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Erotika
Lulu · Cap. 3
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Capitolo 3 di 5 38 min di lettura

La Notte in Cui Lulu Salì da Me

Tra una tradizione notturna appena nata e una serata afosa in provincia, Andrea prova a inseguire una nuova possibilità. Ma quando la notte si sposta dentro casa, qualcosa di imprevisto rende tutto più ambiguo.

ale🍻
20 giorni fa · 437 letture · 3

Non c'era bisogno di aggiungere altro. Obiettivo raggiunto. Mi diede un ultimo bacio sulla guancia, di nuovo pericolosamente vicino all'angolo della bocca, lasciandomi addosso il calore della sua pelle e quel profumo inebriante. Si voltò e se ne andò verso la macchina delle sue amiche, muovendo i fianchi con quella sua camminata ipnotica e consapevole, sicura che la stessi guardando. E la stavo guardando, eccome. Con le mani in tasca e il telefono che scottava contro il palmo, mentre la notte di provincia inghiottiva lentamente il rumore del bar.

Erano quasi le due del mattino quando imboccai la mia via. L'asfalto sembrava un miraggio tremolante sotto la luce dei lampioni. Ero stanco, sudato, con i piedi che mi formicolavano nelle scarpe e un ronzio piacevole nella testa dovuto alle birre e all'euforia. Ero ancora su di giri. L'appuntamento con Angela era una vittoria vera, tangibile, qualcosa che finalmente non aveva la forma di un fantasma.

Mentre camminavo, tirai fuori il telefono. Non aprii il gruppo con Fede e Marco, non avevo voglia di subire il loro interrogatorio da caserma. E non aprii la chat di Angela gate per scriverle subito; sarebbe stato da disperati. Aprii la chat di Luciana. Fu un riflesso condizionato, naturale come respirare.

Andrea: è andata bene

La risposta arrivò prima ancora che raggiungessi il cancello di casa, segno inequivocabile che la sua insonnia stava vincendo di nuovo. Lulu: chi cosa dove quando parla umano Andrea: Angela gate Lulu: ODDIO Andrea: non fare la deficiente Lulu: impossibile Andrea: abbiamo un appuntamento Lulu: sono fiera del mio piccolo disagiato

Sorrisi da solo, fermandomi davanti al portone, la luce gialla dell'androne che mi illuminava a metà. Poi il telefono vibrò di nuovo. Lulu: aspe se stai tornando scendo Andrea: ora? Lulu: non ho sonno. ci fumiamo un bob Andrea: sei una pessima influenza Lulu: lo so

Mi appoggiai al muretto per aspettarla. L'aria era letteralmente invivibile, un brodo umido che non dava tregua. Il portone del palazzo di fronte scattò due minuti dopo. Lulu uscì, e non appena la vidi, il mio cervello subì un cortocircuito che mi lasciò interdetto per un paio di secondi.

Non era vestita per uscire. Non era minimamente preparata per essere guardata, e la cosa risultava devastante. Indossava un paio di pantaloncini da pigiama di cotone grigio, talmente corti e sformati da lasciare scoperte quasi per intero le cosce piene e morbide. Sopra aveva una canotta bianca leggerissima, sottile, evidentemente infilata al volo senza reggiseno. I capelli neri erano raccolti in un groviglio precario sulla nuca, e ai piedi aveva un paio di ciabatte di gomma. La sua pelle era lucida per il caldo, le clavicole in evidenza, e aveva quell'aria stanca e insonne di chi ha passato le ultime due ore a rigirarsi nel letto.

Era l'emblema della domesticità, cruda e senza filtri. Eppure, sotto il lampione, quel corpo così pieno, abbandonato dentro abiti troppo leggeri, emanava una sensualità svogliata e prepotente. Quando si avvicinò, il tessuto della canotta si tese sui seni, assecondandone il movimento. Forse proprio perché non si aspettava di essere desiderata, ebbi l'istinto immediato di dover guardare altrove per non farmi scoprire. Inghiottii a vuoto, incrociando le braccia al petto.

«Sei scesa in pigiama?» le chiesi, cercando di mantenere la voce neutra. Luciana sbadigliò, grattandosi una coscia nuda. «Fa caldo e con te faccio categoria arredamento, quindi non conta.» Sbattei le palpebre. «Categoria arredamento?» «Sì,» annuì, tirando fuori l'accendino e la canna già girata dalla tasca dei pantaloncini. «Sei innocuo.» «Mi sento valorizzato,» risposi, punto sul vivo. «Non dovresti.»

La battuta era perfetta. Era una provocazione mascherata da insulto, un modo per aprire una tensione sottilissima che entrambi ci stavamo affrettando a negare. Lulu si sedette sulla panchina rovente di fianco al muretto, allargando le gambe per cercare un po' d'aria, indifferente a quanto quel gesto la rendesse vulnerabile al mio sguardo. Accese, fece il primo tiro e me la passò. Provammo a restare lì, ma era una follia. Le zanzare tigre ci attaccarono all'istante, e io sentivo la polo scura che mi si incollava inesorabilmente alla schiena e al torace. Anche Lulu iniziò a sventolarsi il viso con la mano libera, sbuffando.

«Senti,» dissi all'improvviso, passandomi una mano sulla fronte madida. «Saliamo da me, dai. Sto da solo. Aria condizionata e veranda.»

