Capitolo 4 - I Piedi di Angela sul Cruscotto
Andrea prova a vivere il primo appuntamento senza portarsi dietro il fantasma di Elena. Tra biliardo, birre, tacchi tolti e un parcheggio del Mc, Angela trasforma una sera qualunque in qualcosa che finalmente basta.
Alle cinque e mezza del pomeriggio ero sdraiato sul letto a lanciare una pallina antistress contro il soffitto, aspettando di sentire qualcosa. Ansia, entusiasmo, panico, felicità. Qualunque cosa andasse bene per certificare che stavo per uscire con una ragazza che mi piaceva. Invece, niente. C’era solo il caldo asfissiante della mia camera, il ronzio inutile del ventilatore e il rumore secco e ritmico della gomma che rimbalzava sull'intonaco per poi ricadermi perfettamente nel palmo della mano.
Fissavo le crepe sul soffitto cercando di diagnosticare il mio stesso cortocircuito. Prima di uscire con Elena, la prima volta, avevo passato l'intero pomeriggio a camminare per casa come un cane prima della passeggiata. Avevo messo su una playlist a volume altissimo, cantavo pur essendo stonato come una campana, cambiavo maglietta ogni quarto d'ora spargendo cotone su tutti i mobili. Controllavo l’orario ogni tre minuti, mi guardavo allo specchio e mi odiavo con un entusiasmo febbrile, terrorizzato e felicissimo allo stesso tempo. Il mondo mi sembrava enorme, un campo minato di possibilità in cui ogni mio passo poteva cambiare il corso della storia.
Con Angela, invece, ero fermo. Non ero spento, e non ero nemmeno triste. Semplicemente, ero diventato un motore più difficile da accendere. Non c'era quella botta adolescenziale, quell'ingenuità che ti fa credere che un gelato al martedì sera possa salvarti la vita. Ero più adulto, forse. O molto più probabilmente, ero solo più rotto.
Smisi di lanciare la pallina e la lasciai scivolare sul materasso. Decisi che, anche se il mio sistema nervoso si rifiutava di collaborare, la dignità imponeva di prepararmi come si deve. Mi alzai e andai in bagno. La doccia fu metodica. Regolai l'acqua su una temperatura tiepida, lavandomi via il sudore di un pomeriggio passato a fare a pugni con i miei pensieri. Uscito dal box, mi piazzai davanti allo specchio appannato. Passai la schiuma da barba, definendo i contorni con una cura che non ci mettevo da mesi, quasi sorpreso di ritrovare i miei lineamenti sotto quella patina di trascuratezza che era diventata la mia comfort zone. Mi tagliai un paio di peli fuori posto, misi il deodorante, sistemai i capelli lottando contro l'umidità che me li increspava, e spruzzai il profumo. Stavolta senza esagerare: un colpo sul collo, uno sul polso. Misurato.
Tornato in camera, mi vestii. Niente di troppo impostato per non sembrare uno che si era sforzato troppo, ma nulla di sciatto. Infilai un paio di pantaloni leggeri di un grigio sfumato, una polo scura che mi cadeva bene sulle spalle e un paio di scarpe da ginnastica meticolosamente pulite. Controllai l'alito davanti allo specchio dell'armadio, passandomi la lingua sui denti, poi presi il portafoglio dalla scrivania.
Lo aprii per controllare di avere abbastanza contanti. Il mio sguardo cadde su una taschina interna, vuota. Esitai un secondo, sentendomi profondamente stupido. Poi andai ad aprire il cassetto del comodino. Misi un preservativo nel portafoglio, non perché pensassi davvero che sarebbe servito quella sera, ma perché l’ottimismo, a volte, ha la forma umiliante di un quadratino argentato infilato tra la carta d’identità e lo scontrino del benzinaio.
Chiusi il portafoglio e me lo infilai nella tasca posteriore dei pantaloni. Ero pronto. Guardai l'orologio. Alle otto e dieci, quando mancavano esattamente venti minuti all’uscita e io avevo finalmente raggiunto una versione accettabile di me stesso, scoprii che le chiavi della macchina avevano deciso di suicidarsi.
Mi tastai le tasche anteriori. Vuote. Un guizzo di pura, sanissima ansia mi attraversò finalmente il petto, scuotendomi dall'apatia. Iniziai a scandagliare la stanza. Controllai la superficie del comodino, sollevai i libri, guardai sotto i fumetti. Andai a recuperare i jeans della sera prima, buttati nella cesta dei panni sporchi, frugando ferocemente in tutte le tasche. Niente. Aprii il borsone della palestra, rovesciandone il contenuto sul pavimento. Corsi in cucina, guardando sul tavolo, sulle sedie, persino sul piano cottura. Passai in rassegna il bagno, sollevai i cuscini del divano in salotto, spostai i telecomandi. Preso dal panico più totale e irrazionale, aprii persino il frigorifero, fissando il ripiano delle verdure con la speranza delirante di trovarci in mezzo il mio portachiavi. Tornai in camera, mi buttai in ginocchio e guardai sotto il letto, sollevando una nuvola di polvere che mi fece starnutire. Delle chiavi, nessuna traccia.
Il mio cervello, messo alle strette dal panico, decise finalmente di collaborare e mi sbloccò un ricordo della sera prima.
Ero appena tornato da una partita di padel con Fede e Marco. Ero sudato fradicio, stanco morto, con i pantaloncini tecnici sprovvisti di tasche, lo zaino aperto a metà sulla spalla, la racchetta in mano e l’acqua finita da un'ora. Lulu era seduta sotto casa, sul nostro solito muretto. «Sembri reduce da una guerra coloniale,» mi aveva accolto. «Ho giocato a padel.» «Appunto. Sport da divorziati con la maglietta tecnica.» «Porta rispetto per l’atleta, Lulu.» «L’atleta sta morendo vicino al portone.»
Ci eravamo fermati a fumare, assecondando la nostra solita dinamica. Io avevo le chiavi della macchina in mano, scivolose di sudore, e non sapevo dove diavolo metterle mentre cercavo l'accendino. «Tienimele un attimo,» le avevo chiesto. «Perché?» «Non ho tasche e nello zaino mi scoccia, c'è il buco nero lì dentro.» «Mi stai affidando un bene mobile registrato?» «Ti sto dando le chiavi di una Punto dell'anteguerra, Lulu. Non il Santo Graal.» «Per te è più importante del Santo Graal.» Lei le aveva prese, facendole tintinnare, e se le era infilate chissà dove. Forse nella tasca della felpa, o forse nel suo comodino mentale. Poi avevamo continuato a parlare di cazzate per venti minuti e io mi ero completamente, tragicamente dimenticato di riprenderle.
