrea di quel sabato mattina, era un processo di Norimberga.

Poi, lo schermo si illuminò. Angela sta scrivendo... Trattenni letteralmente il fiato.

Angela: ahaha ottima strategia Angela: sì comunque penso di passare :)

Mi sedetti sul bordo del letto. Fissai lo schermo, analizzando ogni singola parola come un maniaco omicida. Penso. Non aveva detto "vengo sicuramente", si stava tenendo un margine. Passare. Un verbo transitorio, leggero, che non implicava impegno. E poi quella faccina sorridente. Una persona normale avrebbe visto un messaggio simpatico. Io ci vidi una tesi di laurea in prossemica digitale.

Ma, al netto della mia psicosi, era un sì. Era stata al gioco. Le dita scivolarono veloci sulla tastiera, stavolta senza esitazioni. Andrea: perfetto, io farò finta di non averti scritto

La risposta arrivò quasi subito. Angela: e io farò finta di cascarci

Lanciai il telefono sulle coperte e mi passai le mani tra i capelli. Un'ondata di energia pura, elettrica e ridicola mi attraversò il petto. Aveva funzionato. La dinamica era perfetta: c'era ironia, c'era intenzione, non c'era disperazione. Mi sentii improvvisamente invincibile, o quantomeno non completamente guasto.

Per smaltire l'adrenalina, mi ributtai sul letto e ripresi il telefono, aprendo Instagram in modo distratto. Iniziai a scorrere le storie senza guardarle davvero. Il pollice si muoveva in automatico. Poi, l'algoritmo fece il suo lavoro. Toccai il cerchietto di una ragazza che conoscevamo entrambi. Era un breve video girato la sera prima, in un locale in spiaggia che frequentavamo spesso l'estate scorsa. E lì, in mezzo al gruppo, c'era Elena.

Era taggata in piccolo, in basso a destra. Indossava un vestito chiaro, teneva in mano un cocktail e rideva guardando l'obiettivo. Era bellissima. La stessa risata, la stessa piega dei capelli, lo stesso modo di inclinare la testa che per tre anni era stato il centro assoluto della mia gravità. Il mio stomaco ebbe un sussulto, un riflesso condizionato e involontario. Aspettai l'onda d'urto. Aspettai quel senso di asfissia, il dolore acuto che mi aveva paralizzato sul letto solo ventiquattr'ore prima, svuotandomi i polmoni.

Ma l'asfissia non arrivò. C'era malinconia, certo. Una puntura di spillo proprio sotto le costole. Ma niente di devastante. Fissai il video finché non finì e passò alla storia successiva. Non tornai indietro per riguardarlo. Chiusi l'applicazione. Non stavo bene, e non ero guarito. Ma quella mattina, Elena passò nella mia giornata come una macchina vista da lontano: abbastanza vicina da riconoscerla, non abbastanza da investirmi.

Il pomeriggio scivolò via tra ondate di caldo torrido e un'attesa quasi adolescenziale. Quando arrivò il momento di prepararmi, la casa era ancora deserta e silenziosa, ma io ci stavo rimbalzando dentro con un'energia che non ricordavo di possedere. Feci una doccia veloce, alternando l'acqua calda a quella gelata per cercare di abbassare la temperatura corporea, ma fu inutile. Uscii dal box già sudato, la finestra aperta che faceva entrare solo aria densa e odore di asfalto rovente.

Davanti all'armadio, andai in crisi mistica. Provai tre magliette diverse. Una era troppo stretta, l'altra sembrava da pigiama. Alla fine optai per una polo scura, morbida, semplice. La infilai, mi guardai allo specchio e cercai di sistemarmi i capelli, ma il caldo umido me li rovinò in tre secondi netti, lasciandomi un ciuffo ribelle sulla fronte che decisi di ignorare. Presi la boccetta del profumo. Memore del disastro della settimana precedente, mi concessi un solo, misero spruzzo sul polso, che poi strofinai dietro il collo. Minimo indispensabile.

Presi il telefono per scendere. C'era una notifica sul gruppo dei ragazzi.

Andrea: stasera bar? Fede: ah quindi Angela ha risposto Marco: vestiti bene ma non come un cameriere triste

Rimasi a fissare lo schermo per un secondo, sorridendo da solo nel corridoio buio di casa mia. Quella frase, quel cameriere triste che solo qualche giorno prima mi aveva riportato la voce di Elena nelle orecchie spezzandomi in due, adesso era solo una battuta di Marco. Aveva perso il suo veleno. Digitai camminando verso il portone.

Andrea: siete il motivo per cui la gente cambia città

Infilai il telefono in tasca. Chiusi la porta a doppia mandata e scesi le scale a due a due, sentendo il sangue scorrermi nelle vene per la prima volta dopo un'eternità.

Il caldo, quella sera, era semplicemente infernale. Il piazzale del bar era un blocco unico di asfalto rovente e corpi accalcati, un ecosistema appiccicoso e rumoroso. I tavolini di plastica erano tutti occupati, coperti di bicchieri velati di condensa in cui il ghiaccio si scioglieva nel giro di tre minuti. L'aria era densa, ferma. Le magliette si attaccavano inesorabilmente alla schiena, e lo spazio tra i motorini parcheggiati male in doppia fila era diventato un corridoio strettissimo dove la gente si urtava di continuo.

