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Erotika
Lulu · Cap. 3
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Capitolo 3 di 5 38 min di lettura

La Notte in Cui Lulu Salì da Me

Tra una tradizione notturna appena nata e una serata afosa in provincia, Andrea prova a inseguire una nuova possibilità. Ma quando la notte si sposta dentro casa, qualcosa di imprevisto rende tutto più ambiguo.

ale🍻
20 giorni fa · 437 letture · 3

L'asfalto del marciapiede continuava a sputare fuori tutto il calore accumulato durante la giornata, un respiro denso e appiccicoso che ti si incollava alla pelle non appena uscivi dal portone. Era passata la mezzanotte, ma l'aria era ancora immobile, pesante. Il lampione all'angolo, con la sua solita luce giallognola e mezza fulminata, ronzava come un insetto gigante sopra le nostre teste, attirando una nuvola di zanzare fameliche.

Ero seduto sul muretto di cemento grezzo che separava i nostri palazzi dalla strada, le gambe a penzoloni. Accanto a me c'erano un pacchetto di patatine aperto, una lattina di Monster mezza vuota e, a una distanza perfettamente normale e per nulla romantica, Luciana. Indossava un paio di pantaloncini di tuta neri, sfilacciati sull'orlo, e una canottiera bianca a costine, aderente, che lasciava poco all'immaginazione e molto alla forza di gravità. Le spalline sottili le segnavano la pelle nuda delle spalle, e ogni volta che si muoveva, il tessuto si tendeva sulle curve piene e morbide del suo seno, assecondandone il peso naturale. Non potevo fare a meno di notarlo, di registrare quella presenza fisica così ingombrante e viva a pochi centimetri da me. Ma tenevo lo sguardo dritto, concentrato sulla notte di provincia.

«Seconda sera di fila,» disse lei all'improvviso, rompendo il silenzio. Aveva la voce impastata dalla stanchezza, ruvida al punto giusto. Feci un sorso di Monster, sentendo il sapore chimico e dolciastro scendermi in gola. «Non montarti la testa, Lulu.» Lei si voltò verso di me. I capelli scuri e disordinati le ricadevano su un occhio. «Io? Sei tu che eri già seduto qui come un tossico triste quando sono scesa.» «Aspettavo il fresco,» mentii, guardando dritto davanti a me. Luciana sbuffò una mezza risata dal naso. «Non c’è fresco.» «Infatti sto ancora aspettando.»

Lei scosse la testa, poi si portò alle labbra carnose la canna che aveva appena finito di girare. L'accendino fece scoccare una scintilla nel buio, illuminando per un istante i suoi lineamenti dolci e quell'ombra perennemente stanca che le velava lo sguardo. Aspirò profondamente, le guance che si scavavano appena. Poi, si piegò in avanti, tossendo in modo convulso. Il movimento improvviso le fece sussultare il petto sotto la canottiera, una morbidezza cruda e ipnotica che mi costrinse a distogliere lo sguardo per non sembrare un maniaco.

«Madonna, questa brucia,» imprecò, battendosi un pugno leggero sullo sterno, la voce raschiata dal fumo. «L’hai rollata tu?» chiesi, spietato. «Sì.» «Allora è una confessione.» Lulu si raddrizzò, passandosi il dorso della mano sugli occhi lucidi, e mi lanciò un'occhiata di pura strafottenza. «La colpa è un concetto borghese.»

Sorrisi, scuotendo la testa. Era esattamente quello il nostro equilibrio. La nostra malinconia passava sempre dalla comicità, da battute taglienti che ci lanciavamo addosso per non dover ammettere ad alta voce che eravamo scesi entrambi in strada perché le nostre camere da letto ci stavano soffocando. Stava diventando una routine, una piccola abitudine clandestina che nessuno dei due aveva intenzione di riconoscere ufficialmente.

Il silenzio tornò per qualche minuto, interrotto solo dal frinire delle cicale e da un motorino lontano. Poi, Luciana tirò fuori il telefono dalla tasca dei pantaloncini. Lo schermo le illuminò il viso dal basso, accendendo bagliori scuri nei suoi occhi neri. Smandruppò per qualche secondo sullo schermo, concentrata.

«Indovina,» disse, autoritaria. Fece partire l'audio dal telefono. Una chitarra elettrica frenetica, un ritmo giapponese sparato a mille. Lo interruppe di colpo dopo tre secondi netti. «Fammi almeno arrivare alla batteria,» protestai, sporgendomi verso di lei. «Tre secondi bastano ai veri uomini,» sentenziò, guardandomi dall'alto in basso con un sopracciglio inarcato. La guardai in faccia. «Lulu, questa frase ha appena distrutto il femminismo.» Lei scoppiò a ridere. Una risata vera, aperta, che le fece buttare la testa all'indietro e mi scoprì la linea chiara del collo. Il suono di quella risata mi colpì lo stomaco, esattamente come era successo il giorno prima. Era contagiosa. «Rispondi,» mi intimò, puntandomi contro l'angolo del telefono. Ci pensai su un secondo. L'avevo riconosciuta subito. «Bleach. Asterisk. Prima opening.» Luciana sbuffò, visibilmente delusa. «Troppo facile.» «L’hai scelta tu.» «Speravo fossi più scarso.» Mi allungò il telefono, sfiorandomi le dita. Il contatto fu brevissimo, ma la sua pelle era calda, e un brivido minuscolo mi risalì lungo l'avambraccio. «Tocca a te. E vedi di non fare il fenomeno.»