Fine del flashback. Ritorno al presente.
Le chiavi le aveva Lulu. Naturalmente. Perché Dio, quando vuole farmi ridere, prima mi mette davanti un appuntamento vero e poi mi lascia a piedi a un quarto d'ora dall'uscita. Presi il telefono. La chiamai. Una volta. Niente. Segreteria. Due volte. Niente. Tre volte. Il vuoto cosmico. Aprii la chat e iniziai a digitare con la foga disperata di un condannato a morte:
Andrea: Lulu Andrea: LULU Andrea: hai le mie chiavi Andrea: devo uscire Andrea: ho l’appuntamento Andrea: ti prego non dormire proprio adesso Andrea: se sei morta almeno dimmi dove hai messo le chiavi
Ero lì, nel mio corridoio, profumato, vestito bene, con i capelli sistemati e un preservativo nel portafoglio, e stavo letteralmente impazzendo per colpa sua.
Poi, il telefono squillò. Risposi in un millisecondo. «Che vuoi?» La voce di Lulu era distrutta, rauca, lentissima. Sembrava una trasmissione disturbata da un altro pianeta. «Le chiavi.» «Che chiavi?» «Lulu, la macchina.» Sentii un fruscio, poi un respiro pesantissimo. «Ah. Cazzo.» Non stava dormendo per riposare. Era chiusa in camera da ore in full immersion pre-esame. Era entrata in quel panico cieco che ti prende quando inizi a studiare troppo tardi, leggi cinquanta pagine di fila senza capirne mezza, e vai avanti a forza di caffè e Monster con l'aria di chi non vede la luce del sole da tre anni. «Scusa, avevo il telefono in modalità cadavere,» farfugliò. «Modalità aereo?» «No, cadavere. È più grave.» «Scendi e mi dai le chiavi? Ti prego.» «No.» «Come no?» «Sali. Non sono in condizioni di essere vista dalla civiltà.» «Lulu, devo andare da Angela, sono in ritardo!» «Appunto. Sali prima che diventi vedovo del tuo appuntamento.» Sentii un tonfo sordo, probabilmente un libro chiuso male. «Tanto non c’è nessuno a casa. Sali, prendi le chiavi e vattene a fare il latin lover depresso.»
Riattaccò. Mi precipitai fuori. Quei venti metri che separavano i nostri portoni, visti da sotto, sembravano sempre una cazzata. Attraversarli adesso, con l'obiettivo di entrare fisicamente in casa sua, mi fece venire una strana ansia addosso. L'androne odorava di cera per pavimenti e polvere, diverso dal mio. Entrai nell'ascensore controllando di nuovo l'orologio, il cuore che mi batteva per la fretta, ma mescolata all'urgenza c'era una curiosità invadente, quasi elettrica: stavo per varcare la sua soglia.
Suonai. Lulu aprì la porta con la faccia di una persona che aveva appena litigato con l’intero sistema universitario. Non era "preparata" per ricevere nessuno, era letteralmente allo sfascio, e proprio per questo il suo impatto fu intimo e devastante. Aveva addosso una maglia nera enorme, sbiadita, col collo slargato. Era abbastanza lunga da coprirle a malapena un paio di slip rosa di cotone, di cui si indovinava solo l'elastico e un lembo sottile quando si muoveva. I piedi nudi affondavano sul parquet, e lo smalto nero sulle dita sembrava l’unica cosa ancora lucida in quel disastro umano. I capelli erano un nido disordinato tenuto su alla meglio, la pelle pallidissima, le occhiaie scure. In mano stringeva un evidenziatore giallo, e una macchia di caffè ormai secca le macchiava il petto.
La tensione era un crescendo visivo che partiva dai preliminari arguti delle nostre battute per arrivare a un'attrazione sottile ma carnale. Io andai completamente in tilt. Ero imbarazzato, non volevo fissarla in modo predatorio, ma lei era mezza nuda, con una sensualità domestica e strabordante, e si comportava come se avesse addosso un cappotto invernale.
«Madonna,» mi scappò, fermo sullo zerbino. Lulu si appoggiò allo stipite della porta. «È così grave?» «Sembri un ostaggio.» «Lo sono. Dell’esame.» Abbassai lo sguardo, cercando di non focalizzarmi sulle sue cosce scoperte e piene. «Sei… vestita poco.» Lei sbuffò. «Se mi vedi in costume al mare è la stessa cosa, che me ne fotte.» «Non è proprio la stessa cosa.» «Lo è se smetti di fare il vittoriano.»
Si staccò dallo stipite, voltandosi per guidarmi lungo il corridoio. Il tessuto scuro della maglia scivolò appena, rivelando la linea morbida delle natiche coperte dal rosa degli slip. «Poi tranquillo,» aggiunse, senza voltarsi, la voce ruvida e carica di malizia. «Se va come penso io, sono l’unica ragazza che vedrai in mutande oggi.» Mi bloccai. «Bell’incoraggiamento.» «Realismo preventivo,» sentenziò, sparendo in camera sua.
La seguii lungo il corridoio, superando il confine invisibile della sua soglia. La camera di Lulu era un vero e proprio campo di battaglia accademico. L'aria era calda, pesante, mossa a malapena da un ventilatore a piantana che ronzava stancamente in un angolo, con la finestra aperta a metà che non faceva entrare un filo di vento. Ovunque posassi lo sguardo, c'era l'eco di una crisi di nervi: libri aperti a faccia in giù, appunti sparsi sul pavimento, post-it incollati persino sui bordi del monitor, evidenziatori senza tappo, bottigliette d'acqua vuote accartocciate, tazze incrostate di caffè e pacchetti di snack finiti. Il letto era disfatto, un groviglio di lenzuola chiare.
E poi, i dettagli che rendevano quello spazio inequivocabilmente suo. Vestiti buttati alla rinfusa, il computer acceso su un PDF interminabile, un calendario a muro con il giorno dell'esame cerchiato ossessivamente di rosso. Sullo schienale della sedia c’era un reggiseno buttato come se fosse stato sconfitto in battaglia. Lo vidi, lo registrai, e feci immediatamente finta di essere molto interessato a una pila di fotocopie.