Eravamo seduti al nostro solito posto. C'era sempre qualcuno che salutava da un tavolo all'altro, qualcuno che conosceva Angela, qualcuno che conosceva me, e inevitabilmente qualcuno che, passando, nominava persone che facevano parte del vecchio giro di Elena. Tutti guardavano tutti. E, allo stesso tempo, tutti fingevano di non guardare nessuno. Era il peso specifico del nostro mondo, una cappa invisibile che ti toglieva l'ossigeno: in provincia non uscivi mai davvero con qualcuno. Uscivi davanti a tutti.

«Stai sudando,» mi fece notare Fede, indicandomi la fronte con il collo della sua bottiglia di birra. «Fa caldo,» mi difesi, passandomi un tovagliolino di carta sulla tempia. Marco scosse la testa, accendendosi una sigaretta. «No, questo è sudore da femmina. È sudore da prestazione.» «Siete due problemi sociali,» sbuffai, accasciandomi un po' sulla sedia. «Siamo il tuo supporto emotivo,» ribatté Fede con un sorriso a trentadue denti. «Peggio.»

Poi, l'aria sembrò spostarsi. Angela arrivò ridendo prima ancora che io riuscissi a vederla. La sua voce si fece largo tra il rumore di fondo del bar, allegra, musicale, squillante. Quando si avvicinò al nostro gruppo, portò con sé una scarica di energia cinetica pura. Non era una statua da ammirare in silenzio; era puro movimento. Animata, fisica, un po' pazza nel modo in cui gesticolava, assolutamente sicura del proprio corpo.

Indossava un top corto, nero e aderente, che le lasciava scoperta una striscia di pancia, e una gonna leggera, morbida, che le accarezzava la linea sinuosa dei fianchi larghi a ogni passo. La sua pelle nuda, baciata dal caldo della sera, era leggermente lucida e bellissima. Aveva i capelli ricci e voluminosi sciolti sulle spalle, un trucco leggero sugli occhi profondi e un paio di orecchini a cerchio che tintinnavano quando muoveva la testa. Non appena fu a un metro da noi, un profumo dolce, un misto di vaniglia e qualcosa di esotico, mi investì in pieno.

Incrociò il mio sguardo e si staccò dal suo gruppo per un momento, avvicinandosi al mio tavolo. «Allora,» esordì, piegando leggermente la testa di lato con un sorriso furbo. «Hai fatto finta che fosse una coincidenza?» Feci finta di rifletterci su. «Con scarsi risultati.» Lei ridacchiò. «Si vedeva.» «Sono trasparente,» ammisi, allargando le braccia. Angela mi guardò da dietro le lenti dei suoi occhiali, lo sguardo divertito. «No, sei proprio scarso.»

Era un inizio perfetto. Mi prendeva in giro, mi teneva sulla corda, ma mi stava dando spazio. Mentre parlavamo, mi resi conto di quanto il mio corpo e la mia mente stessero lavorando a un regime completamente diverso dal solito. La differenza tra l'avere davanti lei e l'avere davanti Luciana era siderale, e passava tutta attraverso la mia postura. Con Angela, io volevo piacere. Sentivo il bisogno disperato di essere interessante. Pensavo alle battute tre secondi prima di dirle, calcolando il tempismo perfetto. Mi sentivo costantemente sotto i riflettori, osservato, valutato. Ero elettrico, fisico, totalmente performativo. Con Angela ogni battuta era una monetina lanciata in aria. Quando lei rideva, gettando indietro la testa e facendo vibrare quel corpo morbido e perfetto, avevo la sensazione assurda di aver vinto qualcosa.

Con Lulu, invece, non performavo. Parlavo male, ridevo male, semplicemente esistevo. Sul muretto, non c'era nessun colpo da fare, nessun obiettivo da raggiungere, nessuna autostima da pompare. Con Lulu mi sentivo sciolto proprio perché non c'era nulla da vincere.

«E quindi niente, mi ha trascinata qui a forza,» stava dicendo Angela, indicando l'amica al tavolo accanto, riprendendo il filo del discorso su come fosse finita al bar. «Sarei rimasta a casa a farmi schifo sul divano con la musica a palla.» «Ah sì?» mi intromisi, appoggiando i gomiti sul tavolo per accorciare le distanze. «Quindi tu sei da playlist tristi?» «Io?» Angela fece una smorfia quasi disgustata. «No, ti prego. Se devo soffrire, metto musica che almeno mi fa muovere. Reggaeton, pop veloce, roba da ballare anche da sola in camera.» «Quindi niente Olivia Rodrigo?» buttai lì, quasi senza pensarci. Lei scosse la testa, categorica. «Zero. Troppo dramma adolescenziale.» Finsi un'espressione delusa. «Hai appena perso punti.» Angela inarcò un sopracciglio, sfidandomi con quello sguardo un po' altezzoso che mi faceva impazzire. «Perché, tu la ascolti?» «Io ho una dignità flessibile,» risposi, serissimo. Lei scoppiò di nuovo a ridere, una risata aperta e bellissima. «Terribile.»

Mentre lei rideva, mi passò davanti agli occhi un lampo improvviso: il lampione giallo, la felpa grigia di Lulu, il cavo bianco della cuffia condivisa nel parco. Fu solo un secondo. Lo scacciai subito via, concentrandomi sul profumo dolce di Angela e sulla linea del suo collo, ma quel ricordo minuscolo si era già ritagliato un angolo tutto suo.

Avevamo bevuto il giusto, quel paio di drink necessari per allentare i muscoli e rendere le risate un po' più facili e sonore. L'aria era ancora un muro di calore fermo, ma la conversazione con Angela scorreva liscia, un gioco di provocazioni leggere e sguardi diretti. La nostra dinamica era diventata rapidamente un crescendo, partendo adagio con battute argute per poi caricarsi di un'attrazione sottile ma innegabile.

