Alle cinque e mezza del pomeriggio ero sdraiato sul letto a lanciare una pallina antistress contro il soffitto, aspettando di sentire qualcosa. Ansia, entusiasmo, panico, felicità. Qualunque cosa andasse bene per certificare che stavo per uscire con una ragazza che mi piaceva. Invece, niente. C’era solo il caldo asfissiante della mia camera, il ronzio inutile del ventilatore e il rumore secco e ritmico della gomma che rimbalzava sull'intonaco per poi ricadermi perfettamente nel palmo della mano.
Fissavo le crepe sul soffitto cercando di diagnosticare il mio stesso cortocircuito. Prima di uscire con Elena, la prima volta, avevo passato l'intero pomeriggio a camminare per casa come un cane prima della passeggiata. Avevo messo su una playlist a volume altissimo, cantavo pur essendo stonato come una campana, cambiavo maglietta ogni quarto d'ora spargendo cotone su tutti i mobili. Controllavo l’orario ogni tre minuti, mi guardavo allo specchio e mi odiavo con un entusiasmo febbrile, terrorizzato e felicissimo allo stesso tempo. Il mondo mi sembrava enorme, un campo minato di possibilità in cui ogni mio passo poteva cambiare il corso della storia.
Con Angela, invece, ero fermo. Non ero spento, e non ero nemmeno triste. Semplicemente, ero diventato un motore più difficile da accendere. Non c'era quella botta adolescenziale, quell'ingenuità che ti fa credere che un gelato al martedì sera possa salvarti la vita. Ero più adulto, forse. O molto più probabilmente, ero solo più rotto.
Smisi di lanciare la pallina e la lasciai scivolare sul materasso. Decisi che, anche se il mio sistema nervoso si rifiutava di collaborare, la dignità imponeva di prepararmi come si deve. Mi alzai e andai in bagno. La doccia fu metodica. Regolai l'acqua su una temperatura tiepida, lavandomi via il sudore di un pomeriggio passato a fare a pugni con i miei pensieri. Uscito dal box, mi piazzai davanti allo specchio appannato. Passai la schiuma da barba, definendo i contorni con una cura che non ci mettevo da mesi, quasi sorpreso di ritrovare i miei lineamenti sotto quella patina di trascuratezza che era diventata la mia comfort zone. Mi tagliai un paio di peli fuori posto, misi il deodorante, sistemai i capelli lottando contro l'umidità che me li increspava, e spruzzai il profumo. Stavolta senza esagerare: un colpo sul collo, uno sul polso. Misurato.
Tornato in camera, mi vestii. Niente di troppo impostato per non sembrare uno che si era sforzato troppo, ma nulla di sciatto. Infilai un paio di pantaloni leggeri di un grigio sfumato, una polo scura che mi cadeva bene sulle spalle e un paio di scarpe da ginnastica meticolosamente pulite. Controllai l'alito davanti allo specchio dell'armadio, passandomi la lingua sui denti, poi presi il portafoglio dalla scrivania.
Lo aprii per controllare di avere abbastanza contanti. Il mio sguardo cadde su una taschina interna, vuota. Esitai un secondo, sentendomi profondamente stupido. Poi andai ad aprire il cassetto del comodino. Misi un preservativo nel portafoglio, non perché pensassi davvero che sarebbe servito quella sera, ma perché l’ottimismo, a volte, ha la forma umiliante di un quadratino argentato infilato tra la carta d’identità e lo scontrino del benzinaio.
Chiusi il portafoglio e me lo infilai nella tasca posteriore dei pantaloni. Ero pronto. Guardai l'orologio. Alle otto e dieci, quando mancavano esattamente venti minuti all’uscita e io avevo finalmente raggiunto una versione accettabile di me stesso, scoprii che le chiavi della macchina avevano deciso di suicidarsi.
Mi tastai le tasche anteriori. Vuote. Un guizzo di pura, sanissima ansia mi attraversò finalmente il petto, scuotendomi dall'apatia. Iniziai a scandagliare la stanza. Controllai la superficie del comodino, sollevai i libri, guardai sotto i fumetti. Andai a recuperare i jeans della sera prima, buttati nella cesta dei panni sporchi, frugando ferocemente in tutte le tasche. Niente. Aprii il borsone della palestra, rovesciandone il contenuto sul pavimento. Corsi in cucina, guardando sul tavolo, sulle sedie, persino sul piano cottura. Passai in rassegna il bagno, sollevai i cuscini del divano in salotto, spostai i telecomandi. Preso dal panico più totale e irrazionale, aprii persino il frigorifero, fissando il ripiano delle verdure con la speranza delirante di trovarci in mezzo il mio portachiavi. Tornai in camera, mi buttai in ginocchio e guardai sotto il letto, sollevando una nuvola di polvere che mi fece starnutire. Delle chiavi, nessuna traccia.
Il mio cervello, messo alle strette dal panico, decise finalmente di collaborare e mi sbloccò un ricordo della sera prima.
