Il rumore sguaiato del bar si fece sfocato. Sentivo solo il battito del basso e il suo profumo dolce di vaniglia, mescolato al sentore acre e vivo del sudore e all'alcol. La nuca di Angela brillava di condensa, il tessuto nero del top le aderiva perfettamente al seno pieno, seguendo il ritmo del suo respiro accelerato. La mia mano sulla sua vita perse ogni esitazione, stringendo con più sicurezza la curva morbida del suo fianco, e lei non fece un solo millimetro per scostarsi. Era ballerina, il suo corpo era uno strumento che sapeva suonare alla perfezione. Iniziò a muoversi intorno a me, senza strusciarsi in modo volgare, ma giocando con una sensualità palpabile, viscerale. Mi prese il polso, mi tirò dolcemente verso di sé. Il suo fianco sfiorò il mio, una pressione morbida e inequivocabile. La mia erezione si risvegliò, rapida e prepotente, schiacciata contro la stoffa dei pantaloni. Mi sentii ridicolo per quella reazione così viscerale e immediata, ma lei se ne accorse. E non si ritrasse.
«Respira, Andrea,» mi mormorò. «Sto respirando.» «No, stai calcolando.» «È diverso?» «Molto.» Spostò la mano dalla mia spalla e me la posò piatta al centro del petto, una pressione leggera ma decisa, per fermarmi mentre sbagliavo l'ennesimo passo. I nostri petti quasi si toccavano. «Vedi? Qui,» sussurrò. «Dove?» «Nel corpo. Non nella testa.»
Aveva ragione. Lei era puro corpo, movimento, istinto. La musica cambiò, scivolando in un beat leggermente più lento, e la tensione tra noi raggiunse il suo picco. Per un secondo sembrò che la distanza tra noi avesse dimenticato come si misura. Eravamo fermi, vicinissimi. Sentivo il suo respiro caldo sul collo. Abbassai lo sguardo sulle sue labbra piene e dischiuse. Lei se ne accorse, e il suo sguardo si abbassò sulla mia bocca. Avrei potuto baciarla. Avrei dovuto baciarla. Ma il mio cervello, quella macchina rotta e logorata dai mesi precedenti, ci mise un secondo di troppo. Fui troppo lento, troppo impaurito, troppo incastrato nella mia testa.
Angela lo capì perfettamente. Sorrise, un sorriso furbo e bellissimo, e si tirò indietro appena, rompendo l'incantesimo senza distruggerlo. «Ti si vede tutto in faccia,» disse. «Cosa?» «Che stai pensando troppo.» «È una malattia.» «Si cura.» Mi diede una spinta leggerissima sul petto, quasi una carezza al contrario, e poi fece il gesto di sistemarmi il colletto della polo. «Non stasera.» Deglutii a fatica. «Ah.» «Non fare quella faccia.» «Che faccia?» «Quella da cucciolo bocciato.» «Sto elaborando il lutto,» borbottai. «Drammatico.»
Non mi aveva baciato, ma aveva lasciato la porta spalancata, aumentando la tensione in modo esponenziale, mantenendo il mistero e la promessa viva. Si avvicinò di nuovo, stavolta per salutarmi. Le sue labbra sfiorarono la mia guancia, fermandosi a un millimetro diabolico dall'angolo della mia bocca. Un bacio decisamente troppo vicino per essere innocente, e non abbastanza per essere vero. «Ci vediamo martedì?» mi sussurrò all'orecchio. Il suo fiato mi fece venire la pelle d'oca. «Martedì?» «Sì. Se mi inviti bene.» Si scostò, indugiando ancora un istante prima di lasciarmi del tutto. «Comunque,» aggiunse, con gli occhi che brillavano di malizia, «sei meno scarso quando smetti di avere paura.»
Si voltò e tornò verso le sue amiche, lasciandomi lì, in mezzo alla pista improvvisata, con il respiro corto e il sangue che mi martellava nelle vene. Feci una mezza risata da solo, passandomi una mano tra i capelli ormai fradici. Avevo caldo ovunque, un calore che partiva dallo stomaco e si irradiava fino alla punta delle dita.
Cercai di rimettermi in sesto, stirando la polo e provando a comporre un'espressione neutra prima di tornare al mio tavolo. Fu un fallimento totale. Quando mi lasciai cadere sulla sedia di plastica, Marco e Fede mi stavano già fissando con le braccia incrociate e un ghigno identico stampato in faccia. «Che cazzo è successo?» esordì Marco. «Niente,» risposi, prendendo la mia birra ormai calda e bevendone un sorso troppo lungo. «Niente?» Fede scosse la testa. «Hai la faccia di uno che ha visto la Madonna in top.» «Siete volgari,» sbottai, cercando di non sorridere. «Tu sei rosso,» tagliò corto Marco, battendomi una mano sulla spalla.
Sospirai, lasciandomi sprofondare nella sedia. Era vero, ero rosso, ero sudato ed ero goffo. Ma, per la prima volta da quel maledetto giorno di giugno, mi sentivo anche fottutamente vivo.
Lasciai Marco e Fede al tavolo a sghignazzare e mi alzai per andare a prendere un'altra birra al bancone. Farsi strada in quel mare di corpi sudati e voci sovrapposte era un'impresa. Il caldo non dava tregua, rendendo l'aria un fluido denso da tagliare a fatica. Mentre mi incastravo tra due gruppetti vicini all'ingresso del locale, una ragazza mi passò accanto, sfiorandomi la spalla.