A un certo punto, dalle casse incastrate sotto il tendone del locale vicino, partì un pezzo diverso. Un ritmo latino, veloce, martellante, denso di bassi. Gli occhi scuri di Angela si illuminarono dietro le lenti. «Questa la amo,» disse, sbarrando gli occhi con finta devozione. «Mi sembra una minaccia,» replicai, facendo un passo indietro. «Lo è.»

Senza darmi il tempo di reagire, allungò una mano e afferrò la mia. Le sue dita erano calde, morbide. «Tu balli?» mi chiese, tirandomi già verso uno spazio minuscolo e sovraffollato tra i tavolini di plastica, i motorini parcheggiati e la gente che beveva. «Io subisco la musica,» risposi, cercando di puntare i piedi a terra. «Risposta sbagliata.»

Finimmo in quella trincea umana, circondati da corpi accaldati. E io, puntualmente, feci schifo. Ero teso, goffo, fuori ritmo. Iniziai a muovere i piedi in modo sconnesso, guardandomi le scarpe come se potessero suggerirmi i passi, sentendomi addosso gli sguardi dell'intera provincia. Risi, una risata nervosa e spezzata, cercando disperatamente di compensare con l'ironia. «Sei rigido come un palo della luce,» mi fece notare lei, muovendo i fianchi con una naturalezza disarmante. «È il mio stile.» «Uno stile denunciabile, Andrea.» «Non tutti possono essere professionisti.» Angela ridacchiò, scuotendo i ricci scuri. «Io sono animatrice, ho visto bambini di sei anni muoversi meglio.» «Colpo basso.» «Verità educativa.»

Ma non voleva umiliarmi. La spontaneità vinse sulla mia solita, disastrosa complessità mentale. Angela prese il controllo in modo totalmente giocoso. Fece un passo verso di me, mi prese la mano destra e se la appoggiò sul fianco nudo, esattamente dove il top corto finiva e iniziava la gonna. La sua pelle era bollente, leggermente scivolosa di sudore. L'altra mano me la mise sulla spalla, avvicinandosi per potermi parlare all'orecchio sopra il volume della cassa. «Non devi fare tutto giusto,» mi sussurrò, ridendo quando sentì i miei muscoli irrigidirsi sotto il suo tocco. «Ottimo, allora sono avanti.» «Devi solo seguire.» «Seguo malissimo, Angela.» «Lo so,» rispose lei, alzando il viso verso il mio. I suoi occhi mi inchiodarono. «Per questo ti tengo.»

Fu una frase semplice, ma mi attraversò come una scarica elettrica. Era una promessa sottile, carica di un'intimità improvvisa. Da quel momento, il caldo smise di essere solo clima e divenne quasi un personaggio in mezzo a noi. Il caldo faceva sembrare tutto più vicino. I corpi, le voci, gli odori. Angela mi stava davanti, troppo vicina per essere solo una ragazza con cui stavo parlando e non abbastanza per essere qualcosa che potevo permettermi davvero.

Il rumore sguaiato del bar si fece sfocato. Sentivo solo il battito del basso e il suo profumo dolce di vaniglia, mescolato al sentore acre e vivo del sudore e all'alcol. La nuca di Angela brillava di condensa, il tessuto nero del top le aderiva perfettamente al seno pieno, seguendo il ritmo del suo respiro accelerato. La mia mano sulla sua vita perse ogni esitazione, stringendo con più sicurezza la curva morbida del suo fianco, e lei non fece un solo millimetro per scostarsi. Era ballerina, il suo corpo era uno strumento che sapeva suonare alla perfezione. Iniziò a muoversi intorno a me, senza strusciarsi in modo volgare, ma giocando con una sensualità palpabile, viscerale. Mi prese il polso, mi tirò dolcemente verso di sé. Il suo fianco sfiorò il mio, una pressione morbida e inequivocabile. La mia erezione si risvegliò, rapida e prepotente, schiacciata contro la stoffa dei pantaloni. Mi sentii ridicolo per quella reazione così viscerale e immediata, ma lei se ne accorse. E non si ritrasse.

«Respira, Andrea,» mi mormorò. «Sto respirando.» «No, stai calcolando.» «È diverso?» «Molto.» Spostò la mano dalla mia spalla e me la posò piatta al centro del petto, una pressione leggera ma decisa, per fermarmi mentre sbagliavo l'ennesimo passo. I nostri petti quasi si toccavano. «Vedi? Qui,» sussurrò. «Dove?» «Nel corpo. Non nella testa.»

Aveva ragione. Lei era puro corpo, movimento, istinto. La musica cambiò, scivolando in un beat leggermente più lento, e la tensione tra noi raggiunse il suo picco. Per un secondo sembrò che la distanza tra noi avesse dimenticato come si misura. Eravamo fermi, vicinissimi. Sentivo il suo respiro caldo sul collo. Abbassai lo sguardo sulle sue labbra piene e dischiuse. Lei se ne accorse, e il suo sguardo si abbassò sulla mia bocca. Avrei potuto baciarla. Avrei dovuto baciarla. Ma il mio cervello, quella macchina rotta e logorata dai mesi precedenti, ci mise un secondo di troppo. Fui troppo lento, troppo impaurito, troppo incastrato nella mia testa.