Presi il telefono. Essere vicini in quel modo, spalla a spalla, con il calore del suo corpo che mi irradiava il fianco e il suo profumo di pelle pulita e fumo che mi entrava nei polmoni, mi stava facendo uno strano effetto. Era un'intimità goffa ma profondamente fisica. Non c'era Elena in quel momento. Non c'era l'angoscia del passato. C'era solo Lulu, la luce del lampione e la voglia di batterla a un gioco stupido.

Scorsi velocemente la sua app di Spotify. Volevo qualcosa di iconico ma non banale. Trovai la traccia, alzai il volume e feci partire l'audio, stoppandolo implacabilmente dopo tre secondi di un coro gregoriano cupo e ansiogeno. Luciana sgranò gli occhi, stringendo le labbra piene in una linea pensierosa. «Questa è impossibile.» «È la regola dei tre secondi,» le ricordai con un ghigno. «Se non la sai, bevi la Monster o fai un tiro.» Lei incrociò le braccia sotto il seno, un gesto che ne sollevò involontariamente la pienezza, rendendola ancora più evidente sotto il cotone sottile della canottiera. Deglutii a vuoto, imponendomi di fissarle gli occhi. «Se è una roba tua da maschio depresso con spadoni e monologhi interminabili, me ne vado,» mi avvertì. Risi di gusto. «Quindi tutti gli anime belli?» Lulu mi puntò un dito contro. «Appunto.»

Alla fine dovette cedere e prese la lattina per fare una sorsata punitiva, ammettendo la sconfitta. E mentre la guardavo bere, con il collo piegato all'indietro e l'aria ancora offesa per aver perso il turno, mi resi conto di una cosa importante. Il nostro rapporto non si stava basando solo sulla condivisione di un dolore sordo e muto. Noi ci divertivamo. Ci sfidavamo, ci prendevamo in giro, ci capivamo su cazzate precise e minuscole che ad altri sarebbero sembrate incomprensibili. E per un ragazzo che aveva passato gli ultimi tre mesi convinto che non avrebbe mai più riso senza sentirsi in colpa, quella era la sensazione più eccitante e pericolosa del mondo.

Dopo aver archiviato la mia sconfitta a Guess the Anime, il silenzio si era ripreso il suo spazio. Ma non era più un silenzio denso e difensivo. Era diventato innocuo. Tirai di nuovo fuori il telefono dalla tasca, sbloccando lo schermo per l'ennesima volta. Fissavo l'icona di Instagram, poi quella di WhatsApp, aprendo e chiudendo le app con una nevrosi che cercavo di mascherare malissimo. Stavo pensando ad Angela, al suo top aderente, a quella frase lasciata a metà tra i macchinari.

Con la coda dell'occhio, vidi Luciana girarsi verso di me. Sospirò, espirando una nuvola sottile di fumo grigio che andò a perdersi verso il lampione. «Aspetti una chiamata dal Quirinale?» mi chiese, la voce piatta. Bloccai il telefono e me lo infilai in tasca, cercando di fare la faccia di uno che stava solo controllando l'ora. «No.» «Allora perché guardi il telefono come se dovesse uscirci una sentenza?» «Niente, guardavo una cosa.» Lulu inarcò un sopracciglio, appoggiando le mani sul cemento ruvido del muretto ai lati delle cosce. «Niente è sempre femmina.»

Feci finta di niente per circa tre secondi, ma il suo sguardo era un trapano. Mi stava leggendo dentro con una facilità disarmante. E la cosa assurda era che, invece di sentirmi violato o in imbarazzo, provai un moto di sollievo. Cedere era molto più facile che fingere. «Forse sabato vedo Angela,» confessai, grattandomi la nuca. Lulu strizzò gli occhi. «Angela palestra?» «Non si chiama Angela palestra.» «Per me sì, finché non porta un certificato di identità.»

Fece spallucce, per nulla turbata. Non c'era la minima ombra di gelosia nel suo tono, solo una sana, cinica curiosità. La nostra intimità cresceva in modo spontaneo ma non scontato, un gioco fatto di preliminari arguti e di un'attrazione sottile che viaggiava proprio attraverso le battute. «Quindi hai fatto progressi,» riprese lei, dandosi una spinta col tallone contro il muro. «Abbiamo parlato.» «Porca puttana.» Il sarcasmo le colava da tutte le sillabe. «Ha riso,» aggiunsi, sentendomi sulla difensiva. Lulu spalancò gli occhi con finta devozione. «Matrimonio a giugno.» «Sei insopportabile.» «Eppure sei qui.»

Aveva ragione. Ero lì. Ed era in quel momento che mi resi conto di una cosa fondamentale: Lulu stava diventando la discarica delle mie ansie peggiori, il posto sicuro dove potevo raccontare anche le cose più imbarazzanti e patetiche senza il terrore di essere guardato con pena.

Eppure, un attimo dopo, lo stomaco mi si strinse. Il fantasma della mattina tornò a farsi sentire, silenzioso ma ingombrante. Mi passai le mani sulle ginocchia, abbassando lo sguardo sulle mie scarpe da ginnastica. «Comunque mi fa strano dirtelo,» mormorai. Lulu si voltò, stavolta perdendo un po' di quella spavalderia. «Perché?» «Per Elena.»

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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