Ero appena tornato da una partita di padel con Fede e Marco. Ero sudato fradicio, stanco morto, con i pantaloncini tecnici sprovvisti di tasche, lo zaino aperto a metà sulla spalla, la racchetta in mano e l’acqua finita da un'ora. Lulu era seduta sotto casa, sul nostro solito muretto. «Sembri reduce da una guerra coloniale,» mi aveva accolto. «Ho giocato a padel.» «Appunto. Sport da divorziati con la maglietta tecnica.» «Porta rispetto per l’atleta, Lulu.» «L’atleta sta morendo vicino al portone.»
Ci eravamo fermati a fumare, assecondando la nostra solita dinamica. Io avevo le chiavi della macchina in mano, scivolose di sudore, e non sapevo dove diavolo metterle mentre cercavo l'accendino. «Tienimele un attimo,» le avevo chiesto. «Perché?» «Non ho tasche e nello zaino mi scoccia, c'è il buco nero lì dentro.» «Mi stai affidando un bene mobile registrato?» «Ti sto dando le chiavi di una Punto dell'anteguerra, Lulu. Non il Santo Graal.» «Per te è più importante del Santo Graal.» Lei le aveva prese, facendole tintinnare, e se le era infilate chissà dove. Forse nella tasca della felpa, o forse nel suo comodino mentale. Poi avevamo continuato a parlare di cazzate per venti minuti e io mi ero completamente, tragicamente dimenticato di riprenderle.
Fine del flashback. Ritorno al presente.
Le chiavi le aveva Lulu. Naturalmente. Perché Dio, quando vuole farmi ridere, prima mi mette davanti un appuntamento vero e poi mi lascia a piedi a un quarto d'ora dall'uscita. Presi il telefono. La chiamai. Una volta. Niente. Segreteria. Due volte. Niente. Tre volte. Il vuoto cosmico. Aprii la chat e iniziai a digitare con la foga disperata di un condannato a morte:
Andrea: Lulu Andrea: LULU Andrea: hai le mie chiavi Andrea: devo uscire Andrea: ho l’appuntamento Andrea: ti prego non dormire proprio adesso Andrea: se sei morta almeno dimmi dove hai messo le chiavi
Ero lì, nel mio corridoio, profumato, vestito bene, con i capelli sistemati e un preservativo nel portafoglio, e stavo letteralmente impazzendo per colpa sua.
Poi, il telefono squillò. Risposi in un millisecondo. «Che vuoi?» La voce di Lulu era distrutta, rauca, lentissima. Sembrava una trasmissione disturbata da un altro pianeta. «Le chiavi.» «Che chiavi?» «Lulu, la macchina.» Sentii un fruscio, poi un respiro pesantissimo. «Ah. Cazzo.» Non stava dormendo per riposare. Era chiusa in camera da ore in full immersion pre-esame. Era entrata in quel panico cieco che ti prende quando inizi a studiare troppo tardi, leggi cinquanta pagine di fila senza capirne mezza, e vai avanti a forza di caffè e Monster con l'aria di chi non vede la luce del sole da tre anni. «Scusa, avevo il telefono in modalità cadavere,» farfugliò. «Modalità aereo?» «No, cadavere. È più grave.» «Scendi e mi dai le chiavi? Ti prego.» «No.» «Come no?» «Sali. Non sono in condizioni di essere vista dalla civiltà.» «Lulu, devo andare da Angela, sono in ritardo!» «Appunto. Sali prima che diventi vedovo del tuo appuntamento.» Sentii un tonfo sordo, probabilmente un libro chiuso male. «Tanto non c’è nessuno a casa. Sali, prendi le chiavi e vattene a fare il latin lover depresso.»
Riattaccò. Mi precipitai fuori. Quei venti metri che separavano i nostri portoni, visti da sotto, sembravano sempre una cazzata. Attraversarli adesso, con l'obiettivo di entrare fisicamente in casa sua, mi fece venire una strana ansia addosso. L'androne odorava di cera per pavimenti e polvere, diverso dal mio. Entrai nell'ascensore controllando di nuovo l'orologio, il cuore che mi batteva per la fretta, ma mescolata all'urgenza c'era una curiosità invadente, quasi elettrica: stavo per varcare la sua soglia.
Suonai. Lulu aprì la porta con la faccia di una persona che aveva appena litigato con l’intero sistema universitario. Non era "preparata" per ricevere nessuno, era letteralmente allo sfascio, e proprio per questo il suo impatto fu intimo e devastante. Aveva addosso una maglia nera enorme, sbiadita, col collo slargato. Era abbastanza lunga da coprirle a malapena un paio di slip rosa di cotone, di cui si indovinava solo l'elastico e un lembo sottile quando si muoveva. I piedi nudi affondavano sul parquet, e lo smalto nero sulle dita sembrava l’unica cosa ancora lucida in quel disastro umano. I capelli erano un nido disordinato tenuto su alla meglio, la pelle pallidissima, le occhiaie scure. In mano stringeva un evidenziatore giallo, e una macchia di caffè ormai secca le macchiava il petto.
La tensione era un crescendo visivo che partiva dai preliminari arguti delle nostre battute per arrivare a un'attrazione sottile ma carnale. Io andai completamente in tilt. Ero imbarazzato, non volevo fissarla in modo predatorio, ma lei era mezza nuda, con una sensualità domestica e strabordante, e si comportava come se avesse addosso un cappotto invernale.