Angela lo capì perfettamente. Sorrise, un sorriso furbo e bellissimo, e si tirò indietro appena, rompendo l'incantesimo senza distruggerlo. «Ti si vede tutto in faccia,» disse. «Cosa?» «Che stai pensando troppo.» «È una malattia.» «Si cura.» Mi diede una spinta leggerissima sul petto, quasi una carezza al contrario, e poi fece il gesto di sistemarmi il colletto della polo. «Non stasera.» Deglutii a fatica. «Ah.» «Non fare quella faccia.» «Che faccia?» «Quella da cucciolo bocciato.» «Sto elaborando il lutto,» borbottai. «Drammatico.»

Non mi aveva baciato, ma aveva lasciato la porta spalancata, aumentando la tensione in modo esponenziale, mantenendo il mistero e la promessa viva. Si avvicinò di nuovo, stavolta per salutarmi. Le sue labbra sfiorarono la mia guancia, fermandosi a un millimetro diabolico dall'angolo della mia bocca. Un bacio decisamente troppo vicino per essere innocente, e non abbastanza per essere vero. «Ci vediamo martedì?» mi sussurrò all'orecchio. Il suo fiato mi fece venire la pelle d'oca. «Martedì?» «Sì. Se mi inviti bene.» Si scostò, indugiando ancora un istante prima di lasciarmi del tutto. «Comunque,» aggiunse, con gli occhi che brillavano di malizia, «sei meno scarso quando smetti di avere paura.»

Si voltò e tornò verso le sue amiche, lasciandomi lì, in mezzo alla pista improvvisata, con il respiro corto e il sangue che mi martellava nelle vene. Feci una mezza risata da solo, passandomi una mano tra i capelli ormai fradici. Avevo caldo ovunque, un calore che partiva dallo stomaco e si irradiava fino alla punta delle dita.

Cercai di rimettermi in sesto, stirando la polo e provando a comporre un'espressione neutra prima di tornare al mio tavolo. Fu un fallimento totale. Quando mi lasciai cadere sulla sedia di plastica, Marco e Fede mi stavano già fissando con le braccia incrociate e un ghigno identico stampato in faccia. «Che cazzo è successo?» esordì Marco. «Niente,» risposi, prendendo la mia birra ormai calda e bevendone un sorso troppo lungo. «Niente?» Fede scosse la testa. «Hai la faccia di uno che ha visto la Madonna in top.» «Siete volgari,» sbottai, cercando di non sorridere. «Tu sei rosso,» tagliò corto Marco, battendomi una mano sulla spalla.

Sospirai, lasciandomi sprofondare nella sedia. Era vero, ero rosso, ero sudato ed ero goffo. Ma, per la prima volta da quel maledetto giorno di giugno, mi sentivo anche fottutamente vivo.

Lasciai Marco e Fede al tavolo a sghignazzare e mi alzai per andare a prendere un'altra birra al bancone. Farsi strada in quel mare di corpi sudati e voci sovrapposte era un'impresa. Il caldo non dava tregua, rendendo l'aria un fluido denso da tagliare a fatica. Mentre mi incastravo tra due gruppetti vicini all'ingresso del locale, una ragazza mi passò accanto, sfiorandomi la spalla.

Non la guardai nemmeno in faccia, ma il mio cervello si fermò di colpo. Era il suo profumo. Quello di Elena. Una miscela precisa di fiori bianchi e qualcosa di secco, inconfondibile. In una frazione di secondo, il rumore del bar sparì. Fui catapultato di nuovo nell'abitacolo rovente della mia Punto a giugno, con il petto squarciato e l'aria che mi mancava. Sentii la stessa identica fitta allo stomaco, un morso freddo in mezzo a tutto quel sudore. Elena mi passò accanto nella forma di un profumo, di una fitta, di un’abitudine antica. La riconobbi subito. Il mio istinto fu quello di voltarmi, di cercare il fantasma nella folla, di lasciarmi affondare di nuovo in quella malinconia confortevole e distruttiva.

Ma in quel preciso istante, una mano si chiuse attorno al mio polso. Morbida, calda, viva. Mi voltai di scatto. Era Angela. «Ti ho salvato dalla calca,» mi disse, tirandomi leggermente verso uno spiazzo un po' più libero, vicino ai motorini parcheggiati, dove l'aria sembrava circolare un millimetro in più. Il suo tocco fu un'ancora buttata nel presente. Il profumo di vaniglia e pelle sudata di Angela spazzò via il fantasma di Elena in un istante. E per una volta, io non seguii il fantasma. Mi lasciai trascinare da lei.

«Me ne vado,» annunciò, lasciando la presa sul mio polso ma rimanendo vicinissima. Il suo petto si alzava e si abbassava regolarmente, la pelle lucida di condensa che la rendeva ancora più terrena, carnale. «I miei piedi chiedono pietà e le mie amiche stanno crollando.» «Già ci abbandoni?» «Ho dato spettacolo a sufficienza per stasera,» rispose, sistemandosi una ciocca di capelli ricci dietro l'orecchio. Mi guardò dritta negli occhi, con quel mezzo sorriso malizioso e sicuro di sé. «Comunque, scrivimi tu.» Feci un mezzo sorriso, infilando le mani in tasca per non farle vedere che mi stavano sudando i palmi. «Non ho il tuo numero.» «Problema facilmente risolvibile.»

Allungò una mano verso di me, il palmo aperto, aspettando. Tirai fuori il mio telefono dalla tasca e glielo porsi, già sbloccato. Angela fece un passo in avanti per guardare lo schermo, accorciando ulteriormente la distanza. Il suo braccio sfiorò il mio petto, e la morbidezza del suo seno premé in modo fugace, ma inequivocabile, contro il mio avambraccio. Fu un contatto accidentale, eppure denso di una sensualità sfacciata che mi fece contrarre i muscoli dell'addome. Lei non si scostò. Rimase lì, concentrata a digitare il suo numero, il viso a pochi centimetri dal mio collo, il suo respiro caldo che mi solleticava la pelle.