Lo dissi con una naturalezza totale, esattamente come se stessi invitando Marco a giocare alla Play. Solo mezzo secondo dopo che le parole mi erano uscite di bocca, mi resi conto del peso della frase. Luciana non era Marco. Era una ragazza formosa, mezza nuda in pigiama, alle due e mezza del mattino.

Lulu rimase con la canna a mezz'aria. I suoi occhi scuri mi scrutarono per un istante infinito, soppesando l'offerta. Ci pensò quel mezzo secondo di troppo, quello in cui la confidenza sbatte contro la realtà del genere. Poi espirò il fumo, alzando una spalla. «Sicuro?» «Se ti fidi della tana del disagio.» Un sorriso sbieco le comparve sulle labbra. «Ho visto la tua spesa l'altra sera. Ormai non hai segreti per me.»

Aprimmo il mio portone e chiamammo l'ascensore. Salire insieme verso il mio piano in quello spazio angusto e chiuso creò una bolla di silenzio diverso. Sentivo il suo profumo di pelle accaldata e tabacco, mescolato all'odore asettico della cabina.

Entrammo in casa. Era la prima volta di Lulu nel mio spazio. Chiusi la porta alle nostre spalle, accendendo la luce del corridoio. L'appartamento ci accolse con il suo disordine silenzioso. Si vedeva il lavandino della cucina invaso da due piatti incrostati, il mio borsone della palestra abbandonato a metà del disimpegno come un ostacolo, e in fondo la porta semiaperta della mia camera, debolmente illuminata, con il letto sfatto. Accesi subito lo split dell'aria condizionata, un ronzio salvifico che iniziò a buttare aria gelata.

«Non giudicare,» dissi, precedendola lungo il corridoio. Lulu si guardava intorno, le ciabatte che strisciavano silenziose sul pavimento. «Troppo tardi.» «Non hai ancora visto niente.» «Peggio.»

La feci entrare in camera, per attraversarla e raggiungere la piccola veranda coperta. Ma Luciana si fermò in mezzo alla stanza. I suoi occhi si posarono subito sulla mensola sopra la scrivania, dove tenevo allineati i volumi dei miei manga. La sua aria da dura insonne svanì per un attimo, sostituita da un guizzo di genuino entusiasmo infantile.

«Aspetta,» disse, avvicinandosi agli scaffali. «Che c’è?» Si voltò verso di me, sgranando gli occhi, con il dito puntato verso la fila di volumetti. «Hai davvero questa serie completa?» Sorrisi, godendomi la sua reazione. «Non toccarla con quelle mani da ladra di Monster.» Lulu scoppiò a ridere, una risata di gola che suonò incredibilmente bene tra le mura della mia stanza. «Zitto,» mi intimò, ripercorrendo i dorsi colorati senza sfiorarli, con un rispetto quasi sacro. Si voltò a guardarmi, e per un momento non ci furono battute di difesa. «Adesso ti rispetto un po'.»

Era un momento bellissimo, intimo senza essere opprimente. La vidi gasarsi per una parte nerd della mia vita, una di quelle cose che di solito nascondevo per sembrare più adulto e risolto. E lei era lì, nel cuore della mia stanza, in pigiama, a rendere quel disastro di solitudine un posto finalmente abitabile.

Ci sedemmo fuori, nella piccola veranda chiusa a metà, lasciando la portafinestra della mia camera socchiusa per far arrivare un po' del freddo del condizionatore. L'aria esterna era ancora una cappa immobile, soffocante. Avevo la polo incollata addosso, impregnata del sudore della discoteca, del fumo e dell'umidità.

Senza pensarci su, afferrai i lembi della maglietta, me la sfilai dalla testa e la buttai su una sedia di plastica lì vicino, rimanendo a petto nudo. Lulu, che stava accendendo la canna, si fermò con l'accendino a mezz'aria. «Che fai?» «Muoro,» le risposi, passandomi una mano tra i capelli umidi per tirarli indietro. Lei sbuffò una risata. «Italiano eccellente.» «Sto da solo e fa fottutamente caldo, posso essere incivile.» Luciana mi lanciò un'occhiata veloce, dalla testa alla vita, per poi tornare a fissare la fiamma dell'accendino. «Tranquillo. Con me fai categoria arredamento, quindi non mi scompongo.» Mi appoggiai al muro sbreccato della veranda. «Arredamento bello?» Lei tirò, socchiudendo gli occhi scuri. «Funzionale.»

Risi, sentendo i muscoli del petto e dell'addome rilassarsi. Era assurdo quanto fosse facile stare lì con lei. Senza difese, senza l'ansia di dover essere attraente. «Comunque, al bar,» iniziai, sentendo improvvisamente la voglia di raccontarle tutto, «abbiamo ballato.» Luciana si voltò di scatto, quasi strozzandosi con il fumo. «Tu?» «Sì.» «Quindi lei è una santa.» «Ha detto che sono pessimo, ma simpatico.» Lulu annuì con gravità. «Riassunto perfetto della tua persona.» Feci un bel respiro, guardando le luci lontane della strada oltre la zanzariera. «Abbiamo un appuntamento.» «Madonna.» Mi girai verso di lei. «Che c’è?» «Niente,» disse, con un sorriso sincero che le ammorbidì i lineamenti stanchi. «Sto solo assistendo alla crescita di un disagiato. Sono orgogliosa.»

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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