Lulu si buttò in mezzo a quel caos, iniziando a spostare fascicoli e quaderni con gesti frenetici. Si muoveva con una naturalezza disarmante, ignara dell'effetto che faceva. Ogni volta che si chinava a cercare qualcosa tra gli appunti, la maglia le scivolava sulle cosce e io dovevo ricordarmi di essere una persona civile, profumata e già in ritardo per un appuntamento. Sapevo bene che, in certe situazioni, la spontaneità assoluta vince sempre sulla complessità, e il suo essere così vulnerabilmente disordinata esercitava su di me un'attrazione viscerale, che andava oltre il semplice erotismo.
Cercò sulla scrivania, sollevò un manuale di cinquecento pagine, frugò tra le lenzuola del letto, infilò le mani nella tasca di un paio di jeans abbandonati a terra. Delle chiavi non c'era traccia. Guardai l'orologio al polso. L'ansia cominciava a montare. «Lulu, io ti voglio bene, ma se mi fai saltare questo appuntamento ti denuncio.» Lei sollevò la testa da una pila di fogli. «Per furto aggravato di possibilità romantiche?» «Esatto.» «Mi sembra fondato.» Fece un mezzo sorriso stanco, ma si spense subito. Riprese a cercare, aprendo persino una tazza vuota, ma i suoi movimenti si facevano sempre più lenti, pesanti.
All'improvviso, si fermò. Si lasciò cadere sul bordo del materasso, i piedi nudi sul parquet, le mani abbandonate in grembo. Le sue spalle morbide si curvarono sotto il peso di quella maglia enorme. «Non ce la faccio,» mormorò, la voce incrinata. «A trovare le chiavi?» chiesi, speranzoso. Lei scosse la testa, fissando il vuoto. «No, a vivere.» «Ah,» deglutii. «Più grave.»
L'ironia si fermò lì. Lulu alzò il viso verso di me, e vidi i suoi occhi lucidi, carichi di una frustrazione tossica, di quelle che ti prosciugano. «Ho iniziato tardi. Troppo tardi,» sbottò, passandosi nervosamente le mani sul viso. «E adesso sto facendo quella cosa ridicola in cui leggo venti pagine, sottolineo tutto e dopo mezz’ora non so nemmeno dire il titolo del capitolo. Non capisco un cazzo, Andrea. Mi sembra di essere stupida. Gli altri vanno avanti, sono sempre più avanti di me, e io mi riduco sempre all'ultimo per ritrovarmi con la testa che esplode e zero concetti dentro.» Mi appoggiai allo stipite della porta. «Classico.» «Non dire classico, mi viene da piangere.» «Ok. Non-classico.» «Andrea.» «Scusa.»
Smisi di fare battute. Avevo l'appuntamento con Angela che premeva, ero vestito bene, profumato, ma guardare Lulu sfaldarsi in quel modo mi bloccò sul posto. Non volevo fare il salvatore della patria, ma in quel momento non riuscivo proprio a girarmi e andarmene. «Io una volta ho preparato Diritto medievale in una notte,» sbottai all'improvviso, incrociando le braccia. Lulu tirò su col naso, guardandomi con un cipiglio scettico. «Non esiste Diritto medievale.» «Esisteva per me. Era un mostro a tre teste.» «E com’è andata?» «Ventitré.» Lei sgranò gli occhi, incredula. «Con una notte?» «Con una notte, quattro caffè, una crisi mistica e la certezza di vedere Carlo Magno seduto sulla lavatrice alle cinque del mattino.»
Lulu si lasciò scappare una mezza risata, un suono raschiato che le spezzò il nodo in gola. «Non ti sto dicendo che è sano,» continuai. «Ah, meno male.» «Ti sto dicendo che il cervello umano, quando è terrorizzato, fa cose indegne ma efficaci. Quindi, smetti di sottolineare tutto. Fatti tre domande per argomento. Se sai rispondere male, sei già avanti rispetto al nulla.» «Questo è il tuo metodo?» «Il mio metodo è sopravvivere con dignità variabile.» Lei si asciugò l'angolo dell'occhio col dorso della mano. «Funziona?» «Ho detto ventitré, non trenta.»
Lulu sorrise, stavolta per davvero. L'aria nella stanza sembrò allentarsi. Mi guardò, i lineamenti distesi, e per un attimo il silenzio si fece stranamente denso. «È strano,» mormorò, stringendosi le ginocchia al petto. «Cosa?» «Che tu sia qui.» «Per le chiavi?» «No. Cioè sì, anche. Ma… boh.» «Boh è una località bellissima.» Lulu assottigliò lo sguardo. «Non rubarmi le battute mentre sto avendo un momento.» «Scusa.» Fece un respiro profondo. «Ci conosciamo da una vita, ma non così. E in tipo una settimana sei finito nella mia camera mentre io sono in mutande a disperarmi per un esame.» Sorrisi appena, tenendo lo sguardo basso per non farmi tradire dagli occhi. «Detta così sembra grave.» «Lo è un po’.» «Vuoi che esca?» Lei scosse la testa. «No.» Quel "no" fu sussurrato, ma riempì l'intera stanza. Mi guardò dritta in faccia, e la sua voce si fece più morbida. «È solo che con te mi viene facile non fare finta.»
Non risposi subito. La frase mi centrò in pieno petto, vibrando con una risonanza che non mi aspettavo. Ma non c'era tempo per ragionarci. Lulu si alzò e andò dritta verso la felpa grigia che aveva buttato ai piedi del letto la sera prima. Infilò la mano nella tasca e tirò fuori il mazzo di chiavi della mia Punto, facendole tintinnare con un sospiro di sollievo. Si avvicinò per darmele.
«Comunque grazie,» mi disse, fermandosi a un passo da me. «Per averti rubato dieci minuti di studio?» «Per avermi impedito di lanciarmi dal balcone per colpa del programma.» «Servizio incluso.»
Mi abbracciò di colpo, senza preavviso, affondando la faccia contro la mia spalla. Rimasi fermo mezzo secondo, preso in contropiede. Sentii il suo corpo caldo contro il mio, il peso morbido del seno schiacciarsi attraverso la maglia, le sue braccia stringermi con una forza stanca e sincera. Non era seduzione. Era bisogno. E forse proprio per questo mi fece più casino addosso.
Si staccò quasi subito, recuperando istantaneamente la sua armatura di sarcasmo. «Ok, vattene.» «Così?» feci finta di protestare. «Sì, mi hai visto vulnerabile. Ora sparisci prima che ti uccida.» Mi mise le chiavi nel palmo della mano e me lo chiuse. «E non fare schifo con Angela.» «Pressione utile.» «Prego.»