«Ecco fatto,» disse, restituendomi il cellulare con un sorrisetto soddisfatto. Guardai lo schermo. Aveva salvato il contatto. «Angela forse?» lessi ad alta voce, alzando un sopracciglio. «Così resti umile,» ribatté lei, incrociando le braccia. «Mi sembra giusto.» «E tu come mi salvi?» mi sfidò, piegando la testa di lato. «Angela,» dissi, con finta serietà. Lei fece una smorfia contrariata, arricciando il naso. «Banale.» Ci pensai un secondo. «Angela gate?» Gli occhi le brillarono di divertimento. «Terribile. Fallo.»

Modificai il nome in rubrica sotto il suo sguardo attento, sentendo un'euforia leggera, quasi adolescenziale, montarmi nel sangue. Ma sapevo che non bastava. Non potevo lasciare che fosse lei a fare tutto il lavoro. Se volevo davvero dimostrare a me stesso di essere vivo, dovevo fare un passo vero, concreto.

Bloccai lo schermo e mi imposi di guardarla dritta in faccia, ignorando il cuore che mi rimbombava nelle orecchie come un tamburo. «Comunque,» iniziai, la voce leggermente più bassa, «se vuoi, possiamo vederci una sera senza pubblico.»

Appena lo dissi, desiderai istantaneamente evaporare. Scomparire in una nuvola di fumo sull'asfalto del parcheggio. Mi aspettavo un rifiuto cortese, una risata di circostanza, un "dai, vediamo". Angela, invece, non rise nel modo sbagliato. La sua espressione si fece appena più attenta, i lineamenti morbidi illuminati dalla luce dei fari di una macchina di passaggio. «Tipo?» mi chiese. «Tipo un gelato.» Lei fece scorrere la lingua sul labbro inferiore, un gesto lento, quasi distratto, che mi mandò a fuoco il cervello. «Solo gelato?» «Possiamo aggiungere una passeggiata, se vogliamo sembrare persone profonde,» azzardai, ritrovando un briciolo della mia ironia. Angela sorrise davvero. Un sorriso aperto, luminoso. «Martedì?» Sentii i polmoni riempirsi d'aria per la prima volta in tutta la serata. «Martedì,» confermai.

Non c'era bisogno di aggiungere altro. Obiettivo raggiunto. Mi diede un ultimo bacio sulla guancia, di nuovo pericolosamente vicino all'angolo della bocca, lasciandomi addosso il calore della sua pelle e quel profumo inebriante. Si voltò e se ne andò verso la macchina delle sue amiche, muovendo i fianchi con quella sua camminata ipnotica e consapevole, sicura che la stessi guardando. E la stavo guardando, eccome. Con le mani in tasca e il telefono che scottava contro il palmo, mentre la notte di provincia inghiottiva lentamente il rumore del bar.

Erano quasi le due del mattino quando imboccai la mia via. L'asfalto sembrava un miraggio tremolante sotto la luce dei lampioni. Ero stanco, sudato, con i piedi che mi formicolavano nelle scarpe e un ronzio piacevole nella testa dovuto alle birre e all'euforia. Ero ancora su di giri. L'appuntamento con Angela era una vittoria vera, tangibile, qualcosa che finalmente non aveva la forma di un fantasma.

Mentre camminavo, tirai fuori il telefono. Non aprii il gruppo con Fede e Marco, non avevo voglia di subire il loro interrogatorio da caserma. E non aprii la chat di Angela gate per scriverle subito; sarebbe stato da disperati. Aprii la chat di Luciana. Fu un riflesso condizionato, naturale come respirare.

Andrea: è andata bene

La risposta arrivò prima ancora che raggiungessi il cancello di casa, segno inequivocabile che la sua insonnia stava vincendo di nuovo. Lulu: chi cosa dove quando parla umano Andrea: Angela gate Lulu: ODDIO Andrea: non fare la deficiente Lulu: impossibile Andrea: abbiamo un appuntamento Lulu: sono fiera del mio piccolo disagiato

Sorrisi da solo, fermandomi davanti al portone, la luce gialla dell'androne che mi illuminava a metà. Poi il telefono vibrò di nuovo. Lulu: aspe se stai tornando scendo Andrea: ora? Lulu: non ho sonno. ci fumiamo un bob Andrea: sei una pessima influenza Lulu: lo so

Mi appoggiai al muretto per aspettarla. L'aria era letteralmente invivibile, un brodo umido che non dava tregua. Il portone del palazzo di fronte scattò due minuti dopo. Lulu uscì, e non appena la vidi, il mio cervello subì un cortocircuito che mi lasciò interdetto per un paio di secondi.

Non era vestita per uscire. Non era minimamente preparata per essere guardata, e la cosa risultava devastante. Indossava un paio di pantaloncini da pigiama di cotone grigio, talmente corti e sformati da lasciare scoperte quasi per intero le cosce piene e morbide. Sopra aveva una canotta bianca leggerissima, sottile, evidentemente infilata al volo senza reggiseno. I capelli neri erano raccolti in un groviglio precario sulla nuca, e ai piedi aveva un paio di ciabatte di gomma. La sua pelle era lucida per il caldo, le clavicole in evidenza, e aveva quell'aria stanca e insonne di chi ha passato le ultime due ore a rigirarsi nel letto.

