Il nome rimase sospeso nell'aria calda per qualche secondo. Mi aspettai che Luciana si irrigidisse, che cambiasse espressione, che mi ricordasse il suo ruolo in tutta quella storia. Invece non si offese. Fece un ultimo tiro, buttò il mozzicone a terra e lo schiacciò accuratamente con la punta dello stivaletto. «Andre,» disse, con una voce insolitamente morbida, «io ed Elena non siamo più così attaccate da un po'.» Alzai la testa. «Ah.» «Non è successo niente di epico,» continuò lei, giocherellando con la linguetta metallica della sua lattina. «Nessun litigio, nessuna tragedia. Solo… la gente cambia giro, cambia testa, cambia modo di rispondere ai messaggi.» «Vi sentite?» «Ogni tanto. Storie su Instagram, auguri ai compleanni, quelle cose lì.» Alzò lo sguardo su di me, gli occhi neri e fermi. «Però non sono la sua ambasciatrice.»
Quella frase. Non sono la sua ambasciatrice. Fu come se avesse preso un ago e avesse bucato il palloncino di ansia e sensi di colpa che mi portavo nel petto da quando avevo incrociato il suo sguardo al bar. Luciana mi stava dando il permesso esplicito di esistere fuori dalla giurisdizione del mio passato. Mi stava dicendo: siamo solo io e te su questo muretto.
«Scrivile,» mi ordinò improvvisamente, spezzando il momento di serietà e indicando la mia tasca con il mento. «No.» «Perché?» «Perché sono ostaggio della mia ansia.» Lulu mi guardò con un mezzo sorriso storto e carnoso, un'espressione che le illuminò il viso in modo quasi crudele e bellissimo insieme. «Allora scrivile da prigioniero.»
Risi, scuotendo la testa. Non l'avrei fatto, non quella sera almeno, ma il solo fatto di averne parlato aveva ridotto il peso della questione da un macigno a un semplice sasso. L'aria iniziava a farsi appena più respirabile, o forse eravamo solo noi che ci eravamo abituati al calore. Lulu si sgranchì la schiena, portando le braccia sopra la testa, un movimento che tese di nuovo il tessuto della canottiera sul suo petto e le fece scivolare i capelli mossi lungo la schiena. Feci del mio meglio per guardare il lampione fulminato.
«Vado a dormire,» annunciò, scivolando giù dal muretto con un salto leggero. «Anch'io,» dissi, atterrando sull'asfalto accanto a lei. Ci guardammo per un istante, fermi davanti ai nostri rispettivi portoni, distanti venti metri l'uno dall'altro. Nessuno dei due voleva ammettere ad alta voce quello che stava succedendo, per non romperne la magia grezza e imperfetta. «Comunque questa cosa non deve diventare un'abitudine,» sentenziò lei, con un tono solenne e finto-distaccato. «No,» concordai, infilando le mani in tasca. «Assolutamente.» Feci un passo indietro verso il mio cancello, non riuscendo a trattenere un sorriso. «Domani stessa ora?» Luciana si voltò, aprendo il portone del suo palazzo. Mi lanciò un'ultima occhiata da sopra la spalla. «Porta le cartine decenti.»
Mentre la porta a vetri si chiudeva dietro di lei, capii con una certezza assoluta che lo avrei fatto. Era già un'abitudine, ed era l'unica cosa della mia vita, in quel momento, che avesse perfettamente senso.
Il sabato mattina si aprì con la luce prepotente che filtrava dalle tapparelle e una singola frase che mi rimbombava in testa, pronunciata con la voce raschiata e ironica di Luciana: Allora scrivile da prigioniero.
Ero sdraiato a pancia in su, il lenzuolo aggrovigliato alle caviglie. Il ventilatore continuava a macinare aria calda. Presi il telefono dal comodino, sbloccai lo schermo e andai dritto sulla chat di Angela. Era vuota. La chiusi. La riaprii. Il cursore lampeggiava, un battito cardiaco digitale che sembrava prendermi in giro. Dovevo scriverle. Il problema non era l'azione in sé, era l'abisso di insicurezza in cui stavo annegando. Iniziai a fare delle prove, cancellando ogni volta prima ancora di finire la frase.
Stasera passi al bar? Lo fissai. No, troppo diretto. Sembrava quasi un interrogatorio. Cancellai.
Oh comunque forse ci becchiamo stasera Troppo finto. Troppo costruito. Puzzava di ragazzo che ci ha pensato su due ore per sembrare casuale. Cancellai.
Ciao Angela Mi passai una mano sulla faccia. Ciao Angela? Serio? Sembravo un pensionato che scriveva all'amministratore di condominio. Cancellai di nuovo.
