Presi il telefono per scendere. C'era una notifica sul gruppo dei ragazzi.
Andrea: stasera bar? Fede: ah quindi Angela ha risposto Marco: vestiti bene ma non come un cameriere triste
Rimasi a fissare lo schermo per un secondo, sorridendo da solo nel corridoio buio di casa mia. Quella frase, quel cameriere triste che solo qualche giorno prima mi aveva riportato la voce di Elena nelle orecchie spezzandomi in due, adesso era solo una battuta di Marco. Aveva perso il suo veleno. Digitai camminando verso il portone.
Andrea: siete il motivo per cui la gente cambia città
Infilai il telefono in tasca. Chiusi la porta a doppia mandata e scesi le scale a due a due, sentendo il sangue scorrermi nelle vene per la prima volta dopo un'eternità.
Il caldo, quella sera, era semplicemente infernale. Il piazzale del bar era un blocco unico di asfalto rovente e corpi accalcati, un ecosistema appiccicoso e rumoroso. I tavolini di plastica erano tutti occupati, coperti di bicchieri velati di condensa in cui il ghiaccio si scioglieva nel giro di tre minuti. L'aria era densa, ferma. Le magliette si attaccavano inesorabilmente alla schiena, e lo spazio tra i motorini parcheggiati male in doppia fila era diventato un corridoio strettissimo dove la gente si urtava di continuo.
Eravamo seduti al nostro solito posto. C'era sempre qualcuno che salutava da un tavolo all'altro, qualcuno che conosceva Angela, qualcuno che conosceva me, e inevitabilmente qualcuno che, passando, nominava persone che facevano parte del vecchio giro di Elena. Tutti guardavano tutti. E, allo stesso tempo, tutti fingevano di non guardare nessuno. Era il peso specifico del nostro mondo, una cappa invisibile che ti toglieva l'ossigeno: in provincia non uscivi mai davvero con qualcuno. Uscivi davanti a tutti.
«Stai sudando,» mi fece notare Fede, indicandomi la fronte con il collo della sua bottiglia di birra. «Fa caldo,» mi difesi, passandomi un tovagliolino di carta sulla tempia. Marco scosse la testa, accendendosi una sigaretta. «No, questo è sudore da femmina. È sudore da prestazione.» «Siete due problemi sociali,» sbuffai, accasciandomi un po' sulla sedia. «Siamo il tuo supporto emotivo,» ribatté Fede con un sorriso a trentadue denti. «Peggio.»
Poi, l'aria sembrò spostarsi. Angela arrivò ridendo prima ancora che io riuscissi a vederla. La sua voce si fece largo tra il rumore di fondo del bar, allegra, musicale, squillante. Quando si avvicinò al nostro gruppo, portò con sé una scarica di energia cinetica pura. Non era una statua da ammirare in silenzio; era puro movimento. Animata, fisica, un po' pazza nel modo in cui gesticolava, assolutamente sicura del proprio corpo.
Indossava un top corto, nero e aderente, che le lasciava scoperta una striscia di pancia, e una gonna leggera, morbida, che le accarezzava la linea sinuosa dei fianchi larghi a ogni passo. La sua pelle nuda, baciata dal caldo della sera, era leggermente lucida e bellissima. Aveva i capelli ricci e voluminosi sciolti sulle spalle, un trucco leggero sugli occhi profondi e un paio di orecchini a cerchio che tintinnavano quando muoveva la testa. Non appena fu a un metro da noi, un profumo dolce, un misto di vaniglia e qualcosa di esotico, mi investì in pieno.
Incrociò il mio sguardo e si staccò dal suo gruppo per un momento, avvicinandosi al mio tavolo. «Allora,» esordì, piegando leggermente la testa di lato con un sorriso furbo. «Hai fatto finta che fosse una coincidenza?» Feci finta di rifletterci su. «Con scarsi risultati.» Lei ridacchiò. «Si vedeva.» «Sono trasparente,» ammisi, allargando le braccia. Angela mi guardò da dietro le lenti dei suoi occhiali, lo sguardo divertito. «No, sei proprio scarso.»
Era un inizio perfetto. Mi prendeva in giro, mi teneva sulla corda, ma mi stava dando spazio. Mentre parlavamo, mi resi conto di quanto il mio corpo e la mia mente stessero lavorando a un regime completamente diverso dal solito. La differenza tra l'avere davanti lei e l'avere davanti Luciana era siderale, e passava tutta attraverso la mia postura. Con Angela, io volevo piacere. Sentivo il bisogno disperato di essere interessante. Pensavo alle battute tre secondi prima di dirle, calcolando il tempismo perfetto. Mi sentivo costantemente sotto i riflettori, osservato, valutato. Ero elettrico, fisico, totalmente performativo. Con Angela ogni battuta era una monetina lanciata in aria. Quando lei rideva, gettando indietro la testa e facendo vibrare quel corpo morbido e perfetto, avevo la sensazione assurda di aver vinto qualcosa.