Era l'emblema della domesticità, cruda e senza filtri. Eppure, sotto il lampione, quel corpo così pieno, abbandonato dentro abiti troppo leggeri, emanava una sensualità svogliata e prepotente. Quando si avvicinò, il tessuto della canotta si tese sui seni, assecondandone il movimento. Forse proprio perché non si aspettava di essere desiderata, ebbi l'istinto immediato di dover guardare altrove per non farmi scoprire. Inghiottii a vuoto, incrociando le braccia al petto.

«Sei scesa in pigiama?» le chiesi, cercando di mantenere la voce neutra. Luciana sbadigliò, grattandosi una coscia nuda. «Fa caldo e con te faccio categoria arredamento, quindi non conta.» Sbattei le palpebre. «Categoria arredamento?» «Sì,» annuì, tirando fuori l'accendino e la canna già girata dalla tasca dei pantaloncini. «Sei innocuo.» «Mi sento valorizzato,» risposi, punto sul vivo. «Non dovresti.»

La battuta era perfetta. Era una provocazione mascherata da insulto, un modo per aprire una tensione sottilissima che entrambi ci stavamo affrettando a negare. Lulu si sedette sulla panchina rovente di fianco al muretto, allargando le gambe per cercare un po' d'aria, indifferente a quanto quel gesto la rendesse vulnerabile al mio sguardo. Accese, fece il primo tiro e me la passò. Provammo a restare lì, ma era una follia. Le zanzare tigre ci attaccarono all'istante, e io sentivo la polo scura che mi si incollava inesorabilmente alla schiena e al torace. Anche Lulu iniziò a sventolarsi il viso con la mano libera, sbuffando.

«Senti,» dissi all'improvviso, passandomi una mano sulla fronte madida. «Saliamo da me, dai. Sto da solo. Aria condizionata e veranda.»

Lo dissi con una naturalezza totale, esattamente come se stessi invitando Marco a giocare alla Play. Solo mezzo secondo dopo che le parole mi erano uscite di bocca, mi resi conto del peso della frase. Luciana non era Marco. Era una ragazza formosa, mezza nuda in pigiama, alle due e mezza del mattino.

Lulu rimase con la canna a mezz'aria. I suoi occhi scuri mi scrutarono per un istante infinito, soppesando l'offerta. Ci pensò quel mezzo secondo di troppo, quello in cui la confidenza sbatte contro la realtà del genere. Poi espirò il fumo, alzando una spalla. «Sicuro?» «Se ti fidi della tana del disagio.» Un sorriso sbieco le comparve sulle labbra. «Ho visto la tua spesa l'altra sera. Ormai non hai segreti per me.»

Aprimmo il mio portone e chiamammo l'ascensore. Salire insieme verso il mio piano in quello spazio angusto e chiuso creò una bolla di silenzio diverso. Sentivo il suo profumo di pelle accaldata e tabacco, mescolato all'odore asettico della cabina.

Entrammo in casa. Era la prima volta di Lulu nel mio spazio. Chiusi la porta alle nostre spalle, accendendo la luce del corridoio. L'appartamento ci accolse con il suo disordine silenzioso. Si vedeva il lavandino della cucina invaso da due piatti incrostati, il mio borsone della palestra abbandonato a metà del disimpegno come un ostacolo, e in fondo la porta semiaperta della mia camera, debolmente illuminata, con il letto sfatto. Accesi subito lo split dell'aria condizionata, un ronzio salvifico che iniziò a buttare aria gelata.

«Non giudicare,» dissi, precedendola lungo il corridoio. Lulu si guardava intorno, le ciabatte che strisciavano silenziose sul pavimento. «Troppo tardi.» «Non hai ancora visto niente.» «Peggio.»

La feci entrare in camera, per attraversarla e raggiungere la piccola veranda coperta. Ma Luciana si fermò in mezzo alla stanza. I suoi occhi si posarono subito sulla mensola sopra la scrivania, dove tenevo allineati i volumi dei miei manga. La sua aria da dura insonne svanì per un attimo, sostituita da un guizzo di genuino entusiasmo infantile.

«Aspetta,» disse, avvicinandosi agli scaffali. «Che c’è?» Si voltò verso di me, sgranando gli occhi, con il dito puntato verso la fila di volumetti. «Hai davvero questa serie completa?» Sorrisi, godendomi la sua reazione. «Non toccarla con quelle mani da ladra di Monster.» Lulu scoppiò a ridere, una risata di gola che suonò incredibilmente bene tra le mura della mia stanza. «Zitto,» mi intimò, ripercorrendo i dorsi colorati senza sfiorarli, con un rispetto quasi sacro. Si voltò a guardarmi, e per un momento non ci furono battute di difesa. «Adesso ti rispetto un po'.»

Era un momento bellissimo, intimo senza essere opprimente. La vidi gasarsi per una parte nerd della mia vita, una di quelle cose che di solito nascondevo per sembrare più adulto e risolto. E lei era lì, nel cuore della mia stanza, in pigiama, a rendere quel disastro di solitudine un posto finalmente abitabile.

Ci sedemmo fuori, nella piccola veranda chiusa a metà, lasciando la portafinestra della mia camera socchiusa per far arrivare un po' del freddo del condizionatore. L'aria esterna era ancora una cappa immobile, soffocante. Avevo la polo incollata addosso, impregnata del sudore della discoteca, del fumo e dell'umidità.