Non la guardai nemmeno in faccia, ma il mio cervello si fermò di colpo. Era il suo profumo. Quello di Elena. Una miscela precisa di fiori bianchi e qualcosa di secco, inconfondibile. In una frazione di secondo, il rumore del bar sparì. Fui catapultato di nuovo nell'abitacolo rovente della mia Punto a giugno, con il petto squarciato e l'aria che mi mancava. Sentii la stessa identica fitta allo stomaco, un morso freddo in mezzo a tutto quel sudore. Elena mi passò accanto nella forma di un profumo, di una fitta, di un’abitudine antica. La riconobbi subito. Il mio istinto fu quello di voltarmi, di cercare il fantasma nella folla, di lasciarmi affondare di nuovo in quella malinconia confortevole e distruttiva.
Ma in quel preciso istante, una mano si chiuse attorno al mio polso. Morbida, calda, viva. Mi voltai di scatto. Era Angela. «Ti ho salvato dalla calca,» mi disse, tirandomi leggermente verso uno spiazzo un po' più libero, vicino ai motorini parcheggiati, dove l'aria sembrava circolare un millimetro in più. Il suo tocco fu un'ancora buttata nel presente. Il profumo di vaniglia e pelle sudata di Angela spazzò via il fantasma di Elena in un istante. E per una volta, io non seguii il fantasma. Mi lasciai trascinare da lei.
«Me ne vado,» annunciò, lasciando la presa sul mio polso ma rimanendo vicinissima. Il suo petto si alzava e si abbassava regolarmente, la pelle lucida di condensa che la rendeva ancora più terrena, carnale. «I miei piedi chiedono pietà e le mie amiche stanno crollando.» «Già ci abbandoni?» «Ho dato spettacolo a sufficienza per stasera,» rispose, sistemandosi una ciocca di capelli ricci dietro l'orecchio. Mi guardò dritta negli occhi, con quel mezzo sorriso malizioso e sicuro di sé. «Comunque, scrivimi tu.» Feci un mezzo sorriso, infilando le mani in tasca per non farle vedere che mi stavano sudando i palmi. «Non ho il tuo numero.» «Problema facilmente risolvibile.»
Allungò una mano verso di me, il palmo aperto, aspettando. Tirai fuori il mio telefono dalla tasca e glielo porsi, già sbloccato. Angela fece un passo in avanti per guardare lo schermo, accorciando ulteriormente la distanza. Il suo braccio sfiorò il mio petto, e la morbidezza del suo seno premé in modo fugace, ma inequivocabile, contro il mio avambraccio. Fu un contatto accidentale, eppure denso di una sensualità sfacciata che mi fece contrarre i muscoli dell'addome. Lei non si scostò. Rimase lì, concentrata a digitare il suo numero, il viso a pochi centimetri dal mio collo, il suo respiro caldo che mi solleticava la pelle.
«Ecco fatto,» disse, restituendomi il cellulare con un sorrisetto soddisfatto. Guardai lo schermo. Aveva salvato il contatto. «Angela forse?» lessi ad alta voce, alzando un sopracciglio. «Così resti umile,» ribatté lei, incrociando le braccia. «Mi sembra giusto.» «E tu come mi salvi?» mi sfidò, piegando la testa di lato. «Angela,» dissi, con finta serietà. Lei fece una smorfia contrariata, arricciando il naso. «Banale.» Ci pensai un secondo. «Angela gate?» Gli occhi le brillarono di divertimento. «Terribile. Fallo.»
Modificai il nome in rubrica sotto il suo sguardo attento, sentendo un'euforia leggera, quasi adolescenziale, montarmi nel sangue. Ma sapevo che non bastava. Non potevo lasciare che fosse lei a fare tutto il lavoro. Se volevo davvero dimostrare a me stesso di essere vivo, dovevo fare un passo vero, concreto.
Bloccai lo schermo e mi imposi di guardarla dritta in faccia, ignorando il cuore che mi rimbombava nelle orecchie come un tamburo. «Comunque,» iniziai, la voce leggermente più bassa, «se vuoi, possiamo vederci una sera senza pubblico.»
Appena lo dissi, desiderai istantaneamente evaporare. Scomparire in una nuvola di fumo sull'asfalto del parcheggio. Mi aspettavo un rifiuto cortese, una risata di circostanza, un "dai, vediamo". Angela, invece, non rise nel modo sbagliato. La sua espressione si fece appena più attenta, i lineamenti morbidi illuminati dalla luce dei fari di una macchina di passaggio. «Tipo?» mi chiese. «Tipo un gelato.» Lei fece scorrere la lingua sul labbro inferiore, un gesto lento, quasi distratto, che mi mandò a fuoco il cervello. «Solo gelato?» «Possiamo aggiungere una passeggiata, se vogliamo sembrare persone profonde,» azzardai, ritrovando un briciolo della mia ironia. Angela sorrise davvero. Un sorriso aperto, luminoso. «Martedì?» Sentii i polmoni riempirsi d'aria per la prima volta in tutta la serata. «Martedì,» confermai.