Feci un passo nel corridoio. «Vai,» mi intimò lei, appoggiandosi allo stipite. «Sì.» «E non paragonarla tutta la sera a Elena.» Mi bloccai sulla porta. Mi voltai a guardarla, colpito a freddo. «Non lo sto facendo.» «Lo stavi facendo prima ancora di salire.» «Mi conosci da una settimana, Lulu.» «Evidentemente sei un manuale facile,» ribatté, con una lucidità che faceva paura. Si incrociò le braccia sotto il petto, tornando serissima. «Seriamente, Andre. Non farle pagare cose che non c’entrano con lei.» Strinsi le chiavi. «Non voglio.» «Allora vai e stai dove sei.» «Dove sono?» Luciana mi regalò l'ultimo frammento della sua saggezza stanca, la frase di cui avevo disperatamente bisogno. «Con lei. Non con il fantasma.»
Arrivai da Angela con cinque minuti di ritardo. Guidavo con il finestrino completamente abbassato, cercando di far scivolare via l'ansia, il ricordo dell'abbraccio nel corridoio e quella frase, "non con il fantasma", che continuava a ronzarmi in testa. La zona in cui viveva era un po' sperduta, uno di quei quartieri residenziali della provincia fatti di villette basse, palazzine isolate e campi vuoti lasciati a metà. I lampioni erano radi, la fermata del bus sembrava un reperto urbano abbandonato, e l'unico suono in quel silenzio profondamente diverso dal centro era l'abbaiare ritmico e lontano di qualche cane da guardia.
Parcheggiai la Punto sotto l'unica luce funzionante della via. Angela uscì dal portone con una camicetta chiara infilata in una gonna leggera e i tacchi ai piedi, e per un secondo tutto il casino di chiavi, esami, fantasmi e paragoni si spense. La camicetta era sottile, lasciata slacciata di un bottone di troppo, e la gonna assecondava la curva piena e femminile dei suoi fianchi a ogni passo verso la macchina. I capelli ricci erano perfetti, curati, e il profumo dolce della vaniglia mi arrivò prima ancora che aprisse lo sportello. Abbassando lo sguardo, notai lo smalto bianco sui piedi nudi stretti nei sandali alti. Era bellissima, curata, sfacciatamente sexy.
«Sei in ritardo,» esordì, infilandosi in macchina e chiudendo lo sportello. «Di cinque minuti.» «Cinque minuti raccontano molto di un uomo.» «Sono stato vittima di un sequestro di chiavi.» Angela fece una smorfia divertita, allacciandosi la cintura. «Pessima scusa.» «Lo so. Il problema è che è vera.» Lei scoppiò a ridere, un suono limpido, e l'abitacolo si riempì istantaneamente della sua energia.
Misi in moto e mi allontanai dalla villetta. Mentre ingranavo la seconda, il paragone si fece strada da solo, ma stavolta non portò con sé nessuna fitta. Con Elena, al nostro primo vero appuntamento, ero arrivato venti minuti prima e avevo fatto tre giri completi dell'isolato per non sembrare disperato, col cuore in gola. Con Angela arrivai sudato, leggermente in ritardo e con una storia assurda sulle chiavi. Non era romantico. Però era vero. E a volte la spontaneità vince in modo schiacciante sulla complessità, sia nella vita che nel desiderio.
Finimmo in un pub storico della zona, uno di quei posti veraci con le pareti coperte di legno scuro, l'aria condizionata tenuta a temperature glaciali e un perenne, rassicurante odore di fritto e birra artigianale a riempire la sala. Ci sedemmo a un tavolino rialzato, ordinammo da bere, e parlammo. Parlammo tanto, in modo disordinato e continuo. partimmo adagio, con preliminari arguti e un'attrazione sottile che viaggiava sotto la superficie delle parole.
Angela mi raccontò dell'animazione, della danza, dei saggi massacranti e di bambini assurdi che le rubavano l'energia ma che adorava. Mi parlò della musica, di quanto amasse muoversi e di come odiasse fisicamente la sensazione di sentirsi ferma. Io risposi raccontando le serate provinciali, gli aneddoti stupidi su Fede e Marco, le partite a padel, tralasciando di proposito i dettagli più grigi dell'università, Elena e la serata appena trascorsa con Lulu.
Il feeling era radicalmente diverso da tutto ciò a cui ero abituato. Con Elena, al primo appuntamento, tutto mi era sembrato fragile, romantico, quasi sacro, come se un passo falso potesse rompere il cristallo. Con Angela era tutto rumoroso, competitivo, fisico, allegro, meravigliosamente imperfetto e sfacciato. Con Elena avevo avuto paura di rovinare una cosa bellissima. Con Angela avevo paura di non riuscire a starle dietro. Era una paura diversa. Meno dolce, forse. Ma molto più viva.
Prendemmo due pinte. Scoprii quasi subito che Angela reggeva pochissimo l'alcol. A metà del bicchiere aveva già le guance leggermente accaldate, parlava più veloce e i suoi occhi scuri brillavano di un'allegria liquida. Non era ubriaca, era solo sciolta. «Io reggo benissimo,» dichiarò a un certo punto, gesticolando con le mani. «Hai bevuto mezza birra,» le feci notare, indicando il livello nel bicchiere. Lei alzò le spalle, per nulla scalfita. «Appunto. Ottimo rapporto qualità-prezzo.» «Economica.» «Sostenibile, Andrea.»
La conversazione scivolò inevitabilmente sulla competizione quando nominai di nuovo la mia partita della sera prima. «Il padel è sport da divorziati,» sentenziò lei. «Anche tu?» «È verità sociale.» «Invece la danza cos'è, muoversi a tempo?» Angela appoggiò il bicchiere con un colpo secco sul tavolo di legno. «Hai appena scelto la morte.» «La danza è più faticosa del padel?» la sfidai. «Ovviamente.» «Dimostralo.» «Biliardo.» Scoppiai a ridere. «Non c’entra niente.» Lei si alzò dallo sgabello, lisciandosi la gonna sui fianchi morbidi con un gesto che mi fece improvvisamente mancare il respiro. «La giustizia funziona così.»