Rimasi a fissare la tastiera per un tempo interminabile. Alla fine, decisi di arrendermi alla mia stessa natura. Se dovevo essere imbarazzante, tanto valeva farlo in modo onesto. Digitai tutto d'un fiato: Andrea: comunque stasera al bar ci sono anch’io, così se vieni posso fare finta che sia una coincidenza
Non rilessi. Premetti invio e bloccai lo schermo con un gesto talmente violento che per poco non feci cadere il telefono a terra. Mi alzai dal letto di scatto. La stanza era improvvisamente troppo stretta. Posai il cellulare sulla scrivania, feci due passi verso la finestra, mi girai e lo ripresi in mano dopo esattamente otto secondi. Controllai se il Wi-Fi era attaccato. Lo era. C'erano le due spunte grigie.
Iniziai a camminare per la casa vuota come un animale in gabbia. Ero convinto di aver scritto troppo. La frase era troppo lunga, troppo pensata. Mi immaginai Angela sdraiata sul letto, che leggeva il messaggio, faceva uno screenshot e lo mandava al gruppo delle sue amiche con la didascalia: guardate questo disperato. Mi venne un crampo allo stomaco. Andai in cucina, mi versai un bicchiere d'acqua del rubinetto, lo bevvi in un sorso solo, poi tornai in camera. Guardai l'orologio. Era passato un minuto e mezzo. Un minuto e mezzo era pochissimo per una persona sana. Per me, per l'Andrea di quel sabato mattina, era un processo di Norimberga.
Poi, lo schermo si illuminò. Angela sta scrivendo... Trattenni letteralmente il fiato.
Angela: ahaha ottima strategia Angela: sì comunque penso di passare :)
Mi sedetti sul bordo del letto. Fissai lo schermo, analizzando ogni singola parola come un maniaco omicida. Penso. Non aveva detto "vengo sicuramente", si stava tenendo un margine. Passare. Un verbo transitorio, leggero, che non implicava impegno. E poi quella faccina sorridente. Una persona normale avrebbe visto un messaggio simpatico. Io ci vidi una tesi di laurea in prossemica digitale.
Ma, al netto della mia psicosi, era un sì. Era stata al gioco. Le dita scivolarono veloci sulla tastiera, stavolta senza esitazioni. Andrea: perfetto, io farò finta di non averti scritto
La risposta arrivò quasi subito. Angela: e io farò finta di cascarci
Lanciai il telefono sulle coperte e mi passai le mani tra i capelli. Un'ondata di energia pura, elettrica e ridicola mi attraversò il petto. Aveva funzionato. La dinamica era perfetta: c'era ironia, c'era intenzione, non c'era disperazione. Mi sentii improvvisamente invincibile, o quantomeno non completamente guasto.
Per smaltire l'adrenalina, mi ributtai sul letto e ripresi il telefono, aprendo Instagram in modo distratto. Iniziai a scorrere le storie senza guardarle davvero. Il pollice si muoveva in automatico. Poi, l'algoritmo fece il suo lavoro. Toccai il cerchietto di una ragazza che conoscevamo entrambi. Era un breve video girato la sera prima, in un locale in spiaggia che frequentavamo spesso l'estate scorsa. E lì, in mezzo al gruppo, c'era Elena.
Era taggata in piccolo, in basso a destra. Indossava un vestito chiaro, teneva in mano un cocktail e rideva guardando l'obiettivo. Era bellissima. La stessa risata, la stessa piega dei capelli, lo stesso modo di inclinare la testa che per tre anni era stato il centro assoluto della mia gravità. Il mio stomaco ebbe un sussulto, un riflesso condizionato e involontario. Aspettai l'onda d'urto. Aspettai quel senso di asfissia, il dolore acuto che mi aveva paralizzato sul letto solo ventiquattr'ore prima, svuotandomi i polmoni.
Ma l'asfissia non arrivò. C'era malinconia, certo. Una puntura di spillo proprio sotto le costole. Ma niente di devastante. Fissai il video finché non finì e passò alla storia successiva. Non tornai indietro per riguardarlo. Chiusi l'applicazione. Non stavo bene, e non ero guarito. Ma quella mattina, Elena passò nella mia giornata come una macchina vista da lontano: abbastanza vicina da riconoscerla, non abbastanza da investirmi.
Il pomeriggio scivolò via tra ondate di caldo torrido e un'attesa quasi adolescenziale. Quando arrivò il momento di prepararmi, la casa era ancora deserta e silenziosa, ma io ci stavo rimbalzando dentro con un'energia che non ricordavo di possedere. Feci una doccia veloce, alternando l'acqua calda a quella gelata per cercare di abbassare la temperatura corporea, ma fu inutile. Uscii dal box già sudato, la finestra aperta che faceva entrare solo aria densa e odore di asfalto rovente.
Davanti all'armadio, andai in crisi mistica. Provai tre magliette diverse. Una era troppo stretta, l'altra sembrava da pigiama. Alla fine optai per una polo scura, morbida, semplice. La infilai, mi guardai allo specchio e cercai di sistemarmi i capelli, ma il caldo umido me li rovinò in tre secondi netti, lasciandomi un ciuffo ribelle sulla fronte che decisi di ignorare. Presi la boccetta del profumo. Memore del disastro della settimana precedente, mi concessi un solo, misero spruzzo sul polso, che poi strofinai dietro il collo. Minimo indispensabile.