Senza pensarci su, afferrai i lembi della maglietta, me la sfilai dalla testa e la buttai su una sedia di plastica lì vicino, rimanendo a petto nudo. Lulu, che stava accendendo la canna, si fermò con l'accendino a mezz'aria. «Che fai?» «Muoro,» le risposi, passandomi una mano tra i capelli umidi per tirarli indietro. Lei sbuffò una risata. «Italiano eccellente.» «Sto da solo e fa fottutamente caldo, posso essere incivile.» Luciana mi lanciò un'occhiata veloce, dalla testa alla vita, per poi tornare a fissare la fiamma dell'accendino. «Tranquillo. Con me fai categoria arredamento, quindi non mi scompongo.» Mi appoggiai al muro sbreccato della veranda. «Arredamento bello?» Lei tirò, socchiudendo gli occhi scuri. «Funzionale.»

Risi, sentendo i muscoli del petto e dell'addome rilassarsi. Era assurdo quanto fosse facile stare lì con lei. Senza difese, senza l'ansia di dover essere attraente. «Comunque, al bar,» iniziai, sentendo improvvisamente la voglia di raccontarle tutto, «abbiamo ballato.» Luciana si voltò di scatto, quasi strozzandosi con il fumo. «Tu?» «Sì.» «Quindi lei è una santa.» «Ha detto che sono pessimo, ma simpatico.» Lulu annuì con gravità. «Riassunto perfetto della tua persona.» Feci un bel respiro, guardando le luci lontane della strada oltre la zanzariera. «Abbiamo un appuntamento.» «Madonna.» Mi girai verso di lei. «Che c’è?» «Niente,» disse, con un sorriso sincero che le ammorbidì i lineamenti stanchi. «Sto solo assistendo alla crescita di un disagiato. Sono orgogliosa.»

Era genuinamente contenta per me. Non c'era un'ombra di gelosia, nessun sottotesto amaro. Eppure, mentre mi guardava soddisfatta, ebbi la netta sensazione che l’intimità che avevamo costruito noi due in quella stanza, seduti quasi al buio, io mezzo nudo e lei in pigiama, fosse la cosa più strana e spiazzante di tutta la giornata.

«Facciamo un gioco,» proposi, per rompere quel pensiero. «Tre opening, una verità.» Lulu inarcò un sopracciglio. «Sarebbe?» «Io metto tre opening anime. Tu devi indovinarle. Se sbagli, devi rispondere a una domanda vera.» «Queste regole le hai inventate adesso.» «Tutte le grandi istituzioni nascono così.» «Questa è dittatura, Andrea.» «Anime dittatura. Ci stai?»

Ci stette. Le prime domande furono stupide, il solito fuoco di fila di nerditudine e prese in giro. «Peggior cotta anime?» «Opening che ti vergogni di amare in pubblico?» «Personaggio che ti ha irrimediabilmente rovinato gli standard nella vita reale?» Ridevamo a bassa voce per non svegliare i vicini, passandoci il telefono e la canna. Poi, misi una traccia maledetta, un lato B di un anime mecha degli anni novanta. Lulu fallì miseramente, ma subito dopo, per pura vendetta, mi piazzò una opening di uno shojo sconosciuto. Sbagliai anch'io.

Lulu appoggiò il telefono sulle ginocchia. L'espressione si fece improvvisamente seria, gli occhi neri puntati dritti nei miei. Il buio della veranda sembrava amplificare lo spazio tra noi. «Quando è stata l’ultima volta che sei stato bene senza fingere?» mi chiese. La sua voce era bassa, roca.

Sospirai. «Pesante.» «Hai perso tu. Regole della dittatura.» Ci pensai. Pensai a Elena, ai mesi di apnea, al sudore freddo delle notti passate a fissare il soffitto. Poi pensai ad Angela, al suo profumo, al sollievo di essermi sentito desiderato. E poi pensai a quella sera, al muretto, alla stanza buia, al rispetto negli occhi di Lulu davanti ai miei manga. «Forse stasera,» risposi, abbassando la voce. Lulu mi scrutò attenta. «Con Angela?» Rimasi in silenzio per mezzo secondo. Avrei potuto dire di sì e chiuderla lì. Ma la guardai, guardai i suoi capelli spettinati e le ginocchia scoperte, e scelsi la verità. «Anche.»

Non dissi anche con te. Non serviva. La parola rimase sospesa tra noi, densa come il fumo,Non dissi anche con te. Non serviva. La parola rimase sospesa tra noi, densa come il fumo, abbastanza chiara da farmi venire voglia di guardare altrove. Poi toccò a lei perdere. Mise male il titolo di una canzone di Evangelion. «Tocca a me,» dissi, incrociando le braccia. «Tu? L'ultima volta che sei stata bene davvero?» Luciana si guardò le mani. «Oggi.» «Oggi quando?» «Non fare il notaio emotivo, Andrea. Hai fatto una domanda, ho risposto.» «È una risposta?» Fece un mezzo sorriso, guardando altrove. «È una fuga elegante.»

La tensione si era alzata in modo impercettibile, ma reale. L'aria in veranda era diventata viziata, troppo calda. «Vado a buttare il mozzicone e prendo un po' d'aria condizionata, qua si muore,» annunciò Lulu, alzandosi in piedi. Il problema era che la veranda era larga quanto un corridoio, e io ero seduto proprio davanti alla portafinestra. Mi alzai nello stesso momento in cui lei fece un passo in avanti. Ci incastrammo.