Andammo verso il fondo del locale, dove c'erano un paio di tavoli da carambola illuminati da lampade basse e circondati dalla solita clientela della zona. Era il cuore della provincia, ma quella sera, incorniciato dalla musica di sottofondo, mi sembrava il posto più intimo del mondo. Angela prese una stecca dalla rastrelliera, fiera. Appena fece il primo giro intorno al tavolo verde per prepararsi, si fermò e sbuffò. «Mi fanno già male i piedi,» si lamentò, guardando i sandali alti. «Li hai messi tu.» Angela mi puntò la punta della stecca dritta contro il petto, socchiudendo gli occhi scuri. «Non usare la logica contro di me.»
Il fondo del pub era un mondo a sé, immerso nella penombra del legno scuro e rinfrescato da un'aria condizionata fin troppo aggressiva. Sopra il panno verde del biliardo, sotto le luci basse delle lampade a sospensione, Angela si rivelò immediatamente un disastro totale, ma con un'attitudine meravigliosa.
Fingeva di sapere perfettamente cosa stesse facendo. Si piegava sul tavolo, socchiudeva un occhio per calcolare angoli inesistenti, e poi finiva per lisciare la palla bianca o per mandarla a sbattere contro la sponda sbagliata. Ogni volta che, per un puro miracolo della fisica, una palla finiva in buca, esultava alzando la stecca al cielo e accusandomi di gufare contro di lei. Io, dal canto mio, cercavo di fare il figo, atteggiandomi da grande esperto, per poi sbagliare tiri elementari perché la mia concentrazione era costantemente dirottata altrove.
L'erotismo di quella partita non era costruito, era un effetto collaterale del modo in cui Angela abitava il proprio corpo. Ogni volta che si chinava sul bordo del tavolo per prendere la mira, la camicetta chiara si scostava leggermente, rivelando l'ombra profonda del décolleté e il pizzo scuro del reggiseno. La gonna si tendeva sui fianchi, sottolineando la curva morbida della schiena. Io provavo a fissare il panno verde, a guardare il gessetto, a concentrarmi sulla mia birra, ma fallivo miseramente.
«Mi stai guardando la traiettoria o il culo?» mi chiese a bruciapelo, rialzandosi con un sorriso diabolico, la stecca appoggiata a terra. «La traiettoria,» risposi, senza battere ciglio. «Bugiardo.» «Era una traiettoria interessante.»
Al mio turno, sbagliai clamorosamente, la bianca che finì dritta in buca. Angela scoppiò a ridere, appoggiandosi al bordo del tavolo. Quando toccò di nuovo a lei, si mise in una posizione talmente assurda che non potei fare a meno di intervenire. Mi avvicinai, annullando la distanza tra noi. «Così non colpisci niente,» le dissi, posizionandomi alle sue spalle. «Sto prendendo confidenza col tavolo.» «Il tavolo non ricambia, Angela.» «Geloso?» sussurrò lei, voltando appena il viso verso di me. «Del tavolo? Un poco.»
Senza chiederle il permesso, allungai le braccia ai lati dei suoi fianchi. Sovrapposi la mia mano destra alla sua, che stringeva il fondo della stecca, e con la sinistra le sfiorai le dita per correggerle il ponte sul panno verde. Il mio petto era a un millimetro dalla sua schiena. Sentivo il calore della sua pelle attraverso la camicetta, il profumo dolce della vaniglia che mi riempiva le narici, il suo respiro che si faceva un attimo più superficiale. Eravamo un incastro perfetto. La guidai nel movimento, un colpo secco e preciso che mandò la palla in buca. Mi staccai, ma prima che potessi allontanarmi del tutto, lei si voltò con un guizzo e mi diede una spinta secca col bacino contro il mio fianco, facendomi quasi perdere l'equilibrio. «Ehi!» finsi indignazione, ridendo. «Non si tocca l'avversario,» sentenziò, tornando a guardare il tavolo con aria trionfante.
Mentre aspettavo il mio turno, la guardai appoggiarsi alla stecca e bere un sorso di birra, e un pensiero si fece strada con una chiarezza assoluta. Con Elena, il primo appuntamento era stato fatto di mani sfiorate per caso, di silenzi emozionati e frasi dette piano, con la paura costante di rompere un cristallo. Con Angela, stavo discutendo da venti minuti se una palla entrata per sbaglio valesse come dimostrazione di talento sportivo. Non era meno bello. Era solo meno fragile.
Erano le due passate quando decidemmo di fare l'ultima partita decisiva. Il locale si era quasi svuotato. «Ultima,» annunciai, sistemando il triangolo. «Chi vince?» «Chi vince offre il Mc.» Angela inarcò un sopracciglio, appoggiando le mani sui fianchi. «Quindi se vinco io paghi tu?» «Hai capito benissimo.» «Sistema truccato.» «Sistema italiano,» ribattei, passandole il gessetto.
Stava per rompere il triangolo, concentratissima, quando il gestore del pub ci si affiancò, asciugandosi le mani in uno strofinaccio. «Ragazzi, mi spiace, stiamo chiudendo.» Angela abbassò la stecca, guardandolo come se avesse appena interrotto una finale olimpica. «Ma stavamo decidendo una questione morale.» «La morale domani, ragazzi.» «Il pub non rispetta la competizione,» mi lamentai io. «Il pub vuole andare a dormire,» tagliò corto lui, spegnendo la lampada sopra il nostro tavolo.
Uscimmo nel parcheggio con la coda tra le gambe, ridendo come scemi nella notte calda e umida. Stavamo camminando verso la mia macchina quando Angela, all'improvviso, scartò di lato. «Macchina gialla!» urlò, e mi mollò un colpetto secco e preciso sul braccio. Mi massaggiai il bicipite, guardandola incredulo. «Hai dodici anni?» «No, ma vinco,» rispose lei, facendomi l'occhiolino. «Non sapevo fossimo in gara.» «È per questo che perdi, Andrea.»
Risi, spingendola leggermente per le spalle per farla camminare verso la Punto. Eravamo fisici, allegri, naturali. Niente silenzi imbarazzanti, niente filtri. Appena aprì lo sportello e si lasciò cadere sul sedile del passeggero, Angela fece un verso gutturale, a metà tra un gemito e un sospiro di sollievo, e si sfilò immediatamente i sandali. «Oddio, libertà,» mormorò, massaggiandosi le caviglie. «Li hai messi tu,» le ricordai, mettendo in moto. «La logica non è sexy, Andrea.»
