Era genuinamente contenta per me. Non c'era un'ombra di gelosia, nessun sottotesto amaro. Eppure, mentre mi guardava soddisfatta, ebbi la netta sensazione che l’intimità che avevamo costruito noi due in quella stanza, seduti quasi al buio, io mezzo nudo e lei in pigiama, fosse la cosa più strana e spiazzante di tutta la giornata.
«Facciamo un gioco,» proposi, per rompere quel pensiero. «Tre opening, una verità.» Lulu inarcò un sopracciglio. «Sarebbe?» «Io metto tre opening anime. Tu devi indovinarle. Se sbagli, devi rispondere a una domanda vera.» «Queste regole le hai inventate adesso.» «Tutte le grandi istituzioni nascono così.» «Questa è dittatura, Andrea.» «Anime dittatura. Ci stai?»
Ci stette. Le prime domande furono stupide, il solito fuoco di fila di nerditudine e prese in giro. «Peggior cotta anime?» «Opening che ti vergogni di amare in pubblico?» «Personaggio che ti ha irrimediabilmente rovinato gli standard nella vita reale?» Ridevamo a bassa voce per non svegliare i vicini, passandoci il telefono e la canna. Poi, misi una traccia maledetta, un lato B di un anime mecha degli anni novanta. Lulu fallì miseramente, ma subito dopo, per pura vendetta, mi piazzò una opening di uno shojo sconosciuto. Sbagliai anch'io.
Lulu appoggiò il telefono sulle ginocchia. L'espressione si fece improvvisamente seria, gli occhi neri puntati dritti nei miei. Il buio della veranda sembrava amplificare lo spazio tra noi. «Quando è stata l’ultima volta che sei stato bene senza fingere?» mi chiese. La sua voce era bassa, roca.
Sospirai. «Pesante.» «Hai perso tu. Regole della dittatura.» Ci pensai. Pensai a Elena, ai mesi di apnea, al sudore freddo delle notti passate a fissare il soffitto. Poi pensai ad Angela, al suo profumo, al sollievo di essermi sentito desiderato. E poi pensai a quella sera, al muretto, alla stanza buia, al rispetto negli occhi di Lulu davanti ai miei manga. «Forse stasera,» risposi, abbassando la voce. Lulu mi scrutò attenta. «Con Angela?» Rimasi in silenzio per mezzo secondo. Avrei potuto dire di sì e chiuderla lì. Ma la guardai, guardai i suoi capelli spettinati e le ginocchia scoperte, e scelsi la verità. «Anche.»
Non dissi anche con te. Non serviva. La parola rimase sospesa tra noi, densa come il fumo,Non dissi anche con te. Non serviva. La parola rimase sospesa tra noi, densa come il fumo, abbastanza chiara da farmi venire voglia di guardare altrove. Poi toccò a lei perdere. Mise male il titolo di una canzone di Evangelion. «Tocca a me,» dissi, incrociando le braccia. «Tu? L'ultima volta che sei stata bene davvero?» Luciana si guardò le mani. «Oggi.» «Oggi quando?» «Non fare il notaio emotivo, Andrea. Hai fatto una domanda, ho risposto.» «È una risposta?» Fece un mezzo sorriso, guardando altrove. «È una fuga elegante.»
La tensione si era alzata in modo impercettibile, ma reale. L'aria in veranda era diventata viziata, troppo calda. «Vado a buttare il mozzicone e prendo un po' d'aria condizionata, qua si muore,» annunciò Lulu, alzandosi in piedi. Il problema era che la veranda era larga quanto un corridoio, e io ero seduto proprio davanti alla portafinestra. Mi alzai nello stesso momento in cui lei fece un passo in avanti. Ci incastrammo.
«Ti sposti?» disse lei, fermandosi a un palmo dal mio petto. «Sto provando.» «Sei grosso.» «Grazie?» «Non era un complimento.» «Lo prendo lo stesso,» mormorai. Lulu sbuffò una risata e cercò di sgusciare di lato, tra me e il muro sbreccato. Io feci per farla passare, ma calcolai male lo spazio. Lei perse leggermente l'equilibrio e, d'istinto, allungò una mano per non sbattere contro lo stipite. La sua mano finì piatta in mezzo al mio petto nudo.
Il tempo sembrò congelarsi. Le sue dita erano gelide, probabilmente perché aveva tenuto la lattina di Monster fino a poco prima, e il contrasto con la mia pelle bollente fu una scossa elettrica. Sentii il calore del suo corpo investirmi. La canottiera bianca era così sottile che, in quella frazione di secondo di vicinanza assoluta, il suo seno pieno e morbido mi sfiorò il bicipite. Percepivo il suo respiro corto dritto sulla mia clavicola. Il suo profumo mi riempì i polmoni.