«Ti sposti?» disse lei, fermandosi a un palmo dal mio petto. «Sto provando.» «Sei grosso.» «Grazie?» «Non era un complimento.» «Lo prendo lo stesso,» mormorai. Lulu sbuffò una risata e cercò di sgusciare di lato, tra me e il muro sbreccato. Io feci per farla passare, ma calcolai male lo spazio. Lei perse leggermente l'equilibrio e, d'istinto, allungò una mano per non sbattere contro lo stipite. La sua mano finì piatta in mezzo al mio petto nudo.

Il tempo sembrò congelarsi. Le sue dita erano gelide, probabilmente perché aveva tenuto la lattina di Monster fino a poco prima, e il contrasto con la mia pelle bollente fu una scossa elettrica. Sentii il calore del suo corpo investirmi. La canottiera bianca era così sottile che, in quella frazione di secondo di vicinanza assoluta, il suo seno pieno e morbido mi sfiorò il bicipite. Percepivo il suo respiro corto dritto sulla mia clavicola. Il suo profumo mi riempì i polmoni.

Fu una cosa minuscola. Una mano sul petto, un respiro troppo vicino, la sua canotta sottile, la mia pelle nuda. Niente. Eppure, per mezzo secondo, la stanza sembrò cambiare regole. Il mio corpo rispose prima che la mente potesse anche solo razionalizzare, un'ondata di calore improvviso, un desiderio crudo e disordinato che mi strinse lo stomaco.

Lulu si accorse del contatto e, per la prima volta da quando la conoscevo, sembrò spiazzata. Ritirò la mano troppo in fretta, come se si fosse scottata, e fece mezzo passo indietro, rimpicciolendosi contro lo stipite. Per un momento nessuno dei due disse una parola. Non ci guardammo con desiderio esplicito; eravamo solo brutalmente imbarazzati, consapevoli di aver appena varcato una linea invisibile senza volerlo.

Fu lei a spezzare il silenzio, schiarendosi la voce. «Ok, questa veranda viola i diritti umani.» Tirai un respiro profondo, cercando di far ripartire il cervello. «È colpa tua che occupi spazio emotivo.» «E tu spazio fisico,» ribatté, sgusciando finalmente all'interno della camera da letto, al fresco.

La seguii all'interno. La stanza era un frigorifero in confronto al balconcino. Lulu, ancora in pantaloncini cortissimi e canotta bagnata di sudore, si strinse nelle spalle, attraversata da un brivido evidente. «Aspetta, ti do una maglia,» le dissi, andando verso l'armadio aperto. Lei mi guardò di sottecchi. «Mi stai offrendo vestiti come nei film romantici?» Tirai fuori una t-shirt nera, grande, di quelle che usavo per dormire o per stare in casa, e gliela lanciai addosso. «No, come nei centri d’accoglienza.» «Molto poetico,» commentò, afferrandola al volo.

Scomparve in bagno per cambiarsi, rifiutandosi di farlo davanti a me. Quando uscì, aveva tolto la canottiera e infilato la mia maglia. Mi voltai e mi bloccai. La maglia le stava enorme. Le arrivava a metà coscia, nascondendo quasi completamente i pantaloncini del pigiama, facendo sembrare che non avesse nulla sotto. Le maniche larghe le ricadevano oltre le spalle, accentuando il suo essere minuta ma formosa, morbida. Era ridicola. E per qualche motivo preciso, animalesco e incredibilmente fastidioso, vederla addosso a lei, invasa dal mio tessuto, mi fece più effetto di quanto avrebbe dovuto. Era un'immagine di un'intimità domestica, quasi matrimoniale, che mi scombussolò.

«Ti sta enorme,» riuscii a dire. Lulu si tirò giù l'orlo, lisciandolo sulle cosce con finta disinvoltura. «È questo il punto del prestito.» «Me la ridai?» «Quando smetti di chiamarmi Lulu.» «Quindi mai.» Fece un sorrisetto sfacciato, incamminandosi verso la porta d'ingresso. «Esatto.»

Erano quasi le tre quando la accompagnai alla porta. Si portò via la mia maglia addosso e la sua Monster mezza vuota in mano. Rimanemmo d'accordo per un vago "ci becchiamo". Quando la porta si chiuse, rimasi solo nel corridoio. L'aria condizionata ronzava in camera.

Mi buttai sul letto, a pancia in su, con la mente che girava a vuoto, tirata da due fili diametralmente opposti. Da una parte c'era Angela: la discoteca, la pelle sudata, il ballo, l'adrenalina di un appuntamento vero fissato per martedì. Dall'altra c'era Lulu: il muretto, i manga, le dita fredde sul mio petto nudo e un'intimità domestica che non riuscivo, né volevo, spiegarmi.

Il telefono vibrò sul materasso, di fianco alla mia mano. Lo presi. Angela gate: comunque mi sono divertita stasera :)

Sorrisi. Era enorme. Una settimana prima, un messaggio del genere da una ragazza bella come Angela mi avrebbe letteralmente salvato la vita, azzerando qualsiasi altro pensiero. Mi alzai per andare a spegnere la luce. Passando davanti alla portafinestra della veranda, gettai distrattamente un'occhiata giù, in strada.

Il lampione illuminava l'asfalto deserto. Sotto, Lulu stava finendo di attraversare quei venti metri che separavano i nostri portoni, con la mia maglia nera enorme addosso, che le copriva i fianchi, e la Monster rubata infilata saldamente sotto il braccio. Il telefono vibrò ancora nella mia mano. Angela aspettava una risposta. Io rimasi fermo dietro il vetro, qualche secondo di troppo, senza sapere quale delle due cose lo stesse facendo sorridere.

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