Senza il minimo ritegno, allungò le gambe e appoggiò i piedi nudi sul cruscotto della Punto. Sotto la luce arancione e fioca del parcheggio, le dita smaltate di bianco si mossero appena. La sua pelle era liscia, ma si vedevano i segni rossi lasciati dai cinturini dei tacchi, piccoli solchi scavati dalla fatica della serata. Erano piedi perfetti, curati, incredibilmente sensuali nella loro nudità domestica e improvvisa. Mi trovai a fissarli per un secondo di troppo, la mano ferma sulla leva del cambio. Lei se ne accorse, girando la testa verso di me. «Che c’è?» «Niente.» «Ti fanno schifo i piedi?» «No.» «Risposta sospetta.» Distolsi lo sguardo, ingranando la prima. «Mi concentro sulla strada.» «Siamo fermi, Andrea.»
Sorridente, mi immisi sulla strada statale deserta, diretti verso il McDrive più vicino. Il viaggio fu un botta e risposta continuo. Angela mi raccontò dell'animazione, dei bambini ingestibili, di un'estate in cui aveva ballato con trentanove di febbre sotto il sole cocente, delle coreografie provate fino alla nausea e delle serate nei villaggi finite in modo disastroso. Io le parlai dei miei amici, delle cazzate di provincia, di quella volta che io e Fede ci eravamo persi tornando da un locale in campagna. Ci interrompevamo, ci contraddicevamo, ridevamo con i finestrini abbassati e il vento caldo che ci scompigliava i capelli.
Arrivammo in coda al McDrive. C'erano un paio di macchine davanti a noi, ferme. Il motore girava al minimo. Fu in quel momento che Angela decise di alzare la posta in gioco. Con una naturalezza disarmante, spostò le gambe dal cruscotto e, scivolando un po' più in basso sul sedile, allungò i piedi verso di me. Invece di appoggiarli sul tappetino o sul tunnel centrale, li fece scivolare direttamente sulle mie cosce.
Sussultai appena. Il contatto fu elettrico. Sentii la pianta dei suoi piedi calda e morbida premere contro il tessuto leggero dei miei pantaloni. Ma non si fermò lì. Con un movimento pigro, quasi impercettibile, accomodò un piede esattamente sul mio inguine, la caviglia che sfiorava il rigonfiamento che si stava già risvegliando con prepotenza. Feci un respiro profondo, stringendo il volante. La tensione erotica esplose nell'abitacolo, densa e improvvisa.
«Angela,» dissi, la voce che mi uscì mezza ottava più bassa. «Che c’è?» rispose lei, innocente. «Mi hai appena usato come poggiapiedi.» «Sì.» «Almeno chiedi.» Lei fece scorrere leggermente il tallone contro la mia cerniera, un movimento minuscolo, letale. «Posso usarti come poggiapiedi?» Chiusi gli occhi per una frazione di secondo. «Ormai.» «Grazie.»
La macchina davanti a noi avanzò di un paio di metri. Mollai la frizione, cercando di concentrarmi sul pedale e non sul fatto che l'attrito dei suoi piedi nudi mi stava mandando il cervello in pappa. «Se mi distrai e finiamo contro un palo, lo scrivo nel verbale,» la avvertii, deglutendo a fatica. Lei rise, una risata bassa e di gola, e accarezzò con l'alluce l'interno della mia coscia. «Causa dell’incidente: piedi belli.» «Non ho detto belli.» «L’hai pensato fortissimo.»
Parcheggiai la Punto in uno degli stalli vuoti vicino all'ingresso del McDonald's. Spensi il motore, ma lasciai i finestrini abbassati per far girare quel poco d'aria che la notte ci concedeva. «Scendi?» le chiesi, slacciandomi la cintura. Angela scosse la testa, affondando meglio nel sedile. «No.» «Come no?» «I miei piedi hanno dichiarato indipendenza. Non rimetto quei trampoli stasera nemmeno sotto tortura.» «E il gelato?» «Me lo porti tu,» disse, sbattendo le ciglia con un'innocenza totalmente finta. Sospirai, aprendo lo sportello. «Quindi sono il tuo cameriere.» Lei mi puntò un dito contro, sorridendo. «Triste no, però.»
Quella battuta mi colpì a tradimento. Il "cameriere triste", il vecchio insulto di Elena che fino a una settimana prima mi avrebbe mandato in rovina la serata, detto da Angela suonava solo come un gioco. Chiusi la portiera e andai verso l'ingresso. Mentre aspettavo in fila alla cassa, mi voltai verso la grande vetrata del locale. Riuscivo a vedere la mia macchina sotto il lampione. Angela era lì, comodamente sdraiata col sedile reclinato e i piedi nudi appoggiati sul cruscotto. Quando si accorse che la stavo guardando, invece di ricomporsi, mi fece una faccia scema, strabuzzando gli occhi, e poi agitò la mano salutandomi con la lentezza e la grazia di una regina su una carrozza. Sorrisi da solo, come un idiota, davanti a un vassoio di patatine fritte altrui. In quel preciso istante, Angela smise di essere una distrazione. Smise di essere il metro di paragone per misurare quanto mi mancasse Elena. Era semplicemente lei, viva, assurda e bellissima.
Tornai in macchina stringendo due McFlurry. «Eroe,» esultò lei, allungando le mani per prendere il suo. «Ho rischiato la vita tra rider nevrotici e tredicenni in crisi ormonale,» precisai, sedendomi al posto di guida. «Ti onoro.» Iniziammo a mangiare nel parcheggio semivuoto, illuminati solo dalla luce arancione del lampione e dall'insegna del fast food. A un certo punto, con un guizzo rapido e infame, Angela allungò il suo cucchiaino e scavò una voragine nel mio gelato, portandoselo alla bocca. «Ehi, quello è mio,» protestai. «Dovevo verificare se il tuo fosse più buono,» si giustificò, leccandosi le labbra macchiate di cioccolato. «Sei una criminale.» «L’avevamo già capito, Andrea.»
Si sistemò meglio sul sedile, girandosi verso di me. Riposizionò le gambe, stendendole in modo che i suoi piedi nudi tornassero esattamente sulle mie cosce. La dinamica tra noi stava seguendo un ritmo naturale: si parte adagio, con provocazioni leggere, per poi lasciare che l'attrazione prenda il controllo. «Massaggia,» mi ordinò, allungando la gamba e spingendo leggermente le dita contro il mio stomaco. «Prego?» «Mi hai fatto giocare a biliardo per due ore coi tacchi.» «Io?» «Sì, sei responsabile emotivo del mio dolore.» Sbuffai, ma posai il gelato nel portabicchieri. «Non sono un centro benessere.» «Puoi migliorare.»