Fu una cosa minuscola. Una mano sul petto, un respiro troppo vicino, la sua canotta sottile, la mia pelle nuda. Niente. Eppure, per mezzo secondo, la stanza sembrò cambiare regole. Il mio corpo rispose prima che la mente potesse anche solo razionalizzare, un'ondata di calore improvviso, un desiderio crudo e disordinato che mi strinse lo stomaco.
Lulu si accorse del contatto e, per la prima volta da quando la conoscevo, sembrò spiazzata. Ritirò la mano troppo in fretta, come se si fosse scottata, e fece mezzo passo indietro, rimpicciolendosi contro lo stipite. Per un momento nessuno dei due disse una parola. Non ci guardammo con desiderio esplicito; eravamo solo brutalmente imbarazzati, consapevoli di aver appena varcato una linea invisibile senza volerlo.
Fu lei a spezzare il silenzio, schiarendosi la voce. «Ok, questa veranda viola i diritti umani.» Tirai un respiro profondo, cercando di far ripartire il cervello. «È colpa tua che occupi spazio emotivo.» «E tu spazio fisico,» ribatté, sgusciando finalmente all'interno della camera da letto, al fresco.
La seguii all'interno. La stanza era un frigorifero in confronto al balconcino. Lulu, ancora in pantaloncini cortissimi e canotta bagnata di sudore, si strinse nelle spalle, attraversata da un brivido evidente. «Aspetta, ti do una maglia,» le dissi, andando verso l'armadio aperto. Lei mi guardò di sottecchi. «Mi stai offrendo vestiti come nei film romantici?» Tirai fuori una t-shirt nera, grande, di quelle che usavo per dormire o per stare in casa, e gliela lanciai addosso. «No, come nei centri d’accoglienza.» «Molto poetico,» commentò, afferrandola al volo.
Scomparve in bagno per cambiarsi, rifiutandosi di farlo davanti a me. Quando uscì, aveva tolto la canottiera e infilato la mia maglia. Mi voltai e mi bloccai. La maglia le stava enorme. Le arrivava a metà coscia, nascondendo quasi completamente i pantaloncini del pigiama, facendo sembrare che non avesse nulla sotto. Le maniche larghe le ricadevano oltre le spalle, accentuando il suo essere minuta ma formosa, morbida. Era ridicola. E per qualche motivo preciso, animalesco e incredibilmente fastidioso, vederla addosso a lei, invasa dal mio tessuto, mi fece più effetto di quanto avrebbe dovuto. Era un'immagine di un'intimità domestica, quasi matrimoniale, che mi scombussolò.
«Ti sta enorme,» riuscii a dire. Lulu si tirò giù l'orlo, lisciandolo sulle cosce con finta disinvoltura. «È questo il punto del prestito.» «Me la ridai?» «Quando smetti di chiamarmi Lulu.» «Quindi mai.» Fece un sorrisetto sfacciato, incamminandosi verso la porta d'ingresso. «Esatto.»
Erano quasi le tre quando la accompagnai alla porta. Si portò via la mia maglia addosso e la sua Monster mezza vuota in mano. Rimanemmo d'accordo per un vago "ci becchiamo". Quando la porta si chiuse, rimasi solo nel corridoio. L'aria condizionata ronzava in camera.
Mi buttai sul letto, a pancia in su, con la mente che girava a vuoto, tirata da due fili diametralmente opposti. Da una parte c'era Angela: la discoteca, la pelle sudata, il ballo, l'adrenalina di un appuntamento vero fissato per martedì. Dall'altra c'era Lulu: il muretto, i manga, le dita fredde sul mio petto nudo e un'intimità domestica che non riuscivo, né volevo, spiegarmi.
Il telefono vibrò sul materasso, di fianco alla mia mano. Lo presi. Angela gate: comunque mi sono divertita stasera :)
Sorrisi. Era enorme. Una settimana prima, un messaggio del genere da una ragazza bella come Angela mi avrebbe letteralmente salvato la vita, azzerando qualsiasi altro pensiero. Mi alzai per andare a spegnere la luce. Passando davanti alla portafinestra della veranda, gettai distrattamente un'occhiata giù, in strada.
Il lampione illuminava l'asfalto deserto. Sotto, Lulu stava finendo di attraversare quei venti metri che separavano i nostri portoni, con la mia maglia nera enorme addosso, che le copriva i fianchi, e la Monster rubata infilata saldamente sotto il braccio. Il telefono vibrò ancora nella mia mano. Angela aspettava una risposta. Io rimasi fermo dietro il vetro, qualche secondo di troppo, senza sapere quale delle due cose lo stesse facendo sorridere.
Com'è finora?
Ti è piaciuto?
sono alle prime armi con i racconti erotici e spero possiate apprezzare quello che pubblico.
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