Con Lulu, invece, non performavo. Parlavo male, ridevo male, semplicemente esistevo. Sul muretto, non c'era nessun colpo da fare, nessun obiettivo da raggiungere, nessuna autostima da pompare. Con Lulu mi sentivo sciolto proprio perché non c'era nulla da vincere.
«E quindi niente, mi ha trascinata qui a forza,» stava dicendo Angela, indicando l'amica al tavolo accanto, riprendendo il filo del discorso su come fosse finita al bar. «Sarei rimasta a casa a farmi schifo sul divano con la musica a palla.» «Ah sì?» mi intromisi, appoggiando i gomiti sul tavolo per accorciare le distanze. «Quindi tu sei da playlist tristi?» «Io?» Angela fece una smorfia quasi disgustata. «No, ti prego. Se devo soffrire, metto musica che almeno mi fa muovere. Reggaeton, pop veloce, roba da ballare anche da sola in camera.» «Quindi niente Olivia Rodrigo?» buttai lì, quasi senza pensarci. Lei scosse la testa, categorica. «Zero. Troppo dramma adolescenziale.» Finsi un'espressione delusa. «Hai appena perso punti.» Angela inarcò un sopracciglio, sfidandomi con quello sguardo un po' altezzoso che mi faceva impazzire. «Perché, tu la ascolti?» «Io ho una dignità flessibile,» risposi, serissimo. Lei scoppiò di nuovo a ridere, una risata aperta e bellissima. «Terribile.»
Mentre lei rideva, mi passò davanti agli occhi un lampo improvviso: il lampione giallo, la felpa grigia di Lulu, il cavo bianco della cuffia condivisa nel parco. Fu solo un secondo. Lo scacciai subito via, concentrandomi sul profumo dolce di Angela e sulla linea del suo collo, ma quel ricordo minuscolo si era già ritagliato un angolo tutto suo.
Avevamo bevuto il giusto, quel paio di drink necessari per allentare i muscoli e rendere le risate un po' più facili e sonore. L'aria era ancora un muro di calore fermo, ma la conversazione con Angela scorreva liscia, un gioco di provocazioni leggere e sguardi diretti. La nostra dinamica era diventata rapidamente un crescendo, partendo adagio con battute argute per poi caricarsi di un'attrazione sottile ma innegabile.
A un certo punto, dalle casse incastrate sotto il tendone del locale vicino, partì un pezzo diverso. Un ritmo latino, veloce, martellante, denso di bassi. Gli occhi scuri di Angela si illuminarono dietro le lenti. «Questa la amo,» disse, sbarrando gli occhi con finta devozione. «Mi sembra una minaccia,» replicai, facendo un passo indietro. «Lo è.»
Senza darmi il tempo di reagire, allungò una mano e afferrò la mia. Le sue dita erano calde, morbide. «Tu balli?» mi chiese, tirandomi già verso uno spazio minuscolo e sovraffollato tra i tavolini di plastica, i motorini parcheggiati e la gente che beveva. «Io subisco la musica,» risposi, cercando di puntare i piedi a terra. «Risposta sbagliata.»
Finimmo in quella trincea umana, circondati da corpi accaldati. E io, puntualmente, feci schifo. Ero teso, goffo, fuori ritmo. Iniziai a muovere i piedi in modo sconnesso, guardandomi le scarpe come se potessero suggerirmi i passi, sentendomi addosso gli sguardi dell'intera provincia. Risi, una risata nervosa e spezzata, cercando disperatamente di compensare con l'ironia. «Sei rigido come un palo della luce,» mi fece notare lei, muovendo i fianchi con una naturalezza disarmante. «È il mio stile.» «Uno stile denunciabile, Andrea.» «Non tutti possono essere professionisti.» Angela ridacchiò, scuotendo i ricci scuri. «Io sono animatrice, ho visto bambini di sei anni muoversi meglio.» «Colpo basso.» «Verità educativa.»
Ma non voleva umiliarmi. La spontaneità vinse sulla mia solita, disastrosa complessità mentale. Angela prese il controllo in modo totalmente giocoso. Fece un passo verso di me, mi prese la mano destra e se la appoggiò sul fianco nudo, esattamente dove il top corto finiva e iniziava la gonna. La sua pelle era bollente, leggermente scivolosa di sudore. L'altra mano me la mise sulla spalla, avvicinandosi per potermi parlare all'orecchio sopra il volume della cassa. «Non devi fare tutto giusto,» mi sussurrò, ridendo quando sentì i miei muscoli irrigidirsi sotto il suo tocco. «Ottimo, allora sono avanti.» «Devi solo seguire.» «Seguo malissimo, Angela.» «Lo so,» rispose lei, alzando il viso verso il mio. I suoi occhi mi inchiodarono. «Per questo ti tengo.»
Fu una frase semplice, ma mi attraversò come una scarica elettrica. Era una promessa sottile, carica di un'intimità improvvisa. Da quel momento, il caldo smise di essere solo clima e divenne quasi un personaggio in mezzo a noi. Il caldo faceva sembrare tutto più vicino. I corpi, le voci, gli odori. Angela mi stava davanti, troppo vicina per essere solo una ragazza con cui stavo parlando e non abbastanza per essere qualcosa che potevo permettermi davvero.