Le presi il piede tra le mani con una prudenza ridicola, come se fosse una cosa fragile e non una parte del corpo che Angela mi stava praticamente imponendo addosso. Iniziai a massaggiarle la pianta, usando i pollici per sciogliere la tensione sotto il tallone e sull'arco plantare. La sua pelle era liscia, calda. «Sei serissimo,» mi prese in giro lei, mangiando un'altra cucchiaiata di gelato. «Sto eseguendo un servizio professionale.» «Fa schifo.» «Dammi tempo.»
Il finestrino era abbassato, ma l'aria nell'abitacolo iniziò a farsi comunque pesante, densa. La spontaneità dei nostri gesti stava innescando qualcosa di molto più profondo. Sentivo il calore del suo corpo a pochi centimetri da me, il profumo dolce della sua pelle che riempiva lo spazio ristretto della Punto. Le mie mani si mossero con più sicurezza, accarezzandole il dorso del piede e risalendo appena verso la caviglia sottile. Il mio corpo stava registrando ogni singolo millimetro di quel contatto, e la mia erezione tornò a farsi sentire, prepotente e dolorosa contro la cerniera dei jeans. Lei se ne accorse. I suoi occhi scuri si abbassarono per un istante sul mio bacino, poi tornarono sul mio viso. «Ti piace?» mi chiese, la voce improvvisamente più bassa, vellutata. «Massaggiare?» «La situazione.» Deglutii. «È… insolita.» «Che risposta da vecchio.» «Sto cercando di non sembrare un depravato, Angela.» Lei ridacchiò, un suono basso e gutturale. «Non ci stai riuscendo benissimo.»
Per provocarmi, piegò il ginocchio e sollevò il piede, avvicinandomelo pericolosamente al viso. Non era un'umiliazione, era un gioco erotico sfacciato, una sfida. «Guarda che ho sofferto davvero per questi tacchi,» sussurrò. «Si vede.» «Quindi meritano rispetto.» «Sto rispettando moltissimo.» «Non abbastanza.»
Le presi la caviglia con una mano, ridendo, e gliela abbassai con delicatezza. Ma lei sfruttò il movimento per scivolare in avanti col bacino sul sedile. La pianta del suo piede non tornò sulla mia coscia. Scivolò più giù. Il suo tallone trovò esattamente la curva del mio inguine. Non era un tocco casuale. Con un movimento lento, calcolato, iniziò a strofinare l'arco plantare proprio lì, contro il rigonfiamento teso dei miei pantaloni. Sentii una scossa risalirmi lungo la spina dorsale. La pressione era morbida ma implacabile, un massaggio al contrario che mi fece mancare il respiro. Chiuse gli occhi per un istante, muovendo le dita dei piedi contro la stoffa tesa, godendosi la mia paralisi. Era un crescendo di tensione fisica impossibile da ignorare.
Incrociò il mio sguardo. «Stai pensando troppo anche adesso?» mi sfidò, un sussurro a fior di labbra. «Un poco,» ammisi, la voce arrochita. «A cosa?» «A quanto è assurda questa serata.» «Assurda bella o assurda da denuncia?» «Bella.» Angela spostò il bicchiere del gelato sul cruscotto. La luce fioca illuminava la scollatura della camicetta aperta, il respiro che le sollevava il petto. «Allora vieni qui.» Si morse il labbro, accentuando la pressione del piede. «Baciami o mi riprendo il piede. E tutto il resto.» «Questa è estorsione.» «Funziona?» «Sì.»
Mi sporsi oltre il freno a mano. La baciai male per mezzo secondo, troppo pieno di testa e troppo povero di coraggio. Poi Angela mi prese il viso tra le mani, rise contro la mia bocca e mi baciò meglio.
Fu un'esplosione. L'erotismo puro di quel momento cancellò ogni pensiero razionale, ogni freno inibitore. Angela mi salì addosso con una naturalezza assurda, scavalcando il tunnel centrale come se la macchina non fosse una vecchia Punto ma un palco minuscolo su cui sapeva comunque trovare spazio perfetto. Si mise a cavalcioni sulle mie gambe. Io, nel disperato tentativo di farle posto, urtai violentemente il ginocchio contro la leva del cambio e bestemmiai sottovoce. Lei si staccò appena, rise di nuovo contro la mia bocca, e quella risata mi entrò dentro più del bacio.
Le mie mani scivolarono finalmente sui suoi fianchi, stringendo la stoffa leggera della gonna, per poi risalire lungo la schiena nuda sotto la camicetta sbottonata. La sua pelle bruciava. Angela mi circondò il collo con le braccia, spingendo il bacino contro il mio. La fame fisica era totale. Le nostre lingue si cercavano, si incrociavano, in un bacio profondo che sapeva di gelato, di birra e di desiderio crudo. La strinsi forte, forse troppo. «Puoi stringermi, non mi rompo,» mi sussurrò lei, staccandosi di un millimetro per riprendere fiato. «Sto cercando di comportarmi bene.» «Che noia, Andrea.» «Scusa se sono civile.» Lei mi morse il labbro inferiore, tirandolo piano con i denti prima di lasciarlo andare. «Ti perdono.»
Riprese a baciarmi, muovendo il bacino contro il mio in un attrito lento e disperato. La macchina era diventata un forno. Il mio respiro era diventato un rantolo, le mie mani si ancorarono ai suoi glutei morbidi, sollevandola appena per farla aderire meglio contro di me. «Chi si stacca prima perde,» mi sfidò lei, ansimando contro il mio collo. «Anche questo è una competizione?» «Tutto è una competizione.» «Sei malata, Angela.» «E tu stai perdendo tempo.»
Riprendemmo a baciarci, stuzzicandoci. Fu un corpo a corpo caldo, buffo, disordinato e meravigliosamente giovane. Ci mordevamo piano, ridevamo, ci fermavamo per riprendere fiato e poi ripartivamo con più urgenza di prima. Non c'era nulla di asettico o puramente meccanico in quello che stavamo facendo: era bellissimo proprio perché ci stavamo fottutamente divertendo.
A un certo punto, però, il suo sguardo cadde sull'orologio digitale del cruscotto. Angela si bloccò, ansimando. «Merda.» «Che c’è?» chiesi, cercando di rimettere a fuoco la realtà, la voce impastata. «Domani ho danza alle nove.» «Ah.» Si appoggiò con la fronte contro la mia spalla, sospirando profondamente. «E io sto limonando in una macchina nel parcheggio del Mc come una quindicenne problematica.» «Tecnicamente abbiamo ventidue anni,» le ricordai, accarezzandole i riccioli scompigliati. «Questo peggiora notevolmente la cosa, Andrea.»
Fece per sollevarsi, ma si bloccò, guardandomi le labbra. Non voleva davvero staccarsi, e si vedeva lontano un miglio. «Ultimo,» decretò. «Lo hai già detto tre baci fa.» «Sono bugiarda.»
Si avventò di nuovo sulla mia bocca per un bacio lungo, vorace, che mi lasciò senza fiato e con i muscoli tesi allo spasimo, prima di costringersi a staccarsi definitivamente. Scavalcò di nuovo il tunnel e si lasciò cadere sul sedile del passeggero. La guardai. Aveva la camicetta stropicciata, aperta in modo sconcio sul seno sollevato dal respiro affannoso. I capelli erano un groviglio selvaggio attorno al viso arrossato, le labbra gonfie e lucide. Se ne stava lì, bellissima, con i piedi nudi sul tappetino e i tacchi abbandonati in mano, a cercare di rimettere insieme i pezzi della sua compostezza.
Il viaggio di ritorno fu molto diverso dall'andata. L'energia elettrica e caotica della serata si era trasformata in una stanchezza dolce, appagata. L'aria che entrava dai finestrini abbassati era finalmente fresca, o forse era solo il mio corpo che aveva smesso di andare a fuoco. Tenevo la radio a un volume bassissimo, un sottofondo appena percepibile che riempiva i silenzi, che ora non erano più carichi di tensione, ma di una tranquillità nuova.
Angela era sprofondata nel sedile, la testa appoggiata al poggiatesta, i piedi nudi sul tappetino. Si rigirava i sandali tra le mani, fissando la strada con un sorriso morbido, ancora con le labbra un po' gonfie per i baci. «Mi sono divertita,» disse all'improvviso, senza voltarsi. «Anch'io,» risposi, tenendo gli occhi sulla strada illuminata dai fari. «Si vedeva.» Feci un mezzo sospiro, sentendomi per l'ennesima volta smascherato. «Devo lavorare sulla faccia.» Angela girò il viso verso di me. La luce arancione di un lampione le scivolò sui lineamenti perfetti. «No.» «No?» «Mi piace che ti si veda.»
Quella frase mi colpì con una dolcezza inaspettata. Io mi vergognavo a morte di essere così trasparente, di avere ogni mia insicurezza o emozione stampata in faccia a caratteri cubitali. E lei, con sei parole, aveva preso quel mio difetto e lo aveva trasformato in una cosa desiderabile, in qualcosa che le piaceva guardare.
Accostai davanti al cancello della sua villetta. Lasciai il motore acceso al minimo. «Scrivimi quando arrivi,» mi ordinò, aprendo lo sportello. «Abiti a tre minuti,» le feci notare. «Appunto. Non farti investire proprio adesso che sei migliorato.» Mise un piede fuori dall'abitacolo, poi ci ripensò. Tornò indietro, sporgendosi verso di me, e mi diede un altro bacio. Fu un bacio più lento, profondo, che sapeva di stanchezza e di promesse a mezza voce, il culmine perfetto di un crescendo emotivo e fisico che aveva scandito tutta la serata. «Ok, vado,» sussurrò a un millimetro dalla mia bocca. «Ok.» Fece per allontanarsi, ma il suo sguardo indugiò sul mio. «Davvero.» «Ti sto credendo,» mormorai. «Non mi guardare così.» «Come?» «Come se poi resto.»
Mi sorrise, poi uscì definitivamente dall'abitacolo. Rimasi a guardarla mentre percorreva il vialetto di casa sua, a piedi scalzi, con i tacchi in una mano e la borsa nell'altra. Guardai il modo in cui la gonna assecondava il movimento dei suoi fianchi, la curva morbida del suo fondoschiena, la linea della sua schiena. Provavo ancora attrazione, certo, ma per la prima volta era incapsulata dentro una felicità calda, rassicurante. Non era solo voglia. Era appagamento.
Ripartii, imboccando la strada verso casa. Il paragone con Elena c’era stato tutta la sera, infilato negli angoli della mia mente come polvere che non riesci a togliere. Si era ripresentato al pub, durante la partita a biliardo, nel profumo di una sconosciuta. Ma Angela aveva fatto una cosa che non credevo minimamente possibile: non aveva vinto il paragone. Lo aveva reso inutile per qualche ora. Tornavo a casa portandomi addosso il sapore del gelato misto a quello della sua bocca. Avevo ancora nelle narici il suo profumo di vaniglia, negli occhi l'immagine di lei piegata sul panno verde del biliardo, il ricordo tattile dei suoi piedi caldi sul mio inguine, la consistenza dei suoi fianchi sotto le mie mani. Non era guarigione. Era dopamina. Ma dopo mesi di lutto, di pianti in macchina e di risvegli col respiro spezzato, anche la dopamina sembrava una religione.
Arrivai sotto casa. Parcheggiai nel mio solito posto e spensi i fari, ma lasciai il motore acceso. Tirai fuori il telefono dalla tasca. C'era già un messaggio. Angela gate: sono viva e ho ancora i piedi distrutti
Risi da solo, nel silenzio dell'abitacolo, la luce dello schermo che mi illuminava il viso nel buio. Digitai rapidamente.Andrea: i miei servizi da fisioterapista improvvisato sono disponibili su prenotazione La risposta fu istantanea.Angela gate: non montarti
Sorrisi ancora, appoggiando la testa al sedile. Poi, la mia attenzione fu catturata da un'altra notifica, scivolata più in basso sulla schermata di blocco. Era arrivata più di un'ora prima. Lulu: sei sopravvissuto o Angela palestra ti ha sepolto da qualche parte?
Sotto casa, con il motore ancora acceso e il sapore di Angela sulle labbra, lessi il messaggio di Lulu. Sorrisi. Avrei potuto risponderle subito. Fino a qualche giorno prima, persino la sera prima, lo avrei fatto senza pensarci, correndo a condividere con lei ogni singolo dettaglio, ogni mia insicurezza o trionfo. Ma quella notte rimasi fermo un momento, le mani sul volante, il telefono acceso tra le dita. Guardai il portone del suo palazzo, buio. E decisi di non dividere ancora quella cosa con nessuno. Non con Fede. Non con Marco. Non con Lulu. Non con Elena. Per una volta, Angela bastava.
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